Ammiragliogiuseppedegiorgi.it Rss http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/ Sito web personale di Giuseppe DE GIORGI - Ammiraglio di Squadra it-it Mon, 24 Jun 2019 17:29:02 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 ammiragliogiuseppedegiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe De Giorgi) ammiragliogiuseppedegiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe De Giorgi) Archivio http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/vida/foto/sfondo.jpg Ammiragliogiuseppedegiorgi.it Rss http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/ India e Pakistan ai ferri corti: si riapre lo scontro, mai chiuso, sul Kashmir http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/550/1/india-e-pakistan-ai-ferri-corti-si-riapre-lo-scontro-mai-chiuso-sul-kashmir

Sotto i riflettori della comunità internazionale ritornano le tensioni tra India e Pakistan. Ritornano poiché tra i due Paesi esiste una rivalità storica, che si manifesta spesso nel territorio del Kashmir. Tale regione a maggioranza mussulmana (l’unica a maggioranza mussulmana del Subcontinente indiano) a cavallo tra India e Pakistan fu contesa dai due paesi sin dall’indipendenza dall’impero britannico nell’agosto del 1947. All’epoca il cosiddetto “piano di partizione” stabilito nell’Indian Independence Act prevedeva infatti che il Kashmir, allora un principato, potesse scegliere se aderire all’India, in cui i musulmani avrebbero rappresentato una minoranza della popolazione, o al Pakistan, una nazione di fatto quasi completamente musulmana. A seguito della decisione del maharaja del Kashmir, indiano di origine, tale regione divenne parte dello stato indiano. Fu così che scoppiò la prima guerra con il Pakistan, conflitto durato due anni che fece migliaia di vittime e a cui seguirono altri conflitti negli anni a seguire, l’ultimo di questi risalente al 1999 quando alcuni soldati pakistani occuparono delle postazioni dell’esercito indiano scatenando la reazione militare di New Delhi. Seguirono diversi e gravissimi attentati terroristici contro obiettivi indiani, tra cui l’Assemblea legislativa ed il Parlamento di New Delhi, per cui vennero accusati il gruppo terroristico Jaish-e-Mohammed insieme a quello di Lashkar-e-Taiba che continuarono a creare un clima di terrore in India negli ultimi decenni causando la morte di diverse centinaia di persone.

Nel corso degli ultimi anni, la crescente diffidenza di New Delhi per le pressioni separatiste nella regione a maggioranza musulmana hanno spinto il governo centrale a imporre stringenti misure di sicurezza, tra cui coprifuoco, arresti di militanti e attivisti, interruzioni dell’energia elettrica e censura di internet, che continuano ancora oggi ad alimentare le frustrazioni della popolazione locale, tra le più povere del Subcontinente. Solo nel 2018 sono state oltre 500 le vittime degli scontri, inclusi civili, forze di sicurezza e militanti, il tasso più alto degli ultimi 10 anni. Ritornando a eventi più recenti, a poche settimane dall’attesissimo appuntamento delle elezioni per il rinnovo del Parlamento indiano, martedì 26 febbraio alcuni jet militari Mirage 2000 dell’aviazione indiana hanno bombardato in territorio pakistano un campo di addestramento del gruppo terroristico Jaish-e-Mohammad, accusato dell’attentato in cui il 14 febbraio scorso hanno perso la vita 46 militari indiani in Kashmir.

Il Pakistan è stato, infatti, accusato dall’India di offrire protezione al gruppo estremista.  Nel raid due jet indiani sono stati abbattuti con  la cattura di uno dei due piloti (rilasciato il 1 marzo). Con questo “gesto di pace” il governo di Islamabad intende calmare le tensioni tra i due paesi dopo due settimane di escalation del confronto. Va ricordato infatti che India e Pakistan hanno, complessivamente, quasi 300 testate nucleari: Islamabad però, a differenza di New Delhi, non ha mai adottato nella sua dottrina il principio del “no-first-use”. Nell’area uno scontro militare di grande portata sembra essere sempre alle porte quando la tensione tra i due Paesi sale.

L’impressione di molti analisti e i sondaggi dicono, però, che la gente dei due paesi, che condivide secoli di storia e cultura, sarebbe sempre più incline alla pace. Ma finché il governo pakistano non risolverà la propria ambiguità sul Kashmir indiano, è difficile che si possa trovare un accordo pacifico definitivo. I ribelli negli anni hanno ucciso migliaia di persone e hanno colpito pesantemente l’esercito indiano. Agli attacchi dal territorio pakistano fanno seguito le ritorsioni indiane che si traducono spesso anche con misure repressive nel proprio territorio ai danni della comunità mussulmana del Kashmir indiano. In questo confronto senza tregua sembra scomparsa la capacità mediatrice della grandi potenze mondiali a partire dagli Stati Uniti d’America e della Russia che da decenni hanno relazioni importanti con ambedue i grandi Paesi del sub-continente Indiano.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 24 Jun 2019 17:29:02 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/550/1/india-e-pakistan-ai-ferri-corti-si-riapre-lo-scontro-mai-chiuso-sul-kashmir AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
World Ocean Summit: il futuro degli Oceani dipende dai rifiuti marini http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/549/1/world-ocean-summit-il-futuro-degli-oceani-dipende-dai-rifiuti-marini

Giunto ormai alla sua sesta edizione, tra il 5 ed il 7 marzo, ad Abu Dhabi si è svolto, davanti a più di 700 partecipanti, tra cui 65 relatori provenienti da oltre 50 paesi, il World Ocean Summit 2019. Tema dell’evento a cui prendono parte governi nazionali, enti sovranazionali, imprenditori e associazioni è stato quest’anno quello di “costruire ponti” che possano mettere in comunicazione governi, aziende, municipalità per promuovere uno sforzo collettivo sia per la tutela del mare sia per uno sviluppo economico della cosiddetta blue economy, cercando di conciliare due parole troppo spesso in contraddizione: sviluppo e sostenibilità. Nei tre giorni si è potuto discutere così dell’importanza vitale che hanno i nostri mari per la sopravvivenza del pianeta, un pianeta che proprio dal mare e dagli oceani dipende.

Un tema che si fa poi particolarmente delicato soprattutto negli Emirati Arabi, dove l’evento ha avuto luogo. Nel paese arabo, situato in mezzo al deserto, a causa di un tasso annuo medio di precipitazioni di circa 100 mm, è in corso una preoccupante riduzione delle riserve di acque sotterranee, che si aggiunge al fatto che l’altro oro, quello nero, provoca un dispendio energetico ed ha un impatto sull’ambiente molto pesante (pari a quasi il 20% dell’energia della regione) per cui, per avere l’acqua potabile necessaria, viene dissalata senza limiti proprio l’acqua del mare, con conseguenti danni anche all'ecosistema marino. Con percentuali importanti di crescita della popolazione nei prossimi anni, gli Emirati sono oggi tra i maggiori consumatori pro capite di acqua al mondo, situazione che aumenterà in futuro e che richiederà per questo un approccio più sensibile proprio verso la tutela di quell’oro blu. I progetti di blu economy, settore che sta attraendo sempre più investimenti in tutto il mondo, negli Emirati sono parecchi, a tal riguardo, ad esempio, è stata messa a punto una “Strategia di sicurezza idrica” che, da qui al 2036, promette di ridurre della metà il consumo medio pro-capite. Molto si sta investendo, inoltre, sia in studi concentrati sulla dissalazione del mare utilizzando l’energia solare, sia sul Cloud Seeding, innovativa tecnica che promette di aumentare la probabilità e l’intensità delle piogge fino anche al 35% al fine di ridare vita alle falde acquifere sotterranee utilizzate per irrigare le coltivazioni e le industrie. Scegliere proprio Abu Dhabi, assolata in mezzo al deserto ed in una delle zone con le acque più calde del pianeta, per ospitare un summit internazionale dove affrontare l’argomento sul futuro dei nostri oceani, sembra assumere un valore simbolico ancora più importante per dare impulso alla riduzione del gap tra le strategie di sviluppo del Paese e la protezione dell’ambiente.

Negli ultimi anni tanti studi e tante proposte hanno visto la luce per evitare che gli oceani continuino a essere considerati la discarica del pianeta. Affinché ciò si realizzi è importante, però, che le diverse associazioni che si occupano dell’ecosistema marino riescano a dialogare maggiormente tra di loro per individuare idee e soluzioni comuni. Anche e soprattutto per questo è stata lanciata durante l’evento la piattaforma “Urban Ocean”, che si ripromette proprio di coinvolgere tutte le organizzazioni, dal nord al sud del pianeta, che si occupano di mare ed oceani, al fine di recuperare la plastica negli oceani, stavolta partendo fin dalle nostre città dove il problema dei rifiuti ha la sua origine principale. Fondamentale è, infatti, il ruolo delle nostre città per migliorare i sistemi di raccolta e gestione dei rifiuti, in mancanza dei quali c’è il rischio, sempre più elevato, che i rifiuti possano, grazie ai fiumi e ai corsi d’acqua nelle vicinanze, finire in mare dove poi diventa più difficile la loro raccolta e lo smaltimento. Lo sforzo collettivo più volte richiesto dai relatori durante l’evento deve, però, coinvolgere tutti gli stakeholders a livello globale, compresi i leader delle amministrazioni cittadine, del mondo accademico, della società civile e del settore privato al fine di sviluppare le migliori pratiche per la riduzione dei rifiuti che, non bloccati prima, inevitabilmente finiscono in mare.

Resta ancora molto da fare per innovare e finanziare un'economia blu sostenibile. Tuttavia, assicurando che l'economia che creiamo sia ricca di opportunità e rappresentativa della miriade di prospettive e comunità che costruiscono le loro vite intorno all'oceano, deve rimanere in prima linea un nuovo modo di pensare su questo argomento. Secondo la New Climate Economy (una partnership globale di istituti di ricerca) importanti investitori impegneranno circa 90 milioni di dollari in infrastrutture oceaniche da oggi ai prossimi 15 anni. Meccanismi di finanziamento innovativi e partnership internazionali sosterranno la maggior parte di questi progetti. Con uno spirito ottimistico stiamo, forse, finalmente passando dalle parole ai fatti. Abbiamo già tecnologie sempre più sofisticate, come l’agricoltura cellulare, l’intelligenza artificiale o i carburanti alternativi. Al World Ocean Summit è stata annunciata, inoltre, la creazione di una nuova Blue Prosperity Coalition, con l’obiettivo di raggiungere l’ambizioso obiettivo di proteggere il 30% degli oceani del mondo. Tale progetto partirà inizialmente in 10 città pilota e si concentrerà sulle zone più impegnate nella lotta all’inquinamento di fiumi e oceani, in particolare Asia e America Latina, per poi raggiungere altre zone del pianeta.

Il 2018 è stato un grande anno per l'oceano in termini di consapevolezza del pubblico, ora è giunto, però, il momento di mobilitare questo interesse ed implementare attivamente le soluzioni adatte per salvaguardare i nostri mari: la prossima generazione avrà un ruolo fondamentale in questo necessario percorso di cambiamento. Tempo è ora, specie dopo il Summit mondiale, che le idee condivise ed il discreto ottimismo osservato durante la tre giorni siano capaci di mobilitare cambiamenti su larga scala che, anche lontano dagli Emirati Arabi, possano perseguire la comune missione di contribuire, noi tutti, agli sforzi globali per salvare i nostri oceani.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 13 Jun 2019 19:10:40 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/549/1/world-ocean-summit-il-futuro-degli-oceani-dipende-dai-rifiuti-marini AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Dalla Siria si prepara il nuovo conflitto tra Israele e Iran - L’intervista di LABPARLAMENTO all’Ammiraglio De Giorgi http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/548/1/dalla-siria-si-prepara-il-nuovo-conflitto-tra-israele-e-iran---lintervista-di-labparlamento-allammiraglio-de-giorgi-

“Sempre più il conflitto Arabo-Israeliano e quello Siriano si legano in un gioco più grande regolato da alleanze fluide dove l’odio del mondo arabo per Israele impallidisce se paragonato a quello che divide sciiti e sunniti nel mondo musulmano”. A parlare è l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ex Capo di Stato Maggiore della Marina Militare.

di Daniele Piccinin

Ammiraglio De Giorgi, che idea si è fatto della situazione siriana?

La Siria, che già da sette anni è martoriata da una guerra civile, è diventata un “laboratorio” nel quale si manifestano coalizioni e giochi di potere che sembrano rappresentare il futuro nelle nuove relazioni internazionali nell’epoca di Trump e di Putin.

Ci sono segnali che possono prefigurare una Guerra Fredda 2.0?

Mai, da decenni, la situazione internazionale è stata più tesa. C’è chi dice che sia tornata la guerra fredda. In effetti i due maggiori contendenti e i loro alleati stanno già combattendo, ad esempio in un teatro di guerra angusto e confuso come quello Siriano. Vi è però una differenza fondamentale. Nella guerra fredda l’ideologia giocava un ruolo fondamentale. Da un lato c’erano le democrazie occidentali che si riconoscevano nel capitalismo, dall’altro dittature che si ispiravano al modello marxista-leninista o almeno che dichiaravano di esserne l’incarnazione.

Pensavamo fosse superata la fase del “due blocchi” contrapposti, invece…

Due blocchi contrapposti che con i rispettivi stati clienti si dividevano il mondo in due blocchi ben riconoscibili. Le guerre si sviluppavano sulla cerniera dei due mondi, penso a Vietnam, Africa, Nicaragua. Oggi la situazione è assai più complessa, anche se è ancora riconoscibile la divisione del mondo stabilita a Yalta.  Certamente si è fermata l’ondata espansiva Usa negli spazi soggetti all’Urss, che la Russia di Putin sta progressivamente rioccupando, vedi Crimea, Siria, Ucraina. In alcuni teatri, gli Stati Uniti giocano addirittura la propria partita con la Russia. Un esempio è la Libia, dove Trump ha abbandonato la linea dell’Onu per sostenere il Gen. Haftar protégée della Russia, vicino agli Arabo Sauditi e agli Egiziani, senza riguardo alcuno per gli interessi di uno dei suoi più fedeli alleati: l’Italia, a cui, in teoria, gli Usa avevano affidato il dossier Libia.

Non crede che il conflitto siriano sia sfuggito di mano alle grandi potenze mondiali?

Dopo Obama, anche in Siria gli Usa di Trump hanno sostanzialmente accettato di lasciare alla Russia di dettare la linea in Siria. La Francia è più attiva che mai, mentre la Gran Bretagna sembra in ritardo, appannata dalla Brexit e dalla peggiore classe dirigente della sua storia. L’Iran gioca da protagonista estendendo la sua influenza addirittura su una sponda del Mediterraneo. Caduto l’Iraq di Saddam, rimane solo l’Arabia Saudita a ostacolarne le mire espansive. Sempre più il conflitto Arabo-Israeliano e quello Siriano si legano in un gioco più grande regolato da alleanze fluide dove l’odio del mondo arabo per Israele impallidisce se paragonato a quello che divide sciiti e sunniti nel mondo musulmano.

Perché ritiene che dalla Siria possa partire un conflitto tra Israele e Iran?

Nella notte tra l’8 ed il 9 aprile, due F-15 hanno attaccato la base militare T4 in Siria causando la morte di almeno 12 militari. Incerta inizialmente la nazionalità dei due velivoli, solo pochi giorni dopo è stata confermata ai media direttamente dagli alti esponenti militari israeliani che hanno deciso l’attacco. Secondo fonti israeliane, infatti, la presenza militare di Teheran in Siria ammonta ad almeno 15mila militari e pasdaran cui si aggiungono 10mila Hezbollah libanesi e circa 50mila miliziani sciiti iracheni, afgani e pakistani. Il disegno iraniano sarebbe di espandere la propria influenza di potenza sciita a Iraq, Siria e Libano, circondando di fatto Israele da una tenaglia Iraniana.

Quello messo in campo dalle forze israeliane è il cosiddetto attacco preventivo, Giusto?

L’intelligence israeliana sa che gli iraniani stanno usando il territorio siriano, e la cortina fumogena del conflitto civile, per passare armi al “partito” libanese Hezbollah. Sempre secondo il Mossad, quelle armi saranno usate contro Israele quando il conflitto coi libanesi si riaprirà, fattore dato quasi per certo dalla maggior parte degli analisti israeliani e molti studiosi ed esperti della regione. Teheran starebbe così sfruttando la Siria, e il sostegno dato al presidente Bashar el Assad nel mantenere il potere, per trasformare il Paese in una piattaforma militare strategica in mezzo a Israele e Arabia Saudita. Aiutati in questo dalla Russia che vede con favore il ridimensionamento nel Mediterraneo dall’influenza Saudita, troppo vicina agli Usa.

Dobbiamo prepararci ad un nuovo conflitto in medioriente?

Solo pochi giorni fa intanto il parlamento israeliano ha approvato una legge che garantisce al primo ministro Benjamin Netanyahu, previa la sola consultazione con il ministro della Difesa, di ordinare un attacco militare senza dover passare dal governo come richiedeva invece la legge esistente che necessitava l’unanimità di voti da parte dell’esecutivo per poter portare Israele in guerra. Una legge controversa e destinata ad esacerbare ulteriormente le crescenti tensioni con l’Iran. Intanto sulle prime pagine dei maggiori quotidiani e siti web israeliani si susseguono le analisi degli strateghi militari, convinti che la questione non sia più “se” ma “quando, come e dove” si concretizzerà il confronto armato tra lo Israele e l’Iran. La minaccia dell’Iran di chiudere Hormuz, qualora si concretizzasse, potrebbe essere il detonatore di una crisi di portata assai più grande e gravida di conseguenze difficili da prevedere ma che vedrebbe con ogni probabilità chiamare in causa direttamente gli Stati Uniti d’America e i suoi alleati.

Articolo originale su labparlamento.it

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Wed, 5 Jun 2019 18:42:16 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/548/1/dalla-siria-si-prepara-il-nuovo-conflitto-tra-israele-e-iran---lintervista-di-labparlamento-allammiraglio-de-giorgi- AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
ACCADEMIA NAVALE LIVORNO - Libera dalla plastica http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/547/1/accademia-navale-livorno---libera-dalla-plastica

L’Accademia Navale di Livorno è il primo Comando nell’ambito delle Forze Armate a essere stato proclamato “libero dalla plastica” o come amano dire gli anglofili, “plastic free”. Coerentemente con la sua anima innovatrice, pur nel rispetto delle sue secolari tradizioni, l’Accademia Navale ha posto la Marina all’avanguardia nella lotta alla plastica, lanciando una sfida che speriamo non lasci indifferenti le altre Forze Armate. L’iniziativa, voluta dall’Ammiraglio Ribuffo attuale comandante dell’Istituto, ha una rilevanza anche simbolica molto importante perché testimonia concretamente il ruolo della Marina nella difesa del mare e dell’ambiente marino, in un momento dove il danno per la salute umana causato dalle microplastiche nella catena alimentare legata agli oceani è ormai compreso da tutti.

L’Accademia Navale è l’Istituto di formazione degli Ufficiali della Marina Militare; è percepita, anche a livello internazionale, come un autorevole centro di cultura marittima, il cui prestigio conferisce alle sue iniziative un’altissima rilevanza.

L’Istituto è una città nella città. Vi operano oltre 1.400 persone, di cui oltre 600 allievi residenti.

Farne una realtà “senza plastica” significa imprimere un cambio di mentalità e modificare le modalità di consumo occasionale di alimenti e bevande, di raccolta dei rifiuti e di trasporto in lavanderia degli effetti letterecci e di corredo. In particolare, è necessario:

  • installare distributori di acqua potabile filtrata e opportunamente trattata, superando in tal modo la distribuzione di bottiglie di acqua minerale in plastica;
  • adottare manufatti e contenitori monouso in materiale biodegradabile (anziché in plastica), per il consumo occasionale di alimenti e bevande;
  • approvvigionare i distributori automatici con alimenti monoporzione confezionati in materiali biodegradabili;
  • adottare contenitori biodegradabili per il trasporto di effetti letterecci e di corredo;
  • adottare sacchi per la raccolta dei rifiuti in materiali biodegradabili.

La sfida è stata lanciata speriamo che il vertice della Marina allarghi al più presto tale lodevole iniziativa a tutta la Forza Armata e che le altre Forze Armate seguano l’esempio della Marina Militare.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 3 Jun 2019 19:01:12 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/547/1/accademia-navale-livorno---libera-dalla-plastica AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Varo Nave Trieste: soddisfazione, orgoglio e gratitudine http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/546/1/varo-nave-trieste-soddisfazione-orgoglio-e-gratitudine

Ieri è stata varata a Castellammare di Stabia la Nave d’assalto anfibio Trieste.

Nel vedere scendere in mare il Trieste, ho provato orgoglio e gratitudine per gli uomini e donne della Marina che hanno giocato un ruolo attivo sia nella “conquista” del consenso politico e della pubblica opinione per un intervento di lungo respiro mirato a impedire l’estinzione della capacità marittima nazionale nel giro di un decennio, sia per averne consentito la realizzazione in tempi rapidissimi nonostante difficoltà di ogni genere. Mi riferisco in particolare al personale di ogni grado dello Stato Maggiore della Marina e della Direzione Tecnica Navarm guidata con determinazione dall’Amm. Bisceglia. Senza il gioco di squadra di questi due pilastri fondamentali della Forza Armata, non sarebbe stato possibile compiere il miracolo di ottenere i fondi necessari dal Parlamento, sviluppare i progetti delle navi, superare le sabbie mobili interforze e andare a contratto con tutte le navi del programma in un solo triennio. Parte determinante ha giocato il rinato Ufficio progetti del Reparto Navi dello Stato Maggiore, da me fortemente potenziato con alcuni degli ingegneri più talentuosi della F.A. e che spero di vedere ricostituito nella sua pienezza al più presto vista la necessità di controllare le Industrie della Difesa affinchè le navi siano pienamente rispondenti alle esigenze dalla Marina Militare.

Ulteriore motivo di soddisfazione è che la Nave sia stata costruita a Castellammare di Stabia in quello stesso cantiere che nel 2013 era in procinto di essere dismesso e che invece grazie alla legge navale si è visto assegnare la costruzione prima di una parte di Nave Vulcano e poi addirittura del Trieste. Chi si meraviglia per la cocciutaggine con cui la Marina ha voluto difendere Castellammare di Stabia non sembra essere consapevole che la capacità marittima di una nazione non dipende unicamente dal numero delle navi militari possedute ma anche dalla disponibilità di cantieri  e maestranze qualificate e di un’industria per la Difesa, avanzata sotto il profilo tecnologico. Per questo è necessario mantenere attive realtà industriali diffuse sul territorio nazionale, senza mai dimenticare l’apporto della piccola e media Industria della quale la Marina non può fare a meno.

A chi si rattrista di non vedere riconosciuto il proprio ruolo non solo per l’opera compiuta nello sviluppo/progettazione e contrattualizzazione di questa nuova nave e più in generale per la “legge navale” in questo triennio dico che la Forza Armata sa ciò che abbiamo realizzato insieme. Il tentativo di sminuire e sottacere la portata dei risultati conseguiti solo perché non ne è stato artefice non toglie valore all’impresa compiuta, semmai sminuisce se stesso.

In tal senso, colgo l’occasione per ringraziare il personale della Marina e non solo per i numerosissimi messaggi di congratulazioni per il varo di Nave Trieste che ho molto apprezzato e che senz’altro estendo ai tanti uomini e donne del “dream team” Marina 2013/2016, senza i quali nulla sarebbe stato possibile.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Sun, 26 May 2019 09:55:59 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/546/1/varo-nave-trieste-soddisfazione-orgoglio-e-gratitudine AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Khorgos: nasce in Kazakistan, in mezzo al nulla, il più grande porto del mondo http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/545/1/khorgos-nasce-in-kazakistan-in-mezzo-al-nulla-il-piu-grande-porto-del-mondo

Dieci anni fa c’era il deserto, ora, invece, nell’ambito dell’enorme progetto infrastrutturale noto ai più come “Nuova via della seta”, sorge in una delle zone più isolate e scarsamente abitate del pianeta, al confine tra il Kazakistan e la regione autonoma uigura dello Xinjiang, nella Cina nord occidentale, il più grande porto “di terra” del mondo: Khorgos, che, a soli 130 chilometri dal cosiddetto Polo dell’inaccessibilità, ossia il punto del continente euroasiatico più distante dal mare e dall’oceano in ogni sua direzione, mira a diventare uno degli snodi più importanti dell’economia mondiale. È in quella parte un tempo dimenticata di mondo che la Cina, infatti, ha deciso di costruire un gigantesco porto di scambio per il trasporto delle merci che via terra attraversano l’Asia Centrale per raggiungere poi l’Europa occidentale. La “rinascita di Khorgos” è uno dei progetti più importanti di quella che sui giornali e nei convegni viene chiamata “via della seta cinese” ma che, in verità, si traduce con “yi dai yi lu”, traducibile come “una cintura, una via, o una cintura che è una via”, com’è stata definita nello statuto del Partito Comunista, modificato nel 2017, dove si legge che il partito “deve migliorare costantemente i rapporti tra la Cina e i paesi vicini e lavorare per rafforzare l’unità e la cooperazione tra la Cina e gli altri paesi in via di sviluppo”. Il “progetto del secolo” nasce per volere di Xi Jinping, presidente del Partito Comunista Cinese, come una nuova e fondamentale fase di espansione dell’economia del Paese asiatico allo scopo di avvicinare Europa ed Asia con navi e treni, controllandone la maggior parte delle infrastrutture. In un mondo finanziariamente e culturalmente omogeneo, la “Belt and Road Initiative” (BRI) vuol dire, quindi, anche investimenti nelle ex repubbliche sovietiche, allacci ferroviari in Kenya, aeroporti in India, acquisizione di porti in Grecia nei punti strategici, allo scopo di creare un amplissimo flusso logistico che esporta e importa dall’Asia, attraversa l’Europa dell’est, arriva in Europa centrale a Nord e nel Maghreb a Sud, passando per Medioriente, Balcani e Africa del Nord.

Khorgos, con la sua posizione a metà tra Russia, Cina e Europa orientale, si trova al centro di questa rete infrastrutturale, che risulta essere, quindi, un crocevia naturale tra est e ovest, nord e sud. E così quell’ex area desertica di circa 600 ettari è ora un gigantesco hub di smistamento delle merci via terra nonché una zona economica speciale (esente da dazi doganali e non soggetta all’imposizione dell’IVA, che presenta, inoltre, condizioni privilegiate applicate per le merci esportate e prodotte dentro l’area), che è stata soprannominata la “nuova Dubai”. Attualmente ogni mese passano dalla Porta di Khorgos circa 65 treni, che trasportano qualcosa come 6.200 container carichi di merci. Entro il 2020 il progetto prevede che il porto di Khorgos arrivi a gestire 500 mila container all’anno. Il vantaggio dei treni merci per i cinesi sta nella velocità, ed ovviamente nei costi che sono molto più bassi rispetto a quelli aerei. Un vantaggio che si presenta sia per produttori di beni altamente tecnologici, come i computer o gli smartphone, che devono essere immessi sul mercato il prima possibile, sia per i prodotti freschi che dall’Europa vengono spediti in Cina. Finora la maggior parte dei prodotti di fabbricazione cinese che attraversano Khorgos non sono ancora stati destinati all’Europa, l’obiettivo finale della Cina resta, però, proprio il grande mercato europeo, che a lungo andare dovrebbe generare un traffico sufficiente per giustificare gli investimenti sul porto di terra di Khorgos.

Il nuovo impero cinese, così diverso dal 1966, per mantenere la sua egemonia deve necessariamente iniziare ad aumentare la propria influenza con il potere degli investimenti e dei rapporti industriali e commerciali. Se nel Dopoguerra era un Piano Marshall, se prima bisognava aiutare gli Stati da cui in cambio ottenere controllo politico e culturale, oggi, a quasi ottant’anni dall’ultima guerra fatta in Occidente, si tratta di creare, nel corso dei prossimi decenni, una cintura logistica. La Via della Seta ha già coinvolto formalmente 71 Paesi, soprattutto in Asia e in Oceania, e sotto il suo marchio la Cina ha già impegnato 210 miliardi di dollari in infrastrutture e altri interventi all’estero. Al momento le imprese cinesi stanno costruendo, infatti, o investendo in nuove autostrade e centrali elettriche a carbone in Pakistan, nei porti dello Sri Lanka, in gasdotti e oleodotti in Asia centrale, hanno costruito una città industriale in Oman e avviato un progetto ferroviario dal costo di 6 miliardi di dollari in Laos, senza dimenticare i tanti progetti avviati in Africa dove la Cina sta praticamente costruendo tutto e concedendo prestiti facilitati, linee di credito a tasso zero, fondi speciali, sgravi fiscali e progetti infrastrutturali. Un “prestito politico”, come viene definito dai docenti che analizzano il fenomeno; una futura “trappola del debito” come viene tradotto da molti altri. A gennaio del 2016 la Cina ha poi “comprato” il porto del Pireo in Grecia che, ad oggi, è al 67 per cento di proprietà di Cosco Shipping, conglomerato di compagnie marittime e società navalmeccaniche da 130 mila dipendenti direttamente controllato dal governo di Pechino. Apparentemente un unicum in Europa, inconcepibile in Italia, dove i porti sono gestiti da enti pubblici non economici (ma dove comunque la Cina ha investito massicciamente attraverso le società che gestiscono i porti) e anche lontano dalla governance portuale anseatica, dove i porti sono società per azioni in cui partecipano lo Stato o il comune. Il Pireo è oggi la porta di accesso in Europa per le navi provenienti da Hong Kong e Shanghai e il punto di sbocco delle merci provenienti dall’entroterra, magari da migliaia di chilometri: da Khorgos, per esempio.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Tue, 26 Mar 2019 19:23:46 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/545/1/khorgos-nasce-in-kazakistan-in-mezzo-al-nulla-il-piu-grande-porto-del-mondo AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
La situazione in Mediterraneo dopo l’operazione Mare Nostrum http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/544/1/la-situazione-in-mediterraneo-dopo-l-operazione-mare-nostrum

Seconda conferenza del ciclo di analisi sul fenomeno “terrorismo e stabilità”. Una trattazione, da parte di un Protagonista, che esamina i più recenti scenari, le minacce, il ruolo delle ONG ed il rischio terrorismo.

Martedì 02.04.2019 presso il salone del Circolo Ufficiali M.M. della Spezia, viale Italia 1, alle ore 17.30  

 

Associazione Nazionale Arditi Incursori di Marina  (ANAIM) 

LA SITUAZIONE IN MEDITERRANEO DOPO L’OPERAZIONE “MARE NOSTRUM”

RELATORE:

AMMIRAGLIO DI SQUADRA GIUSEPPE DE GIORGI
già Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana

 

Saluto di apertura: Contrammiraglio (ca) Marco CUCIZ – Presidente ANAIM 

R.S.V.P. Responsabile organizzativo ANAIM Stefano.Foti786@gmail.com – 335 59 54 160 

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Wed, 20 Mar 2019 16:16:04 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/544/1/la-situazione-in-mediterraneo-dopo-l-operazione-mare-nostrum AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libia, il destino dello stato africano in bilico tra Italia e Francia http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/543/1/libia-il-destino-dello-stato-africano-in-bilico-tra-italia-e-francia

L’equilibrio dei poteri a Tripoli, dopo gli attacchi del 27 agosto 2018 da parte della 7° brigata ad obiettivi ed infrastrutture della città libica, è stato alterato. Se a favore o a sfavore di Al Sarraj, sarà tutto da vedere e si definirà nelle prossime settimane o mesi. Questi eventi non ci permettono sicuramente già da ora di parlare di guerra civile ma, in vista delle dichiarazioni di Haftar su una possibile marcia verso la capitale e con l’avvicinarsi delle elezioni di Dicembre (volute dalla Francia contro il parere italiano) , subiranno probabilmente un incremento al fine di far posizionare al meglio i vari gruppi e fazioni che si contendono oggi il paese africano. Gli eventi del 27 agosto pongono, comunque, una lecita domanda su quanto effettivamente consistente sia stato ad oggi l’appoggio italiano al leader libico Al Sarraj nel momento del bisogno. In Libia, come già sappiamo, oltre all’Italia operano una molteplicità di attori, prima fra tutti la Francia, che è, fra i partner europei, la più attiva in Africa, con obiettivi strategici di lungo respiro. La posizione italiana in Libia, che ha avuto recentemente nuova conferma da parte USA come nazione leader nello scacchiere libico, non è, però, riconosciuta dalla Francia che costantemente ha interferito sull’azione di tessitura che la nostra diplomazia e l’AISE portano avanti, pur senza clamore, e si presenta sempre più come arbitro “super partes” al posto dell’Italia. Macron ed il suo governo, come Egitto, Emirati Arabi Uniti, ed Arabia Saudita, sostengono, invece, ed esplicitamente, Haftar muovendosi sulla scena internazionale con iniziative volte a legittimarlo equiparandolo ad Al Sarraj, l’unico leader attualmente riconosciuto dall’ONU, che sinora è stato contrario all’ingresso della missione EU in acque territoriali e sul terreno libico, nonché alle missioni Nato. Fino ad oggi sono stati gli accordi bilaterali, infatti, gli accordi preferiti da Al Sarraj, ritenuti meglio gestibili e secondo la tradizione mediorientale fra loro opponibili in caso di bisogno. Così è iniziata la missione italiana in Libia con la Nave Tremiti, destinata al supporto logistico della Guardia Costiera Libica, e la creazione di un ospedale da campo italiano a Misurata. In tutto, la presenza militare italiana è tuttavia molto ridotta (appena 350/400 uomini incluso il personale della Nave e dell’ospedale da campo). Utile sarebbe, invece, per molti ed ovvi motivi, l’espansione del supporto alla componente marittima libica con istruttori del 2° Reggimento San Marco, unica unità militare specializzata nelle operazioni di MIO (Maritime Interdiction Operation) con capacità d’assalto in ogni tempo dislocata possibilmente all’interno della base navale della Marina a Tripoli.

Secondo le fonti aperte sono però oggi presenti in territorio libico, ed in molti casi con interlocutori libici diversi, sia militari francesi, sia inglesi sia americani. In tutto questo caos di voci diverse i rapporti fra l’Italia e la Francia stanno così progressivamente riassumendo la storica conflittualità in atto dalla fase pre-unitaria dell’Italia sino alla vigilia della prima guerra mondiale. Con il riavvicinamento agli Stati Uniti voluto da Sarkozy e con il superamento della guerra fredda l’utilità italiana come alleato privilegiato degli USA nel Mediterraneo si è ridotta di molto negli anni e questo alla fin fine ha indebolito l’argine americano alle ambizioni francesi in Mediterraneo lasciando il nostro Paese alla mercé della nostra potente vicina d’oltralpe. Trump, probabilmente, sosterebbe più volentieri l’azione italiana rispetto a quella francese, ma è altrettanto vero che, qualora tale azione si rivelasse inconcludente, non si opporrebbe alle mire francesi sulla Libia purché il risultato sia il contenimento dell’espansione russa verso Ovest. I diversi governi italiani succeduti si negli anni hanno poi portato avanti iniziative volte, nell’immediato, a fermare gli imbarchi di migranti diretti nel nostro Paese. Mancata è stata, invece, a mio avviso , un’azione mirata per consolidare un rapporto privilegiato di lungo periodo con il paese africano, azione focalizzata magari nel tempo con diversi interventi di “soft power” che aumenterebbero di molto l’ascendente italiano nella percezione della popolazione. Pozzi, scuole, ospedali, università, caserme. Progetti che, coinvolgendo non solo il governo centrale libico, ma anche le tribù che da sempre hanno un ruolo fondamentale nel Paese, potrebbero migliorare i nostri rapporti. In Libia funziona così da sempre ed ignorare le tribù pensando di risolvere tutto con il governo centrale vorrebbe dire non capire lo stato africano e fallire in partenza. Il ministro della Difesa italiana Elisabetta Renta ha recentemente affermato durante l'audizione davanti alle commissioni congiunte Esteri e Difesa di Senato e Camera: “L’Italia ha e intende continuare ad avere un ruolo da protagonista in Libia. […] La stabilizzazione del Paese è infatti per noi fondamentale per il controllo dei flussi migratori, per fronteggiare il terrorismo che rischia di radicarsi in territori privi di controllo centralizzato e per la nostra stessa sicurezza energetica”.

Chiamiamola pure “sicurezza energetica” se si voglia, ma parte di quello che succede oggi in Libia, e che contrappone anche Italia e Francia, passa proprio dagli idrocarburi, considerando che la Libia possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo. Una politica estera di lungo respiro, in mancanza di programmi più definiti da parte del governo, effettivamente esiste e viene portata avanti dalle multinazionali di gas e petrolio: l’italiana ENI da decenni ha in concessione molti giacimenti libici sia onshore che offshore, principalmente nella parte ovest del paese, quella sotto il controllo del governo Al-Serraj. Tuttavia la maggior parte del petrolio libico si trova nella parte centrale del paese, quella sotto il comando del generale Haftar, dove alcuni pozzi di questa zona sono gestiti dalla società Waha Concessions nel cui azionariato compare anche la francese Total, che da vari anni sta cercando una strategia per affermarsi maggiormente in Libia. Gli storici ottimi rapporti dell’ENI con il NOC (National Oil Company, ossia l’autorità libica che gestisce tutte le attività legate agli idrocarburi nel Paese) di cui è da sempre partner privilegiato, costituiscono una dote importante a favore della sua credibilità nell’area, contribuendo alla stabilità di una delle componenti vitali della Libia, la fruibilità delle ricchezze legate agli idrocarburi. Se oggi l’Italia, portando avanti i suoi interessi nazionali, si trova ad appoggiare Al Sarraj, molto, a mio avviso, dipende anche da questo, dal momento che sarebbe stato fin troppo difficile tutelare i rapporti con le milizie Tripoline e della costa occidentale della Tripolitania che controllano Mellitah (50% ENI e 50% NOC da cui parte il grande gasdotto che costituisce uno dei canali di rifornimento più importanti per il nostro paese), senza appoggiare il Premier al suo insediamento a Tripoli. C’è chi afferma che in Libia comanda chi ha il petrolio. Potrebbe avere ragione.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Tue, 19 Mar 2019 19:52:44 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/543/1/libia-il-destino-dello-stato-africano-in-bilico-tra-italia-e-francia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Game Over Isis: cade l’ultima roccaforte dello stato islamico in Siria http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/542/1/game-over-isis-cade-l-ultima-roccaforte-dello-stato-islamico-in-siria

L’annuncio era arrivato a fine gennaio da parte delle forze curde schierate in Siria: “I miliziani sono circondati, e in un mese saranno eliminati”.  Quegli stessi miliziani che soltanto quattro anni fa erano arrivati a controllare un’area di circa 88.000 chilometri quadrati, che andava dalla Siria occidentale all’Iraq orientale, nelle ultime settimane si sono ritrovati ad avere il controllo, invece, di soli settecento metri quadrati. Con il sostegno della coalizione internazionale anti-jihadista guidata dagli Stati Uniti, l’SDF (alleanza di milizie curde), in queste settimane ha completato quell’operazione lanciata il lontano 10 settembre per sconfiggere gli jihadisti nelle loro roccaforti. Una battaglia resa più complicata del previsto a causa dell’uso da parte dell’Isis di nuove tattiche, come l'attivazione di cellule dormienti, il reclutamento segreto di combattenti e alcune operazioni suicide, infine, bombardamenti e omicidi mirati, che stanno giungendo, però, in questi giorni alle battute finali. Una volta completata l’evacuazione delle aree dove si trovavano ancora i civili è iniziata ufficialmente così l’offensiva dell’SDF coadiuvato dalle forze speciali britanniche, statunitensi e francesi.

Così in data 16 febbraio, dopo cinque anni dall’inizio degli scontri nel Paese, è ufficialmente caduta anche l’ultima roccaforte controllata dall’Isis con le forze curdo-siriane sostenute dagli Usa che hanno preso il controllo del villaggio di Baghouz Al-Fawqani, sulla sponda orientale dell’Eufrate in cui da settimane erano asserragliati centinaia di miliziani, in gran parte stranieri (ceceni, russi, ma anche europei), assieme ad un numero imprecisato di civili, molti dei quali mogli e figli dei jihadisti. Parenti, quindi, di quei Foreign fighters che hanno combattuto fino ad oggi per l’Isis e la cui sorte futura sarà tutta da definire: le SDF hanno più volte fatto sapere di non poter trattenere in eterno i combattenti stranieri catturati insieme ai loro cari, d'altra parte, sono pochi i governi occidentali disposti a rimpatriare i loro foreign fighters, anche perché nei confronti di un buon numero di essi, in particolare verso chi non ha preso parte ai combattimenti, sarebbe legalmente difficile formalizzare delle accuse e avviare un processo. La notizia della conquista di Baghouz è stata data dal vicepresidente americano Mike Pence, alla conferenza di Monaco sulla sicurezza. Poco prima fonti curdo-siriane avevano comunicato che i jihadisti, asserragliati nell'ultimo fazzoletto di terra nel sud-est della Siria, stavano usando gli ultimi civili rimasti in città come scudi umani, motivo per cui le battute finali di questo attacco erano state rallentate. Sempre durante la conferenza di Monaco, Pence aveva dichiarato che "Gli Stati Uniti manterranno una forte presenza nella regione" e "continueranno a mettersi sulle tracce dell'Isis, dovunque essi siano e ogni volta che mostreranno il loro lurido volto”.

Si teme ora però che l’area, sotto il controllo dello Stato Islamico fino a poco tempo fa, sia piena di tunnel, ordigni e autobombe, con il rischio quindi che le operazioni militari diventino lunghe, complicate e molto violente, come era già successo nella guerriglia urbana per la riconquista di Mosul, in Iraq. Diverse fonti affermano inoltre che, negli ultimi giorni precedenti la battaglia, alcuni miliziani dello Stato Islamico avevano cercato di mescolarsi tra i civili che stavano lasciando Baghuz nella speranza di non essere catturati dalle SDF o uccisi nei combattimenti. Rimane così attiva la minaccia, secondo fonti militari Usa, che oltre mille jihadisti dell'Isis siano fuggiti dagli ultimi bastioni in Siria verso l'Iraq occidentale negli ultimi sei mesi, portandosi dietro circa 200 milioni di dollari in contanti. Ci sono poi circa "quaranta tonnellate" in lingotti d’oro, ossia il tesoro racimolato dallo Stato Islamico in questi anni nelle zone che controllava in Siria ed Iraq, al quale la Coalizione Internazionale guidata dagli Stati Uniti starebbe, proprio in questi giorni, dando la caccia nell'est siriano. Che l'Isis possa tornare alla guerra asimmetrica, e che la sua imminente e totale disfatta militare non si tradurrà nel breve termine in una cessazione delle minacce poste dal gruppo terroristico, è chiaro a molti. Come hanno osservato diversi analisti, infatti, la riconquista dell’ultimo territorio controllato dall’ISIS in Siria non significa la sconfitta definitiva del gruppo, che ancora oggi opera in diversi paesi del mondo con “affiliati” che hanno giurato fedeltà ad Abu Bakr al Baghdadi. Rimane, infatti, ancora viva quell’ideologia che ha saputo attrarre a sé circa 100 mila iracheni, 40 mila volontari stranieri e decine di migliaia di siriani al fine di combattere sotto la bandiera nera del califfato. Un califfato che, nonostante la più recente sconfitta, ha ancora leader, combattenti, sostenitori e risorse e, come anche alcuni vertici delle forze armate statunitensi affermano, ha bisogno ancora di una costante pressione militare per essere debellato. Resta, inoltre, il mistero sulla sorte di Al Baghdadi: il Califfo, secondo le indiscrezioni del Guardian, sarebbe sopravvissuto, infatti, ad un tentativo di assassinio compiuto da un gruppo di miliziani stranieri della sua stessa organizzazione. Intanto il presidente americano Donald Trump aveva annunciato nelle scorse settimane il ritiro delle truppe americane dalla Siria una volta che lo Stato islamico fosse stato espulso da tutti i territori che ancora controllava in Siria e in Iraq: una mossa questa che promette di cambiare molti degli equilibri nello scacchiere del Paese mediorientale e di aumentare il rischio di vedere nuovamente destabilizzare la zona appena conquistata.

Forte di quei numeri in passato lo Stato Islamico, specialmente in paesi senza un governo centrale e stabile come l’Iraq e la Siria di oggi, aveva saputo riorganizzarsi pur a seguito delle pesanti sconfitte militari subite e continuare la sua azione terroristica, pur perdendo la sua entità territoriale e “disperdendo” le sue attività terroristiche in una maniera più difficile da prevedere nonché più difficile da contenere. Potrebbe questa volta essere diverso?

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 14 Mar 2019 19:20:05 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/542/1/game-over-isis-cade-l-ultima-roccaforte-dello-stato-islamico-in-siria AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Daniela Morelli presenta -S.O.S. Uomo in mare- Giunti http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/541/1/daniela-morelli-presenta--sos-uomo-in-mare--giunti

S.O.S. Uomo in mare. L'ammiraglio Giuseppe De Giorgi si racconta a Daniela Morelli

Morelli Daniela

Qual è il segreto del Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana, Giuseppe De Giorgi? Come riesce a essere ovunque ci sia bisogno di lui? E cosa succede davvero quando c'è un "Uomo in mare"? Non importa se il diritto marittimo stabilisce che il Paese che deve intervenire è quello nelle cui acque territoriali si è verificato l'incidente. Lui forza la mano, fa la voce grossa, perché l'unica missione, per lui, è quella di salvare più vite possibile. Che si tratti dei naufraghi del traghetto Norman Atlantic, dei migranti che soccorre nell'ambito di Mare Nostrum o dei bambini africani che necessitano di cure, l'Ammiraglio ha sempre una nave pronta a salpare e uno stuolo di capitani, piloti, marinai, medici, volontari, infermieri al suo servizio. In questo libro Daniela Morelli ha raccolto la sua testimonianza, arricchendola con fotografie, dati, stralci di un verbale di Tribunale ed episodi in cui, rielaborando racconti e storie vere, ha dato voce anche a loro: ai malati, ai profughi, ai naufraghi a cui l'Ammiraglio ha donato la speranza di un futuro migliore.

livorno.ubiklibri.it

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Thu, 7 Mar 2019 18:42:40 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/541/1/daniela-morelli-presenta--sos-uomo-in-mare--giunti AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Fuori dal trattato sul nucleare con la Russia, gli Usa guardano già alla Cina http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/540/1/fuori-dal-trattato-sul-nucleare-con-la-russia-gli-usa-guardano-gia-alla-cina

Lo storico trattato sull’eliminazione dei missili a medio e corto raggio in Europa (INF), sottoscritto nel 1987 da Reagan e Gorbaciov, non avrà presto più valenza. Quello che era stato un passo importante per la fine della Guerra fredda e l’inizio di una nuova era di pace europea vede ora, dopo l’annuncio del presidente americano, il ritiro degli Stati Uniti dal trattato. “La Russia ha violato per anni senza scrupoli il trattato sulle armi nucleari e non ha mostrato alcun serio impegno nel volerlo rispettare” così il segretario di stato americano Mike Pompeo ha motivato la decisione dell'amministrazione Trump di ritirare la partecipazione degli Usa dal trattato INF. Il protocollo americano è ormai noto: cancellare accordi e trattati internazionali presi in passato da altri e rinegoziarli vendendoli come nuove vittorie. La Casa Bianca accusa la Russia di stare “sviluppando segretamente e schierando un sistema missilistico proibito che pone una minaccia diretta ai nostri alleati e alle nostre truppe all’estero”. Si tratta del missile 9M729 Novator, “l’arma invincibile” capace di superare tutte le attuali difese anti balistiche americane che va ad aggiungersi all’altro missile ipersonico “Avangard” annunciato a dicembre da Putin ed in grado di volare più di 20 volte oltre la velocità del suono, circa 24.500 km/h) con una gittata accertata di 5.800 chilometri, ma che potrebbe, senza problemi, passare agli 11.000 chilometri passando così da vettore "a raggio intermedio” ad essere considerato a tutti gli effetti  di tipo “intercontinentale”.

Una decisione da tempo annunciata contro Mosca, ma secondo alcuni esperti del settore, parte di una più grande strategia rivolta verso il Mar Cinese meridionale. Il trattato non vincola, infatti, la Cina che nel frattempo ha sviluppato un arsenale basato in gran parte proprio su questo tipo di razzi, soprattutto in un momento in cui l'intelligence Usa ammonisce che Russia e Cina “non sono mai state così allineate dalla metà degli anni ’50”. La mossa del presidente Usa, incalzato dal Russiagate ed alle prese con le elezioni di metà mandato, è, quindi, da intendere, secondo alcuni osservatori, come tappa di strategia rivolta a Pechino, anche se i toni polemici sono in primis rivolti alla Russia di Putin che, per prima, non avrebbe rispettato gli accordi del trattato. Proprio la Russia, infatti, dopo la crisi degli anni ’90 del secolo scorso ha mostrato in questi anni di aver ripreso un proprio ruolo sullo scenario internazionale intervenendo ad esempio con le proprie forze armate in Georgia, Siria ed Ucraina.

“Gli Stati Uniti potrebbero ora schierare un totale di 48 missili da crociera in Europa mettendo così in pericolo la Russia centrale e Mosca non può ignorare questa minaccia” ha affermato il viceministro degli Esteri Sergei Ryabkov precisando che la Russia stia già prendendo misure per la sua sicurezza nazionale, in particolare modo sulla possibilità  che gli Usa possano decidere anche di “schierare immediatamente 24 missili Tomahawk nucleari”. Accuse reciproche , quindi, dal momento che Mosca dal canto suo contesta a Washington di non aver rispettato l’accordo con il suo scudo spaziale nell’Europa dell’est, basato su missili intercettori che potrebbero facilmente diventare armi offensive e che, comunque , rompono l’equilibrio delle forze in campo. Una dichiarazione forte era arrivata dallo stesso Putin quando aveva avvertito a fine anno che “il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare” sostenendo che questo potrebbe portare “alla fine della civiltà e forse anche del pianeta.”

Russia e Stati Uniti sono gli unici due attori del trattato, ma incidono in modo significativo sulla sicurezza europea: i missili coperti dall’accordo bilaterale possono volare tra le 310 e le 3.100 miglia, una minaccia per l’Europa, dove gli alleati Usa hanno sostenuto all’unanimità la decisione degli Stati Uniti a causa della minaccia della Russia alla sicurezza euro-atlantica e del suo rifiuto di fornire qualsiasi risposta credibile o di compiere passi verso una piena e verificabile conformità. Secondo Pompeo ci vorranno sei mesi prima che il ritiro Usa dal trattato entri in vigore. In questo arco di tempo si potrebbe lavorare a “una nuova intesa”.

C’è chi dice, però, specie tra i russi, che la vera motivazione per l’uscita americana dal trattato INF sia a causa del W76-2, un nuovo missile nucleare che gli Usa hanno cominciato a produrre, come ha confermato anche l’Agenzia per la sicurezza nazionale nucleare (NNSA), negli stabilimenti di Pantax, in Texas. Un annuncio che, legato all’uscita dal trattato, risulta preoccupante poiché implica che non ci sarà più il divieto di sviluppare missili nucleari di medio raggio, né di ricollocare su navi e su sottomarini nucleari missili balistici, o a terra missili tipo Cruise. In Europa e altrove. In attesa di mettere a punto queste nuove e moderne testate nucleari, gli Usa sono già pronti, infatti, a modificare i vecchi missili Tomahawk e a piazzarli in Giappone e nella base Usa di Guam. Il passo successivo potrebbe essere, però, quello di tornare a rafforzare il sistema degli euromissili nel Vecchio Continente.

Ora ci attendono 180 giorni, richiesti dall’Onu per cercare di risolvere le divergenze tra i due Paesi, anche se è lo scetticismo che prevale al momento. La Russia dovrà così decidere se distruggere tutti i suoi sistemi missilistici 9M729, ritornando così alla piena e verificabile conformità al trattato. Se ciò non avverrà a farne le spese sarebbe prima di tutto l'Europa, che tornerebbe teatro di scontro tra le due superpotenze. Salvo accordi last-minute con Mosca o nuovi accordi che coinvolgano anche Pechino, il rischio è quello di una nuova corsa al riarmo, con Trump che, anche con le sue nuove armi spaziali, vuole mantenere il primato tecnologico e militare sui rivali. Ci stiamo dirigendo verso una direzione in cui non andavamo da 40 anni, senza limiti al controllo degli armamenti o regole rispettate da entrambi le parti, una inversione rispetto al passato che deve far pensare prima che sia troppo tardi. Dopo la recente uscita degli Usa dall’accordo con l’Iran e con la prossima scadenza , già impostata al 5 febbraio, per quanto riguarda l’accordo “New Start” legato alla riduzione delle armi di distruzione di massa, il mondo rischia così di rimanere a breve privo di intese contro la proliferazione nucleare. Una preoccupazione non da poco specie in un momento storico in cui si avverte l’eco di una nuova guerra fredda.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Fri, 1 Mar 2019 15:31:16 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/540/1/fuori-dal-trattato-sul-nucleare-con-la-russia-gli-usa-guardano-gia-alla-cina AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Politica estera. Ne abbiamo ancora bisogno? http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/539/1/politica-estera-ne-abbiamo-ancora-bisogno

La grande assente ai tavoli internazionali. Quello che molti economisti ed esperti di politica oggi studiano è proprio la mancanza tra gli Stati moderni di una politica estera di grande respiro. Dagli Stati Uniti alla Francia, all’Italia, il mondo sembra oggi essere percepito come un magma ingovernabile la cui sfide sfuggono alla capacità di pianificazione dei Governi. In sostanza si naviga a vista.

Quasi tutti i Paesi importanti dell’Occidente, infatti, preferiscono subordinare le scelte di politica estera alle necessità immediate di politica interna. E così il dialogo tra Paesi, che può servire proprio ad evitare disastri, è il grande assente nella scena politica mondiale. Ne è un chiaro esempio il caso che persino l’Amministrazione Trump non abbia mai completato le nomine al dipartimento di Stato, in questo modo la politica estera americana è finita sostanzialmente in mano, ad interim, ai cosiddetti “acting” senza potere, con tutte le conseguenze del caso. “American First” è stato ed è il motto del neo presidente, una politica di “rientro” dentro i confini nazionali già iniziata con la precedente amministrazione e accelerata da quella odierna. Non troppo diverso è il caso della Gran Bretagna dove, nonostante una perfetta macchina diplomatica, si preferisce l’isolamento dallo scenario internazionale ed una piena inversione di rotta rispetto al passato con la Brexit in divenire. La Germania, dal canto suo, è invece concentrata sui dossier europei e sulla riemersione delle pulsioni xenofobe antisemite. Il paese europeo più attivo sullo scenario mondiale è sempre stato tradizionalmente quello francese, ma le preoccupazioni domestiche stanno limitando la visione globale del suo presidente che sta pagando, fra l’altro, lo scotto di predicare bene e di razzolare malissimo, volendo inseguire il sogno di un’Europa francese nonostante le sue ecumeniche dichiarazioni di segno contrario.

L’Italia, poi, sembra aver rinunciato ad ogni impegno in politica estera. Questa crisi di visione evidenziata dall’Occidente non trova invece riscontro in Oriente. Russia, Cina, Turchia hanno definito e stanno attuando linee d’azione di lungo periodo frutto di precise strategie che danno coerenza e incisività alla loro azione sia nel campo militare che in generale di politica estera, come si vede in Siria, in Mediterraneo, nel Mar della Cina, in Africa Orientale (via della seta inclusa), etc..

E l’Europa? Dopo aver costruito un grande mercato, garantito diritti e libertà fondamentali dei propri cittadini, aver costruito le basi di una comune politica economica, il processo sembra essersi ormai fermato. Per rilanciare la forza dell’Unione Europea servirebbe la completa rinuncia alla sovranità nazionale dei singoli Stati, per dare vita a una federazione di Regioni semi-autonome (ma non troppo), con la Politica estera, militare e macroeconomica guidata da un Governo centrale. Dopo la rinuncia a batter moneta, sarebbe quindi necessario perdere un altro dei pilastri identificativi di una nazione indipendente, le proprie Forze Armate.

Per molto tempo l’Italia ha visto con favore questa ipotesi in quanto come stato sconfitto dagli alleati si trattava di perdere poco, in quanto Nazione già a sovranità limitata, peraltro insofferente verso il mondo militare.

La nostra classe politica vedeva con favore tale ipotesi per potersi concentrare sulla gestione del potere, senza la responsabilità della sicurezza e dell’interesse nazionale, in quanto delegate prima agli USA e poi eventualmente all’Europa. Oggi il nazionalismo sta rinascendo in un’Europa indebolita dall’allargamento del suo perimetro a 28 nazioni assai poco uniformi sotto il profilo culturale e dei valori fondanti.

Da un’Europa a 6 popoli di matrice Latina e Germanica si è passati, non a caso sotto la spinta Americana dell’Amministrazione Bush al coacervo attuale. La Brexit è il caso più evidente delle forze centrifughe in atto alimentate dal “rigetto” verso un’idea d’Europa sempre più percepita come estranea agli ideali iniziali e condivisi dai fondatori.

Lecito è chiedersi quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia in questo scenario. Da un punto di vista geopolitico, infatti, il nostro Paese è una terra di “mezzo”: non al centro della massa continentale europea come la Germania o la Francia, non più frontiera avanzata dell’Impero americano, ma pur sempre il prolungamento meridionale dell’Europa verso un mare tuttora importante come il Mediterraneo. Da questa posizione, l’Italia ha sempre dovuto guardarsi contemporaneamente sia dall’Occidente sia dall’Oriente. Di qui la naturale predisposizione alla duplicità del nostro stare in Europa, vista dai partner come doppiezza levantina nel cercare di giocare contemporaneamente su più tavoli.

In passato il nostro Paese, pur legato con vincoli saldi agli Stati Uniti nella guerra fredda, non cessò mai di tentare di aprirsi un proprio spazio in quadranti geografici alternativi, cercando in questo modo di bilanciare ed attenuare le conseguenze del vincolo con l’America (vds il rapporto privilegiato con il Fronte di Liberazione Palestinese dei tempi di Andreotti e Craxi, in cambio della sospensione di attacchi terroristici in Italia).

Dalla fine del secolo scorso, anche le residue linee d’azione a disposizione dei governi italiani verso l’estero paiono perdere di spinta. Il venir meno dell’interesse degli Stati Uniti verso l’Italia, unitamente alla rinuncia al multilateralismo, implicita nella deriva sovranista, espone la natura di vaso di coccio dell’Italia fra vasi di ferro nell’arena internazionale. L’irrilevanza militare Italiana, sia in termini di mezzi che forse soprattutto della volontà/credibilità di un suo impiego per operazioni d’interesse nazionale, è senz’altro uno dei fattori di debolezza che rende difficile per l’Italia sviluppare politiche funzionali autonome, in scenari di profonde crisi e situazioni complesse come sono quelli dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente. A rendere più pericoloso il contesto vi è senz’altro l’atteggiamento della Russia. Un tempo chiusa in sé stessa, è ora pronta a stringere rapporti con chiunque possa portare avanti la sua politica Zarista verso i mari caldi e in chiave anti-europea, non di rado in sintonia con le pulsioni del Presidente Trump, anch’egli nemico di un’Europa forte e coesa. Perfino la Turchia sviluppa una politica neo ottomana che la vede contrapporsi, con successo, all’Italia ad esempio nella valorizzazione dei giacimenti di gas naturale del Mediterraneo Orientale, senza che vi siano segnali di resistenza e di contenimento da parte del Governo Italiano. In Libia, l’Italia in affanno, si barcamena come può fra Francia, Qatar, EAU, Egitto e ovviamente Russia.

Yalta aveva affidato l’Italia alla tutela degli Stati Uniti, che hanno determinato la nostra politica estera dalla rovinosa sconfitta della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, consentendo alla nostra classe politica di concentrarsi sulla sola politica interna, coerentemente con lo status di un Paese sconfitto e occupato/garantito militarmente dalle Potenze vittoriose.

Con il venir meno della garanzia e della tutela dello Zio Sam, sarà la nostra nuova classe dirigente capace di affrontare le conseguenze che la ricerca di sovranità nazionale imporrà?

Dall’ennesimo taglio al bilancio della Difesa, in continuità con la maggioranza dei governi precedenti, non sembrerebbe di percepire alcun cambiamento.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 25 Feb 2019 19:15:03 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/539/1/politica-estera-ne-abbiamo-ancora-bisogno AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’industria italiana alla conquista dello spazio aereo cinese. http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/537/1/l-industria-italiana-alla-conquista-dello-spazio-aereo-cinese-

In occasione del “China International Import Expo” di Shanghai è stato ufficialmente annunciato che Leonardo, ex Finmeccanica, ha firmato un contratto con il suo distributore elicotteristico cinese Sino-US Intercontinental Helicopter Investment (Sino-US) per 15 elicotteri AW139 adibiti a compiti di elisoccorso. Progettato per assicurare la massima versatilità e possibilità di personalizzazione l’AgustaWestland AW139, grazie alle oltre 1000 unità vendute e più di due milioni di ore di volo totalizzate dalla flotta complessiva, si conferma il campione mondiale indiscusso dell’industria elicotteristica riuscendo a svolgere, inoltre, un’ampia gamma di missioni presso clienti commerciali, militari e governativi (in attività ad esempio di ricerca e soccorso, eliambulanza, ordine pubblico e sicurezza nazionale, pattugliamento, antincendio, protezione civile, trasporto offshore e VIP/Corporate, utility e, come già detto, ruoli militari). Un importante risultato raggiunto, vale la pena ricordarlo, dopo soli 3 anni dalla milionesima ora di volo, grazie a particolari doti di affidabilità, efficacia operativa, sicurezza ed efficienza manutentiva. Prodotto sia in Italia sia negli USA, l’AW139 soddisfa, infatti, i più recenti standard certificativi e di sicurezza con elevate prestazioni, potenza e capacità di operare anche con un solo motore funzionante (vi è, ad esempio, qui la caratteristica di riuscire a continuare a funzionare regolarmente per oltre 60 minuti anche nel caso di mancanza di lubrificazione della trasmissione).

In un mercato in rapida espansione ed altamente competitivo tale accordo conferma, quindi, il ruolo di Leonardo come distributore esclusivo in Cina per gli elicotteri per impieghi civili e commerciali, da consegnare tra il 2019 ed il 2021 e con un ulteriore piano di acquisto e consegna di ulteriori 160 macchine, di vari modelli, con consegna prevista tra il 2019 ed il 2023. Con queste cifre Leonardo, che ha portato a compimento il processo di rinnovamento e razionalizzazione avviato negli anni ’90 tra il 2011 ed il 2016 ed è stata capace di superare la crisi del 2008, può così vantare una quota di mercato pari al 70% nel Paese asiatico. Ad oggi, infatti, gli elicotteri di Leonardo venduti in Cina sono 185, di vari modelli e categorie, per un’ampia gamma di impieghi commerciali e di pubblica utilità. Questi recenti accordi, che rafforzano la collaborazione tra Leonardo e Sino-US nel Paese, si aggiungono così ai diversi precedenti contratti, in particolare per eliambulanze, firmati dallo stesso cliente in anni recenti e comprendenti 34 AW119Kx, 24 AW139 e 25 AW109 Trekker. La partnership Leonardo e Sino-US, iniziata nel 2013, entra quindi in una nuova fase di collaborazione volta ad assicurare il costante supporto alla crescente flotta di elicotteri operanti in Cina. Nell’accordo si prevede, inoltre , la realizzazione in Cina di un centro di addestramento autorizzato e la creazione di un centro per la personalizzazione e installazione di equipaggiamenti di missione sugli elicotteri di Leonardo consegnati nel Paese. In Italia, intanto, dopo essere stato proposto dall’azienda come sostituto degli AB212 all’Aeronautica Militare, l’AW139, che la Marina Militare ha collaudato sui pattugliatori Sirio, Orione e Bettica, (appartenenti al Comando delle Forze da Pattugliamento per la Sorveglianza e la Difesa Costiera di base ad Augusta) è a disposizione con 12 unità alla nostra Guardia Costiera ed al 15° e 31° Stormo dell’Aeronautica (precisamente con 13 e 4 esemplari per compiti di combatSAR e trasporto VIP).

Dopo la maxi gara per gli elicotteri, Leonardo ha, inoltre, poggiato un altro pesante mattone del proprio rilancio internazionale stringendo un’intesa per affermarsi ancora di più in Cina, questa volta con la divisione Aerostrutture. Con la cinese Comac (Commercial Aircraft of China) sempre lo stesso grande gruppo italiano starebbe per firmare ancora un accordo per la costruzione in consorzio del nuovo velivolo passeggeri “a fusoliera larga” CR929. A firma avvenuta il colosso italiano dell’industria aeronautica e della difesa, si troverebbe, quindi, ad essere partner insieme ai cinesi ed alla UAC (United Aircraft Corporation), l’industria di stato russa (che inoltre raggruppa eccellenze progettistiche come i bureau Sukhoi, Mikoyan Gurevich - Mig, Tupolev, Ilyushin e Yakovlev). Un progetto quello del CR929 nato nel 2011 quando la Comac ha formalizzato lo studio per un aereo bireattore a fusoliera larga (cosiddetto wide-body) da 290 posti a grande autonomia per fare concorrenza al velivolo americano Boeing 787. La richiesta del mercato per un velivolo simile, secondo le stime della UAC, potrebbe essere, potenzialmente, di 8mila unità, di cui mille solo per la Cina, per un periodo che arriva sino al 2033 con un piano di sviluppo del valore di circa 13 miliardi di dollari. L’inserimento di Leonardo, partner privilegiato di questo consorzio, nel progetto per il nuovo aereo passeggeri rappresenta una ghiotta occasione per l’industria italiana che, oltre alle possibilità di mercato rappresentate dal velivolo in sé, potrà guadagnare il terreno perso negli anni ’80 con la tiepida partecipazione al consorzio europeo Airbus. Il colosso cinese e quello russo, insieme, danno, infatti, la possibilità di ritornare prepotentemente nel settore dei velivoli commerciali questa volta da protagonisti, sulla scorta poi delle precedenti e fruttuose collaborazioni tra il gruppo italiano ed il russo UAC.

Insomma, quando viene scelto il giusto partner, come nel caso americano legato alla fornitura all’Usaf di 84 elicotteri MH-139 (versione made in Usa dell’Aw-139) costruiti con la Boeing, le nostre aziende all’estero, ed in questo caso il colosso Leonardo, dimostrano ancora di più di essere vincenti, specie in un mercato in rapida espansione ed altamente competitivo come può essere quello aeronautico.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 27 Dec 2018 18:33:31 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/537/1/l-industria-italiana-alla-conquista-dello-spazio-aereo-cinese- AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Pesca, tra eccessivo sfruttamento e sostenibilità, non sappiamo spesso cosa mangiamo. http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/536/1/pesca-tra-eccessivo-sfruttamento-e-sostenibilita-non-sappiamo-spesso-cosa-mangiamo

In data 9 luglio 2018 l’Unione Europea ha terminato le proprie scorte di pesce e, a partire dal giorno successivo, abbiamo iniziato a consumare totalmente pesce importato, a dichiararlo è il WWF durante il “Fish Dependence Day UE” la giornata, simbolica, in cui il Vecchio Continente smette di poter far affidamento sui propri prodotti ittici (naturali o di acquacoltura) e si avvia al consumo di pesci provenienti da Paesi extracomunitari. Fino a trent’anni fa l’Europa riusciva a soddisfare la propria domanda interna con pesca e allevamento locali fino a settembre o ottobre, stavolta la giornata di non ritorno è arrivata invece un mese prima rispetto a quanto accadeva nell’anno 2000. Per l’Italia il termine delle proprie scorte ittiche 2018 è arrivato anche prima, ossia il 6 aprile. La fine delle scorte di pesce UE è però solo uno dei due messaggi d’allarme riguardanti i mari. Secondo i dati FAO sono circa 4,6 milioni i pescherecci che solcano le acque internazionali: troppi se rapportati ai pesci dei mari con la conseguenza che il numero di specie pescate in modo non sostenibile è triplicato negli ultimi 40 anni. Così gli oceani assisterebbero loro malgrado al sovrasfruttamento delle proprie risorse: sovrasfruttato è infatti il 33% degli stock ittici globali, mentre il 60% è sfruttato al limite delle proprie capacità.

I dati Istat elaborati da Coldiretti pubblicati dalla Stampa parlano chiaro: l’80% del pesce che mangiamo proviene dall’estero, il 40% addirittura da fuori l’Europa. Colpa dello squilibrio tra pesce ed importazione. Ogni anno nei mari italiani vengono infatti pescati circa 180 mila tonnellate di pesce, le importazioni, però, ammontano a più di un milione (erano 582mila nel 1993, +84%). Dal 1985 tutti i Paesi membri dell’Unione europea, per consentire il ripopolamento delle specie ittiche, fermano la propria flotta di pescherecci (flotta che inoltre in Italia è scesa vertiginosamente passando da 18.000 a 12.500 negli ultimi anni ed occupando circa 27 mila lavoratori imbarcati e 100 mila lavoratori a terra). La controindicazione del fermo biologico sta nel rischio però che, con i pescherecci italiani ancorati nei porti, aumenti l’import dall’estero di prodotti ittici. Senza contare che, nel Mediterraneo, mentre le flotte italiane si fermano, quelle egiziane, libiche, turche e tunisine continuano a lavorare a pieno regime, erodendo quote importanti di mercato. Ma il dato più preoccupante è che la maggior parte del pesce che importiamo non sarebbe fresco. Non solo: è di infima qualità e in molti casi non è nemmeno il pesce che crediamo di mangiare. Pangasio del Mekong spacciato per cernia, halibut per sogliola, squalo smeriglio al posto del pescespada, diventano sempre più famosi così i casi di pesci venduti sui mercati italiani spacciati per altri. E se mercati e pescherie hanno l’obbligo di rendere conoscibile la provenienza dei prodotti, lo stesso vincolo non vale per i ristoranti. In tutto questo le irregolarità rivelate hanno numeri impressionanti: nel solo 2017 le Capitanerie di porto hanno effettuato 21.112 verifiche lungo tutta la filiera, rilevando 2.814 illeciti, più del 13%. Qui le irregolarità penali (237 i denunciati) vanno dalla tentata frode in commercio (pesce congelato venduto come fresco o in cattivo stato di conservazione) fino alle lesioni per aver somministrato ai clienti prodotti infestati. Non c’è, però, da lanciare particolari allarmismi poiché i controlli, specie in Italia, esistono e funzionano, ne è una conferma il numero di sequestri ed accertamenti a riguardo.

Tutta l’Europa importa; il pesce importato offre maggiori varietà, servizio e prezzi calmierati. Uno dei problemi principali non è la mancanza di pesce nostrano, ma che sono cambiate le abitudini alimentari degli italiani. Risultato di numerose iniziative per la diffusione dei principi di una sana alimentazione che vede nel consumo di pesce un pilastro cruciale, nel nostro Paese si consumano oggi circa 25 chili di pesce procapite l’anno (il doppio del consumo rispetto agli anni Sessanta). Il problema è che le scelte del 42% dei consumatori si concentrano solo su sei specie, ignorando molte di quelle provenienti da stock disponibili.  A tal riguardo il WWF ha evidenziato la necessità di una filiera tracciata e la responsabilità del consumatore, chiamato a privilegiare pesce sostenibile e disponibile, anche se meno “pregiato”. Alla base del concetto di pesca sostenibile c’è innanzitutto, infatti, il rispetto per il mare, inteso come patrimonio naturale e bene comune minacciato da preservare. Affinché qualcosa cambi bisognerebbe ora modificare le politiche globali, la richiesta e il consumo, in una direzione sostenibile, se non vogliamo esaurire il pesce a noi rimasto a disposizione. Fondamentale sarebbe, quindi, sia che le autorità rafforzassero le norme sulla tracciabilità e l’etichettatura, sia che le imprese, come il mondo della ristorazione, le rispettassero e i consumatori fossero più attenti nella scelta dei prodotti, preferendo quelli locali, meno nobili ma più disponibili. Sia che si tratti di pesce di provenienza nazionale sia di importazione, la cosa importante è fare oggi una scelta sostenibile, aiutando così gli oceani e gli stock ittici a recuperare e a sostenere il benessere di quelle persone che dipendono dal pesce come fonte primaria di cibo e reddito. Con l’anticipazione di settimana in settimana, fra non molti anni, mangiare pesce locale, a miglio zero, anche nel nostro Paese potrebbe presto diventare impossibile.

 Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 17 Dec 2018 19:18:54 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/536/1/pesca-tra-eccessivo-sfruttamento-e-sostenibilita-non-sappiamo-spesso-cosa-mangiamo AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Global Compact for Migration: l’Italia, per ora, se ne dice fuori. http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/538/1/global-compact-for-migration-l-italia-per-ora-se-ne-dice-fuori

L’Italia non si presenterà, i prossimi 11 e 12 dicembre, a Marrakesh per firmare l’accordo promosso dall’Onu per garantire flussi migratori ed accoglienza più sicuri. L’annuncio arrivato dal Ministro dell’Interno segue così, dopo un iniziale entusiasmo, il dietrofront di altri Paesi come Stati Uniti, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Bulgaria e Svizzera. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: Il Global Migration Compact è un documento che pone temi e questioni diffusamente sentiti anche dai cittadini: riteniamo opportuno, pertanto, portare il dibattito in Parlamento. […] A Marrakesh, quindi, il governo non parteciperà, riservandosi di aderire o meno al documento solo quando il Parlamento si sarà pronunciato”. Un netto passo indietro rispetto a ciò che appena due mesi fa , proprio di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Premier Conte aveva ribadito affermando la necessità di sostenere il trattato per rispondere alla sfida dei flussi migratori. Pur non avendo subito il testo sostanziali modifiche rispetto a quel giorno, qualcosa è invece cambiato in queste settimane sia all’interno del governo sia, probabilmente, nell’opinione pubblica a riguardo. Ma cos’è di preciso e di cosa tratta questo testo?

Sviluppatosi inizialmente dal documento denominato “Dichiarazione di New York su migranti e rifugiati” (firmato il 19 settembre 2016 da 193 stati a New York, in un summit dedicato proprio ai temi delle migrazioni), il testo di 34 pagine chiamato Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration nasce come un progetto promosso dall’Onu con l’obiettivo di stabilire una posizione comune dei paesi membri nei confronti dell’immigrazione, e di creare una rete internazionale in grado di assicurare accoglienza e sostegno a migranti e rifugiati, rifacendosi alla Convenzione sui rifugiati del 1951. Tra i suoi principi fondamentali compaiono la lotta alla xenofobia, allo sfruttamento, il contrasto al traffico degli esseri umani, il potenziamento dei sistemi di integrazione e l’assistenza umanitaria, ma il punto fin dall’inizio più sgradito ai governi d’ispirazione sovranista è senz’altro  stato quello riguardante il “riconoscimento e l’incoraggiamento degli apporti positivi dei migranti e dei rifugiati allo sviluppo sociale”. Anche se il documento non è vincolante il testo parte dal presupposto che “la migrazione fa parte dell’esperienza umana ed è sempre stato così nel corso della storia” e che il suo impatto può essere migliorato se si renderanno più efficaci “le politiche dell’immigrazione”. Nel preambolo del testo si definisce, inoltre, “cruciale” la cooperazione tra i diversi stati: “Le sfide e le opportunità dell’immigrazione devono unirci, invece di dividerci. Il Global compact getta le basi per una comprensione comune del fenomeno, la condivisione delle responsabilità e lunità degli obiettivi”.

Il “Patto Globale per la migrazione” è stato protagonista in tutto il mondo di una campagna di comunicazione politica molto aggressiva da parte dei partiti della destra sovranista che l’hanno accusato di favorire “l’invasione” e “l’immigrazione incontrollata”. In ogni caso il testo ha, comunque, soprattutto un valore simbolico poiché non vincola a fare nulla, non comporta nessun obbligo, dà solo una direzione alla comunità internazionale, dicendo che gli stati dovrebbero cooperare per raggiungere degli obiettivi comuni. Non sottoscrivendo il trattato di fatto non si riconosce più il percorso negoziale degli ultimi due anni, ma senza conseguenze concrete, a parte il fatto che il paese che non lo sottoscrive potrebbe rischiare in futuro di rimanere isolato rispetto alla gestione di un fenomeno così globale. L’Italia, dopo aver partecipato a tutte le fasi del negoziato nei passati anni, ha più volte cambiato parere rispetto all’approvazione dello stesso, fino alla svolta ultima dove si è detta contraria alla firma perché, secondo la maggioranza, il testo “metterebbe sullo stesso piano i migranti cosiddetti economici e i rifugiati politici”. Per questo il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha rimandato al parlamento l’esame del piano sostenendo che Roma potrebbe accettare l’accordo in un secondo momento, dopo l’esame dell’aula. In questo modo l’Italia però, già da ora, sta segnalando la volontà di collocarsi, allontanandosi dagli alleati storici, al fianco dei paesi del blocco di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia), con l’Austria e la Bulgaria, paesi che non condividono la frontiera mediterranea, e che negli anni scorsi non hanno avuto una grande esperienza di flussi migratori.

Oggi, evidenziano le stime dell'Onu, ci sono oltre 258 milioni di migranti in tutto il mondo che vivono fuori dal loro paese di nascita. La cifra è destinata ad aumentare per l'aumento della popolazione e della connettività, l'ulteriore sviluppo del commercio, l'allargamento delle disuguaglianze, gli squilibri demografici e i cambiamenti climatici. Dovrebbe essere evidente, quindi, che nessun Paese da solo può risolvere un problema gigantesco come questo, dovremmo ben saperlo proprio noi italiani che negli ultimi 5 anni siamo stati troppo spesso lasciati da soli a fronteggiare la tragedia in corso nel Mediterraneo costata centinaia di migliaia di arrivi e migliaia di morti. Il nostro Paese, impossibile non notarlo, è una penisola che  punta proprio verso il continente africano, lo stesso che attualmente ha 1,216 miliardi di abitanti e nel 2050 ne avrà 2,5 miliardi, e quindi necessita di trovare sponde certe per affrontare i problemi in cui è e sarà inevitabilmente coinvolto.

Al di là dei vari negoziati nazionali o internazionali sarebbe, quindi, oggi riduttivo dire che il Global compact ha diviso l’Europa, proprio perché sono anni che l’Unione europea è spaccata sulla questione migratoria o, meglio, che ogni stato membro cerca di mantenere il controllo delle sue politiche migratorie. A pochi mesi dalle elezioni europee (e, per alcuni stati membri dell’Ue, delle elezioni politiche) la tentazione è stata però troppo forte: il Global compact è un ottimo pretesto per cominciare a fare campagna elettorale.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 10 Dec 2018 19:04:03 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/538/1/global-compact-for-migration-l-italia-per-ora-se-ne-dice-fuori AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Battaglia navale tra Russia ed Ucraina, lo scontro reale si sposta in mare http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/535/1/battaglia-navale-tra-russia-ed-ucraina-lo-scontro-reale-si-sposta-in-mare

Nelle stesse ore in cui i leader europei tornavano a casa dopo il vertice sulla Brexit a Bruxelles, mentre tentavano di raggiungere il porto ucraino di Mariupol tre navi da guerra ucraine venivano colpite e sequestrate dalle forze armate russe nel mare di Azov sullo stretto di Kerch (parte settentrionale del Mar Nero per precisione). I ventitré marinai ucraini a bordo sono stati presi in custodia dalle forze russe e condannati a due mesi di carcere da un tribunale della Crimea. Un incidente grave che ha bruscamente riportato l’attenzione internazionale sulla volatilità della situazione in Ucraina: diversamente da altri “conflitti sospesi” presenti nello spazio post-sovietico, il conflitto ucraino rimane oggi molto caldo. I rapporti tra i due Paesi sono, infatti, particolarmente peggiorati a seguito dell’invasione e dell’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, e dopo la guerra nelle regioni dell’est tra l’esercito ucraino e le milizie separatiste filo-russe, sostenute militarmente dalla Russia. Entrambi i paesi, quindi, sostengono di essere stati attaccati. Non è ancora chiarissimo cosa sia successo tra le navi dei due paesi, ma lo stretto di Kerch è da tempo conteso tra Russia e Ucraina, specialmente dopo l’annuncio della creazione di una nuova base navale nell’area tra la Crimea e Russia. Ci si riferisce qui ad un tratto di mare che, formalmente secondo il Trattato bilaterale del 2003, dovrebbe essere controllato congiuntamente dai due Paesi, ma sul cui di fatto la Russia esercita un forte controllo sul traffico navale dissuade le navi ucraine dall’utilizare i porti di Mariupol e Berdyansk, che si affacciano sul mare di Azov. All’inizio di questo mese sulla questione era intervenuta anche l’Unione Europea: alcuni analisti ritengono di fatto le azioni russe “un blocco economico” contro l’Ucraina.

Quello che sappiamo deriva dai resoconti fatti dai due Paesi, senza ovviamente poter sapere chi sia dalla parte della verità e chi no. L’Ucraina sostiene che le sue navi attaccate domenica avessero chiesto regolarmente il permesso di attraversare lo stretto; la Russia nega questa circostanza e sostiene, invece,  che fossero entrate in una zona di mare russa senza autorizzazione. Poroshenko ha affermato, inoltre, che “l’Ucraina sta affrontando la minaccia di una guerra su vasta scala con la Federazione Russa”. Diversi analisti si sono però detti molto scettici sulla reale possibilità che la Russia voglia attaccare l’Ucraina, principalmente perché in questo momento non sembra esserci un chiaro obiettivo militare raggiungibile. Putin, d’altro canto, tende a precisare, tramite i media, la legittimità della risposta militare della Russia, poiché gli ucraini hanno “sconfinato” nelle sue acque territoriali, aggiungendo, infine, che l’incidente sia stato una provocazione pensata da Poroshenko in vista delle elezioni presidenziali previste per il marzo del 2019. Idea prospettata anche da alcuni oppositori interni del Presidente ucraino in un momento di difficoltà politica evidente e di indici di popolarità piuttosto bassi (i recenti sondaggi darebbero il Presidente uscente fuori dai giochi per le prossime elezioni politiche). Mosca ha anche diffuso un video in cui tre dei marinai ucraini che si trovavano a bordo delle navi di Kiev,  sequestrate dalle forze navali russe nello stretto di Kerch, ammettono lo sconfinamento in acque territoriali russe. In particolare un ufficiale, Volodymyr Lisovyi, afferma di essere consapevole del fatto che la mossa dell'Ucraina fosse una “provocazione”. Confessione che, secondo il capo di stato maggiore della Marina ucraina, è stata ottenuta con minacce e violenze da parte russa e quindi non risulta credibile. Il capo dei servizi segreti ucraini, Sbu, Vasyl Hrytsak, ha confermato, poi, che vi erano a bordo delle navi suoi agenti, come hanno denunciato i russi, ma che si trattava di una “missione di contro spionaggio di routine”, missioni che vengono condotte regolarmente anche dalle navi russe.

L’escalation delle tensioni tra Ucraina e Russia arriva così ad un nuovo apice dalle conseguenze ancora incerte. Intanto, in risposta alla prova di forza russa del 25 novembre, il presidente ucraino Poroshenko ha promulgato la legge marziale nelle zone di confine con la Russia per i prossimi 30 giorni. L’imposizione di una simile misura potrebbe portare alla restrizione della libertà di stampa e al controllo dei mass media da parte del governo, nonché il divieto alle assemblee pubbliche, alle proteste anche pacifiche ed agli eventi di massa. Una mossa che pare straordinaria e discutibile, visto anche l’avvicinarsi delle elezioni che il prossimo marzo proclameranno il futuro presidente ucraino. Su Twitter intanto Poroshenko annuncia anche di aver vietato a tutti gli uomini russi tra i 16 ed i 60 anni l’ingresso nel Paese, al fine di impedire ai russi di formare distaccamenti di “eserciti privati” che rispondano alle forze armate russe. Un ulteriore passo che rischia così di aggravare ulteriormente la situazione di tensione in atto.

La Nato sta con l'Ucraina - si legge in una dichiarazione del Consiglio Nord Atlantico - I membri della Nato invitano la Russia a garantire un accesso senza ostacoli ai porti ucraini e consentire la libertà di navigazione. Non c'è alcuna giustificazione per l'uso della forza militare da parte della Russia contro navi e personale navali ucraini. […] La Nato sta con l'Ucraina e continuerà a fornire sostegno politico e pratico al Paese nel quadro della nostra cooperazione esistente. La Nato continuerà a monitorare la situazione”. Dopo tre giorni di dibattito, l’UE ha comunque fatto una dichiarazione che esprimeva “la massima preoccupazione per il pericoloso aumento delle tensioni” e che definiva l’uso della forza da parte della Russia “inaccettabile”. L’Unione europea, ha inoltre ricordato, “non riconosce l'annessione illegale della penisola di Crimea alla Russia”: lo snodo di tutti i contrasti recenti tra Mosca e la comunità internazionale. A Bruxelles, intanto, prevale per ora la prudenza perché sulla risposta da dare all’«aggressione russa» sussistono posizioni assai diverse. A guidare il gruppo dei paesi che vorrebbero subito nuove sanzioni anti-Putin l’Austria, i Paesi Baltici, l’Olanda e la Polonia. Il governo britannico ha definito, inoltre, quello russo come un “atto di aggressione che fornisce nuove prove del comportamento destabilizzatore della Russia nella regione e della violazione persistente, da parte sua, dell’integrità territoriale dell’Ucraina”. Intanto Donald Trump ha cancellato il suo incontro previsto a Buenos Aires nel corso del G20 con il presidente russo Putin in attesa che la situazione sia risolta. Un’occasione mancata per discutere su gravi problemi internazionali e bilaterali è stata così posticipata indefinitamente.

L’incidente va inquadrato in un contesto politico complesso, sia a livello internazionale sia interno all’Ucraina. E così, mentre la comunità internazionale invita a placare i toni e ad evitare scontri, il timore di un crescente confronto tra Russia e Ucraina nei prossimi mesi è purtroppo uno scenario plausibile. I separatisti filo-russi hanno armi pesanti russe, mentre l'Ucraina ha ricevuto aiuti dall’Occidente. L'area è vitale per l’economia ucraina: acciaio, grano e altri prodotti dopo la perdita della Crimea passano attraverso quel braccio di mare, da e verso i porti di Bryansk e Mariupol. A repentaglio c’è quindi, ora, la sicurezza della regione e non solo.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Wed, 5 Dec 2018 17:01:40 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/535/1/battaglia-navale-tra-russia-ed-ucraina-lo-scontro-reale-si-sposta-in-mare AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
4 Novembre, si celebra l’unità nazionale delle forze armate. http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/534/1/4-novembre-si-celebra-l-unita-nazionale-delle-forze-armate

Con l’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti firmato tra l’Italia e l’Austria-Ungheria il 4 novembre 1918 si sancisce la fine della Prima guerra mondiale. A distanza di anni si ricorda e si celebra ancora oggi quella data, diventata con il tempo simbolica, per rappresentare una serie valori alla base dell’unità del popolo italiano. Un anno dopo la firma dell’importante trattato,, lo stesso giorno viene istituita anche la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, unica festa nazionale celebrata prima, durante e dopo il fascismo; è durante quest’occasione, inoltre, che viene seppellito nel 1921 il Milite Ignoto all’Altare della Patria a Roma. Quest’anno si celebra, inoltre, proprio il centenario da quell’accordo che, oltre a prevedere che vadano consegnati all’Italia tutti i territori austriaci determinati dal patto di Londra subordinando la trattativa al patto di Versailles, porta la pace nel nostro Paese, anche se contestualmente crea le premesse per la trasformazione dell’ordine mondiale e infine lo scoppio della Seconda Guerra mondiale.

Nel 1977 con decisione del Governo in carica, motivata dalla profonda crisi economica in cui versa il nostro Paese in quegli anni, si prende la decisione che le feste della Repubblica e dell’Unità nazionale smettano di essere fissate in una determinata data ma celebrate rispettivamente nella prima domenica di giugno e nella prima domenica di novembre. Solo nel 2001, grazie al supporto del presidente della Repubblica Ciampi, il 2 giugno torna ad essere giorno festivo e ricorrenza della festa della Repubblica. Da non confondersi poi con il 17 marzo anniversario dell’Unità d’Italia (che richiama a sua volta la proclamazione del Regno d’Italia del 1861), il 4 novembre rimane però oggi in secondo piano, tanto è vero che si tratta oggi di una ricorrenza “depotenziata” rispetto ad altre date come il 25 aprile, il 1 maggio o il 2 giugno, una differenza di trattamento, a mio avviso, non giustificata che trasmette ai cittadini un messaggio sbagliato. Sarebbe auspicabile che tale data, con un’azione di valorizzazione dei simboli patri italiani per accrescere nei cittadini lo spirito di unità e appartenenza alla nazione, torni ad avere l’importanza che merita. Di questo tema se ne parlerà, ad esempio, proprio alla Camera nei prossimi giorni. Il motto utilizzato quest’anno dal Ministero della Difesa nel manifesto ufficiale della commemorazione è “Le nostre forze, armate di orgoglio e umanità”. In questa giornata si intende ricordare, infatti, il ruolo dei nostri militari in Italia e all’Estero, impegnati in tante missioni per la sicurezza e la pace di migliaia di persone e, in special modo, tutti coloro che, anche giovanissimi, hanno sacrificato il bene supremo della vita per un ideale di Patria e di attaccamento al dovere: valori immutati nel tempo, per i militari di allora come per quelli di oggi.

Il ruolo della Marina fu determinante per volgere le sorti del Primo conflitto mondiale a vantaggio del Paese, attraverso il compimento di efficaci e determinanti azioni nella guerra sul mare e dal mare che permisero di esercitare un durissimo blocco navale all’Impreo Austro-Ungarico conseguendo altresì risultati eccezionali in mare che annichilirono le ambizioni della flotta Austro-Ungarica, confinandola nelle proprie basi senza possibilità di incidere sulle sorti del conflitto. Dobbiamo quindi ricordare con orgoglio le ardite incursioni dell’Aviazione Navale, dei sommergibili, dei motoscafi armati siluranti, i MAS, e dei primi mezzi d’assalto, così come le eroiche imprese di Buccari, Trieste e Pola nonché il quotidiano silente agire dei marinai italiani che, con l’eroica impresa di Premuda, sancirono la vittoria italiana sul mare. Impresa che il 12 novembre 1918, giorno successivo alla resa della Germania, viene celebrata nel testo del Bollettino della Vittoria Navale, con parole ispirate dallo stesso Gabriele D’Annunzio: “Sappia oggi la Patria di quanti sforzi ed eroismi ignoti è fatta questa sua immensa gloria.”

Ma il 4 Novembre deve essere anche un occasione per riflettere sulla necessità di sostenere le Forze Armate di oggi, non solo con usurate parole di circostanza, ripetute all’infinito da anni, ma con finanziamenti adeguati al ruolo che l’Italia, volente o nolente, deve avere sullo scacchiere internazionale, per la sua storia e per la forza della geo-politica, anche a seguito dell’indebolirsi dell’Europa e delle grandi organizzazioni sovranazionali (ONU, etc.). E’ tempo quindi non già di tagli, ma di piani decennali d’investimento, tenendo a mente che la tecnologia avanzata e la cantieristica militare sono caratterizzate dai più alti coefficienti di moltiplicazione in termini di posti di lavori e di ritorno economico per euro speso, rispetto agli altri possibili programmi di spesa pubblica.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 26 Nov 2018 19:31:15 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/534/1/4-novembre-si-celebra-l-unita-nazionale-delle-forze-armate AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Crocerossine in missione su nave Cavour http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/533/1/crocerossine-in-missione-su-nave-cavour

Ricordo con piacere questo evento.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Wed, 21 Nov 2018 17:53:20 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/533/1/crocerossine-in-missione-su-nave-cavour AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’Italia ed i corridoi umanitari: regolarizzare le frontiere, non chiuderle http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/531/1/l-italia-ed-i-corridoi-umanitari-regolarizzare-le-frontiere-non-chiuderle

Sull’immigrazione servirebbe una discussione razionale, basata sugli studi, sui numeri e sui diritti delle persone: l’approccio al fenomeno deve essere strutturale e non basato sull’emergenza, multidisciplinare e non solo con lo sguardo rivolto alla sicurezza. Tali risposte, spesso contingenti, hanno bisogno, inoltre, di uno sguardo lungimirante e di misure a medio e lungo termine. Per questo sono sempre stato convinto che la chiusura delle frontiere non potesse essere la risposta giusta al fenomeno della migrazione. Così come sono convinto che la stessa debba essere regolata per ovvi motivi di sicurezza nazionale e di tenuta sociale del Paese. La corretta gestione dei flussi migratori passa, a mio avviso, anche dall’attivazione di corridoi umanitari che consentano, a chi ne ha diritto, di trovare accoglienza in Italia senza rischiare la vita e senza violare la legge. Per questo l’iniziativa del 14 Novembre che ha portato in Italia, per via aerea, 51 rifugiati, provenienti dai campi di detenzione libici è stata un’ottima notizia, così come rappresenta un segnale molto positivo l’impegno del Ministro dell’Interno a far eseguire altri voli con la stessa finalità affermando, inoltre, che “l’unico arrivo possibile per donne, bambini e rifugiati è su un aereo, non su barconi gestiti da trafficanti di uomini”. Un modello di percorso sicuro anche perché occorrerebbe sottrarre, e non certo aggiungere, sofferenze a chi già fugge da guerre o situazioni di estremo pericolo e, nel contempo, soffocare l’indegno e violento business della tratta di esseri umani. Nei mesi scorsi, la strada dei corridoi umanitari dalla Libia autorizzati dal Viminale era stata inaugurata dall'ex ministro dell'Interno, Marco Minniti, ma dopo due voli era stata interrotta. Ora anche l'UNHCR, che non è mai riuscito a inaugurare il centro di transito a Tripoli, allestito proprio per ospitare le persone liberate dalle carceri libiche in attesa di un trasferimento in Europa, si augura che eventi simili possano riproporsi nel tempo.

È questa la strada dell'immigrazione legale, dei corridoi umanitari che tutti auspicano, ma che vengono autorizzati solo in piccole dosi. Per l’Italia è la prima volta di un corridoio dal Niger, per Salvini è il battesimo del volto buono del ministro che ha fatto della lotta all'immigrazione clandestina la sua bandiera, in un Paese dove quella legale risulta fin troppo difficile. Dal 2016 sono state oltre 1.500 le persone giunte nel nostro Paese attraverso i cosiddetti “corridoi umanitari” organizzati e autofinanziati dalla Comunità di Sant’Egidio, dalle Federazioni delle Chiese evangeliche in Italia, dalla Tavola valdese e dalla Conferenza episcopale italiana, in accordo con i Ministeri degli Esteri e dell’Interno. Quando arrivano in Italia, i profughi vengono accolti dai promotori, che li ospitano in strutture disseminate sul territorio nazionale secondo il modello della cosiddetta “accoglienza diffusa” e offrono loro la possibilità di un’integrazione nel tessuto sociale e culturale, attraverso l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione dei minorenni e altre iniziative. Per progetti analoghi anche Francia, Belgio e Andorra si sono affidati al modello italiano di accoglienza, che prevede la partecipazione sia di società sia di istituzioni sia, infine, di comunità religiose di diverse fedi.

Sarebbe necessario e vantaggioso, anche per la nostra economia, che persone che vogliono lavorare in Italia vi possano accedere con un regolare visto, senza affrontare il deserto e le onde in balia dei trafficanti di esseri umani. Non solo rifugiati, quindi, ma anche apertura per chi, legittimamente, cerca da noi un’occasione di riscatto dalla miseria, fuggendo da terre divenute inospitali pensando di poter offrire al nostro Paese il proprio lavoro. Migranti cosiddetti "economici" che dovrebbero poter entrare in maniera regolare e regolata in Italia riaprendo canali d’ingresso controllati che sono ostruiti ormai da otto anni. La ben nota situazione di crisi demografica italiana richiede, infatti, inserimenti di forza lavoro dall’estero, non è quindi l’immigrazione il vero problema, ma la clandestinità in cui si sviluppa, in assenza di vie legali praticabili. Per ridurre disumanità e irregolarità occorre garantire, quindi, vie legali d’accesso sicure.

Occorrerebbe anche ripristinare la presenza delle Navi della Marina nel controllo degli accessi alle nostre coste che attualmente vengono raggiunte direttamente da migranti che poi, non di rado, si disperdono direttamente nel territorio nazionale senza controlli sanitari e di sicurezza. Sia in Mare Nostrum che in Mare sicuro avevamo a bordo la Croce Rossa, le volontarie Crocerossine e il Ministero della Salute per esercitare un doveroso filtro sanitario che oggi, vista la recrudescenza del virus Ebola in Africa, sarebbe quanto mai opportuno ripristinare. La presenza delle nostre navi nel canale di Sicilia e nel Mediterraneo centrale, contrasterebbe l’uso illegittimo del mare, riducendo, fra l’altro, il rischio di ripetersi degli attacchi a fuoco contro i nostri pescherecci da parte della Guardia Costiera libica, avvenuti nell’ultimo biennio.

È tempo, inoltre, di un’azione davvero coordinata a livello europeo tra Stati che, aderendo a un progetto comune, siano capaci di condividere responsabilità che non devono essere lasciate sulle spalle di un Paese solo. Intanto giovedì passato, causa, sembra, l’orario di pranzo che ha fatto affrettare alcuni deputati ad uscire dall’aula, è saltato il numero legale all’euro-parlamento per approvare la proposta per introdurre un nuovo sistema di visti umanitari per garantire ingressi legali nell’UE a chi scappa da guerre e carestie. Uno scivolone, forse involontario, che però la dice lunga su quanto poco l'Europa sia interessata a farsi carico di un problema enorme come quello dei flussi migratori. Tutto questo in una giornata in cui, come già detto, l’Italia annunciava di aver accolto profughi bisognosi attraverso un nuovo corridoio umanitario. L’ipocrisia di un’Europa che, almeno per ora, si ferma più alle parole che ai fatti.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Tue, 20 Nov 2018 16:54:24 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/531/1/l-italia-ed-i-corridoi-umanitari-regolarizzare-le-frontiere-non-chiuderle AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
A new hat for the former Chief of the Italian Navy http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/530/1/a-new-hat-for-the-former-chief-of-the-italian-navy

Admiral Giuseppe De Giorgi, Chief of Staff of the Italian Navy in 2013-2016, will teach a course on International Security (INTL 5590) at Webster University Geneva1  from January through March 2019

Admiral, you have accepted a new challenge. Congratulations. Next year, you will be Visiting Professor of International Security at Webster University. Why did you decide to start this collaboration with an American university? Can you highlight the major topics you will deal with during your course?

I met Professor Oreste Foppiani (Head of the Department of International Relations at Webster University), when I was Chief of Staff. His passion, competence and intellectual lucidity on maritime issues in general and maritime security in particular struck a chord. My contribution to the curriculum of the MAIR will concentrate on the renewed importance of seas and oceans vis-à-vis future peace in the world. It is my intention to offer my students the direct testimony of a man who participated in events of international significance. My students – through the analysis of case studies – will take advantage of a synthesis of the effects of political choices mediated by decisions taken in the field by military and civilian actors. Hence, they will also see lost opportunities and seized opportunities, which determined the outcome – often by chance – of many crucial events. Among the different operation theaters, we will analyze together what happened in Lebanon, Libya and the Persian Gulf.

You served your country wearing the Italian Navy uniform for over 40 years and had an adventurous life spent at sea, flying and navigating around the world. However, inside the uniform there is always a man. How was this great love for the Navy born? What were the milestones, which marked this path?

Passion for the sea, the aspiration to be part of a “band of brothers” of which to be proud, the desire for adventure, the willingness to step up your game, were and are the main reasons. I had wanted to be a sailor since I was a child. My leadership roles in the Italian Navy marked my professional life. They gave me the opportunity to participate – often as a protagonist – in crucial international events such as the Lebanese Civil War following the truce between Israel and Hezbollah in 2006, the strike on Gaddafi in 2011 and the ensuing humanitarian crisis in the Mediterranean Sea. Finally, yet importantly, the relaunch of the Italian Navy during my years as Chief of Staff of one of the 10 best navies in the world.

Scarica il pdf dell'intervista completa a firma Giovanna Scotton

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Thu, 15 Nov 2018 18:51:01 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/530/1/a-new-hat-for-the-former-chief-of-the-italian-navy AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Marina Militare - In addestramento con nave Garibaldi nel Golfo di Taranto http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/529/1/marina-militare---in-addestramento-con-nave-garibaldi-nel-golfo-di-taranto

Un video pieno di emozioni per chi come me è a metà tra il marinaio e l'aviatore.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 15 Nov 2018 17:19:30 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/529/1/marina-militare---in-addestramento-con-nave-garibaldi-nel-golfo-di-taranto AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Videoclip concerto della Banda Musicale della Marina Militare http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/528/1/videoclip-concerto-della-banda-musicale-della-marina-militare

Splendido montaggio e esecuzione impeccabile, bellissimo video del concerto della Banda Musicale della Marina Militare

 

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Wed, 14 Nov 2018 17:59:22 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/528/1/videoclip-concerto-della-banda-musicale-della-marina-militare AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Spot Marina Militare Concorso Accademia Navale http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/527/1/spot-marina-militare-concorso-accademia-navale

E' la strada che ho fatto e che probabilmente rifarei mille volte.
Quando la il tuo lavoro coincide con la passione allora tutto è perfetto.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 12 Nov 2018 17:45:13 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/527/1/spot-marina-militare-concorso-accademia-navale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Marina Militare - Alessandria, 18 dicembre 1941 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/526/1/marina-militare---alessandria-18-dicembre-1941

Splendido video che mostra varie professionalità e attività della marina militare degli anni '40. 

La qualità non è ottima ma la visione è sicuramente da consigliare.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 12 Nov 2018 17:40:50 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/526/1/marina-militare---alessandria-18-dicembre-1941 AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Pace fatta tra Leonardo e Fincantieri, ma la Francia non apprezzerebbe http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/525/1/pace-fatta-tra-leonardo-e-fincantieri-ma-la-francia-non-apprezzerebbe

Dopo le anticipazioni di diverse testate economiche nazionali, riguardanti l’analisi delle grandi banche d’investimento sull’ avvicinamento tra i due gruppi, arriva ufficialmente la conferma della rinnovata partnership fra due delle maggiori società italiane per affrontare la sfida dei mercati internazionali. Facendo perno sulla già esistente, ma per troppo tempo tralasciata, joint venture “Orizzonte Sistemi Navali” così Leonardo e Fincantieri si apprestano a valorizzare le reciproche competenze fin qui sviluppate in ambito nazionale in un’ottica di Sistema Paese: un modo per rafforzare la società guidata da Alessandro Profumo nelle gare internazionali ed utilizzare le competenze della Fincantieri, guidata da Giuseppe Bono, al fine di presentare soluzioni congiunte in un settore sempre più competitivo, dinamico ed esigente come è quello delle navi militari. L’intesa sarà oggetto di successivi accordi vincolanti che le parti definiranno nel rispetto dei profili regolatori applicabili, ivi inclusi quelli in materia di operazioni tra parti correlate e antitrust. La joint venture già citata, e partecipata da Fincantieri e Leonardo con quote rispettivamente del 51% e del 49%, avrà d’ora in poi disponibilità di maggiori risorse che le consentiranno di assumere la responsabilità del Sistema di Combattimento, definendo requisiti e architettura dei singoli componenti. Per facilitare tale collaborazione, i due gruppi hanno creato, inoltre, dei tavoli di lavoro permanenti. Nell’ambito dei nuovi contratti, Fincantieri rimarrà quindi Prime Contractor e interfaccia unica verso il cliente, mentre Leonardo conserverà il suo ruolo di progettista e fornitore dei sistemi e apparati del Sistema di Combattimento e del Sistema di Comando e Controllo, rinsaldando la sua presenza sul mercato attraverso il rapporto di partnership privilegiata già in essere con Fincantieri. La JV diventerà in questo modo la design authority del Sistema di combattimento.

Una collaborazione sempre più stretta tra le due aziende della difesa più importanti del Paese era stata più volte, a gran voce, auspicata anche dal Ministro della Difesa Elisabetta Trenta, l’accordo appena concluso, arrivato dopo i diversi sgambetti dei mesi scorsi, dimostra un rinnovato clima di distensione tra le due società e si ritiene quindi un successo a fronte di un impegno sempre maggiore rivolto costantemente al futuro del nostro Paese. La mossa su Orizzonte potrebbe essere propedeutica anche al rilancio del percorso di costruzione dell'alleanza italo-francese nelle navi militari dove, come si ricorderà, Leonardo aveva suggerito di schierare Orizzonte per riequilibrare la presenza di Thales, concorrente del gruppo italiano nella sistemistica, nel capitale di Naval Group, e salvaguardare le competenze dell'ex Finmeccanica. Come già detto il rafforzamento del rapporto di partnership tra Fincantieri e Leonardo valorizzerà le risorse e le eccellenze dei due gruppi in vista di nuove sfide commerciali e industriali e potrebbe, inoltre, spianare la strada a ulteriori opportunità per le due aziende e per le fregate Fremm che hanno già riscosso il gradimento di diverse Marine, come noto, infatti, le due società stanno gareggiando insieme in due commesse per nuove corvette, indette dalle Marine rumena e brasiliana. Le alleanze contano ma conta anche e soprattutto il prodotto come dimostrano le sconfitte in Canada e in Australia, dove ha prevalso la nuova fregata sviluppata si ispirazione dei PPA italiani. Fincantieri e Leonardo dovrebbero quindi lanciare i nuovi Pattugliatori Polivalenti d’Altura sul mercato internazionale, navi innovative sotto tutti i punti di vista e di concezione interamente italiana, lasciando da parte le FREMM concepite nei primi anni 2000 e di impostazione concettuale francese, solo così si potrà reggere la competizione francese e inglese, dando al contempo concretezza alle dichiarazioni d’intenti delle due aziende di Stato.

Pace fatta, quindi, dopo lo screzio per la mossa tardiva di Leonardo su Vitrociset? Per il momento anche se non è la prima volta che i due storici duellanti si lasciano andare ad annunci di ritrovato amore, per poi riprendere le ostilità. Tutti ora sembrerebbero contenti: il presidente Conte aveva appena auspicato una maggiore sinergia tra le aziende controllate dallo Stato e anche le organizzazioni sindacali della cantieristica hanno espresso piena soddisfazione. Chi non ha apprezzato l’accordo è stata la Francia, da lì arrivano infatti notizie riguardanti il fatto che l’accordo appena siglato non sarebbe proprio piaciuto a Naval Group. Il quotidiano economico “Les Echos”, giudicherebbe, infatti che la rinnovata intesa tra Fincantieri e l'ex Finmeccanica modifichi gli equilibri di una possibile alleanza proprio con la società francese. Società nella quale, con una quota del 35%, c’è proprio la già citata Thales, concorrente agguerrito di Leonardo nell’elettronica e nei sistemi. Ufficialmente le trattative aperte lo scorso anno non subiranno cambiamenti ma, in pratica, tali negoziati potrebbero subire rallentamenti ed ulteriori stalli proprio perché adesso le rassicurazioni italiane secondo cui l'accordo Fincantieri-Leonardo non è "incompatibile" con l'alleanza franco-italiana nel settore navale militare dovranno convincere ancor di più proprio la francese Thales (che inoltre, almeno fino all’estate scorsa, era riuscita ad evitare un possibile ruolo di Leonardo nell’alleanza). Non aiutano poi in questo clima anche le recenti tensioni politiche tra il nostro Governo e la Francia di Macron a tal punto che, altre testate francesi, affermano proprio che Parigi stia frenando le trattative proprio perché non vorrebbe lanciare, ad oggi, Naval Group in una fusione irreversibile con l’italiana Fincantieri che, secondo gli esperti economici della testata “Le Figaro”, tra le varie cose “lascerebbe orfano il comparto sottomarini di Naval Group che non potrebbe prendere corpo in assenza di nuovi programmi strutturali” . Vero, verosimile o falso? Di certo è un segnale ulteriore sul fatto che in Francia non tutti tifano per l’intesa appena siglata dalle nostre aziende nazionali che potrebbe portare in acque ancora più agitate l’alleanza italo-francese sulle navi militari.   

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 5 Nov 2018 10:38:29 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/525/1/pace-fatta-tra-leonardo-e-fincantieri-ma-la-francia-non-apprezzerebbe AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Tripoli: forze congiunte per difendere la capitale e salvare lo Stato libico http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/524/1/tripoli-forze-congiunte-per-difendere-la-capitale-e-salvare-lo-stato-libico

Secondo il dettagliato studio Capital of militias. Tripoli's armed groups capture the libyan state di W. Lacher e A. al-Idrissi pubblicato nello scorso giugno, nella capitale libica si è formato un vero e proprio “cartello” di 4 grandi milizie (Brigate rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di dissuasione Rada, la Brigata Abu Slim dirette da Tajuri, Kikli e Kara a cui si aggiunge la brigata Nawasi) formato essenzialmente da tripolini, che controllano tutto il territorio cittadino. Ognuna delle 4 milizie è al contempo un servizio di intelligence, una forza di sicurezza dello stato, una compagnia privata di security e fornisce servizi di polizia ordinaria. Pratica normale è, ormai, che anche le istituzioni libiche, inclusi gli stessi ministeri, paghino le milizie per la propria tranquillità. Fuori da questo cartello rimangono altre milizie che, da tempo, cercano di entrarvi o di strappare parti del succulento business ai quattro, come è stato per l’episodio della Settima Brigata che ultimamente ha attaccato Tripoli.

Sia contro possibili attacchi delle milizie, sia contro azioni dei terroristi Isis, in Libia viene così annunciata la nascita di una forza congiunta per la sicurezza di Tripoli, un’unità composta da tre brigate di fanteria e da assetti del ministero dell’Interno, gli stessi che hanno combattuto la Settima Brigata dei fratelli Kani. Con l’emanazione dell’ordine direttamente dal premier Fayez al-Sarraj, la Joint Force diventa realtà. Un battaglione sarà composto da soldati provenienti dal distretto militare occidentale, il secondo da uomini del distretto militare centrale e il terzo formato da unità dell’antiterrorismo (mentre intanto il governo Serraj aumenta del 15-20% gli stipendi delle milizie accreditate). Un’unità che dovrà proteggere i residenti, monitorare il rispetto del cessate il fuoco e comunicare con le parti in conflitto, autorizzata inoltre, sin da subito, a usare le armi, se necessario, per mantenere o ristabilire la sicurezza nella città. Secondo la direttiva di al-Sarraj, il generale Al-Juwaili, già ministro della Difesa, avrà ora pieni poteri sull’intero contingente, che verrà schierato in zone specifiche già individuate e, all’occorrenza, sarà autorizzato a contattare direttamente UNSMIL, la missione ONU in Libia, per ricevere assistenza e supporto. Secondo il ministro, questa forza dovrà “imporre la pace e la sicurezza nelle zone specificate e assicurare e garantire la sicurezza dei cittadini e delle loro proprietà, permettendo “il ritorno alla vita normale alla popolazione”.

Nonostante la firma lo scorso 4 settembre per un immediato cessate il fuoco mediato dalla missione delle Nazioni Unite, la tregua non ha retto ed alcuni razzi sono stati lanciati contro il perimetro dell'aeroporto internazionale di Mitiga (al momento ancora chiuso), che è stato costretto a dirottare i propri voli su Misurata. L’aeroporto era già stato chiuso il 31 agosto e riaperto il 7 settembre per poi tornare a fermarsi il 12 a causa di un lancio di razzi. L’episodio avviene ora, dopo che il 25 settembre le milizie in lotta per il controllo della capitale avevano concordato un nuovo cessate il fuoco (dopo quello naufragato del 4 settembre) e l’uscita dalla capitale delle due formazioni che l’avevano attaccata. “Southern Tripoli war is over”, come se fosse scoppiata la pace, titolava il quotidiano online Libya Observer il dì seguente la tregua firmata il 25 settembre. Vista l’estrema volatilità degli accordi in una situazione di guerra civile a bassa intensità e di continui cambi di fronte che si protrae dalla caduta del regime di Gheddafi nel 2011, la tregua non è bastata come dimostrano i più recenti avvenimenti.  

“Una vera tregua - dicono fonti indipendenti nella capitale libica - si avrà solo dopo la verifica dei rapporti di forza sul campo. E questo riguarda soprattutto Sarraj che, per reggere, deve scendere a patti con i suoi 'salvatori' che certo non gli faranno sconti”. Da Sarraj arriva così anche un’altra mossa volta, in questo caso, ad alleggerire il pressing delle milizie sul GNA: le posizioni dei prigionieri nel carcere di Mitiga verranno riviste. Nel documento si ordina, infatti, la creazione di un comitato che riconsideri le condizioni e le accuse verso i detenuti che si trovano nel carcere dell’aeroporto: la struttura passa ora dalla milizia islamista filo governativa Special Deterrence Force (RADA) al controllo del ministero dell’Interno, ne consegue, inoltre, che chiunque sia stato imprigionato oltre i termini stabiliti dalla legge, sarà ora rilasciato. Tale provvedimento fa seguito alla pubblicazione di un rapporto delle Nazioni Unite del 5 settembre scorso che riportava segnalazioni di gravi violazioni dei diritti umani su detenuti rinchiusi a Mitiga tra il 2015 e l’aprile 2018.

Nella capitale libica lo Stato, ad oggi, sembra esistere sempre meno: le strade sono discariche a cielo aperto, le banche sono chiuse, negli ospedali si curano solo i miliziani, lo straniero occidentale è un nemico o, comunque, un potenziale ostaggio da rapire e scambiare per un lauto riscatto, e proseguono gli scontri tra soldati del governo di unità nazionale ed i ribelli. Un salto indietro di moltissimi anni e anche l’economia di quello che era uno dei Paesi più ricchi del nord Africa è ridotta oggi ad un primitivismo degenerato. Gli scontri che per un mese hanno infuriato a intermittenza nella parte sud di Tripoli hanno causato almeno 117 morti e 404 feriti con lesioni gravi e medie secondo un bilancio ufficiale diffuso il 26 settembre. Ad oggi, sono oltre 1.800 le famiglie sfollate dalle zone di combattimento nei sobborghi attorno a Tripoli, mentre diversi civili sono ancora bloccati. La situazione libica, quindi, risulta ancora incandescente e difficile da risolvere. Tutto questo a soli 296 chilometri in linea d’aria dall’Italia.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 29 Oct 2018 18:08:47 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/524/1/tripoli-forze-congiunte-per-difendere-la-capitale-e-salvare-lo-stato-libico AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Cresce la filiera italiana dell’aerospazio, difesa e sicurezza http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/523/1/cresce-la-filiera-italiana-dell-aerospazio-difesa-e-sicurezza

L’Italia è nel ristretto numero di Paesi che vantano un settore AD&S solido e di lunga tradizione. La filiera dell’aerospazio, difesa e sicurezza (da qui la sigla AD&S appena citata) nel nostro Paese, che si posiziona tra i primi 10 al mondo, muove, infatti, una cifra considerevole pari a 13,5 miliardi di fatturato, seconda soltanto a quella automobilistica. Comprendere il valore per l’Italia di questa filiera ed agire in maniera tale che essa sia sempre più un catalizzatore ed un acceleratore dello sviluppo industriale e tecnologico del sistema-Paese è oggi sempre più strategico e vulnerabili agli attacchi esterni, in particolare francesi.

La filiera AD&S italiana è composta da grandi multinazionali, una fitta rete di piccole e medie imprese, centri di ricerca e poli universitari di eccellenza diffusi su tutto il territorio nazionale che costituiscono la caratteristica distintiva e la forza del settore. Filiera capitanata però da Finmeccanica e Fincantieri, che, oltre ad essere oggi i maggiori gruppi del settore, ed entrambi a controllo statale, sarebbe bene che si parlassero e collaborassero effettivamente e non solo nelle dichiarazioni rituali, per evitare di fare più o meno inconsapevolmente il gioco del nostro concorrente più spregiugicato, ovvero la Francia di Macrona. Di pochi giorni fa è la notizia che Leonardo Finmeccanica ha deciso di acquisire il 98,54% di Vitrociset, piccola ma strategica società romana di servizi e soluzioni specialistiche per sistemi per i settori Difesa e Sicurezza, Spazio, Trasporti e Infrastrutture di cui già detiene l'1,46%. Un’operazione che rafforza Leonardo nel suo core business dei servizi, in particolare nella logistica, Simulation & Training e operazioni spaziali, incluso il segmento Space Surveillance and Tracking  che sfila Vitrociset a Fincantieri e Mer Mec, che si erano alleate proprio per realizzare l’operazione di acquisizione. Fincantieri ha annunciato, comunque, che proseguirà con le iniziative, da tempo avviate, volte ad implementare le competenze nelle attività di supporto logistico richieste dai clienti, fattore questo che si rende sempre più indispensabile per concorrere con successo sui mercati internazionali. A fronte di questa acquisizione e specialmente a seguito dell’alleanza Francia ed Italia tramite Naval Group e Fincantieri nel settore militare, gli esperti del settore ipotizzano tensioni crescenti fra le due grandi società guidate da una parte da Alessandro Profumo e dall’altra da Giuseppe Bono. Tensioni e malumori che, secondo gli esperti del settore, dovranno prima o poi essere affrontati direttamente al governo e in particolare dal Tesoro.

La ministra della Difesa Elisabetta Trenta, durante il workshop Ambrosetti in un confronto dedicato al settore ha dichiarato: “La Difesa continuerà ad assicurare il suo supporto all'industria nazionale, in coordinamento con gli altri dicasteri competenti. A tal proposito, ritengo sia fondamentale, nonché costruttivo, che le nostre aziende di Stato dialoghino e parlino in modo collaborativo, poiché solo in questo modo riusciremo a rafforzare ed integrare il sistema Italia nel mondo, vincendo la sfida della competitività e della concorrenza internazionale”. Nello stesso workshop è stato presentato uno studio dal titolo “La filiera italiana dell’Aerospazio, della Difesa e della Sicurezza. Come creare sviluppo industriale, nuove competenze tecnologiche e crescita per il sistema-Paese” teso a spiegare le ragioni che rendono l’Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) strategico per il sistema Paese. Tra queste si è parlato principalmente del ruolo fondamentale che il settore assolve in ambiti-chiave per il funzionamento e lo sviluppo di ogni sistema territoriale, ponendo le condizioni per la sua sicurezza, stabilità e crescita, e il contributo al progresso scientifico e alla ricerca di nuove tecnologie. Il settore AD&S consente, infatti, di generare know-how e innovazione tecnologica di frontiera, sia sul versante militare sia su quello civile (dual use), e agendo da volano di sviluppo lungo tutta la filiera allargata dell’industria. Per poter innescare un processo di consolidamento dell’industria AD&S continentale, non solo nazionale quindi né europea ma mondiale, il nostro Paese deve diventare sempre di più un punto chiave di questo settore, spinto specialmente dal suo solido bacino di competenze e tecnologie sviluppate e dal sostegno delle Istituzioni nazionali. Al fine di massimizzare il contributo del settore AD&S allo sviluppo di nuove competenze e alla crescita del sistema-Paese occorrerà quindi, da una parte adottare una visione e prospettiva di posizionamento strategico a lungo termine, che valorizzi l’industria nazionale dell’AD&S quale strumento a supporto della politica estera nazionale. Per quanto riguarda invece i mantra dell’Industria Difesa europea della Ministra Pinotti sarebbe tempo di cambiare registro, soprattutto nei settori in cui l’Italia possiede ancora capacità autonome di progettazione e produzione di sistema d’arma nazionali, com’è il caso delle navi militari, per evitare di lasciarci ridurre al ruolo di comprimari com’è accaduto nel settore dello spazio e della missilistica in cui eccellevamo negli anni ’60 e ’70 e che ora ci vede ridotti a sudditi dell’Industria Francese (es. Selenia Spazio). A tal fine occorre a mio avviso potenziare la cooperazione con l’Inghilterra (con cui abbiamo ad esempio lavorato benissimo con i programmi elicotteristici) e con gli Stati Uniti. E’ evidente che si debba partecipare anche nell’area europea sapendo che tale partecipazione deve essere un mezzo e non un fine in sé, una bandiera da sventolare in Parlamento per difendersi dagli attacchi contro le spese militari.

È necessario inoltre un costante e adeguato investimento, per alimentare le attività di ricerca e l’innovazione. Proprio per questo l’Italia oggi dovrebbe portare avanti una strategia che salvaguardi le capacità industriali di eccellenza e che non penalizzi l’export militare. Il ruolo della Ministero della Difesa è fondamentale in tal senso, il cui titolare ha affermato: “Nel quadro di riferimento del sistema difesa nazionale sono due gli aspetti che incidono di più: le risorse finanziarie disponibili e il costo dei più moderni equipaggiamenti. Per questo è necessaria una strategia che consenta al Paese di salvaguardare e rafforzare le proprie aree di eccellenza attraverso la ricerca di sbocchi adeguati sul mercato internazionale, prevedendo anche la collaborazione con Paesi tecnologicamente evoluti, amici e alleati, con un coinvolgimento industriale e la valorizzazione delle loro capacità in altri campi”. In altre parole, ha chiosato il ministro della Difesa, “occorre considerare l’esportabilità come valore nei programmi delle nostre Forze armate”.  Si tratta di un auspicio a cui speriamo seguano i fatti. Con la probabile acquisizione di Finmeccanica/Leonardo da parte di Cassa Depoisti e Prestiti, il controllo dello Stato sui due grandi del settore potrebbe infatti essere più incisivo che in passato, meglio equipaggiato per porre fine alla ormai decennale guerriglia Italo-Italiana fra Finmeccanica e Fincantieri,  altrimenti di due duellanti ne rimarrà in pedi uno solo e non è detto sia quello italiano.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Tue, 23 Oct 2018 18:59:20 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/523/1/cresce-la-filiera-italiana-dell-aerospazio-difesa-e-sicurezza AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Resilienza, dual-use e cyber security alla base del programma della Difesa http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/522/1/resilienza-dual-use-e-cyber-security-alla-base-del-programma-della-difesa

“Resilienza, dual-use e cyber security sono le tre priorità del Ministro della Difesa Trenta. Resilienza, intesa come la capacità di adattarsi al cambiamento della minaccia, ibrida e asimmetrica, che il nostro Paese si trova ad affrontare. Dual Use, intesa come la consapevolezza di dover sostenere e sviluppare le opportunità di duplice uso delle capacità della Difesa allargando il raggio d’azione a scopi non strettamente militari. La cyber security resta un tema strategico oggi e sarà sempre più decisivo domani”. Sono queste alcune delle parole dette dal sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo durante il “Seoul Defense Dialogue 2018”, meeting di rilevanza internazionale sul tema della sicurezza che si tiene annualmente nella capitale coreana. E da queste parole si può iniziare a fare il punto del ruolo dell’Italia nel contesto internazionale in ambito cyber e di come oggi, alla luce delle nuove minacce che abbiamo di fronte, il nostro Paese abbia intenzione di muoversi nei vari scenari reali e virtuali che si presenteranno. Pochi giorni prima del meeting internazionale, davanti alle Commissioni congiunte di Camera e Senato, il Ministro Elisabetta Trenta aveva  presentato le linee programmatiche del Dicastero della Difesa, parlando proprio di questi temi appena citati con l’obiettivo di rendere la Difesa di domani non solo uno strumento militare ma, proprio attraverso resilienza e duplice uso, un vero e proprio Sistema: integrato, connesso e a più livelli affinché, riprendendo le parole della Ministra, “si possa ottenere il massimo risultato, anche in ambito civile, da strumentazioni che fino ad oggi sono, invece, state di esclusivo interesse militare”.

In quest’ottica bisognerà, quindi, migliorare anche le competenze tecniche all'interno del mondo della Difesa ossia, al contempo, creare nuove opportunità di sviluppo e crescita. Nel programma del Dicastero sarà così promossa la pianificazione e l’implementazione di una vera e propria Strategia Nazionale Sistemica per il potenziamento della Sicurezza Collettiva e della Resilienza Nazionale, che si svilupperà attraverso la collaborazione fra diversi Ministeri, con il supporto dell’Industria, dell’Accademia, della Ricerca e, non ultimo, il settore privato. Dal momento, poi, che il settore delle tecnologie avanzate è un pilastro della sicurezza nazionale, la necessità di sviluppare e mantenere una solida base tecnologica e industriale all’interno del nostro Paese, pur non tralasciando la collaborazione internazionale, è un fattore di garanzia aggiunto per la tutela degli interessi nazionali. A tal proposito, per farsi un’idea di una possibile ricaduta economica ed occupazionale di quanto qui espresso, voglio citare  recenti studi che affermano che, complessivamente, le imprese del settore aerospaziale, sicurezza e difesa generano in Italia 11.7 miliardi di euro di valore aggiunto (0.8% del PIL) creando così, direttamente ed indirettamente, più di 159 mila posti di lavoro, assicurando un gettito fiscale di oltre 4,8 MLD di euro e producendo un effetto moltiplicativo per l’economia. Nel comparto, inoltre, sono investiti annualmente circa 1,4 mld di euro in ricerca e sviluppo, l’11% circa degli investimenti complessivi delle imprese italiane nel settore, e rappresenta il secondo settore in Italia per dimensione e per intensità delle attività di “Ricerca e Sviluppo”. Tecnologie avanzate e adeguate capacità industriali, inoltre, sono necessarie per lo sviluppo collaborativo di nuovi prodotti su un piano di parità, rafforzando l’integrazione con i nostri partner europei e i legami con altri paesi amici. Da queste brevi considerazioni appare evidente che la ricerca e la tutela della sovranità tecnologica debbano rappresentare due riferimenti imprescindibili nella conduzione dell’attività del Dicastero della Difesa.

Un sistema organico di difesa e sicurezza non può prescindere da un patrimonio di conoscenze scientifico-tecnologiche e industriali che permettano di sviluppare prodotti e sistemi basati su competenze tecnologiche distintive sia nazionali, sia collaborative, tali da creare un vantaggio competitivo strategico per l’Italia anche con lo scopo di soddisfare le ricadute positive nella società civile. Su tali competenze sarebbe necessario, inoltre, mantenere un grado di autonomia nazionale, indipendentemente dalla collaborazione internazionale, poiché si tratta di un elemento essenziale e irrinunciabile per evitare di dipendere da paesi stranieri per la sicurezza nazionale. Per vincere la sfida della competitività e della concorrenza internazionale, ritengo sia fondamentale, nonché costruttivo, che le nostre aziende di Stato dialoghino e agiscano in modo collaborativo, poiché solo in questo modo riusciremo a rafforzare ed integrare il sistema Italia nel mondo.

Dall’ultimo decennio a oggi alla Difesa viene sempre più chiesto di mettere a disposizione degli altri ministeri le proprie competenze e capacità per lo svolgimento di compiti non militari, proprio nell’ambito più ampio del concetto di resilienza. Il Ministro Trenta da collaboratrice del Centro militare di studi strategici (CEMISS) aveva potato a termine una ricerca dal titolo “L’utilizzo duale delle capacità della Difesa per scopi non militari”.  Non deve quindi sorprendere l’accento su tali tematiche. Il duplice uso delle capacità della Difesa per scopi non militari, di cui la Marina Militare è stata antesignana già dal 2013 sia nell’azione quotidiana delle sue navi a sostegno della comunità scientifica e della navigazione mercantile sia nella definizione dlle caretteristiche delle navi della legge navale di cui i Pattugliatori Polivalenti d’Altura rappresentano la sintesi di capacità militari avanzate e dualità “by design”. 

Le Forze Armate sono, dunque, chiamate ad adeguarsi anche nella definizione dei requisiti operativi dei nuovi mezzi guidando l’Industria e non lasciandosi indirizzare come troppo spesso è accaduto in passato, mantenendo comunque la prerogativa istituzionale di difesa dello Stato. Ricevere, infine, il contributo del mondo civile permetterebbe, inoltre all’intero sistema di sicurezza dell'Italia di migliorare costantemente, oltre che dare un grande impulso anche alla ricerca universitaria e industriale.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 15 Oct 2018 12:38:41 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/522/1/resilienza-dual-use-e-cyber-security-alla-base-del-programma-della-difesa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Fiumi e laghi, oltre a mari ed oceani, in balia di plastica ed inciviltà http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/521/1/fiumi-e-laghi-oltre-a-mari-ed-oceani-in-balia-di-plastica-ed-incivilta

Lo stato di salute di alcuni dei principali laghi italiani non è poi così distante da quello dei mari: anche loro sono malati di plastica ed inciviltà. La triste verità ci arriva dal nuovo report 2018 di “Goletta dei Laghi” di Legambiente, uno studio sui rifiuti esaminati in 20 dei più noti ed importanti bacini italiani come i laghi Iseo, Maggiore, Como, Garda, Bolsena, Trasimeno e altri. Si scopre così che, in media, sulle spiagge dei nostri laghi sono stati recuperati 2,5 rifiuti ogni metro quadrato di arenile: il 75 per cento di questi composto da plastica. I numeri che emergono dalla prima ricerca svolta in Italia sull'inquinamento degli ambienti lacustri da Legambiente in collaborazione con Enea, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, riportano, quindi, un problema che probabilmente fino a poco tempo fa pensavamo legato solo all’ambiente marino. Invece, come per gli oceani, afflitti da tonnellate di rifiuti, anche per i laghi il problema delle micro-plastiche non è da sottovalutare. L'anno scorso sono stati i laghi di Como e quello Maggiore quelli più inquinati con una densità media di micro-plastiche al chilometro quadrato rispettivamente di 157mila e 123mila particelle. Secondo Legambiente, la principale causa della presenza dei rifiuti sulle sponde dei laghi monitorati, risulta essere la cattiva gestione dei rifiuti urbani. Ad essa sarebbe riconducibile, infatti, circa il 63% degli oggetti inquinanti, soprattutto imballaggi alimentari. Sul podio di questa triste classifica troviamo però al primo posto per presenza i mozziconi di sigaretta (30%), poi macro plastiche (13%) e bottiglie di vetro (7%). Seguono sacchetti di patatine e dolciumi (5,6%), bastoncini per la pulizia delle orecchie (3,5%) e frammenti di carta (3,34%).

A preoccupare poi, oltre alla grande quantità dei rifiuti trovati sui maggiori laghi italiani, sono i campioni delle acque raccolti negli specchi d’acqua sopra citati: il 55 per cento dei campionamenti eseguiti in 17 bacini evidenziano, infatti, la presenza di cariche batteriche oltre i limiti di legge. La carenza di sistemi depurativi adeguati , unita alla cattiva gestione dei rifiuti urbani e di quelli legati a imballaggi alimentari e da fumo, portano 38 punti, su 68 campionati in sei regioni italiane, ad essere giudicati fortemente inquinati. A questi due fattori sarebbe riconducibile il 5,4% dei rifiuti. In particolare, per quanto riguarda gli scarichi fognari non depurati, il 55% dei campionamenti eseguiti in 17 bacini evidenziano la presenza di cariche batteriche oltre i limiti di legge.

 

Considerando che l'80 per cento della plastica che arriva sulle nostre spiagge viene trasportata proprio dai fiumi ed è presente in misura preoccupante anche nei laghi il problema dei rifiuti dispersi sta assumendo proporzioni sempre più preoccupanti ed è necessario e urgente mettere in atto politiche di prevenzione e sensibilizzazione per ridurre gli impatti economici e ambientali causati da questa emergenza. Un cambiamento di lunga durata può oggi nascere sia da nuove politiche ambientali, sia anche dalle nuove ricerche e scoperte scientifiche sui prodotti in polietilene e polipropilene che tanto vengono usati nella vita di tutti noi.

Negli Stati Uniti, intanto, si approfondisce l’uso di fasci di raggi ultravioletti per dissolvere la catena di polimeri più popolare della storia. In un piccolo laboratorio dell’Università dell’Illinois va ora in onda l’autodistruzione della plastica che, nonostante sia famosa per la sua lunghissima durata, “muore” lentamente sotto un fascio di luce. E così questo materiale, il terzo più diffuso al mondo, tanto utile per resistenza ed applicazioni quanto, se mal gestito, nocivo per l’ambiente potrebbe un giorno far parte di un futuro più sostenibile. Nei laboratori americani si sta testando un nuovo metodo per rendere la plastica auto-distruttibile partendo da quei polimeri, ovvero macromolecole, solitamente scartati dall’industria perché incapaci di formare catene stabili. La loro “debolezza” diventa ora un’arma: in sostanza si indebolisce la struttura e la si rende più degradabile. Costruire polimeri che hanno una durata limitata potrebbe essere così il futuro. Ovviamente molto dipenderebbe dall’uso finale del prodotto plastico: di breve durata per beni “usa e getta”, non adatta , invece, per infrastrutture che necessitano proprio di durata, stabilità ed efficienza. Il funzionamento dell’innovativa plastica si basa su polimeri che, anziché essere assemblati in lunghe catene, vengono messi in circolo e mescolati con un colorante giallo sensibile all’ultravioletto che, a contatto con i raggi UV, assorbe energia strappando elettroni ai polimeri e rompendo il circolo e di conseguenza la stabilità del composto, finendo così a disintegrarsi sotto il fascio di luce. La degradazione biologica è, inoltre, facilitata se c’è già un inizio di fotossidazione con le radiazioni ultraviolette, perché gli enzimi dei microbi trovano un polimero più debole e attaccabile. Una volta sciolti i singoli polimeri finirebbero così per diventare un pasto appetibile per eventuali batteri. I prodotti in polietilene e polipropilene, ossia quelli plastici più diffusi nell’industria, non cesseranno di esistere velocemente ma questo studio avanzato offre, già da ora, un’ alternativa importante ai prodotti del futuro, per ritrovarsi magari un giorno in un mondo che non sia schiavo dei rifiuti né con un mare che sia saturo più di plastica che di pesci.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Fri, 12 Oct 2018 20:15:55 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/521/1/fiumi-e-laghi-oltre-a-mari-ed-oceani-in-balia-di-plastica-ed-incivilta AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’ascesa militare cinese: da gigante terrestre a potenza del mare. http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/520/1/l-ascesa-militare-cinese-da-gigante-terrestre-a-potenza-del-mare

Dalla caduta dell’Unione Sovietica, la marina degli Stati Uniti non ha avuto più rivali in grado di contrastarla sugli Oceani, almeno fino ad oggi. Il sorpasso numerico è, però, avvenuto: 317 unità navali contro 283, e così alla fine del 2017 la Marina dell’Armata Popolare di Liberazione è diventata, superando quella degli Stati Uniti d’America, la flotta militare più grande del mondo. Una grande flotta militare in grado di esercitare il controllo del mare e di proiettare la propria forza sulla terraferma attraverso gli oceani è considerata uno dei principali attributi di una grande potenza; l’obiettivo strategico primario per la Cina è però, al momento, quello di proteggere il Mar Cinese, con le sue numerose isole, e impedire l’accesso delle navi avversarie ai tratti di mare contesi. La Cina ha mostrato negli anni un atteggiamento sempre più aggressivo in merito alla questione della sovranità delle numerose isole del Mar Cinese: dalle isole Senkaku contese con il Giappone, fino all’arcipelago delle Spratly, divenuto sede di basi militari con aeroporti, porti militari e postazioni di missili antinave. Aerei e navi cinesi pattugliano oggi quelle acque in maniera sempre più aggressiva e la marina statunitense, per quanto ancora nettamente superiore sul livello qualitativo e tecnologico, ha perso la assoluta superiorità numerica di cui godeva negli anni ‘90. Sono lontani, infatti, i tempi in cui l’esercito cinese lanciò alcuni missili contro le acque territoriali di Taiwan per intimidire il governo locale che, all’epoca, stava per tenere le prime elezioni libere nella sua storia. A quel tempo il presidente Americano Clinton inviò immediatamente la flotta nelle acque di Taiwan costringendo la Cina a cessare subito quell’atteggiamento bellicoso. Ma forse proprio da quel momento, si racconta vissuto con particolare umiliazione dal governo cinese, si avviò quel programma di armamento e modernizzazione che oggi, sotto la guida dell’attuale presidente Xi Jinping, inizia a mostrare i suoi risultati a tutto il mondo.

“La necessità di costruire una Marina potente non è mai stata così impellente come oggi” ha sentenziato lo stesso presidente Xi, sottolineando le priorità in agenda per il suo governo. Con 228 miliardi di dollari stanziati, la Cina è seconda soltanto agli States (610 miliardi), sebbene la percentuale destinata alla Difesa rispetto alla spesa pubblica complessiva sia progressivamente diminuita. E così, soltanto negli ultimi dieci anni, la Marina dell’Armata Popolare di Liberazione ha costruito oltre 100 nuovi sottomarini e navi da guerra, più di quanto possiedano le flotte della maggior parte dei paesi del mondo. E’ vero che gli USA posseggono 20 potentissime portaerei e la capacità di dislocarle velocemente in ogni parte del mondo, allo stesso tempo, però,  la Cina possederebbe oggi la capacità di contrastare l’accesso da parte di eventuali forze nemiche alle sue acque territoriali. Le forze cinesi basano la loro forza soprattutto sulle capacità “A2/AA”, una sigla che sta per “Anti-Access/Area Denial” portata avanti con, soprattutto, missili balistici antinave, comunemente chiamati “carrier killer” ossia “ammazza portaerei”. Missili difficili da fermare, che quando vengono lanciati salgono quasi verticalmente, fino a uscire dall’atmosfera terrestre, per poi rientrare, guidati da radar e satelliti, e precipitare verso il loro obiettivo a una velocità parecchie volte superiore a quella del suono. I missili DF-21D e DF-26,  possono arrivare anche fino a 4 mila chilometri, ossia, in caso di conflitto con gli USA, colpire le basi statunitensi nell’isola di Guam. Parliamo di una minaccia molto significativa a cui la Marina Statunitense risponde tuttavia con la famiglia di Cacciatorpedienere classe Arleigh Burke, schiarati a protezione delle Portaerei, in grado di distruggere i missili balistici in fase di rientro nell’atmosfera. In aggiunta è in fase avanzata di sviluppo anche un’arma imbarcata a energia diretta, un potente laser che ha già dimostrato in fase di sperimentazione operativa da bordo di unità navali, la capacità di abbattere bersagli aerei. A completare la flotta ci sono poi circa 80 sottomarini, aerei imbarcati, bombardieri strategici e missili da crociera. Un arsenale di tutto rispetto in previsione di quello che secondo gli esperti potrebbe essere il ritorno di confronti in mare aperto fra grandi flotte, un’ipotesi che sembrava tramontata alla fine del XX secolo e che si ripresenta nel XXI, non a caso definito il “secolo marittimo”.

Negli ultimi anni, la necessità di difendere i propri crescenti interessi economici e geopolitici nel mondo, oltre alla propria sovranità, ha spinto il gigante asiatico a ricalibrare la propria potenza militare in favore della marina. Gli orizzonti cinesi sono sempre più vasti, abbracciando tutta la costa orientale dell’Africa sino al Mediterraneo. La Cina ha bisogno di una grande Marina che dia vigore e credibilità alla sua politica estera e fiducia al crescente numero di nazioni amiche in cerca di alleati alternativi agli USA alla Russia o alla Francia. Oltre alle navi una Marina oceanica ha bisogno di basi navali situate nei punti strategici, possibilmente vicino ai passaggi obbligati. Di qui, la costruzione di una base a Gibuti, a cui ne seguiranno altre lungo la rinnovata via della seta verso il Mediterraneo e verso il Golfo Persico. L’ascesa della potenza navale cinese è evidente nei numeri. Solo la Cina ha costruito più mezzi navali in questo decennio di tutte le potenze mondiali messe insieme. Chiaramente questo non significa che la Marina dell’Armata popolare di liberazione sia superiore a quella di Washington, basti pensare che la Cina ha una sola portaerei operativa mentre gli USA ne mantengono in servizio 20 tutte a propulsione nucleare. L’obiettivo della nuova Cina di Xi Jinping è comunque chiaro: rendere la Cina non solo un gigante sulla terra, ma anche sul mare. In sintesi una grande Potenza mondiale.

Le linee di comunicazioni marittime sono l’elemento abilitante della globalizzazione mondiale insieme a Internet, e la Cina non vuole più dipendere dalle grandi potenze marittime che dal 15° secolo hanno dominato il mondo dal mare. Il controllo del mare passa per tutta una serie di livelli che riguardano anche altre aree del mondo, dove interessi commerciali, energetici e militari si intrecciano in maniera indissolubile. Come un gigante che si sta aprendo al mondo, la difesa degli interessi interni si sta espandendo su scala mondiale e, pur essendo vero che il potenziale qualitativo navale cinese non è ancora a livello di quello statunitense, nei prossimi anni l’equazione potrebbe subire un radicale cambiamento.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Wed, 3 Oct 2018 17:33:34 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/520/1/l-ascesa-militare-cinese-da-gigante-terrestre-a-potenza-del-mare AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Rotta libica, un eventuale chiusura aprirebbe nuovi scenari ed equilibri http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/519/1/rotta-libica-un-eventuale-chiusura-aprirebbe-nuovi-scenari-ed-equilibri

Tra polemiche ed accesi scontri politici è passato in questi giorni alla Camera il decreto per la cessione alla Libia di 12 motovedette, dieci “Classe 500” della Guardia Costiera e due unità navali “Classe Corrubià” della Guardia di Finanza, imbarcazioni di 27 metri con un’autonomia di navigazione di 36 ore. E così, dopo il via libera del Senato del 25 luglio, il provvedimento (che stanzia un milione e 150 mila euro per «il ripristino in efficienza, l'adeguamento strutturale e il trasferimento» delle imbarcazioni in Libia e un milione 370mila euro per la formazione del personale della Guardia costiera e della Marina libica) diventa legge, con l’obiettivo di rendere operativi in territorio libico già entro fine mese le imbarcazioni della Guardia costiera (mentre le due motovedette della Gdf dovrebbero essere pronte ad ottobre). Si legge nel provvedimento, infatti : “la straordinaria necessità e urgenza di incrementare la capacità operativa, in modo da assicurare la sicurezza della navigazione nel Mediterraneo, contrastare i traffici di esseri umani e salvaguardare le vite umane in mare”. L’obiettivo del governo italiano, implementando l’opera di rafforzamento delle autorità libiche già iniziata dal precedente esecutivo con mezzi navali e supporto tecnico-informativo, è, quindi, quello di chiudere la cosiddetta “rotta libica” scongiurando i morti in mare e scoraggiando nuove partenze.

Secondo gli ultimi report di Frontex si sono ridotte di molto le navi impegnate nel soccorso vicino alle coste libiche, è in atto, inoltre, una fase di riorganizzazione del traffico degli esseri umani, in parte su nuove rotte e con mezzi diversi rispetto ai vecchi barconi. A fronte di sbarchi da navi mercantili, militari o delle ONG diminuiti sensibilmente purtroppo, però, sta ripresentandosi lo sbarco clandestino di imbarcazioni veloci direttamente sulla costa italiana, senza filtri di sicurezza, come accadeva prima di Mare Nostrum. Un fenomeno preoccupante che vede una riattivazione della criminalità italiana nella gestione del traffico di esseri umani sul territorio nazionale. Si stanno attivando anche rotte diverse da quelle dalla Libia, dalla Tunisia e dall’Egeo per esempio.

Con la fermezza dell’attuale esecutivo, poi, nel voler chiudere i porti a chi sbarca immigrati illegali stiamo assistendo in questi mesi ad un fenomeno nuovo ma prevedibile: l’ingigantirsi dei flussi migratori verso la Spagna, con oltre 27 mila sbarcati da inizio anno. Così in poche settimane sembra che i flussi si siano spostati dalle spiagge libiche a quelle marocchine (e algerine) con l’obiettivo di portare il numero più alto possibile di clandestini africani nella Penisola Iberica. In media la Spagna si trova oggi ad accogliere ogni giorno circa 500 migranti, cifra con la quale il paese iberico ha superato per la prima volta l’Italia per flussi migratori illegali (dal 2013 ad oggi sarebbe quasi 700 mila il numero di migranti sbarcati, invece, in Italia). Nonostante il numero limitato di sbarchi, rispetto ai grandi numeri avuti negli ultimi anni in Italia, il sistema di accoglienza spagnolo sembra essere già in crisi, ne va di conseguenza che masse, che in gran parte non sono state identificate, stanno già muovendosi, illegalmente, verso il confine francese. Madrid, per arginare il problema, ha varato una centrale operativa di comando per gestire l’emergenza estiva e iniziato trattative con il Marocco da dove i trafficanti di esseri umani prendono i migranti per portarli in Europa attraversando il Mediterraneo. Inoltre il governo Sanchez ha richiesto aiuto all’Europa che subito ha stanziato 55 milioni di euro che dovrebbero venire girati al Marocco per indurlo ad aumentare i controlli delle coste. Una richiesta che ad alcuni potrebbe sembrare “paradossale” considerato che l’anno scorso proprio Spagna e Francia con distaccato diniego risposero alle richieste italiane di condividere con il nostro Paese il fardello dei flussi illegali.

La certezza oggi è che il Marocco, come tutti gli altri Stati del Nordafrica, non voglia ospitare centri d’accoglienza o hot-spot poiché non intende diventare meta, invece che punto di transito, di immigrati che vengono considerati tutti clandestini. Rabat si limita, quindi, a chiedere denaro per respingere i migranti illegali africani (e conoscendo il “precedente turco” non sorprenderà vedere il Marocco ed altri stati del Nordafrica e del Sahel pretendere, con il tempo, di avere un trattamento monetario simile allo Stato di Erdogan che ha incassato negli anni quasi 3 miliardi di euro). Oltre alla concessione di denaro europeo, che finirà nelle casse marocchine così come era finito in quelle turche (e nonostante questo da inizio anno circa 1.200 migranti sono giunti nel nostro paese dai porti dell’Anatolia) per controllare le frontiere del paese e fermare i flussi illegali, sarebbe necessario a mio avviso che l’Ue fosse più incisiva anche sotto il profilo militare. Alla missione Sofia non sono mai arrivate, ad esempio, regole d’ingaggio idonee a operare nelle acque territoriali e sulle coste libiche, che avrebbero consentito un salto di qualità operativa. Molto è stato poi detto in dichiarazioni ed intenzioni, meno nei fatti come ad esempio la mancanza, ad oggi, dell’impegno effettivo per stanziare idonei investimenti e dare corso al “Migration Compact” proposto dall’Italia e approvato a La Valletta dall’UE. Oggi ancora più di ieri, perché le cose migliorino è necessario scongiurare il rischio che la Libia diventi uno “stato fallito” (failed state) recuperando lo status di nazione sovrana, responsabile verso la comunità internazionale del controllo delle sue frontiere, nel rispetto del diritto umanitario.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 27 Sep 2018 17:13:00 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/519/1/rotta-libica-un-eventuale-chiusura-aprirebbe-nuovi-scenari-ed-equilibri AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Italia all’11° posto dei paesi più soggetti ad attacchi hacker, come reagire? - Di Ammiraglio Giuseppe De Giorgi http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/518/1/italia-all-11-posto-dei-paesi-piu-soggetti-ad-attacchi-hacker-come-reagire---di-ammiraglio-giuseppe-de-giorgi

Quanti attacchi hacker vengono eseguiti ogni giorno in tutto il mondo, e di questi quanti indirizzati verso l’Italia, verso le nostre aziende o i nostri Ministeri? La russa Kaspersky, tra le più famose società di sicurezza informatica, ha rilasciato poco tempo fa sul web uno strumento molto accattivante chiamato “Kaspersky cyber-threat real time map”. Si tratta di una mappa mondiale interattiva nella quale è possibile selezionare una nazione e vedere alcune importanti informazioni associate alla stessa tra cui la posizione del suddetto Paese in una “particolare classifica” dedicata agli attacchi di cyber pirateria registrati in quel momento in ogni parte del mondo. La mappa, che può essere maneggiata, ingrandita e rimpicciolita, fornisce inoltre molte altre informazioni soprattutto sulla diversa tipologia di attacchi e sulle principali minacce presenti nel web. Secondo le informazioni rese disponibili da Kaspersky l’Italia in questa particolare classifica dedicata al numero di attacchi hacker, in continua evoluzione, si trova in 11° posizione, dunque soggetta ad attacchi numericamente molto rilevanti. Al primo posto nella graduatoria si trova invece la Russia mentre al 2° posto la Germania, gli Stati Uniti sono solo in 6° posizione. Detto ciò sorge lecita una domanda: in Italia si è consapevoli di essere soggetti a così tanti attacchi? E se la risposta fosse positiva, perché allora non si sente parlare giornalmente di denunce di furti di dati o di attacchi informatici?

Non si può non notare che oggi, ormai, accanto ai tradizionali domini in cui si sviluppa la civiltà umana, si è aggiunta la cosiddetta infosfera (termine coniato pochi anni per indicare la globalità dello spazio delle informazioni), ossia una dimensione che comprende anche lo spazio cibernetico, che a sua volta è una realtà artificiale, ossia creata dall'uomo, ma non virtuale, in quanto le informazioni che contiene riguardano il mondo reale e quindi il loro utilizzo può avere conseguenze concrete. In testa alla classifica dei Paesi dai quali partono il maggior numero di attacchi cyber al mondo si trova la città-stato di Singapore (almeno a voler dare ascolto alla società israeliana Check Point che monitora attraverso i suoi sistemi l'andamento giornaliero degli attacchi). Singapore è stata inoltre anche in testa alla classifica pubblicata dal World Economic Forum nel Global Information Technology Report del 2016, davanti a nazioni come Finlandia, Svezia, Norvegia, Stati Uniti, Paesi Bassi, Svizzera, Regno Unito, Lussemburgo e Giappone. L’Italia qui, tanto per avere un termine di paragone risultava quarantacinquesima. Nonostante questo, la città-stato asiatica ha subito a fine luglio uno dei più memorabili attacchi cyber della storia: quasi 1,5 milioni di dati personali e sanitari sono stati sottratti per circa una settimana dal sistema informativo sanitario del Paese. L'accesso a tale sistema sembra sia avvenuto attraverso un meccanismo chiamato “priviledge escalation”, in questo modo gli hacker potrebbero avere avuto anche la possibilità di agire con le credenziali di amministratore del sistema e ciò fa pensare che il sistema informatico sanitario potrebbe non essere stato l'unico colpito. Da parte degli hacker questo si traduce sia in dati utili per attività di social engineering che mirano, per esempio, al furto di identità, sia in una maggiore conoscenza dei sistemi interfacciati verso il sistema sanitario, ottenuta attraverso l'attacco, che potrebbe essere utile per futuri attacchi cyber. E se anche Singapore, la prima della classe nell’indice mondiale NRI (che misura la propensione degli Stati allo sfruttamento delle possibilità offerte dall'impiego delle tecnologie per l'informazione e le comunicazioni) finisce per trovarsi in un attacco hacker di così particolare grandezza ed eco mediatica, torna lecito chiedersi cosa sarebbe potuto accadere se a venire attaccato fosse stato un Paese come il nostro e se, una volta capito di essere sotto attacco, sarebbe stata rispettata la direttiva NIS con particolare riferimento all'obbligo di gestione del rischio che prevede la denuncia degli incidenti cyber o avrebbero prevalso altre logiche e altri interessi?

Il resto del mondo si sta muovendo verso una riorganizzazione militare che tenga conto delle nuove accresciute minacce, sia procedendo alla stesura di documenti di policy nazionale (è il caso dei documenti di strategia cyber della Cina, Giappone, Russia e Italia) sia stringendo rapporti di collaborazione o procedendo alle modifica organizzativa necessaria ad affrontare i nuovi trend. Ad oggi però nel dispositivo giuridico interno e nel diritto internazionale non vi è ancora autorizzazione a svolgere attacchi cibernetici. Il tema cyber ha riempito uno spazio significativo anche al l’ultimo vertice Nato che si è svolto recentemente a Bruxelles, d’altronde la difesa collettiva è la migliore deterrenza nel mondo cyber. L’importanza di destinare al settore cibernetico parte della spesa destinata dalla Difesa è stata rimarcata dalla Ministra della Difesa Trenta e a fine luglio anche dal Sottosegretario di Stato alla Difesa Angelo Tofalo, durante la visita al Comando Interforze per le Operazioni Cibernetiche (CIOC). Ad un anno dalla sua nascita, il compito del CIOC è duplice e riguarda la cyber defense, con la quale si intende una difesa quasi statica della rete, e la cyber-network-defense, a cui si aggiunge invece la capacità di svolgere Vulnerability assessment and penetration test (Vapt), cioè una ricerca continua di vulnerabilità e di efficienza delle reti. La nostra Difesa è proprietaria e gestore di una infrastruttura di Rete che è paragonabile, con circa 12.000 km di fibra ottica e 10.000 Km di ponti radio, ad un vero e proprio Provider di servizi, rango che verrà pienamente raggiunto con il completamento del progetto Autonomous System. Ciò fa pensare, di fronte agli attacchi di questi mesi, alla necessità di possedere una rete di comunicazione di backup basata su tecnologia più vecchia (non IP) o comunque su rete separata. La cosa è risaputa in ambiente militare ma non sempre ci si attiene alla regola della ridondanza per motivi legati alla difficoltà di tenere in uso tecnologie e professionalità specifiche così diverse.

“Dobbiamo investire in questa forza militare che si aggiunge a quelle che già operano in terra, per mare e nel cielo, affinché raggiunga la piena capacità operativa e possa così iniziare a condurre operazioni cibernetiche di grande valore strategico” ha detto in una recente intervista il generale Francesco Vestito, comandante del Comando interforze per le operazioni cibernetiche (CIOC). Non ci sono per il momento numeri precisi riguardo le risorse finanziarie a disposizione del Comando, ma per il futuro si prevede di raddoppiare il numero di persone a disposizione e di dotarsi di maggiori infrastrutture e info-strutture che permetteranno al CIOC di condurre le prime operazioni cibernetiche. La difesa nazionale passerà, infatti, sempre di più attraverso il dominio cyber, con un’evoluzione tecnologica e normativa che deve seguire il passo di una minaccia in rapida espansione.

 

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 17 Sep 2018 17:14:06 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/518/1/italia-all-11-posto-dei-paesi-piu-soggetti-ad-attacchi-hacker-come-reagire---di-ammiraglio-giuseppe-de-giorgi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Sicurezza marittima: la sorveglianza del futuro passa dai satelliti e dai big data. http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/517/1/sicurezza-marittima-la-sorveglianza-del-futuro-passa-dai-satelliti-e-dai-big-data

In tutto il mondo si stanno studiando sofisticati sistemi a pilotaggio remoto specializzati nel soccorso in mare ed anche il nostro Paese è in prima linea nello sviluppo di questi nuovi sistemi. Dopo le prime sperimentazioni, l'uso di questi droni si sta, infatti, diffondendo molto rapidamente, tant’è vero che sempre di più anche la Capitaneria di Porto italiana ne raccomanda l'adozione ai Comuni costieri e agli stabilimenti balneari: i droni del futuro, moderni “baywatchers” (meno attraenti purtroppo), decolleranno così dalla spiaggia trasportando un salvagente e lo lanceranno alle persone in difficoltà. Altri modelli saranno in grado di trasportare un canotto gonfiabile utilizzabile, ad esempio, in caso di naufragio ed in futuro modelli simili potrebbero essere impiegati addirittura per prelevare una persona dal mare o da una nave e portarla sulla terraferma. L'uso di tali tecnologie consente già oggi di accelerare i tempi dell'intervento e, in caso di condizioni meteo-marine particolarmente avverse, di limitare il rischio per il personale di soccorso. Per essere affidabile si dovrà disporre di molta “banda” per la trasmissione in tempo reale dei dati necessari al pilotaggio remoto dei droni, altrimenti come sappiamo molto bene quando il nostro computer diventa una lumaca per i file fanno fatica a scaricarsi per mancanza di banda larga, il soccorso potrebbe fallire del tutto.

La tecnologia, messa a disposizione della sicurezza marittima, è in ogni caso uno dei pilastri ( e delle vulnerabilità) con cui dovremo fare i conti nel nostro futuro, e lo sarà sempre di più con la nascita di nuovi progetti e partnership pubbliche e private. Non solo droni, ma e soprattutto satelliti e big data saranno utilizzati per contrastare l’uso illegittimo del mare alla ricerca e per la salvaguardia dell’ambiente marino.

La crescente rilevanza della dimensione marittima nel cosiddetto “Secolo Blu” spinge naturalmente verso una fattiva collaborazione per diversi programmi e progetti europei dedicati alla “maritime security” e alla sorveglianza marittima che assume un ruolo sempre determinante per il futuro geopolitico e talassopolitico del nostro Paese. Da pochi giorni a Roma è stato firmato tra Marina Militare e Agenzia Spaziale Italiana (ASI) il primo accordo esecutivo per la collaborazione inter-agenzia nel settore delle attività spaziali applicate alla sorveglianza marittima. Un’iniziativa che renderà disponibile all’amministrazione della Difesa sempre più prodotti e servizi innovativi che derivano dall’infrastruttura satellitare. Un’infrastruttura che, pur non essendo nata per questo scopo, potrà portare ad una copertura continua delle aree marittime di particolare interesse strategico e, individuando quei settori di reciproco interesse, a “perfezionare le rispettive conoscenze e competenze in materia di tutela e sorveglianza dei mari e di innovazione tecnologica nei settori correlati a tali attività. La Marina Militare fornirà così le conoscenze, procedure e mezzi utili per arrivare fino alla possibilità di prevedere lanci spaziali da piattaforme navali ed alla valorizzazione delle ampie sinergie possibili in ambito spaziale con la componente subacquea della Marina Militare.

Lo spazio sta diventando una nuova frontiera economica, poiché è strettamente collegato a un numero sempre maggiore di settori in cui può giocare un ruolo abilitante e di moltiplicatore di capacità. A conferma della strategicità di un settore che vale, solo in Italia1,6 miliardi di euro e che ha il suo perno nell’ASI (giunta quest’anno al suo trentesimo anniversario) è notizia di qualche giorno fa, con il lancio di altri 4 nuovi satelliti del, quasi completamento dell’intera copertura UE da parte dei satelliti Galileo. Con il servizio di ricerca e salvataggio (SAR) di Galileo, che consente la localizzazione di segnali di emergenza trasmessi da radiofari abilitati. Dal dicembre 2016, data di avvio dei primi servizi iniziali, ad oggi, il tempo necessario a individuare una persona, opportunamente equipaggiata, dispersa in mare o in montagna è così passato da un massimo di 4 ore a circa 10 minuti dall'attivazione dei radiofari di emergenza, con una precisione della localizzazione migliorata che arriva oggi a meno di 2Km di scarto. I nuovi satelliti permettono inoltre il cosiddetto “servizio pubblico regolamentato (PRS)” ossia un servizio criptato progettato per un uso sensibile sotto il profilo della sicurezza, ad esempio per operazioni militari idoneo a garantire la continuità del servizio, anche nelle condizioni ambientali più averse offrendo alle autorità pubbliche un servizio robusto e completamente criptato durante le emergenze nazionali o le situazioni di crisi, come gli attentati terroristici.

Un servizio simile, ma focalizzato alla sicurezza marittima, è quello presentato da Leonardo-Finmeccanica al salone aeronautico di Farnborough, in Inghilterra, con la sigla “SEonSE”, acronimo di Smart Eyes on the SEas, che, grazie all’utilizzo del cloud computing e di avanzati modelli di big data analysis, consente di accedere in tempo reale, anche da tablet o smartphone, a informazioni personalizzate su ciò che avviene in mare. SEonSE, basandosi su un brevetto di e-GEOS per l’elaborazione dei dati satellitari, acquisisce le informazioni da satelliti e radar costieri e le fonde “in modo automatico e continuo, grazie ad algoritmi proprietari, con dati di posizione inviati dalle imbarcazioni (AIS, VMS, LRIT), registri navali e banche dati di diversa natura, informazioni meteorologiche e oceanografiche”. Dati che, aggiunge il colosso italiano dell’aerospazio, “vengono inoltre confrontati con le informazioni storiche e i comportamenti abituali, permettendo di identificare condotte anomale e potenziali minacce per la sicurezza”. Il contributo delle immagini satellitari, che consentono di osservare su scala globale le aree di interesse nazionale è fondamentale non solo per migliorare la sicurezza civile e militare dell’ambiente marittimo, ma anche per la protezione del Mare e degli esseri viventi che lo popolano, l’ultima e più grande risorsa dell’Umanità.

Per la sicurezza del nostro mare, da cui dipende direttamente quella dell’Italia, è allo Spazio che la Marina Militare dovrà sempre più volgere lo sguardo, come i naviganti hanno fatto per secoli per tracciare rotte sicure e continuare il loro viaggio nella giusta direzione. 

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 16 Aug 2018 09:01:27 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/517/1/sicurezza-marittima-la-sorveglianza-del-futuro-passa-dai-satelliti-e-dai-big-data AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Accordo migranti, chi può ritenersi soddisfatto e cosa dice l’accordo UE? http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/516/1/accordo-migranti-chi-puo-ritenersi-soddisfatto-e-cosa-dice-l-accordo-ue

I 28 leader hanno trovato un'intesa sulle conclusioni del Consiglio europeo, inclusa l’immigrazione”, ha annunciato il 29 giugno su Twitter il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk al termine di una maratona notturna per la difficile trattativa. Nella stessa giornata aveva ribattuto il premier italiano Conte: “Da questo Consiglio europeo esce un'Europa più responsabile e più solidale. L'Italia non è più sola”. A distanza di neanche troppi giorni scopriamo, però, che la situazione è ancora molto complicata e che, sul tema migranti, l’intera Unione è più divisa del previsto, i governi nazionali si giocano così, anche e soprattutto, la loro sopravvivenza politica futura proprio sulle decisioni che prenderanno sul tema.

Alla vigilia del summit c’erano stati molti dubbi sul poter riuscire a raggiungere compromessi tra posizioni contrastanti e a volte opposte, poco negoziabili per l’evidente rilevanza nella politica interna dei singoli governi. Leggendo il testo ufficiale delle conclusioni emerge un importante risultato politico di strategia complessiva con un accordo che, però, lascia aperti anche dubbi sulla concretezza e sulla tempistica delle soluzioni concordate, che dovrebbero essere chiariti nelle conferenze stampa dei capi di Stato e di governo. Di concreto e rapido il governo italiano ha ottenuto soprattutto 500 milioni di euro di fondi Ue per il piano Africa, destinati a tentare di frenare i flussi migratori verso l’Italia tramite il Mediterraneo centrale. In più è stata inserita la promessa di aumentare gli esborsi di Bruxelles per l’emergenza immigrazione nel prossimo bilancio 2021-2027. In cambio il Presidente del Consiglio italiano ha concesso un sostanziale via libera alla seconda tranche da tre miliardi comunitari alla Turchia (sul totale di sei) per bloccare i rifugiati siriani e iracheni diretti principalmente in Germania. Sulla riforma del regolamento di Dublino, che penalizza Italia, Grecia e Spagna assegnando i rifugiati al Paese di primo arrivo c’è, però, ancora molto da fare e, fondamentalmente, trovare un consenso, per lo più rifiutato sino ad oggi dalla maggioranza dei governi europei (non solo da Paesi dell’Est, ma in gran parte perfino dalla Francia) è qualcosa di imprescindibile per dare una svolta concreta a questa crisi migratoria. Dopo la firma congiunta dell’accordo europeo è lecito ora chiedersi cosa cambi sul tema dell’immigrazione. Per quanto riguarda il soccorso in mare si vedrà se la Libia riuscirà a esercitare il coordinamento dei soccorsi nelle acque SAR  assegnate. Altrimenti dovrà operare l’MRCC di Malta e di Roma. I soccorsi quando non effettuati da motovedette libiche verranno condotti dai mezzi della Marina Militare, della Capitaneria e della Finanza com’è avvenuto fino oltre ai mercantili in transito. Per la destinazione di sbarco dei migranti l’Italia non ha l’obbligo di far sbarcare sul proprio territorio naufraghi recuperati da navi mercantili, mentre tale obbligo sussiste (limitatamente per i richiedenti asilo e per la proibizione del respingimento sinora in vigore). La Navi  militari a cui sono assimilate per legge quelle della Capitaneria e della Finanza (tato e vero che ne battono la Bandiera) sono a tutti gli effetti di legge territorio italiano, mantenendo tale status non solo in acque internazionali ma anche in quelle territoriali degli altri Paesi. Le norme internazionali sul soccorso in mare furono concepite per assicurare il soccorso della vita umana in mare in un contesto diverso dall’attuale del Mediterraneo. Lo sbarco dei naufraghi nel più vicino porto sicuro è stato inserito come duplice garanzia. Nei confronti delle persone salvate in quanto l’Armatore della Nave che ha effettuato il salvataggio non po’ trattenere a bordo la gente salvata sino alla destinazione della Nave, d’altra parte tutela l’Armatore in quanto non può essere obbligato a dirottamenti eccessivi dal suo itinerario originale. Ai naufraghi una volta sbarcati nel più vicino porto sicuro provvedeva in genere (a seconda della Nazionalità) i loro rispettivi Consolati/Ambasciate per il rientro in Patria e per le altre necessità iniziali. E’ evidente che il problema dei migranti è quindi prima di tutto umanitario e va oltre il diritto internazionale che governa il soccorso in mare. Il centro di coordinamento del soccorso non è tenuto a indicare quale sia il porto sicuro su cui sbarcare la gente recuperata in mare, trattandosi di una responsabilità dell’armatore e del Comandante della Nave. Sono quindi inappropriate le accuse all’Italia di aver violato la cosiddetta “legge del mare”.

Dove sorgeranno (se ci sarà il via libera dei singoli Paesi Ue) gli «hotspot» per l’identificazione di migranti e richiedenti asilo? Quanti «Paesi terzi» accetteranno di ospitare le piattaforme di sbarco» extra Ue? Tante e troppe domande che lasciano, per ora, più dubbi che risposte.

Il documento riconosce, infatti, una gestione “globale” del fenomeno migratorio, ma propone anche la nascita di centri di prima accoglienza la cui costruzione sia esclusivamente su base volontaria negli Stati membri. Volontaria è anche la redistribuzione dei migranti e non sono previste sanzioni per chi non faccia la sua parte. Nel testo siglato dai 28 è la parola “volontario” ad emergere più spesso. Termine, che riproponendosi infatti su molti aspetti del tema migranti e fortemente voluto dai Paesi del patto di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia), è, appunto, il compromesso che ha trovato tutti d’accordo. O almeno ogni stato vede la sottoscrizione del trattato come una personale vittoria del suo paese, anche quando non è espressamente così. Ed è proprio su quella «base volontaria», di cui si parla nell’articolo 6 dell’accordo, che si alimentano perplessità e critiche. Un articolo pieno di condizionali che si conclude ribadendo, appunto, che non esistono vincoli di applicazione, ma il solo criterio è la volontarietà. La creazione solo su base volontaria di aree di sbarco dei migranti, rischia, inoltre, di far rivivere per tutta l’estate un braccio di ferro tra i paesi Ue, sulle spalle dei diseredati in fuga da guerre o dalla miseria.

Il documento, pur non citando espressamente i battelli dei volontari delle Ong, sottolinea che «tutte le navi che operano nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non devono ostacolare le operazioni della Guardia Costiera libica». Contro i trafficanti di esseri umani, dice ancora il testo, l’Unione europea «continuerà a sostenere l’Italia e altri Stati membri in prima linea» e, con ulteriori stanziamenti, «rafforzerà il suo sostegno alla regione del Sahel e alla guardia costiera libica…». A questo, come ha espressamente chiarito il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, si aggiunge la contestuale chiusura dei porti maltesi e italiani per le navi delle Ong che operano il soccorso in mare, nello specifico fra poco, quindi, le unità delle organizzazioni non governative non potranno più rifornirsi di cibo, acqua e carburante nel Mediterraneo centrale. Nel documento finale approvato è infine «passato un nuovo approccio per quanto riguarda i salvataggi in mare: da ora in poi si prevedono azioni basate sulla condivisione e quindi coordinate tra gli Stati membri».

Quella migratoria, come si legge nella premessa dell’accordo, “è una sfida non solo di uno Stato membro, ma di tutta Europa nel suo insieme”. La volontarietà del testo rende l’intesa però, se non aleatoria, almeno tutta da verificare sul campo. I leader europei che si dicono "determinati a continuare e rafforzare" l'azione "per prevenire un ritorno ai flussi incontrollati del 2015 e ridurre ulteriormente la migrazione illegale su tutte le rotte esistenti e nuove” dovrebbero tenerlo bene in mente facendo ognuno la propria parte.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 26 Jul 2018 21:15:26 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/516/1/accordo-migranti-chi-puo-ritenersi-soddisfatto-e-cosa-dice-l-accordo-ue AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Chiusura porti e diritto internazionale, cosa rischia l’Italia? http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/515/1/chiusura-porti-e-diritto-internazionale-cosa-rischia-l-italia

Mentre in America il “Time”, per parlare della “crisi dei migranti” esplosa negli Stati Uniti dopo la linea della “tolleranza zero” applicata dall'amministrazione Trump, dedica la copertina della sua prossima edizione all’iconica immagine della bimba, separata dai genitori, che si dispera in lacrime davanti ad un impassibile presidente, in Europa la situazione migranti non risulta migliore. All’attenzione dei media si è presentato prima il caso della nave Aquarius ed, in seguito, quella dell’ONG Lifeline. Ma chiudere i porti italiani, come più volte ha affermato il nuovo Ministro dell’Interno, può essere davvero la soluzione per arginare l’immigrazione in Italia? L’argomento è complesso e, anche a livello di diritto internazionale, è realmente applicabile?

Il 12 giugno 2018, per fare chiarezza su alcuni argomenti di cui si è molto dibattuto dopo la vicenda che ha visto coinvolta la nave Aquarius con a bordo 629 migranti, il Gruppo d’interesse sul Diritto del mare, che riunisce i professionisti del mondo accademico che si occupano di diritto del mare, ha scritto una lettera aperta in quattro punti per precisare alcuni principi giuridici vincolanti per il nostro Paese, in quanto parte della comunità internazionale e membro dell’Unione europea. Da questo testo si evince che salvare la vita in mare è un obbligo, e anche la Costituzione italiana (art.2) si fonda sulla solidarietà quale dovere inderogabile. Anche la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, facendo peraltro propria un’antica consuetudine internazionale, sancisce il dovere di tutelare la vita umana in mare per tutti gli Stati costieri. Il diritto internazionale impone, così, agli Stati di obbligare i comandanti delle navi che battono la propria bandiera nazionale a prestare assistenza a chiunque venga trovato in mare in pericolo di vita, di informare le autorità competenti, di fornire ai soggetti recuperati le prime cure e di trasferirli in un luogo sicuro. Tale dovere, inoltre, per sua natura, non può rivestire carattere esclusivo, ed il mancato adempimento da parte di uno Stato non costituisce adeguato fondamento per il rifiuto di ottemperare opposto da un altro Stato. Ne è stato palese esempio la scelta della Spagna di accogliere la nave “Aquarius” dopo il rifiuto dello stato italiano. Non prestare soccorso ai naufraghi è, inoltre, in Italia, reato, ai sensi degli articoli 1113 e 1158 del codice della navigazione. Sono obbligati a prestare soccorso tutti i soggetti, pubblici o privati, che abbiano notizia di una nave o persona in pericolo in mare, qualora il pericolo di vita sia imminente e grave e presupponga la necessità di un soccorso immediato. A tal riguardo, secondo la Convenzione di Amburgo, tutti gli Stati con zona costiera sono tenuti ad assicurare un servizio di ricerca e salvataggio (SAR - acronimo dall’inglese “search and rescue” con cui si indicano tutte le operazioni che hanno come obiettivo quello di salvare persone in difficoltà). Nel corso della Conferenza IMO (International Maritime Organization) di Valencia del 1997 il Mar Mediterraneo è stato suddiviso tra i Paesi costieri e, secondo tale ripartizione delle aree SAR, l’area di responsabilità italiana è di circa 500 mila km quadrati (pari a circa un quinto dell’intero Mediterraneo).

Riguardo la chiusura dei porti, poi, vale la pena ricordare che tale misura non è di per sé proibita dal diritto del mare, ricadendo i porti nell’ambito dell’esclusiva sovranità dello Stato. La possibilità di attuarla dipende, tuttavia, dall’esistenza (o meno) di accordi bilaterali tra lo Stato del porto e quello di bandiera (e dal contenuto di tali accordi) nonché dalle specificità di ciascun singolo caso. Le convenzioni internazionali sul diritto del mare, infatti, non prevedono esplicitamente l’obbligo per gli stati di far approdare nei propri porti le navi che hanno effettuato il salvataggio, si fondano sull’obbligo di solidarietà in mare, che sarebbe disatteso qualora fosse negato l’accesso al porto di una nave con persone in pericolo di vita, appena soccorse e bisognose di assistenza immediata. Assicurata la disponibilità di generi di prima necessità (acqua, cibo, medicinali) in ottemperanza degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e sbarcate le persone bisognose di assistenza medica tale obbligo implicito verrebbe meno, anche se si pone la questione del respingimento di massa, vietato dal diritto internazionale (precisamente, dalla Convenzione europea sulla salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali). Il rifiuto, aprioristico e indistinto di tutte le persone recuperate in mare, comporterebbe l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo.  Su quest’aspetto si basano molte delle proteste delle ONG e di chi si oppone alla linea dura decisa dal Governo italiano.

In tutta questa vicenda è mancato il ruolo attivo dell’Unione europea, come è vero che è ormai insufficiente, poiché non tiene conto delle dimensioni dei flussi migratori degli ultimi anni, (come abbiamo potuto notare con gli ultimi eventi), il regolamento europeo, il cosiddetto Dublino III, che individua lo Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale (Reg. (UE) n. 604/2013). Tale sistema necessita, quindi, di essere, senza alcun dubbio, rivisto dal momento che, per la sua posizione e conformazione geografica, il nostro Paese è diventato il punto di approdo naturale, e preferito, dei migranti provenienti dal continente africano. Situazione che porta a far gravare sull’Italia l’esame di un numero troppo elevato di domande di protezione e che necessita di maggiore attenzione ed una più equa ripartizione degli sforzi, sia logistici sia economici, da parte degli altri paesi europei, al fine di fronteggiare le emergenze umanitarie che le migrazioni per mare portano con sé.

L’Italia sembra, così, aver voluto usare il caso Aquarius come strumento per riportare al centro della discussione europea la questione migranti. Siamo di fronte a una emergenza umanitaria che l’Italia non può affrontare in solitudine e, piuttosto che chiudere i nostri porti, si chiede ora che gli altri stati europei vogliano aprire i loro.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Wed, 18 Jul 2018 19:11:14 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/515/1/chiusura-porti-e-diritto-internazionale-cosa-rischia-l-italia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il nucleare, ago della bilancia in un possibile conflitto israeliano - iraniano http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/512/1/il-nucleare-ago-della-bilancia-in-un-possibile-conflitto-israeliano---iraniano

Trump ha deciso di recedere dagli accordi firmati dall’Amministrazione Obama con l’Iran sul nucleare, in una mossa molto probabilmente concordata con Israele e coordinata temporalmente con le dichiarazioni in diretta nazionale del capo del governo di Tel Aviv che ha accusato senza mezzi termini l'Iran di aver mentito sulla propria attività di arricchimento dell'uranio, indicando a supporto delle proprie dichiarazioni 55mila pagine e altrettanti files su 183 CD, per un totale di mezza tonnellata di materiale di cui è entrata in possesso l'intelligence israeliana. Prove schiaccianti che, secondo il governo israeliano, confermerebbero che l'Iran progetta di dotarsi di almeno cinque ordigni nucleari analoghi a quelli di Hiroshima. "Iran lied (trad. l’Iran ha mentito)” ha tuonato Netanyahu mentre sullo schermo della conferenza tv in diretta nazionale scorrevano slide con grafici e numeri. Citando i documenti segreti trafugati all’Iran dalle forze speciali israeliane, Netanyahu ha mostrato così le sue «prove nuove e conclusive» con cui punta non solo a convincere il presidente americano Donald Trump ad uscire dall’accordo sul nucleare iraniano, ma a vincere la riluttanza di chi, come i paesi europei, continuano a difenderne la sopravvivenza.

Gli Stati Uniti hanno garantito l'autenticità dell'archivio segreto ottenuto da Israele annunciando che i nuovi documenti verranno mostrati quanto prima all'agenzia Onu per l'energia atomica e ad altri Paesi. La comunità internazionale ha reagito invece con scetticismo, parlando di informazioni già note e risalenti al periodo precedente la firma dell'accordo con Teheran nel 2015. In particolare vengono citate informazioni pressoché identiche a quelle già fornite nel “Key Judgment” del 2007 da parte della National Intelligence Estimate statunitense e successivamente in un report della stessa AIEA del 2011, intitolato “Possible Military Dimensions to Iran's Nuclear Programme”. Documenti tutti già noti, dunque, al momento dell'accordo sul nucleare firmato 3 anni fa dall'allora presidente Usa, Obama. Secondo gli osservatori internazionali, non ci sono dubbi che Teheran abbia mentito in passato sulla propria attività di arricchimento dell'uranio a scopi militari. L'autenticità delle carte mostrate dal premier israeliano non è messa in dubbio. Il punto, ora, è capire se il piano militare sia proseguito negli ultimi due anni e mezzo. Insomma, posto che i documenti indicati da Netanyahu siano "vecchi", l'Iran sta mentendo ancora?

Il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), noto anche come accordo sul nucleare iraniano, vale la pena ricordarlo, nasce dopo due anni di negoziati tra l’Iran ed il gruppo 5+1 ,ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti) più la Germania, oltre all’Unione europea. L’obiettivo primario dell’accordo era di impedire all’Iran di sviluppare una tecnologia tale da permettergli di costruire ordigni atomici, ma nel contempo consentirgli di proseguire il programma volto alla produzione di energia nucleare ad usi civili. In base all’intesa, e senza citare qui ogni singolo punto dell’accordo, l’Iran ha così accettato di eliminare le sue riserve di uranio a medio arricchimento e di tagliare del 98% quelle di uranio a basso arricchimento; si è inoltre impegnata a ridurre di oltre due terzi le sue centrifughe a gas per tredici anni con attività di arricchimento dell'uranio, così come quelle di ricerca, limitate ad un singolo impianto, quello di Natanz. Dal 2015 a oggi gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) hanno certificato 10 volte l’adesione da parte dell’Iran agli impegni assunti nel Jcpoa attraverso la verifica a tutti gli impianti nucleari iraniani concordati nel trattato, per l’ispezione di altri siti i controllori devono invece richiede ed ottenere un permesso speciale da Teheran.

Quello che era stato definito un “accordo storico” per rendere il mondo più sicuro da parte del presidente americano Barack Obama, è definito invece “il peggior accordo internazionale mai firmato dagli Stati Uniti” secondo il presidente Trump. Da tempo Trump sostiene che l’Iran stia conducendo clandestinamente attività proibite in altri siti (non meglio precisati) che non sono inclusi nell’accordo sul nucleare e quindi sono sottratti ai controlli del team dell’Aiea, richiede quindi che vengano rimosse le limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare, anche militare, iraniano.

L'Iran si sente forte del sostegno della Russia che ha basato la sua presa sulla Siria e lo sbocco sul Mediterraneo sul supporto ad Assad delle Guardie Rivoluzionarie guidate in persona da Qassem Suleimani, stratega dell'imperialismo iraniano e probabilmente davanti alla decisione USA e all’atteggiamento di Israele il partito della bomba atomica in Iran troverà nuovo impulso. Israele da parte sua, essendo già potenza nucleare, vuole regolare i conti con l’Iran finché gli Ayatollah non dispongono di armamento nucleare. L’obiettivo di limitare la sua area di influenza alla regione del Golfo Persico espellendoli dalla Siria anche con la forza non sarebbe perseguibile con la stessa determinazione qualora Theran disponesse di armi atomiche. L’esempio della Libia è un memento esemplare. La “bomba” è sempre più percepita come la migliore assicurazione sulla vita per tutti i regimi sgraditi agli USA per preservare la propria indipendenza e rilevanza. Nel frattempo ancora una volta l’Europa dimostra la propria irrilevanza sulle grandi questioni internazionali e la propria incapacità di influire sulla politica estera USA.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Wed, 13 Jun 2018 17:33:04 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/512/1/il-nucleare-ago-della-bilancia-in-un-possibile-conflitto-israeliano---iraniano AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Tra conferme e frenate diplomatiche, la missione italiana in Niger prosegue http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/513/1/tra-conferme-e-frenate-diplomatiche-la-missione-italiana-in-niger-prosegue

La missione italiana in Niger è in stallo, anzi no prosegue senza problemi. A leggere le notizie delle ultime settimane sull’argomento si capisce piuttosto che c’è ancora molto da chiarire sull’intervento dell’Italia per bloccare il flusso dei migranti ed addestrare le truppe locali in Niger al confine con la Libia. Annunciata ufficialmente da Paolo Gentiloni il 13 dicembre scorso, e votata in fretta e furia dalla Camera dei deputati, c’era una volta la missione italiana in Niger. Non è totalmente chiaro al momento infatti in che modo la missione proseguirà dato che il governo italiano e quello nigeriano sembrano pensarla in maniera diametralmente opposta. Cronache di un disastro diplomatico annunciato? Forse, ma andiamo per gradi.

“Andiamo in Niger per una richiesta del governo locale, che abbiamo ricevuto a dicembre e che riguarda quello che facciamo di solito in paesi come la Libia: rinforzare gli strumenti di controllo del territorio e delle frontiere e le forze di polizia locale” aveva detto il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, parlando della missione alla commissione difesa della camera il 15 gennaio. Secondo le intenzioni del governo nel 2018 dovrebbe avvenire un netto ridimensionamento della presenza militare italiana all’estero (dove i nostri militari sono impegnati oggi in 32 missioni internazionali in 21 paesi). Nello specifico in Iraq si passerebbe da 1.500 a 750 soldati, in Afghanistan da 900 a 700 soldati. I contingenti italiani si sposterebbero così in Africa, in particolare in Libia con un incremento da 370 a 400 soldati ed in Niger con una missione di 470 soldati (inclusi 130 mezzi di terra e due aerei) impiegati di fatto nel sostegno alle autorità locali nell’addestramento della polizia di frontiera e nel controllo dei confini, lungo la rotta più usata dai migranti diretti in Europa. L’intervento militare in Niger si attuerebbe nell’ambito della missione del G5 (Mali, Ciad, Burkina Faso, Niger, Mauritania) nel Sahel, in cui l’Italia ha chiesto di essere membro osservatore. La “Coalizione Sahel” presentata il 13 dicembre scorso, durante la conferenza stampa congiunta al termine del G5 Sahel (summit tra i capi di stato e di governo di Francia, Germania, Italia e i cinque paesi del Sahel), nascerebbe con l’obiettivo dichiarato di contrastare il terrorismo nella regione e dovrebbe trattarsi di “un’organizzazione operativa effettiva e reale, con un comando unico a livello regionale, per sostenere sul campo la forza G5 Sahel e l’Alleanza per il Sahel.” Coalizione che potrà valersi inoltre di stanziamenti per 50 milioni di euro dall’Unione europea, 60 milioni di dollari dagli Stati Uniti, 30 milioni dagli Emirati Arabi Uniti e 100 milioni dall’Arabia Saudita. Per maggiore chiarezza, in Niger intanto è già presente un'aliquota di una cinquantina di soldati con il compito di preparare il terreno al grosso della missione, l’Italia si unirebbe così alle forze armate francesi, statunitensi e tedesche che sono già presenti nel paese, rispettivamente da anni e mesi, in un contesto geopolitico importante per l’Italia.

Secondo indiscrezioni varie però la missione sarebbe ad uno stallo. Ad inizio marzo il governo di Niamey sembrava, nonostante la squadra di 40 specialisti inviati in Africa dopo l’approvazione della delibera di palazzo Chigi, dire, per la seconda volta, no all’arrivo dei soldati italiani da impiegare contro l’immigrazione clandestina ed il terrorismo. Stop comunicato dal ministro dell’Interno, Mohamed Bazoum, che aveva ripetuto quanto era già trapelato dal ministero degli Esteri circa due mesi fa sulla contrarietà all’invio del contingente, rilanciato dall’emittente francese Rfi. Secondo le indiscrezioni, infatti, il Niger non sarebbe stato informato ufficialmente dall'Italia riguardo la prossima missione militare nel paese africano, e gli esponenti del Governo avrebbero appreso del dispiegamento del contingente italiano da un lancio dell'agenzia di stampa. Inoltre, sempre secondo le fonti dell'emittente francofona, si afferma proprio che la formazione dei militari e delle forze di sicurezza del Niger, motivazione addotta dal governo italiano per la missione, sia già stata affidata ad altre nazioni. Sembrerebbe così evidente che una parte del governo nigerino non sia d’accordo con la missione e rilasci dichiarazioni alle Radio internazionali francesi per smuovere le acque della polemica.

Impossibile non notare però che in Niger è la Francia (nostra rivale storica) a detenere l’influenza più rilevante: negli stessi giorni, infatti, era circolata l'ipotesi proprio di una responsabilità francese allo stop alle missioni italiane, ossia che il governo di Parigi, che ha un contingente presente in quell’area con un ruolo di primo piano insieme con Stati Uniti e Germania, abbia fatto pressioni affinché il nostro paese rimanesse fuori da giochi africani. Una situazione che, se fosse stata confermata, metterebbe all’angolo il nostro paese. Certo, dietro la decisione del governo italiano c'era un accordo firmato dai due Paesi il 26 settembre del 2017 sulla base dell'accordo per lo sviluppo della cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza, firmato durante l’incontro del 3 gennaio del governo nigerino con il numero uno della Farnesina, Angelino Alfano, volato a Niamey per inaugurare l’ambasciata italiana. Lo avevano scritto gli stessi giornali nigerini, che però specificavano: “Le nostre fonti confermano l’esistenza di un dialogo e di un coordinamento tecnico e per la sicurezza con l’Italia, ma questo non implica in alcun modo che il Niger intenda accogliere una missione militare italiana”.

Intanto sul sito della Difesa, proprio per fare maggiore chiarezza sull’argomento, è stato pubblicato un comunicato ufficiale in cui si ribadisce proprio che “In merito a quanto riportato da alcuni organi di stampa circa la sospensione della missione in Niger, si ribadisce quanto recentemente dichiarato pubblicamente dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, che stanno proseguendo le attività programmate del nucleo di ricognizione per attività di collegamento e preparazione, di intesa con le Autorità nigerine, e di predisposizione all'approntamento della base italiana in Niger. Non ci sono quindi ipotesi di ritiro del personale militare italiano. La missione si svilupperà in pieno accordo con le Autorità locali.” Salvo eventuali nuove problematiche, di tipo logistico o diplomatico, la nostra missione quindi dovrebbe proseguire con un numero massimo di militari impegnati che si baserà sulle decisioni del Parlamento e sulla necessità futura modulata in base alla situazione del teatro operativo e alle esigenze addestrati da soddisfare. “Allo stato attuale” la missione continua.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 21 May 2018 18:44:03 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/513/1/tra-conferme-e-frenate-diplomatiche-la-missione-italiana-in-niger-prosegue AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Cresce l’export di armi al mondo, mentre in America si prova a limitarne l’uso http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/511/1/cresce-l-export-di-armi-al-mondo-mentre-in-america-si-prova-a-limitarne-l-uso

Il volume dell’export internazionale di armi nel periodo tra il 2013 ed il 2017, confermando la tendenza al rialzo iniziata agli inizi degli anni 2000, è stato superiore del 10% rispetto a quello del 2008-2012. Questi dati emergono da uno studio pubblicato dall’International Peace Research Institute di Stoccolma (SIPRI), mettendo in risalto, in particolare modo, l’aumento considerevole del flusso di armi verso il Medio Oriente e l’India (destinazioni rispettivamente del 32% e del 12% del totale degli acquisti a livello globale). Un flusso raddoppiato negli ultimi 10 anni legato al fatto che la maggior parte degli stati della regione sono stati coinvolti direttamente in conflitti nel periodo tra il 2013 ed il 2017. Nonostante le preoccupazioni sui diritti umani abbiano così portato, proprio ultimamente, accesi dibattiti politici sulla limitazione delle vendite delle armi, oggi, Stati Uniti ed Europa rimangono i principali esportatori di armi nella regione medio orientale (con una percentuale, ad esempio, di oltre il 98% di armi esportate in Arabia Saudita).

Sono proprio Stati Uniti, Russia, Francia, Germania e Cina i cinque maggiori esportatori di armi al mondo, con l’Italia al nono posto di questa particolare classifica. Durante il primo anno dell’amministrazione Trump, ad esempio, sono stati oltre 82,2 i miliardi di dollari ricavati dalla vendita di armi da parte degli Stati Uniti notificati al Congresso, con un aumento dei ricavi del 30% rispetto ai 76,5 miliardi di dollari dell’amministrazione Obama del 2016, sopratutto per quanto riguarda la categoria bombe e missili, a seguito di importanti accordi di difesa missilistica raggiunti con Arabia Saudita, Polonia, Romania, Giappone e Emirati Arabi Uniti.

La Russia dal canto suo nel 2016 ha superato i 15 miliardi di dollari di consegna d’armi, esportando in 52 paesi, non solo India e Cina paesi che vengono riforniti di armamenti già da lungo tempo dal governo del Cremlino, ma anche il regime siriano: “Nonostante le pressioni senza precedenti di un certo numero di paesi occidentali e gli ingiusti metodi di concorrenza che utilizzano, siamo riusciti a penetrare nuovi mercati esteri” ha voluto precisare il direttore dell’agenzia Rosoboronexport incaricata delle esportazioni degli equipaggiamenti militari. E nonostante alcune sanzioni internazionali, a seguito dell’annessione della Crimea, ed una legge approvata la scorsa estate dal Congresso Usa per vietare rapporti commerciali con 39 società di armamenti russe, la Russia ha saputo portare avanti con forza la sua corsa agli armamenti, specialmente in questi ultimi 15 anni, tanto è vero che lo stesso Putin ha presentato, a pochi giorni dalle elezioni, i nuovi armamenti russi, tra cui una nuova versione del missile intercontinentale multi testata Sarmat, un missile da crociera alimentato a nucleare ed un drone sottomarino più veloce di qualsiasi siluro fino ad oggi costruito.

Oltre alla Russia anche la Cina sfida oggi la supremazia militare degli Stati Uniti e dei loro alleati ed il ritmo con cui sta ingrossando il proprio esercito potrebbe essere tradotto in un “sistematico processo di preparazione alla guerra” (secondo alcuni esperti dell’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, IISS, nel rapporto annuale Military Balance 2017) con, a livello aereo, i caccia stealth Chengdu J-20 previsti in fase operativa dal 2020 e unità missilistiche aria-aria a lunga gittata PL-15 equipaggiate con radar a scansione elettronica e, a livello marino, il varo negli ultimi 15 anni di più corvettes, fregate, cacciatorpedinieri e sottomarini di Giappone, India e Corea del Sud messi assieme. Rimanere indietro a livello tecnologico è, infatti, una minaccia tanto grande quanto fortemente sentita dalle grandi potenze e la corsa agli armamenti, come i dati appena citati ci suggeriscono, sembra oggi una scelta condivisa e perpetrata da moltissimi Stati al mondo desiderosi di acquisire, secondo le loro intenzioni, maggiore peso sugli equilibri mondiali in un trend che non trova sosta ne tenderà a calare a breve.

Nel frattempo in America, a seguito dell’ultima strage scolastica (la diciottesima dall’inizio dell’anno), qualcosa sembra essere sul punto di cambiare: intanto sopratutto l’interesse dell’opinione pubblica, specialmente dei giovani, in futuro probabilmente una vera e propria stretta sulla vendita delle armi da fuoco con alcune proposte, anche controverse come quella del presidente Trump di armare gli insegnanti appositamente formati, che fanno discutere ed infiammano il dibattito.

Intanto in Florida, dove si è consumata l’ultima strage, è stata promulgata una legge che introduce le prime misure restrittive verso le armi da fuoco, tra cui l’aumento dell’età minima per l’acquisto da 18 a 21 anni, un periodo di attesa di tre giorni per chi acquista fucili o armi automatiche e il divieto di commercio per il “Bump Stock” ossia un meccanismo da circa 100 dollari che montato sull’arma trasforma un normale fucile semi-automatico, in cui bisogna premere ogni volta il grilletto per sparare un singolo colpo, in un mitra a tutti gli effetti in cui tirando il grilletto una sola volta e tenendolo premuto si spara una raffica che si esaurisce solo quando finiscono i colpi nel caricatore. Con questo potenziatore, un fucile può arrivare a sparare fino a 400-800 colpi al minuto, anche se i caricatori normali arrivano, salvo modifiche, a 30. Le decisioni prese dallo stato della Florida sono però state subito attaccate dai legali della National Rifle Association (NRA) che hanno subito aperto una causa contro lo stato americano per aver creato un “precedente pericoloso” con una norma considerata incostituzionale che, secondo i legali, violerebbe il II e XIV emendamento della Costituzione americana ossia quello rispettivamente sul diritto a possedere armi e sul diritto a proteggersi. Diritti che fanno parte della storia americana e che molti cittadini, fino ad oggi, hanno difeso con forza. Se è pur vero, infatti, che l’NRA versi denaro a livelli record in occasione di ogni elezione (circa 4,1 milioni di dollari per attività di lobbying nel 2017), la cifra è inferiore a quella di altri gruppi. L’influenza quindi dell’associazione non deriva solo dal lobbismo ma dal gran numero di attivisti di un gruppo che ha oltre 145 anni di storia e probabilmente più di 5 milioni di membri attivi pronti a mobilitarsi ed impegnarsi in politica in caso di necessità. La strage al liceo di Parkland ha però dato vita a un movimento popolare guidato dagli studenti capace di cambiare anche qui l'equazione politica americana sulle armi da fuoco che finora, massacro dopo massacro, dava come risultato sempre e solo la vittoria della lobby della National Rifle Association, contraria a qualunque regolamentazione.

La Florida non è però il solo caso di svolta. L'Oregon era diventato nei giorni scorsi il primo stato a passare una nuove legge restrittiva sulla diffusione delle armi vietando l'acquisto e il possesso di armi da fuoco da parte di persone che hanno precedenti per violenza domestica o stalking. Si tratta sempre di provvedimenti parziali che non accontentano i fautori di vere riforme ma sono, a mio avviso, il segno importante di un cambiamento in atto. Le cose quindi potrebbero cambiare veramente, anche se molto lentamente, specie con il differenziarsi dell’elettorato futuro, formato da minoranze etniche che entro la metà del prossimo secolo potrebbero diventare la maggioranza e con una nuova visione da parte dei giovani che già oggi sono meno interessati al porto d’armi rispetto agli anziani e più favorevoli ad un controllo delle armi per evitare che certi stragi non si ripetano più. Ma nel frattempo mentre se ne parla e se ne discute, in America e nel resto del mondo, la vendita di armi aumenta ogni giorno di più.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Sun, 29 Apr 2018 10:54:53 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/511/1/cresce-l-export-di-armi-al-mondo-mentre-in-america-si-prova-a-limitarne-l-uso AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Da dove sono stati lanciati i missili in Siria http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/509/1/da-dove-sono-stati-lanciati-i-missili-in-siria

Dei 105 missili lanciati contro gli impianti di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria circa 70 sono stati lanciati da piattaforme navali, di cui, aspetto estremamente interessante, solo una dislocata in Mediterraneo, mentre le altre hanno lanciato dal Mar Rosso e dal Golfo Persico.

Dei restanti 35 missili:

19 sono stati lanciati da bombardieri B1 USAF, decollati probabilmente da una base in Qatar, 6 da Rafale Francesi partiti dalla Francia, 8 da Tornado UK, decollati dalla vicina base di Akrotiri a Cipro (ca 150 miglia nautiche/280 km) dalla Siria.

 Si tratta di una tendenza ormai in atto da qualche tempo e non solo in campo occidentale, basti pensare agli attacchi condotti proprio in Siria dalle navi della Marina Russa, in navigazione addirittura nel Mare Caspio, che dimostra il ruolo crescente delle Navi di superficie come sistema d’arma in grado di proiettare forza su terra, oltre alle Portaerei, comunque senza aver necessità di basi amiche e addirittura operando da altri bacini marittimi, in totale sicurezza. La diffusione crescente della capacità di lancio di missili da crociera  da navi di medie dimensioni consentirà di compensare la minor libertà d’azione dei mezzi aerei pilotati tenuti sempre più lontani dalle aree prossime agli obiettivi grazie all’avvento di sistemi antiaerei sempre più efficaci, come il temutissimo S400 russo, il cui raggio d’azione nel caso di specie avrebbe incluso la stessa base di Akrotiri da cui sono decollati i 4 Tornado della RAF.

Con l’aumento del raggio d’impiego dei missili da crociera aviolanciati si aprono nuove possibilità per piattaforme di lancio, derivate direttamente da aerei di linea, com’è in fondo il nuovo pattugliatore marittimo della US Navy P8 Neptune, in grado, fra l’altro, di lanciare missili stand off in quantità significative. In molti scenari aeroplani di caratteristiche aerodinamiche e prestazionali analoghe ad aerei di linea, da pattugliamento marittimo o da trasporto potranno essere impiegati a integrazione dei costosissimi cacciabombardieri stealth di 5^/6^ generazione (es.: F35), potendo rilasciare un numero molto superiore di armi a distanze maggiori dalle basi e a costi di gestione assai inferiori. In questo caso saranno i missili a dover essere stealth per penetrare le difese avversarie (com’è già nel caso dello SCALP e del JSSM ER o del LRSSM USA), invece degli aerei.

Un elemento di novità è stato l’utilizzo, per la prima volta, di una Fremm come piattaforma di lancio del missile da crociera SCALP Naval, lanciabile dagli stessi lanciatori Silver 70 in dotazione alle FREMM italiane, che tuttavia non ne sono dotate, essendo stata sempre respinta dallo Stato Maggiore della Difesa, la richiesta di acquisizione da parte della Marina Militare.

Considerando che anche i PPA in costruzione sono dotati degli stessi lanciatori delle Fremm, c’è da chiedersi perché il Ministero della Difesa non si decida ad acquisire tale missile che costituirebbe per le nostre navi e per la Difesa nazionale, un moltiplicatore di forza notevolissimo, aumentandone significativamente il potenziale di deterrenza.

Visto che lo SCALP Naval è prodotto da un consorzio europeo sembrerebbe una scelta opportuna oltre che pienamente in linea con la “priorità” alla Difesa Europea, proclamata così spesso dalla Ministra della Difesa.

Gli Aerei UK e Francesi hanno invece utilizzato lo Storm Shadow, la versione aviolanciata dello Scalp Naval con una portata inferiore, in dotazione (questa si, per fortuna) anche all’Aeronautica Italiana.

La RAF ne ha lanciati 8 impiegando solo 4 Tornado. La Francia ha impiegato una quantità di aerei circa doppia, con il ricorso a rifornitori in volo per lanciare 6 missili Storm Shadow.

L’operazione sarebbe stata tecnicamente alla portata anche dell’Italia potendo disporre ancora dei Tornado (di recente sottoposti a un importante piano di estensione vita) e di rifornitori in volo, anche se per il “targetting” (capacità in cui la nostra Aeronautica ha fatto grandissimi progressi detenendo notevoli professionalità nel settore) avremmo dovuto probabilmente appoggiarci all’USAF o alla RAF.

Sotto il profilo del risultato politico che era il vero obiettivo della missione, il presidente Trump ottiene un risultato importante in termini di opinione pubblica, dando contemporaneamente un segnale forte non solo alla Siria, ma soprattutto ad altri potenziali utilizzatori di armi chimiche, rilanciando la coesione e l’operatività militare delle Potenze Alleate. Un ristretto club di nazioni, vincitrici della guerra e membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU, ancora in grado di compiere scelte difficili in tempo reale. Nessuno dei tre Leader ha chiesto il benestare dei rispettivi Parlamenti assumendosi la responsabilità di avvalersi delle proprie attribuzioni di legge.

Se l’esclusione di Germania e Italia da questo genere di interventi non deve quindi stupire, dovrebbe invece far riflettere come, al di là delle dichiarazioni degli ultimi anni, l’EU sia stata alla finestra, mentre Francia e Inghilterra giocavano in modo “sovrano” la loro partita di interesse nazionale.

In tutto questo “baillame” i russi ottengono invece un risultato strategico importante; consentendo agli USA di salvare la faccia sulla questione della “linea rossa” contro Assad, hanno ricevuto in cambio la pubblica rassicurazione che gli Stati Uniti non intendono cambiare il regime di ASSAD e che appena possibile si ritireranno dalla Siria lasciando di fatto alla Russia, all’Iran e alla Turchia il compito di governare le trattative di pace e l’assetto politico della Siria post guerra civile.

Nel campo occidentale ne esce rafforzata la Francia sia nel suo rapporto con gli USA, grazie alla prontezza con cui Macron si è associato a Trump ed ha propugnato l’azione militare, nella quale ha dato dimostrazione evidente sia di possedere capacità operative autonome per missioni strategiche a grande distanza dalle basi metropolitane, sia di poter interpretare credibilmente il ruolo di potenza regionale di riferimento per gli USA, nel bacino del Mediterraneo. Ruolo a cui aspirava l’Italia negli anni in cui la Francia si teneva lontana dalla Nato e rimarcava la propria indipendenza dalla politica estera americana.

L’Inghilterra ha impiegato efficacemente il “minimo” di mezzi, per essere della partita, ma è risultata in ombra rispetto alla Francia che sempre più può affermare il suo ruolo di alleato Americano paritetico all’Inghilterra, con il vantaggio di essere la sola Potenza Regionale in grado di contenere il neo Ottomanismo di Erdogan e di avere un ruolo di protagonista nel Nord Africa e in generale nell’immensa Africa Francofona. In tal senso non ci si deve dimenticare il ruolo importante giocato storicamente dalla Francia in Libano. È verosimile inoltre che a seguito della pronta partecipazione all’iniziativa di Trump, Macron ottenga maggiore libertà d’azione in Libia, a scapito dell’Italia.

 

 E l’Italia?  In questo caso non abbiamo giocato neppure il ruolo ausiliario delle nostre basi aeree ad eccezione di Sigonella e di Aviano che sono sotto la diretta autorità USA e da cui non dovrebbero essere comunque partiti aerei destinati al raid, ma verosimilmente di supporto elettronico e di sorveglianza marittima, attività che comunque quelle basi conducono di routine. Del resto con un Governo per i soli affari correnti sarebbe stato impossibile decidere la nostra partecipazione, a meno di un ordine diretto degli Stati Uniti, che non è mai arrivato.

 

Del resto, anche con un Governo nella pienezza delle sue funzioni, la nostra partecipazione si concretizza in generale tardi dopo estenuanti discussioni parlamentari e quasi sempre con il caveat “no combat” che toglie spessore alla nostra partecipazione riducendone al minimo il ritorno politico nei confronti degli alleati e lo “standing” Italiano sullo scacchiere internazionale, dove i fatti contano più delle parole.

Nelle condizioni date la nostra partecipazione non sarebbe stata quindi possibile e bene ha fatto Il Governo Gentiloni a rimanere defilato sulla questione. In situazioni come queste, o si è della partita da subito per obiettivi strategici di interesse nazionale o meglio, come ha fatto anche la Germania, astenersi del tutto.

Di certo sembrano purtroppo lontani i tempi in cui l’Italia si mostrava in grado di assumere l’iniziativa nel condurre tempestivamente operazioni nazionali ambiziose come la missione Leonte in Libano, in grado di coagulare, intorno all’Italia, forze Navali UK, Francesi, Greche, con il pieno riconoscimento da parte della Comunità Internazionale.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Wed, 18 Apr 2018 19:52:30 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/509/1/da-dove-sono-stati-lanciati-i-missili-in-siria AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Demolizione navi - Inquinamento e morte http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/508/1/demolizione-navi---inquinamento-e-morte

Come vengono demolite le grandi navi?

La risposta non è per niente incoraggiante: il modo in cui ci si sbarazza delle grandi imbarcazioni è fonte purtroppo di tragedie umane e ambientali.  Secondo gli ultimi dati diffusi dall'organizzazione non governativa Shipbreaking Platform, nel 2017 ben 835 navi commerciali oceaniche di grandi dimensioni sono state cedute ai cantieri di demolizione. Ed il problema sta tutto nel modo in cui viene eseguito il loro smantellamento.

Ben il 65% di queste navi sono state infatti demolite a mano sulle spiagge di Pakistan, India e Bangladesh: stiamo parlando di circa l'80,3% di tutte le navi demolite nel mondo. Operazioni in cui spesso si verificano fuoriuscite tossiche di vari inquinanti dispersi nelle spiagge a causa della rottura delle navi, andando a impattare pesantemente negli ecosistemi e nelle comunità locali che ospitano questo genere di operazioni. Senza dimenticare l'impatto umano. Ad eseguire queste demolizioni infatti quasi sempre troviamo migranti sfruttati se non addirittura bambini. I casi di infortuni ed incidenti anche gravi dovuti a condizioni di lavoro non sicure, cadute di lamiere d'acciaio o incendi sono purtroppo all'ordine del giorno e non mancano casi di morti bianche. A questo bisogna aggiungere gli effetti non visibili nell'immediatezza, dovute all'insorgere futuro di malattie causate dall'esposizione a fumi tossici o ad altre esalazioni inquinanti.

Nel 2017 ben 10 lavoratori hanno perso la vita nei cantieri navali sulla spiaggia di Gadani, in Pakistan. L'ong ha documentato lo scorso anno 15 morti e 22 feriti gravi anche nei cantieri del Bangladesh. Alle organizzazioni non governative internazionali e locali è stato negato l'accesso ai cantieri navali indiani ma nel 2017  Shipbreaking Platform ha ricevuto notizie certe di almeno otto incidenti mortali ad Alang. 

Purtroppo ad originare questo ignobile mercato delle demolizioni delle grandi navi commerciali è proprio l'occidente. Come era già accaduto nel 2016 anche nel 2017 ci sono Germania e Grecia in cima alla lista nera dei paesi demolitori. Tra i proprietari di navi tedesche figurano fondi e banche: si calcola che i tedeschi abbiano portato sulle spiagge dell'Asia meridionale 50 navi su un totale di 53 imbarcazioni vendute per la loro demolizione. Un fenomeno che si fa fatica a controllare ed in decisa crescita. Basti pensare che nell'ultimo anno l'attività nel settore delle demolizioni delle navi è raddoppiata. Il dato delle petroliere la dice lunga: 86 unità smantellate per un totale di 9,78 milioni di tonnellate. Sono state cedute in particolare quelle petroliere più vecchie che non riescono più ad essere competitive sul mercato.  In teoria esisterebbe una normativa in grado di regolamentare le operazioni di demolizione sotto la guida dell'International Maritime Organization: c'è anche un accordo mondiale firmato a Singapore che ha imposto nuove regole per la demolizione delle navi. Il limite, come sempre, è l'adozione singola da parte degli stati firmatari e fino a questo momento non si è registrata una grande frenesia nell'introdurre questi nuovi criteri.

L'Europa ha adottato un'apposita direttiva sullo smantellamento delle navi con l'Italia che ha approvato il decreto attuativo ma per la mancata firma dei ministri competenti in un documento, il nostro paese non è ancora inserito nell'elenco dei demolitori navali europei.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 12 Apr 2018 17:23:26 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/508/1/demolizione-navi---inquinamento-e-morte AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il business della demolizione navale, tra sfruttamento e nuove opportunità http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/507/1/il-business-della-demolizione-navale-tra-sfruttamento-e-nuove-opportunita

In media una nave mercantile ha una vita media utile di trent’anni, prima di essere rottamata. I dati del rapporto 2016 della ONG “Shipbreaking platform” ci rivelano così che ogni anno circa mille navi raggiungono la fine del loro ciclo di vita e vengono smantellate per recuperare l’acciaio e altri materiali. Molto spesso, però, ciò avviene sia senza rispetto dell’ambiente marino e dello smaltimento corretto dei vari rifiuti tossici sia della stessa sicurezza dei lavoratori. Più del 60% delle grandi navi arrivate a fine servizio finisce in Asia meridionale per la rottamazione dove, tra le spiagge dell’India, del Bangladesh e del Pakistan, vengono demolite pezzo dopo pezzo manualmente da lavoratori per lo più migranti con un prezzo fin troppo pesante sull’ambiente e sulla salute delle persone. Bassi salari, regolamentazione inesistente, scarsa attenzione ai problemi ambientali: questi i motivi principali che hanno determinato la delocalizzazione dell’attività in questi Paesi. Caratteristiche che rendono oggi la demolizione navale, o ship-breaking, una delle attività più rischiose al mondo. Plance, eliche, timoni e catene, adagiati in un basso fondale sabbioso pieno di fango e liquidi oleosi: intorno agli scheletri di vecchie petroliere, navi passeggeri, etc. si avvicendano decine di lavoratori che, per una paga minima e in condizioni di lavoro precarie, rischiando la vita tra le sostanze tossiche rimaste nei serbatoi delle imbarcazioni.

Nato nel 1969 e con un’estensione di circa 20 km lungo la costa, uno dei più grandi cantieri di demolizione navale al mondo si trova nei pressi della città portuale di Chittagong, in Bangladesh e dà lavoro ad oltre 200.000 persone. Un cantiere che ha attirato, più volte, anche l’attenzione di grandi associazioni come Greenpeace, la Federazione internazionale dei diritti umani e la YPSA (Young Power in Social Action). Qui il processo di smantellamento risulta, infatti, particolarmente impegnativo ed estenuante soprattutto a causa delle condizioni lavorative pessime in cui si trovano i vari lavoratori. Fra loro ci sono non solo adulti a rischiare la pelle, ma anche bambini, impiegati per raggiungere i tunnel e cunicoli più angusti, a svitare bulloni, spezzare rivetti, rompere le saldature, in modo da recuperare la maggior quantità di metallo possibile: soprattutto ferro. Ogni anno sono milioni di tonnellate i materiali che vengono recuperati in questi cantieri di fortuna, senza riguardo alcuno per l’ambiente: ad esempio tra le tante navi riciclate si trovano anche petroliere che vengono smantellate gettando in mare i residui tossici come il fondo delle cisterne con il greggio raggrumato. Nelle navi sono presenti anche amianto e altre sostanze pericolose che finiscono in mare. Decine di demolitori rimangono infortunati per incidenti connessi a questo lavoro. A Chittagong si muore, inoltre, schiacciati dall’acciaio, cadendo da grandi altezze o investiti da esplosioni di materiali infiammabili. Il tutto, per uno stipendio pari a 20-40 centesimi l'ora, per circa 10-11 ore al giorno, in uno dei paesi più poveri al mondo dove il reddito annuo pro capite fatica a superare i 1100 euro. Quello che dal 2004 al 2008 venne considerato come il più grande cantiere navale del mondo, infatti, nonostante l’enorme mole di navi demolite, non è ancora stato capace purtroppo di organizzarsi in una moderna industria di recupero.

Gran parte delle navi smantellate provengono da paesi ricchi che spediscono in questo angolo di mondo, anche illegalmente, la loro “immondizia” con accordi pre-smantellamento presi da mediatori senza scrupoli che comprano le navi in disuso dagli armatori e le rivendono ai padroni dei cantieri navali. È record il numero di navi di proprietà europea spiaggiate in Asia meridionale: l'84 per cento di quelle demolite sono finite sulle coste dei tre paesi asiatici. La Germania è il primo paese al mondo a spedire le navi da demolire sulle spiagge asiatiche se si guarda al rapporto tonnellaggio-navi demolite. L'anno scorso, su cento navi demolite, 98 sono finite sulle coste di India, Pakistan e Bangladesh. Segue la Grecia con il maggior numero di navi vendute in Asia meridionale, 104. Tra i Paesi che ogni anno contribuiscono all’inquinamento del sub-continente indiano c’è anche l’Italia. Negli ultimi sette anni, circa 90 navi appartenenti ad armatori italiani sono state smantellate sulle spiagge dell’Asia meridionale.

Oggi un accordo dell'International Maritime Organization, in vigore dal 2015, stabilisce che le grandi navi debbano essere bonificate, cioè private di tutti i materiali e i liquami tossici, prima di essere avviate verso i cantieri di demolizione. Ma la legge, purtroppo, viene oggi spesso aggirata con l’adozione al momento opportuno della cosiddetta “Flag of Convenience” (bandiera di convenienza), ossia vendendo le navi da dismettere ai cosiddetti “cashbuyer” (coloro che comprano in contanti) che battendo una bandiera non europea, ma di piccoli Stati, divengono i nuovi proprietari della nave per occuparsi del suo smaltimento. In questo modo gli armatori risultano non imputabili di nulla, perché non risulta che abbiano mandato alcuna nave a essere smaltita.

L’Europarlamento ha creato nuove regole per l’eco-riciclo delle vecchie navi con una norma che prevede che le navi targate europee (si parla di oltre mille navi da rottamare nei prossimi anni) vengano smantellate solo in strutture ”certificate”, incluse in una lista Ue. Potrebbe aprirsi così un’opportunità per i porti italiani di attrezzarsi adeguatamente e di candidarsi per entrare nella lista dei siti certificati dall’UE per la rottamazione e il riciclo dei materiali recuperati dalle vecchie navi.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Wed, 14 Mar 2018 17:13:32 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/507/1/il-business-della-demolizione-navale-tra-sfruttamento-e-nuove-opportunita AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Al-Serraj e Haftar, due contendenti per il governo della Libia http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/506/1/al-serraj-e-haftar-due-contendenti-per-il-governo-della-libia

Stabilizzare l’area libica è stato il tema centrale della lunga telefonata svolta tra Gentiloni e Putin qualche settimana fa, anche se mi è difficile immaginare con precisione in che modo Roma e Mosca potranno collaborare senza alterare troppo i fragili equilibri libici dal momento che, come è noto, il governo russo sostiene il generale Khalifa Haftar, l'uomo forte della Cirenaica a capo dell'esercito nazionale libico (LNA), mentre il nostro governo ha inizialmente scelto come interlocutore legittimo il Governo di Accordo Nazionale di Fayez Al Serraj, al quale presta supporto tecnico e tecnologico, ma soprattutto economico, secondo il Memorandum d’Intesa firmato l’anno scorso a Roma, nella lotta al terrorismo, ai traffici di esseri umani ed altri crimini. Rispettando il piano d’azione voluto dalle Nazioni Unite sembra così che entrambi i Paesi si siano più o meno rassegnati all’idea di dialogare con tutti nella speranza di trovare il miglior accordo oggi possibile per il difficile destino della nazione libica. Va evidenziato come l’attività italiana in Libia si svolga sotto il vigile occhio francese. La Francia non ha infatti perso occasione per mettere in difficoltà l’esecutivo italiano con iniziative parallele che hanno sempre finito per sminuire la credibilità italiana in Libia. Non è un mistero che la Francia intenda ridurre ulteriormente il ruolo dell’Italia e dell’ENI in Libia, ponendosi come interlocutore anche della Russia, vista la sua maggiore incisività in politica estera e nell’uso della forza a sostegno dei propri interessi.

La "battaglia dell'aeroporto" a soli 5 km da Tripoli ha riacceso i riflettori sul "caos libico". Un caos che l'Italia sta cercando di governare, soprattutto su due fronti cruciali per i loro riflessi sulla nostra politica interna e sulle elezioni politiche di Marzo: il contenimento dei flussi migratori, a cui si accompagna lo sforzo per una "umanizzazione" dei centri di accoglienza in Libia,  il rafforzamento del dialogo tra i contendenti al governo della regione e l’apertura dei primi corridoi umanitari verso l’Italia. Si tratta purtroppo di risultati vulnerabili nel medio termine, considerata la mutevolezza dei rapporti di forza fra le tribù che si disputano il controllo del territorio e delle attività in Libia.

L’avvicinarsi delle elezioni autunnali nel paese nordafricano sta incrementando, le tensioni fra due fazioni: da una parte Fayez al-Sarraj basato a Tripoli con il suo governo riconosciuto dall’ONU e a est il generale Khalifa Haftar, l’uomo che ambisce a divenire il prossimo presidente della Libia, e che a dicembre, in occasione di quella da lui definita “la scadenza dell’accordo politico di Skhirat,” ha definitivamente sconfessato la legittimità del Governo di accordo nazionale, sostenuto dalle Nazioni Unite. Il generale, un ex fedelissimo di Muammar Gheddafi, poi passato con gli americani e ora appoggiato da Egitto ed Emirati, ha già il controllo militare di quasi metà della Libia e sta avanzando verso Sirte, attualmente in mano alle milizie di Misurata alleate di Al-Serraj. 

In un clima caratterizzato da una radicata assenza di legalità, sanguinose rappresaglie hanno visto poi le forze leali a Haftar cercare vendetta contro coloro che sono stati sospettati di aver fatto esplodere due autobombe, che hanno procurato più di 40 vittime, fuori da una moschea di Bengasi. Una città che è stata relativamente tranquilla da quando Haftar ha annunciato la sua "liberazione" dai jihadisti a luglio dello scorso anno dopo una campagna di tre anni, ma dove la violenza sporadica è continuata fino all’escalation dei giorni passati quando l’attentato ha portato uno dei più alti bilanci di vittime, causate da un singolo attacco, da quando la Libia è scivolata nel caos dopo la rivolta che ha abbattuto Muammar Gheddafi nel 2011.

Rappresaglie che, secondo gli osservatori internazionali di “Human Rights Watch”, sono considerate a tutti gli effetti crimini di guerra poichè Mahmoud al-Werfalli, un comandante dell’LNA e stretto alleato di Haftar, era stato ripreso in un video durante la fucilazione di alcuni prigionieri inginocchiati, bendati e con le mani legate dietro la schiena nello stesso luogo degli attentati dinanzi alla moschea. Quello che è successo nei giorni seguenti è stato poi un susseguirsi di avvenimenti fondamentali con la richiesta, prima da parte di Unsmil (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia) e poi di Amnesty International, di consegnare al-Werfalli alla Corte di Giustizia Internazionale e la consegna spontanea dello stesso ufficiale delle forze speciali Saiqa dell’autoproclamato Libyan National Army (LNA) alla polizia militare libica per le indagini sui presunti crimini di guerra per cui è ricercato dalla Corte Internazionale di Giustizia. Su Mahmoud al-Werfalli, fino a qualche giorno fa al comando delle forze speciali, sotto l’egida del generale Khalifa Haftar, inoltre esisteva già dal 1 agosto 2017 un mandato d’arresto per l’uccisione sommaria di 33 persone tra giugno 2016 ed agosto 2017 a Bengasi. Neanche 48h dopo l’arresto, a seguito di diverse rivolte scoppiate in città intorno al comando della polizia militare nella vicina città di Rajma, dove era stato trasferito il prigioniero, al-Werfalli è stato rilasciato.

La diffusione così rapida delle rivolte è un segnale che potrebbe indicare il livello di crescente popolarità di cui gode il generale Haftar. Ma la situazione è ancora troppo fluida per capire quale sarà il carro del vincitore su cui saltare.

Haftar è infatti considerato un nemico dalle milizie islamiste, in quanto viene accusato di essere stato al soldo di Washington. Preso prigioniero nel 1987 dall’esercito ciadiano in occasione della “Guerra delle Toyota”, è stato prelevato dalla Cia e portato negli Usa, dove  è rimasto fino al 2011 per ricomparire in Libia a comandare la piazza di Bengasi nell’insurrezione che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi. Le sua vicinanza e apparente disponibilità agli interessi Russi in Libia non collimano con l’immagine di un agente della CIA, a meno che nel “grande gioco” gli USA non abbiano concordato con la Russia un suo ruolo maggiore in nord Africa in cambio di un appoggio in Pacifico in chiave anticinese.

Il consenso alla candidatura politica del generale Haftar, oltre ad essere mal digerita da diverse tribù, è in diminuzione già da fine luglio dell’anno scorso, ossia a seguito dell’incontro con il presidente Fayez al-Serraj a Parigi durante il quale il presidente francese Macron si era così espresso: “E’ grandissima la posta in gioco, per il popolo libico che ha sofferto e soffre, e per la regione: se fallisce la Libia, fallisce la regione: se non poniamo fine alla crisi, continuano il terrorismo e i traffici, elementi legati, traffici di armi e di esseri umani che alimentano le vie dell’immigrazione, di cui i soli beneficiari sono i terroristi; e poi i traffici finanziari, che consentono al terrorismo di essere determinante nella regione.”

Purtroppo Serraj, l’uomo a cui la comunità internazionale ha affidato la speranza di riappacificare e unificare la Libia, senza avere il coraggio di sostenerlo concretamente, si sta rivelando un leader politicamente troppo fragile per un Paese così turbolento. La sua autorità è compromessa in molte regioni del Paese tanto da essere etichettato dai suoi avversari come il “sindaco di Tripoli”. Nonostante tutto, Al Serraji preme affinché quest’anno siano organizzate le elezioni presidenziali in un paese dove ancora oggi centinaia di gruppi armati, senza aver deposto le armi, si contendono le spoglie della Libia. Dal 7 dicembre 2017, giorno in cui si sono aperte le iscrizioni alle liste elettorali, si è registrato il 32% dei cittadini. Manca ancora oggi il quadro giuridico che al voto dovrebbe fare da cornice, dalla legge elettorale alle regole da seguire per gli eletti, a quelle che normano le stesse istituzioni. Gli sforzi delle Nazioni Unite per riconciliare le amministrazioni rivali non hanno finora prodotto alcun risultato concreto e così Bengasi rimane oggi un punto debole, dove si verificano ancora bombardamenti e attacchi. Intanto il 3 gennaio c'è stato anche il primo assassinio di un candidato alle elezioni parlamentari che verranno: il segno di un'instabilità che non smette di crescere in vista della ridistribuzione del potere.

E l’Italia? Beh ci penseremo dopo le elezioni di Marzo.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 1 Mar 2018 23:35:36 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/506/1/al-serraj-e-haftar-due-contendenti-per-il-governo-della-libia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
In Libia si gioca la nuova partita tra USA e Russia per il Mediterraneo http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/505/1/in-libia-si-gioca-la-nuova-partita-tra-usa-e-russia-per-il-mediterraneo

Il primo intervento armato da parte degli Stati Uniti in Libia contro un campo jihadista situato a circa 240 chilometri dalla città di Sirte utilizzato come deposito di armi si era svolto il 25 settembre, neanche due mesi dopo il vice segretario di stato Usa John Sullivan incontrava a Tunisi il primo ministro libico Fayez al-Sarraj “per ribadire la partnership degli Stati Uniti con la Libia e il governo dell'accordo nazionale, nonché l'impegno degli Usa ad aiutare il popolo libico a realizzare un futuro più stabile, unitario e prospero”. Nonostante, sino ad oggi, non ci sia ancora una linea precisa da parte della Casa Bianca per la Libia è innegabile che si stia assistendo proprio in questi mesi ad una serie di circostanze, interne ed esterne al Paese, che contribuiscono a ridefinire la stessa posizione di Donald Trump sull’argomento a seguito del crescente ruolo di Mosca sia verso la stabilizzazione del paese africano sia nella lotta contro l’ISIS. Rimane, infatti, da parte del Pentagono la convinzione che le forze russe, in totale sintonia operativa con i Pasdaran iraniani e gli Hezbollah libanesi, ostacolino l'azione delle forze che in Siria e in Iraq stanno operando per smantellare le ultime sacche di resistenza dei miliziani dell'Isis (in particolare i curdi siriani delle Ypg). Fino ad oggi gli Stati Uniti di Trump hanno dimostrato di voler restare al minimo del coinvolgimento, in contrasto invece con l’amministrazione precedente, che era stata sponsor insieme all’Europa, e soprattutto all’Italia, dell’insediamento a Tripoli di un premier sotto egida ONU, con l’obiettivo di riunificare il paese. Per Trump la Libia è una questione soprattutto di guerra al terrorismo: la Casa Bianca sa che il territorio libico, nonostante la caduta della roccaforte di Sirte, è ancora base di baghdadisti dispersi in clandestinità, ed è frequentato da altre sigle collegate al terrorismo internazionale.

Dal recente viaggio del ministro dell’interno Minniti in USA per illustrare a Washington la strategia italiana per quel che riguarda il controllo dell’immigrazione mediterranea, è poi risultato come gli Stati Uniti considerino di grande importanza le azioni politiche intraprese fino ad oggi dall’Italia per stabilizzare il territorio libico e la conseguente volontà americana di fare affidamento sull’Italia come paese “imprescindibile per la sfida strategica del Mediterraneo” anche nella lotta contro il terrorismo, evitando così che la Libia diventi la nuova base dell’ISIS sfruttando i flussi migratori per colpire l’Europa: i servizi di intelligence USA hanno stimato, infatti, che in Iraq e Siria ci siano tra 25.000 e 30.000 foreign fighter desiderosi, con il collasso militare del Califfato, di tornare a casa anche attraverso la fuga attraverso i vari flussi migratori. La posizione americana, con la volontà di tenere aperta Guantanamo, rimane inflessibile proprio sull’argomento dei foreign fighters catturati (per esempio dalle Siryan Democratic Forces sostenute dagli Usa) con la richiesta agli alleati di fare ognuno la parte che gli spetta riprendendosi, quantomeno, i fighters natii. La sfida cruciale del Pentagono è quella di evitare che tra i migranti possano nascondersi pericolosi terroristi in fuga dalle zone di guerra dopo il crollo del sedicente Stato islamico.

In cima alle preoccupazioni dei membri del Congresso americano però, oltre alla pervasività dei gruppi terroristici e dal fenomeno dei flussi migratori già esplicitati, si attesta l’ingresso della Russia nelle complicate dinamiche di potere tra gruppi e milizie che si contendono la supremazia sul vasto territorio libico. Non è, infatti, una novità che le forze militari e l’intelligence di Mosca cerchino un ruolo sempre più attivo nell’area del conflitto, né si può escludere l’ipotesi della fornitura di armi alla fazione di Haftar, così come la possibilità dell’invio di istruttori per preparare le milizie in loco. La Libia potrebbe diventare così la via prescelta dalla Russia per il Mediterraneo occidentale, senza considerare gli innumerevoli risvolti geopolitici relativi al mondo dell’energia e l’accesso al Sahel.

La Libia è entrata nel grande gioco per il riassetto delle sfere d’influenza tra Usa Russia e Francia nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Pedine di questo gioco Fayez al Sarraj e il generale Khalifa Haftar sostenuto da Mosca e degli egiziani che sembrano così aver consolidato il loro asse (cui si aggiunge la Siria di Assad, l’Iraq, fornitore di petrolio degli egiziani al posto dei sauditi, e l’Iran, alleato di Damasco, di Baghdad e di Mosca).

Nonostante le manifestazioni di amicizia fra la Russia e il governo di Haftar però, sia Washington sia Mosca in questo momento stanno tenendo aperte tutte le opzioni. Hanno ormai compreso come Haftar non sia coì forte come vorrebbe far credere e ritengono poco probabile che, senza un deciso aiuto esterno, possa effettivamente raggiungere il pieno controllo dell’intero Paese. È ovvio che, vista l’importanza politica, militare e, soprattutto, energetica della Libia, tanto la Russia quanto l’America abbiano maturato una visione strategica di lungo periodo sul Paese e non vogliano sbilanciarsi troppo fra Haftar e al-Serraj per non rischiare di puntare sul cavallo sbagliato. E’ inoltre verosimile che il destino della Libia rientri in un gioco più ampio che include l’estremo oriente, il mar della Cina, la Corea etc., partita in cui si inserisce anche se con minor forza la Francia per quanto riguarda l’Africa. A complicare ulteriormente la stabilità del Mediterraneo sta entrando nel vivo la competizione per le zone economiche esclusive del Mediterraneo orientale, da cui la Turchia vorrebbe escludere l’Italia.

In Libia, ma non solo, si gioca quindi una partita molto importante per il nostro Paese, i cui interessi sono stretti fra un’Europa a trazione Francese (spesso in concorrenza con l’Italia su numerosi dossier), gli interessi delle superpotenze e le rivendicazioni della Turchia neo-ottomana di Erdogan. 

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Tue, 20 Feb 2018 16:54:27 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/505/1/in-libia-si-gioca-la-nuova-partita-tra-usa-e-russia-per-il-mediterraneo AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Offshore: il mercato specialistico per la produzione di petrolio http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/504/1/offshore-il-mercato-specialistico-per-la-produzione-di-petrolio

C’è chi, come la Francia, vaglia disegni di legge nei quali si decreterà, entro il 2040, la fine della produzione di gas e petrolio con concessioni esistenti che non saranno rinnovate e nuovi permessi di esplorazione che non saranno più concessi. C’è poi chi , come l’America, invece, si appresta a rilanciare le esplorazioni offshore alla ricerca di idrocarburi in un piano su larghissima scala che coprirà la quasi totalità delle acque territoriali degli Stati Uniti, comprese quelle al largo di California e Florida. Nonostante l’avanzamento delle energie rinnovabili ed alternative, in primis quella elettrica, l’oro nero continua a farla da padrone. Anche l’Italia con le sue regioni e con i suoi gruppi industriali è impegnata in questo campo che va dalla trivellazione, all’estrazione e alla vendita del petrolio in ogni parte del mondo: l’Eni, società controllata dal ministero del Tesoro, per esempio, proprio a fine dicembre ha toccato un nuovo record di estrazioni di idrocarburi dai giacimenti in concessione grazie all’entrata di produzione del giacimento di Zohr, nel quadrante di mare tra le coste di Cipro e di Israele, con una produzione record di un milione e 920 mila barili.

A differenza di altri investimenti, quali azioni e obbligazioni, il petrolio si muove in maniera abbastanza semplice: domanda e offerta. Entrambe stanno cambiando in maniera drammatica. Sul fronte della domanda, il pianeta ha sete di greggio e l’Italia, secondo i dati più recenti, ha riserve nascoste cospicue (pari circa ad un terzo di quelle inglesi) con stime prudenziali che indicano in un miliardo di barili le riserve accertate nel sottosuolo italiano, a fronte di 532 pozzi attualmente in funzione sulla terraferma e 362 in mare. In Italia molta dell’attività di ricerca oggi consiste in quello che viene definito “l’upstream dell’upstream”, intendendo l’acquisizione dei diritti di sfruttamento, l’esplorazione (studi geologici e rilievi geofisici), lo sviluppo (allestimento dei siti d’estrazione) e la produzione (estrazione). Tutte attività che vengono svolte a monte della filiera, prima del trasporto e della commercializzazione.

La ricerca del petrolio procede generalmente in tre fasi. La prima è rappresentata dalle indagini geofisiche nelle quali si conducono studi che utilizzano normalmente la sismica di riflessione inviando onde elastiche nel sottosuolo che si rifrangono e riflettono su certe discontinuità geologiche, dette specchi. Se l’esito risulta positivo, si passa alla seconda fase nella quale si verifica se le anomalie significano anche presenza di giacimenti di idrocarburi. In questa fase si conducono delle mini-trivellazioni utili a fornire dei campioni in cui cercare la presenza di idrocarburi. Si passa, infine, alla terza fase, quella della trivellazione. Anche per la ricerca di petrolio in mare si inviano onde elastiche verso il fondale, questa volta mediante cannoni ad aria. L’aria, colpendo il fondale, produce particolari onde che, rimbalzando verso la superficie, fanno vibrare i captatori (chiamati idrofoni). Le vibrazioni degli stessi danno ai ricercatori indicazioni sulla presenza eventuale di idrocarburi o di giacimenti di gas.

Oggi quasi tutti gli impianti di perforazione sono in grado di spostarsi, ciò dipende proprio dal fatto che la ricerca di idrocarburi si sposta sempre più verso gli alti fondali dove sarebbe molto complesso e costoso riuscire a realizzare strutture fisse. Per questo motivo sono considerati dei natanti in quanto muniti di motori il cui compito principale non è provvedere allo spostamento del mezzo, ma anzi quello di tenerlo il più possibile fermo sulla verticale del pozzo da perforare. Ne esistono di due tipi: i jack-up ossia strutture semimovibili composte da uno scafo (detto “hull”) sorretto da gambe, quasi sempre in numero di tre che si retraggono nel momento dello spostamento e che vengono affondate nel fondale marino al momento della perforazione; i semisub, o semisommergibili, sono invece considerati a tutti gli effetti dei natanti, in quanto mezzi flottanti con capacità di galleggiare e navigare abbastanza agevolmente , ma capaci di lavorare in fondali più profondi, attualmente fino a circa 3000 metri, contro i 150-200 metri di massima profondità dei jack-up, grazie all’utilizzo di particolari eliche (chiamate “thruster” ed alimentate da motori elettrici) che servono a mantenere dinamicamente il natante in posizione contrastando le correnti marine e i venti di superficie.

Tra i leader a livello mondiale nella progettazione e costruzione di mezzi di supporto di alta gamma per il settore dell’esplorazione e della produzione di petrolio e gas naturale si è distinta proprio l’italiana Fincantieri, impegnata da decenni nella realizzazione di prodotti innovativi nel campo delle navi e piattaforme semisommergibili di perforazione (drillship e semi-submersible drilling rigs), nonché altri mezzi specializzati. Fincantieri si pone oggi come uno dei più importanti complessi cantieristici al mondo e il primo per diversificazione e presenza in tutti i settori legati al comparto navale, basti pensare che , in oltre 200 anni di storia della marineria, ha visto la nascita nei suoi cantieri di più di 7.000 navi. Dal momento dell’acquisizione nel 2013 di “Vard”, società che opera nella costruzione di mezzi di supporto alle attività di estrazione e produzione di petrolio e gas naturale, il gruppo ha raddoppiato le sue dimensioni arrivando oggi a contare quasi 20.000 dipendenti in 21 stabilimenti sparsi per circa 3 continenti.

La crescita del fabbisogno energetico mondiale, unita alla limitata diversificazione delle fonti energetiche ed alla riduzione delle riserve petrolifere nelle zone a più facile accesso, richiede oggi nuovi mezzi per lo sfruttamento dei giacimenti di recente mappatura spesso situati in acque molto profonde. Il rilancio del settore di Fincantieri “Offshore” (specializzato per le perforazioni a mare), controllato anch’esso dal ministero del Tesoro, dopo la crisi del 2008, si sta realizzando, quindi, proprio grazie alla richiesta del mercato internazionale di maggiori materie prime, spesso accessibili solo a grandi profondità marine e in condizioni sempre più difficili. L’offshore risulta quindi oggi un mercato specialistico ad alto valore aggiunto e con margini più elevati grazie all’attuale crescita del mercato ed alle prospettive di persistenza di questa tendenza. Purtroppo le energie alternative non sono ancora disponibili in misura sufficiente a sostituire il petrolio e quindi continueranno a rappresentare una soluzione complementare. Sarebbe tuttavia un errore non investire nella ricerca nel campo delle risorse rinnovabili perché il pianeta non sarà in grado di sopportare all’infinito i prodotti nocivi della combustione degli idrocarburi.

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Sun, 18 Feb 2018 14:10:01 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/504/1/offshore-il-mercato-specialistico-per-la-produzione-di-petrolio AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Corso di laurea in Italia in ingegneria del mare http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/503/1/corso-di-laurea-in-italia-in-ingegneria-del-mare

Arriva il primo corso di laurea in Italia in ingegneria del mare. L'annuncio è arrivato direttamente da Luca Pietromarchi, rettore dell'Università Roma Tre. Il corso avrà sede ad Ostia e partirà ad ottobre con la collaborazione di Cnr, Agenzia spaziale Italiana, Istituto Nazionale per gli studi e le esperienze di architettura navale. L'obiettivo indicato dal rettore è quello di portare 100 studenti l'anno a questo nuovo corso di laurea che si svilupperà nell'ex hotel Enalc in cui la Regione Lazio ha anche allestito uno studentato da 60 posti che sarà inaugurato a breve. Un corso universitario dunque a due passi dal mare. «Vogliamo sviluppare ad Ostia un polo universitario con un corso di laurea in ingegneria del mare - ha detto il rettore Pietromarchi - un corso unico nel suo genere, che punta allo studio delle energie rinnovabili di origine marine, del mare come fonte di energia. Credo che Roma Tre abbia tutte le competenze per vincere questa sfida. Non avremmo mai accettato senza l'appoggio del ministero, della Regione e senza la sensibilità del Comune di Roma».

Il corso di studi avrà una durata di tre anni e - come si legge nella brochure informativa -  vuole coniugare la flessibilità e l'ampiezza di una laurea in ingegneria industriale, con un orientamento inedito verso le sue applicazioni in ambiente marino. Queste riguardano le tecnologie industriali per lo sfruttamento delle risorse marine, in primis quelle energetiche, ma anche per la tutela dell'ambiente costiero e lo sviluppo delle relative infrastrutture. Gli sbocchi occupazionali, secondo l'università, potrebbero essere tutti quelli connessi con l'ingegneria industriale, principalmente nei ruoli di analisi, progettazione, realizzazione, organizzazione e conduzione. Inoltre, i settori in ambito civile e industriale connessi allo sfruttamento delle risorse marine e alla tutela delle coste, come ad esempio:

lo sfruttamento delle risorse energetiche marine rinnovabili (energia eolica, fotovoltaica, dal moto ondoso e dalle correnti marine); l'ingegneria costiera e portuale (infrastrutture costiere e protezione dei litorali); i sistemi robotici autonomi destinati all'utilizzo in ambiente marino; il rilevamento, monitoraggio, analisi e tutela dell'ambiente marino; l'ingegneria offshore relativa alla realizzazione ed esercizio di strutture marine per lo sfruttamento delle risorse minerali e biologiche; la cantieristica, con riferimento alle imbarcazioni da diporto e a ridotto impatto ambientale. L’ammissione al Corso di Laurea di Ingegneria del Mare avverrà tramite una prova valutativa e non selettiva. Tra le materie del corso figurano: dinamica del moto ondoso, oceanografia fisica e geologia marina, fluidodinamica, meccanica razionale, energetica industriale, scienza e tecnologia dei materiali, scienza delle costruzioni, strutture marittime, dinamica di strutture galleggianti e off-shore, laboratorio di ingegneria dei fluidi.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 12 Feb 2018 17:10:10 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/503/1/corso-di-laurea-in-italia-in-ingegneria-del-mare AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Carretta del mare bandita http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/502/1/carretta-del-mare-bandita

Era un vecchio mercantile, ridotto a una carretta del mare, quando è stato fermato nei giorni scorsi dalla capitaneria di porto di Marina di Carrara. Sono state riscontrate infatti ben 17 irregolarità su questa imbarcazione battente bandiera Sierra Leone. Il Memorandum di Parigi firmato dai paesi dell'Unione Europea, dalla Russia e dal Canada ne impone la messa al bando. Si tratta della nave “general cargo” Jaohar Livia. Tra le lacune riscontrate la mancanza dei requisiti minimi richiesti dalle convenzioni internazionali sulla sicurezza della navigazione, sulla condizione di vita e di lavoro degli equipaggi e sulla protezione dell'ambiente marino dall'inquinamento. Numerosi controlli documentali, tecnici ed operativi sono stati eseguiti dalla Capitaneria a bordo del mercantile dopo l'avvio di un'attività di indagine iniziata a causa dell'inquinamento delle acque portuali che si era verificato lo scorso 9 gennaio. L’ispezione ha portato a galla numerose irregolarità tra cui la carenza nella gestione della security, nel safety management system (il sistema di sicurezza di bordo), lo scarso livello di addestramento dell'equipaggio e l’inadeguatezza antincendio con l'assenza di sistemi attivi e passivi di prevenzione. Grave anche il mancato rispetto delle norme sulla tutela ambientale. La carretta era attraccata a Marina di Carrara per caricare marmo. Oltre al fermo della nave è scattato anche il bando: fino a quando tutte queste lacune non saranno colmate non potrà più farsi vedere nelle acque europee. Solo dopo un'attenta verifica dell'amministrazione di bandiera (la Dromon Bureau Shipping riconosciuta dalla Sierra Leone) ci sarà una seconda ispezione della capitaneria di Marina di Carrara. Il provvedimento di bando è obbligatorio perché questo mercantile fa parte di una bandiera inserita in una vera e propria black list dal momento che le navi della Sierra Leone hanno già collezionato tre fermi in tre anni.

E dunque è scattata una sorta di squalifica internazionale. Per tre mesi dunque il mercantile non potrà accostarsi nei paesi aderenti al memorandum, firmato nel 1982. La Capitaneria di Porto ha annunciato che le ispezioni continueranno serrate anche in questo 2018: «non ci sarà nessuna esitazione, nel fermare tutte quelle navi insicure e non aderenti alle normative internazionali rappresentando, quindi, una reale minaccia per la sicurezza del proprio equipaggio, per la sicurezza della navigazione e per la protezione e la salvaguardia dell'ambiente marino».

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 5 Feb 2018 16:46:00 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/502/1/carretta-del-mare-bandita AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Corridori umanitari, dalla Libia si regolarizza il flusso di migranti http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/501/1/corridori-umanitari-dalla-libia-si-regolarizza-il-flusso-di-migranti

Dalla rotta del mare a quella del cielo. La prossima sfida dell’immigrazione per il nostro governo si basa sulla costruzione di corridori umanitari nel Mediterraneo, una svolta che si affida ad un controllo sempre più avanzato del traffico illegale di esseri umani. Un traffico che, purtroppo, ha provocato nel 2017 oltre tremila morti nel Mediterraneo, secondo i dati dell’OIM (l’agenzia ONU che si occupa di immigrazione), a fronte, dall’inizio del 2018 di oltre 400 persone salvate nello stesso mare. Lo scorso anno si è concluso importanti fattori chiave in questo ambito: una diminuzione importante delle partenze dei migranti dalla Libia di oltre il 34% rispetto all’anno precedente; l’intervento dell’Onu nei campi libici e proprio l’apertura del primo corridoio umanitario legale che, già due giorni prima di Natale, ha consentito di portare in Italia con un volo di stato 162 migranti in “condizioni di fragilità” sottratti ai centri di detenzione di Tripoli. Un evento ritenuto da molti eccezionale a fronte di un grande impegno da parte delle autorità italiane del governo libico.

Coloro che scappano dalla guerra non arriveranno con i gommoni degli scafisti, ma con gli aerei degli Stati democratici in cooperazione con le organizzazioni umanitarie” aveva affermato a Dicembre il Ministro dell’Interno Minniti. È la prima volta, infatti, che si apre un corridoio umanitario di questo genere per i richiedenti asilo che si trovano in Libia, e la notizia è stata celebrata dal governo italiano come “un gigantesco passo in avanti” per risolvere il problema del flusso irregolare di migranti dal Nord Africa. I corridoi umanitari sono un programma di accoglienza solo italiano, modello unico in Europa per ora, scaturiti dalla collaborazione di diverse realtà come il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale, il Ministero dell’Interno, la Federazione delle Chiese Evangeliche e Tavola Valdese e società civile. C’è da dire inoltre che i corridoi sono finanziati totalmente dalle associazioni che li hanno promossi, le quali si occupano inoltre di inviare sul posto dei volontari che, prendendo contatti diretti con i profughi nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità locali e alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell'Interno, rilasciano dei visti umanitari con “Validità Territoriale Limitata”, validi dunque solo per l'Italia. I profughi sono accolti per un anno in strutture o appartamenti, a spese delle associazioni coinvolte nel progetto, che curano anche la fase dell'integrazione, con corsi di lingua italiana e corsi di formazione. I 162 richiedenti asilo, di origine eritrea, etiope, somala e yemenita, sono stati quindi prima radunati a Tripoli dall’UNHCR (agenzia ONU per i rifugiati) e da lì imbarcati su due aerei dell’Aeronautica Militare italiana diretti all’aeroporto militare di Pratica di Mare, vicino a Roma.

Migranti, bisognosi di cure mediche e supporto psicologico, definiti “vulnerabili” perché facenti parte di famiglie o perché madri sole, minori non accompagnati o persone disabili. Assistenza umanitaria e accoglienza sono stati forniti dalla Conferenza Episcopale Italiana, attraverso la Caritas. Nello specifico in Italia 16 sono le diocesi coinvolte per l’accoglienza dei profughi sul territorio dell’ambito del circuito di accoglienza istituzionale cioè Centri di Accoglienza Straordinaria e Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR). A tutti è stata concessa la protezione internazionale e tutti verranno inseriti in un percorso di integrazione. Un progetto che rappresenta un’alternativa concreta ai viaggi sui barconi nel Mediterraneo con un duplice vantaggio: sia impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; sia concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo.

Presenti in molte città libiche e gestite da milizie armate, i cosiddetti “centri di detenzione” per migranti sono ultimamente saliti agli onori della cronaca per le condizioni in cui i vari rifugiati si trovano a vivere, tra condizione igieniche e sanitarie pessime e violazioni in maniera sistematica dei diritti umani. Situazione che si era fatta ancora più grave negli ultimi mesi, probabilmente a fronte di un accordo che il governo italiano aveva fatto con alcune di queste milizie per bloccare il flusso migratorio dalla Libia. Una presenza capillare in questi centri da parte dell’UNHCR e dell’IOM era stata auspicata e richiesta più volte da parte del governo italiano, ciò sta oggi avvenendo ma migliorare le condizioni delle migliaia di persone che ci vivono non è una soluzione semplice. A Tripoli intanto il progetto dell’UNHCR è quello di costruire e gestire un centro per un migliaio circa di migranti ma nulla si è ancora fatto concretamente. I primi 162 richiedenti asilo, arrivano quindi totalmente da questi centri e fanno parte inoltre di un elenco stilato a dicembre di circa 1300 richiedenti asilo che l’UNHCR considera “vulnerabili” e che entro marzo 2018 verrano fatti evacuare in qualsiasi paese sicuro che sia disposto ad accoglierli. Il numero previsto poi, seguendo soluzioni simili a quella italiana, sarà per l’anno appena iniziato vicino a quasi 10.000 richiedenti asilo.

Con la cooperazione delle autorità libiche si cerca di costruire quindi un nuovo modello di gestione dall’altra parte del Mediterraneo che va di pari passo con l’obiettivo da parte dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni di far tornare a casa con rimpatri volontari circa 30 mila migranti senza diritto all’asilo. Un nuovo modello che si basa inoltre sulla fine delle soluzioni “emergenziali” al problema migratorio ed ovviamente ad una chiusura della rotta del mare per impedire altri ed eventuali sbarchi, che sicuramente arriveranno ma si spera in forma molto ridotta rispetto al passato. Altro punto fondamentale è quello dei “ricollocamenti” dei migranti arrivati in Italia verso altri paesi Europei, circa 11mila rispetto ai 2500 dell’anno precedente; e la spinosa questione delle espulsioni, 103 nell’anno appena concluso, motivate da questioni di sicurezza nazionale (con un aumento del 62% rispetto al 2016 quando le espulsioni erano state 66). Il controllo del confine marittimo a Nord e di quello terrestre a Sud della Libia, rimane poi di fondamentale importanza, e di pari passo dovrà andare, per regolarizzare il flusso dei migranti e fronteggiare il terrorismo internazionale: l’operazione room italo-libica contro il traffico di esseri umani, basata sulla collaborazione tra Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e procura di Tripoli è attualmente in azione. Se l’immigrazione è infatti un fenomeno strutturale, c’è da precisare che non potrebbe mai essere risolta attraverso sole politiche emergenziali. Corridori quindi che, non saranno magari una soluzione definitiva, ma pongono l’Italia in prima fila per quanto riguarda l’accoglienza. Questa volta inoltre più sicura, più organizzata, più mirata e sopratutto legale. Magari quella presa dal Governo sarà una decisione che non porterà voti facili alle prossime elezioni ma che dimostra l’impegno attivo di un paese anche quando il resto d’Europa sembrava essersi dimenticato della questione migranti.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Sun, 28 Jan 2018 16:42:32 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/501/1/corridori-umanitari-dalla-libia-si-regolarizza-il-flusso-di-migranti AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Ritrovamento sottomarino australiano http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/500/1/ritrovamento-sottomarino-australiano

Un sottomarino da guerra della Marina Australiana, HMAS AE1, è stato rinvenuto al largo della Papua Nuova Guinea, 103 anni dopo essere affondato con a bordo 35 marinai australiani e britannici. Del sottomarino si erano perse le tracce il 14 febbraio 1914, in piena Prima guerra mondiale: era partito verso la Nuova Guinea. Ben dodici spedizioni erano state nel tempo organizzate per cercare di rintracciarlo e recuperarlo ma erano andate tutte a vuoto. La tredicesima è stata quella fortunata, realizzata anche con l'ausilio  di un drone sottomarino.

La nave di ricerca olandese Fugro Equator ha infatti utilizzato un veicolo sottomarino autonomo munito di ecoscandaglio a raggi multipli, che ha permesso di riprendere immagini tridimensionali a 300 metri di profondità. E così dopo appena un'ora di ricerche è arrivato il risultato che tutti si attendevano. La spedizione è stata finanziata dal governo australiano e da alcune aziende che hanno messo a disposizione ingenti risorse, attraverso alcune donazioni. Il sottomarino, operativo da sette mesi al momento della scomparsa, 800 tonnellate di peso e una lunghezza di 54 metri, è stato ritrovato a 300 metri sott'acqua nei pressi delle Isole del Duca di York.

Secondo le prime ipotesi a determinare l'affondamento fu un durissimo impatto con il fondale. Il governo australiano ha deciso di commemorare le 35 vittime che si trovavano a bordo e sono stati presi contatti con i loro discendenti.  «Questa è una delle scoperte più significative nella storia navale australiana che ha risolto quello che è stato per anni un vero e proprio mistero -  ha commentato il ministro della Difesa australiano, Marise Paynela scomparsa dell'AE-1 fu una tragedia significativa per la nostra nazione. Credo che questo aiuterà a dar pace alle famiglie e ai parenti delle vittime e forse un giorno scopriremo perché il sottomarino è affondato. Il governo australiano discuterà con quello di Papua Nuova Guinea la forma di una commemorazione duratura e di un riconoscimento nei confronti dell’equipaggio dell’AE1». Secondo il comandante della spedizione di ricerca, l’ammiraglio in pensione Peter Briggs, «la scoperta ha confermato che il sottomarino subì un guasto catastrofico, probabilmente, durante un’immersione addestrativa mentre era diretto a Rabaul, e urtò il fondo roccioso ad alta velocità». Come già accaduto per il ritrovamento di altri relitti non è stata resa nota, per proteggere il relitto del sottomarino, la sua esatta posizione nelle acque della Papua Nuova Guinea : si sa solo che sembra essersi preservato in un unico pezzo, resistendo tutti questi anni.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Tue, 16 Jan 2018 20:00:31 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/500/1/ritrovamento-sottomarino-australiano AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Bonn - Conferenza Onu sul clima http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/499/1/bonn---conferenza-onu-sul-clima

Nelle scorse settimane si è chiusa a Bonn la conferenza Onu sul clima, la cosiddetta Cop23. Tavoli tecnici e negoziati si sono susseguiti per cercare di applicare l'accordo parigino del 2015. Forse si è trattato di un'occasione persa nel senso che esclusa la definizione di qualche procedura per rivedere gli impegni degli stati sulle emissione di gas serra, non si è andati molto oltre. Gli impegni che erano stati presi a Parigi nel 2015 andranno comunque rivisti perché non sembrano affatto idonei per raggiungere gli obiettivi dello stesso accordo: il riscaldamento globale andava tenuto possibilmente entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, ma ancora non è ben chiaro come si possa raggiungere tale traguardo e dunque tutto è stato rinviato alla prossima conferenza sul clima prevista in Polonia nel novembre 2018. Ancora ci sarebbe tempo per aggiustare il tiro visto che l'Accordo di Parigi entrerà in vigore nel 2020, sperando di poter raggiungere almeno l'obiettivo minimo, quello sulla decarbonizzazione. Sembrava comunque soddisfatto il presidente della conferenza Frank Bainimarama, premier delle isole Fiji secondo il quale sarebbero state messe a punto le regole per applicare l'accordo di Parigi con la contemporanea definizione di un cronoprogramma per ridurre le emissioni dei gas serra nei prossimi anni. Nel suo documento finale il presidente ha istituito il cosiddetto “dialogo Talanoa”, termine utilizzato nelle Fiji per indicare una decisione presa insieme: una sorta di dialogo preliminare in vista della prossima conferenza. Nel corso della conferenza di Bonn si è messo soprattutto in risalto quelle azioni sulle emissioni di gas serra che andrebbero maggiormente monitorate. Purtroppo è rimasta ancora indefinita la questione relativa al fondo che dovrebbe aiutare i paesi più svantaggiati a ridurre il riscaldamento globale: il Green Climate Fund non si sa bene se e quando sarà davvero istituito. Nel corso della conferenza, l'Italia ed altri paesi hanno stretto un'alleanza per cessare la produzione di energia derivante dal carbone. Un impegno ribadito dal presidente francese Macron e dalla cancelliera tedesca Merkel. Particolarmente attesa era la presenza americana per capire che aria tirasse sulle politiche ambientali statunitensi. Gli Usa hanno ribadito di voler rimanere fedeli all'accordo di Parigi, rivedendo però alcuni impegni. Gli emissari di Trump sembravano abbastanza aperti al dialogo ma durante la Conferenza hanno avuto un ruolo abbastanza marginale e dunque non particolarmente indicativo. Più incisiva invece la presenza di alcuni stati e città americane che hanno invece rinnovato il proprio impegno per gli obiettivi dell'accordo. Non è probabilmente un caso che la prossima conferenza sul clima si tenga in Polonia, stato che dipende ancora massicciamente dal carbone e che ha sempre agito da freno in sede comunitaria quando si parlava di impegni sul clima.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 11 Jan 2018 16:31:03 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/499/1/bonn---conferenza-onu-sul-clima AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Crisi del porto di Cagliari http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/498/1/crisi-del-porto-di-cagliari

Sta crollando il trasporto delle merci al porto canale cagliaritano di Macchiareddu. Secondo i dati ufficiali riportati da Eurokai (al cui interno figura anche Contship Italia) il calo è stato del 28% confrontando i primi nove mesi del 2016 con lo stesso periodo del 2017. L'unità di misura presa in esame è rappresentata dai teu, ossia l'unità di misura dei container, passati da 486.000 a 350.000. Il dato, tuttavia, è comunque agrodolce. Se piange Cagliari, sorridono altre zone d'Italia: a Salerno e La Spezia si sono invece registrati cospicui aumenti del trasporto di merci, rispettivamente del 12,4 e del 18%. Il quadro generale dei traffici marittimi è piuttosto complesso, non è cioè detto che il calo cagliaritano dipenda dall'aumento degli altri due porti italiani. Piuttosto sembrano essersi modificate alcune rotte commerciali se pensiamo che il porto di Tangeri ha registrato un aumento del trasporto merci del 22,7%, segno che stanno energicamente riprendendo le rotte con la zona settentrionale dell'Africa, andate in crisi per la difficile situazione internazionale degli scorsi anni. Quanto sta avvenendo a Cagliari non può che preoccupare i sindacati per le ripercussioni che potrebbero esserci per l'occupazione in questo settore. Secondo la Cgil sarda, da Roma sarebbero arrivati precisi input per non vedere ancora penalizzata la Sardegna. Occorre cioè mantenere e rinforzare la specializzazione nel campo del packaging e dei semilavorati, in modo da attrarre in Sardegna le grandi compagnie. Altrimenti i porti del Nord rimarranno da un punto di vista logistico nettamente avvantaggiati, per il loro essere collegati con le ferrovie europee e dunque senza un vero rilancio del porto di Cagliari  la situazione potrebbe ulteriormente precipitare. I sindacati hanno chiesto che vengano nel frattempo messi in campo incentivi fiscali per poter ripartire, come sta avvenendo in altre zone del mondo. Le richieste, probabilmente formalizzate in un tavolo a cui la Cgil ha invitato le varie istituzioni, sono quelle di rilanciare gli investimenti e attuare la zona franca. Dietro il porto ci sono spazi piuttosto ampi, paragonabili per ampiezza al centro abitato di Cagliari che dunque potrebbero essere sfruttati per nuovi progetti, purché siano davvero innovativi ed in grado di rilanciare questo storico porto.

«Ci sono opportunità di rilancio che devono essere immediatamente valorizzate – hanno spiegato  il segretario della Camera del Lavoro Cgil Carmelo Farci e la segretaria Filt Massimiliana Tocco - si tratta di intervenire sui fattori che rappresentano un freno per lo sviluppo del traffico portuale, ad esempio puntando sull’ampliamento e sulla diversificazione delle attività, come la lavorazione delle merci e il packaging e sviluppando anche altri segmenti produttivi legati al settore industriale e manifatturiero del territorio. Bisogna investire in attività nuove e specifiche che rendano il porto attrattivo e competitivo nel mercato, un ragionamento che non può essere slegato da misure di fiscalità agevolata».

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Tue, 2 Jan 2018 13:02:58 +0000 http://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/498/1/crisi-del-porto-di-cagliari AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)