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Siria, è qui che si prepara la prossima guerra tra Israele e l’Iran.

La Siria, che già da sette anni è martoriata da una guerra civile, è diventata un "laboratorio" nel quale si manifestano coalizioni, giochi di potere che sembrano rappresentare il futuro nelle relazioni internazionali nell’epoca di Trump e di Putin. In un mondo senza certezze governato da alleanze fluide e variabili, basate sugli interessi economici di breve periodo e dalle agende di politica interna delle tre superpotenze principali (USA, Cina, Russia). 

Mai, da decenni, la situazione internazionale è stata più tesa. C’è chi dice che sia tornata la guerra fredda. In effetti i due maggiori contendenti e i loro alleati stanno già combattendo, ad esempio in un teatro di guerra angusto e confuso come quello Siriano. Vi è però una differenza fondamentale. Nella guerra fredda l’ideologia giocava un ruolo fondamentale. Da un lato c’erano le democrazie occidentali che si riconoscevano nel capitalismo, dall’altro dittature che si ispiravano al modello marxista-leninista o almeno che dichiaravano di esserne l’incarnazione. Due blocchi contrapposti che con i rispettivi stati clienti si dividevano il mondo in due blocchi ben riconoscibili. Le guerre si sviluppavano sulla cerniera dei due mondi (Vietnam, Africa, Nicaragua, etc.). Oggi la situazione è assai più complessa, anche se è ancora riconoscibile la divisione del mondo stabilita a Yalta.  Certamente si è fermata l’ondata espansiva USA negli spazi soggetti all’URSS, che la Russia di Putin sta progressivamente rioccupando (Crimea, Siria, Ucraina, etc.). In alcuni teatri, gli Stati Uniti giocano addirittura la propria partita con la Russia. Un esempio è la Libia, dove Trump ha abbandonato la linea dell’ONU per sostenere il Gen. Haftar protégée della Russia, vicino agli Arabo Sauditi e agli Egiziani, senza riguardo alcuno per gli interessi di uno dei suoi più fedeli alleati: l’Italia, a cui in teoria gli USA avevano affidato il dossier Libia. Dopo Obama, anche in Siria gli USA di Trump hanno sostanzialmente accettato di lasciare alla Russia di dettare la linea in Siria. La Francia è più attiva che mai, mentre la Gran Bretagna sembra in ritardo, appannata dalla Brexit e dalla peggiore classe dirigente della sua storia. L’Iran gioca da protagonista estendendo la sua influenza addirittura su una sponda del Mediterraneo. Caduto l’Iraq di Saddam, rimane solo l’Arabia Saudita a ostacolarne le mire espansive.

Sempre più il conflitto Arabo Israeliano e quello Siriano si legano in un gioco più grande regolato da alleanze fluide dove l’odio del mondo arabo per Israele impallidisce se paragonato a quello che divide sciti e sunniti nel mondo mussulmano. 

Nella notte tra l’8 ed il 9 aprile, due F-15 hanno attaccato la base militare T4 in Siria causando la morte di almeno 12 militari. Incerta inizialmente la nazionalità dei due velivoli, solo pochi giorni dopo è stata confermata ai media direttamente dagli alti esponenti militari che hanno deciso l’attacco. Così, ufficialmente per la prima volta, sono stati colpiti obiettivi iraniani in Siria, sia persone che impianti, da parte dell’aeronautica israeliana. Tra i caduti anche un colonnello che guidava il reparto di droni iraniani schierato su questa base e già sorpreso a sorvolare il confine con lo stato ebraico. I vertici israeliani hanno ripetuto più volte infatti negli ultimi mesi di voler impedire in ogni modo che forze militari iraniane vengano dispiegate permanentemente a ridosso del loro confine settentrionale. Secondo fonti israeliane, infatti, la presenza militare di Teheran in Siria ammonta ad almeno 15mila militari e pasdaran cui si aggiungono 10 mila Hezbollah libanesi e circa 50 mila miliziani sciiti iracheni, afgani e pakistani. Il disegno iraniano sarebbe di espandere la propria influenza di potenza sciita a Iraq, Siria e Libano, circondando di fatto Israele da una tenaglia Iraniana. 

Il giorno dei raid, in Israele c’era il nuovo segretario di Stato americano, Mike Pompeo, arrivato per garantire il sostegno americano agli alleati. Sostegno che in questo momento si concretizza nel condividere una linea a tolleranza zero verso l’Iran. Oggi Netanyahu e i suoi generali vorrebbero che fossero proprio gli americani, accompagnati o meno da altri paesi dell'Alleanza atlantica, a eliminare ciò che considerano un pericolo. L’intelligence israeliana sa che gli iraniani stanno usando il territorio siriano, e la cortina fumogena del conflitto civile, per passare armi al “partito” libanese Hezbollah. Sempre secondo il Mossad, quelle armi saranno usate contro Israele quando il conflitto coi libanesi si riaprirà (fattore dato quasi per certo dalla maggior parte degli analisti israeliani e molti studiosi ed esperti della regione). Teheran starebbe così sfruttando la Siria, e il sostegno dato al presidente Bashar el Assad nel mantenere il potere, per trasformare il Paese in una piattaforma militare strategica in mezzo a Israele e Arabia Saudita. Aiutati in questo dalla Russia che vede con favore il ridimensionamento nel Mediterraneo dall’influenza Saudita, troppo vicina agli USA:

Negli ultimi anni per almeno 26 volte missili e caccia bombardieri con la stella di Davide hanno colpito le istallazioni degli alleati di Assad. È il cosiddetto principio dell’attacco preventivo, di cui Gerusalemme è maestra: il rischio percepito da Gerusalemme è, infatti, quello della “saturazione” ovvero la consapevolezza che troppe armi ed eserciti ammassati al confine, siano impossibili da fermare. Per questo, l’attacco preventivo viene sempre considerato dal governo israeliano come la migliore arma di difesa. Solo pochi giorni fa intanto il parlamento israeliano ha approvato una legge che garantisce al primo ministro Benjamin Netanyahu, previa la sola consultazione con il ministro della Difesa, di ordinare un attacco militare senza dover passare dal governo come richiedeva invece la legge esistente che necessitava l’unanimità di voti da parte dell’esecutivo per poter portare Israele in guerra. Una legge controversa e destinata ad esacerbare ulteriormente le crescenti tensioni con l’Iran. Intanto sulle prime pagine dei maggiori quotidiani e siti web israeliani si susseguono le analisi degli strateghi militari, convinti che la questione non sia più “se” ma “quando, come e dove” si concretizzerà il confronto armato tra lo Israele e l’Iran. La minaccia dell’Iran di chiudere Hormuz, qualora si concretizzasse, potrebbe essere il detonatore di una crisi di portata assai più grande e gravida di conseguenze difficili da prevedere ma che vedrebbe con ogni probabilità chiamare in causa direttamente gli Stati Uniti d’America e i suoi alleati.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

Siria, e' qui che si prepara la prossima guerra tra Israele e l'Iran.