Italiano

Guerra in Etiopia: si aggrava la situazione

È ormai dall’inizio del mese che la situazione in Etiopia si fa sempre più calda: dal 4 novembre, quando il Primo ministro Abyi Ahmed ha comandato di attaccare le postazioni militari intorno alla capitale del Tigrè (Makalle), sono cominciati a intensificarsi sempre di più gli scontri armati tra governo federale e Fronte di liberazione del Tigrè (TPLF), il partito che domina questa regione nel nord dell’Etiopia.

Per capire come mai si riaccende il fuoco in questa porzione di Africa, però, è necessario fare un passo indietro e ricordare innanzitutto che l’Etiopia è una coalizione federale, che racchiude e fa convivere, dunque, al suo interno diverse etnie marcatamente differenti tra loro, ciascuna espressione di un portato culturale ben definito: le 4 principali sono quella oromo (l’etnia del premier Abyi), l’amara, quella dei popoli del Sud e la tigrina.

Non è difficile immaginare che non siano mancate, anche nel passato, spinte secessioniste da parte di una singola etnia, ma di solito sono state arginate da governi di tipo militare che hanno tenuto a bada con le “maniere forti” le ipotetiche azioni separatiste. Negli ultimi anni, con l’avvento di Abiy Ahmed, l’attuale primo ministro vincitore del Premio Nobel per la pace, la situazione sembrava essersi alleggerita con un deciso cambio di rotta rispetto al passato. Abiy «ha svuotato le carceri, liberalizzato l’economia (9% di crescita) e soprattutto ha trovato un accordo di pace con i vicini eritrei» [1], facendo sì che l’Etiopia, il secondo paese africano per numero di abitanti, avesse in qualche modo assurto il ruolo di elemento stabilizzatore per il Corno d’Africa, una zona molto complessa e delicata.

Il divario sotterraneo, però, tra la visione di Abiy (di tipo panetiopico) e quella degli abitanti del Tigrè (di tipo etnofederalista) non è mai stato appianato e, ad oggi, si rischia di arrivare a uno scontro ancora più violento che non solo getterebbe nel caos l’Etiopia, ma farebbe precipitare nella violenza i paesi confinanti e, appunto, l’intero Corno D’Africa.

Non a caso nelle ultime settimane secondo quanto riportato dall’UNHCR [2] sono più di 14.500 le persone che hanno passato il confine dell’Etiopia, passando in Sudan per mettersi in salvo, e si stima che ad oggi (nonostante le fonti non siano del tutto verificabili poiché nel Tigrè non è permesso l’accesso ai giornalisti e dunque le comunicazioni con il resto del paese sono bloccate) sono più di 25.000 gli uomini, donne e bambini che si sono riversati nei paesi confinanti per trovare rifugio.

Anche da Amnesty International [3] non giungono buone notizie: in Tigré, tra il 9 e il 10 novembre, centinaia di civili sono stati uccisi a colpi di machete, nella località di May Kadra. Amnesty specifica che non si è certi che l’atto sia stato compiuto dal TPLF, ma le testimonianze raccolte, parlando di vittime che non appartengono all’etnia locale dei tigrini, ma ad altre etnie etiopi, non rendono così assurdo ipotizzare che potrebbe essere stata una vendetta messa a segno dai miliziani tigrini.

Jason Burke, corrispondente in Africa per il The Guardian, scrive che: «La grande preoccupazione è che il conflitto possa destabilizzare l’Etiopia, già lacerata da tensioni etniche, e attirare poteri regionali. Inoltre, tutto ciò potrebbe rivelarsi estremamente dannoso per una delle regioni più fragili dell’Africa: l’Eritrea è già coinvolta nel conflitto, con il TPLF che lancia missili contro la capitale, Asmara, e movimenti di truppe segnalati al confine con il Tigrè. […] C’è la possibilità che il conflitto sfugga al controllo e, soprattutto nel caso in cui vengano coinvolte delle potenze del Golfo o persino altre ancora più lontane, si potrebbe arrivare a trasformare l’Etiopia, in parte o integralmente, in una specie di “Libia nell’Africa orientale”» [4].

Non sono preoccupazioni peregrine, anzi! Mettono in luce quello che potrebbe essere uno degli scenari futuri se non si pone un freno a questa situazione, riducendo lo scontro da militare a politico, per bloccare anche l’inevitabile flusso di migranti che si genera ogni qual volta che, essendoci conflitti armati, i civili si mettono in fuga per mettersi in salvo e sfuggire gli scontri. L’Europa, dunque, non può stare a guardare pensando che la cosa non la riguardi.

Mi trovo d’accordo con le parole del Presidente della Commissione Esteri della Camera, Fassino, che in un’intervista per Formiche.net ha espresso un concetto molto semplice ma veritiero, ossia che il destino del mondo in questo secolo dipende in larga parte anche da quello che succede in Africa, essendo esso un continente dove vivono già quasi un miliardo e mezzo di persone e che si prevede toccherà i 4 miliardi alla fine del secolo. L’Europa, dunque, come entità prossima all’Africa deve assolutamente premurarsi di pensare a una strategia che non preveda solo l’emigrazione per queste persone, che non può evidentemente essere l’unica soluzione: «Dovremmo considerare l’Europa, il Mediterraneo e l’Africa come un unico “macrocontinente verticale”, dal polo nord a Cape Town, sempre più investito da problemi comuni, che necessitano di strategie comuni. […] È stata molto importante la decisione presa dalla Presidente della Commissione Ue lo scorso febbraio: il vertice ad Addis Abeba tra la Commissione Ue e Commissione dell’Unione Africana segna un salto di qualità, ancora più intenso dei vertici governativi annuali euroafricani promossi dalla UE. Cresce la consapevolezza che Europa e Africa devono costruire il futuro insieme» [5].

Concludendo, anche in questo frangente geopolitico si rende evidente la necessità della formulazione a livello sovranazionale, non solo Europeo ma anche di comune accordo con le potenze Nato, di una strategia comune per la risoluzione di problemi che investono a più livelli le singole nazioni: non si tratta più solo di problemi politici, economici, militari, di sicurezza nazionale, ma anche di inammissibili drammi umanitari che, a catena, hanno ricadute a 360°. Come ho sempre auspicato una regia unica per quanto riguarda le questioni marittime, pure in questo caso si rende necessario fare fronte comune per arginare le recrudescenze di questi, non del tutto, nuovi e pericolosi scenari geopolitici.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/11/13/etiopia-secessione-tigrai-esercito-violenze

[2] https://www.unhcr.org/news/briefing/2020/11/5fae4aec4/humanitarian-crisis-deepens-amid-ongoing-clashes-ethiopias-tigray-region.html

[3] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/11/ethiopia-investigation-reveals-evidence-that-scores-of-civilians-were-killed-in-massacre-in-tigray-state/

[4] https://www.theguardian.com/world/2020/nov/17/could-tigray-conflict-turn-ethiopia-into-a-libya-of-east-africa trad. ita 

[5] https://formiche.net/2020/11/etiopia-una-guerra-che-ci-riguarda-fassino-spiega-perche/

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi - Guerra in Etiopia: si aggrava la situazione