Ammiragliogiuseppedegiorgi.it Rss https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/ Sito web personale di Giuseppe DE GIORGI - Ammiraglio di Squadra it-it Fri, 17 Sep 2021 16:58:48 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 ammiragliogiuseppedegiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe De Giorgi) ammiragliogiuseppedegiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe De Giorgi) Archivio https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/vida/foto/sfondo.jpg Ammiragliogiuseppedegiorgi.it Rss https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/ Ammiraglio De Giorgi ospite a RaiNews 24 per parlare di Difesa Europea https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/638/1/ammiraglio-de-giorgi-ospite-a-rainews-24-per-parlare-di-difesa-europea

Per chi avesse perso la diretta, riporto qui il mio intervento a RaiNews 24 sul tema della Difesa Europea

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Fri, 17 Sep 2021 16:58:48 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/638/1/ammiraglio-de-giorgi-ospite-a-rainews-24-per-parlare-di-difesa-europea AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Quell’11 settembre 2001 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/637/1/quell11-settembre-2001

Era stata una giornata impegnativa a Capodichino, quell'11 settembre 2001. Avevamo appena completato il trasferimento terra-bordo e poi bordo-terra di circa 100 Ammiragli di Squadra e di Generali della Nato sulle navi della Squadra Navale, per assistere a una dimostrazione operativa al largo di Napoli. Anfitrione, l’Ammiraglio Guido Venturoni detto Yamamoto, temutissimo Capo di Stato Maggiore della Difesa. Il tempo era bellissimo, molto caldo, il mare era calmo.

Io ero il responsabile della pianificazione e condotta della parte aerea dell’evento. Yamamoto era stato chiaro, tutto doveva essere eseguito con la massima precisione. E quando diceva così non scherzava. Meglio non deluderlo. Avevo schierato 25 elicotteri a Capodichino, in gran parte SH 3D dalle tre Maristaeli della Marina. Avevamo appena terminato l’operazione. Il Grande Capo era rimasto soddisfatto. Ce lo aveva fatto sapere. Per il decollo da Capodichino avevo organizzato una mega formazione di tutti i 25 elicotteri, prevedendo un decollo simultaneo dalla pista per poi dirigere verso il Tirreno, per la separazione in tre sotto formazioni per il rientro alle rispettive basi. Finito il briefing pre formazione con gli altri piloti, mi trovavo in un ufficio della linea volo dell’Aeronautica Militare. La televisione era accesa. Guardavo lo schermo senza interesse, la mia testa era alla formazione che avrei guidato in volo di lì a poco. Passano le immagini di un aereo di linea che centra una delle torri gemelle, io e gli altri presenti guardavamo increduli. Nessuno pensava a un attacco deliberato. Pochi secondi dopo, appare nello schermo un secondo aereo che si infila nell’altra torre. Siamo in guerra pensai, mentre mi dirigevo di corsa agli elicotteri allineati per dare il via al decollo, ma non era il momento di agitarsi. Dovevamo rientrare alle basi al più presto, ma in ordine e in sicurezza. Il decollo fu spettacolare, 25 SH3D che occupavano tutta la pista e si levavano in volo all’unisono erano una vista imponente. Sorvolammo Napoli, vedevamo le facce della gente.  La gente ci salutava dai balconi e dalle piazze.

Una volta sul mare ci separammo.

Molti di quegli equipaggi sarebbero partiti per il Mare Arabico e per l’Afganistan nei mesi e negli anni successivi.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

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Sat, 11 Sep 2021 09:07:11 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/637/1/quell11-settembre-2001 AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’asse Usa-Uk per contenere l’espansionismo cinese nei mari https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/636/1/l-asse-usa-uk-per-contenere-l-espansionismo-cinese-nei-mari

In questo articolo per LabParlamento spiego come la Queen Elisabeth rimarrà nell’Indo-Pacifico per affermare con forza il valore della libertà di navigazione in acque internazionali, in collaborazione con la Marina Militare degli Stati Uniti, dell’Australia, della Korea del Sud e del Giappone. Il tutto in chiave di contenimento dell’espansionismo cinese sull’alto mare

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Tue, 20 Jul 2021 09:52:13 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/636/1/l-asse-usa-uk-per-contenere-l-espansionismo-cinese-nei-mari AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Giuseppe de Giorgi intervistato da Difesa On Air https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/635/1/giuseppe-de-giorgi-intervistato-da-difesa-on-air

Una mia intervista senza remore con Andrea Cucco, Direttore di Difesaonline.

Pane al pane e vino al vino.

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Fri, 25 Jun 2021 16:49:26 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/635/1/giuseppe-de-giorgi-intervistato-da-difesa-on-air AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Premuda: un’impresa storica unica https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/634/1/premuda-un-impresa-storica-unica

Quando, nel 1939, la Marina Militare italiana ha dovuto decidere in quale giorno celebrare la propria Giornata, non ci sono stati dubbi: il 10 giugno, giorno dell’impresa di Premuda del 1918, compiuta dal Capitano di Corvetta Luigi Rizzo. Ad oggi, ancora detentore del record di marinaio più decorato d’Italia.

Durante i primi mesi del 1918, le sorti dell’Italia nella Prima guerra mondiale, sembravano incerte. Gli austriaci avevano appena chiamato in aiuto i tedeschi e le truppe italiane, dopo la sconfitta di Caporetto erano provate, fiaccate, soprattutto nello spirito.

La Marina austro-ungarica aveva appena nominato come nuovo comandante della Flotta Imperiale il giovane e audace Ammiraglio Miklós Horthy. Una nomina che faceva presagire un cambio nell’atteggiamento della Marina Imperiale, ormai da tempo asserragliata nelle sue munitissime basi. L’Ammiraglio Tahon de Revel, intuendo un cambio di passo da parte degli austriaci, aveva predisposto la nostra flotta con un dispaccio, con il quale ordinava ai comandi della Marina di essere pronti a cogliere eventuali iniziative nemiche dalle quali trarre vantaggio. Era stato chiaro «si approfitterà di ogni mossa nemica per attaccare coi sommergibili, cacciatorpediniere, torpediniere e m.a.s.» [1]. Proprio questi ultimi, i m.a.s. (Motoscafo Armato Silurante) erano una invenzione italiana, molto innovativa per l’epoca: motoscafi di circa 16 metri dal poco pescaggio, veloci, piccoli, fragili, ma ben armati, in grado di arrecare danni gravissimi se impiegati con coraggio e perizia.

Luigi Rizzo, capitano di Corvetta, già decorato con la Medaglia d’Oro al valore per aver affondato nel 1917 la corazzata austriaca Wien, riceve l’ordine di uscire in mare da Ancona con i m.a.s. 15 e 21 la sera del 9 giugno 1918. La missione: esplorazione e ricerca mine. Quella notte, però, la flotta imperiale (composta da ben 45 unità) esce dal porto di Pola, direzione Otranto, per cogliere di sorpresa la flotta italiana e rompere il blocco navale italiano che impedisce il passaggio del Canale verso il Mediterraneo.

I m.a.s. 15 e 21 la notte successiva, il 10 giugno, giungono al largo dell’isola di Premuda, davanti alla costa dalmata. Alle 3 di notte, avvistano «una grande nuvola di fumo nero all’orizzonte». Il capitano Rizzo valuta trattarsi di cacciatorpediniere asburgici. Senza indugio ordina di avvicinarsi per l’identificazione ottica e, nel caso, attaccare sperando nella sorpresa.

I due MAS dirigono verso il nemico. Una leggera foschia favorisce le loro manovre, anche perché la flotta austro-ungarica si crede al sicuro nella solitudine di quelle acque. Nonostante l’evidente sproporzione delle forze in campo, la formazione nemica comprende infatti ben due Corazzate e non i soli cacciatorpediniere immaginati, Rizzo decide di attaccare comunque. Punta alla Santo Stefano, passando tra le torpediniere di scorta, cogliendole di sorpresa. Conduce l’attacco con grande audacia e abilità di manovra. Rischia il tutto per tutto, lancia i suoi siluri a distanza molto, forse troppo ravvicinata per sopravvivere alla reazione nemica, ma per la corazzata Santo Stefanon non c’è scampo. “Il primo ordigno centrò la nave tra la prima e la seconda ciminiera, il secondo a poppa”, così scriverà neil suo rapporto fra l’altro Rizzo. La nave comincia a imbarcare grandi quantità d’acqua e a bruciare nella zona caldaie. In breve, la grande nave si inclina e si rovescia. Il m.a.s. 15 di Rizzo viene inseguito da un cacciatorpediniere, ma essendo troppo vicino, non può centrare il mas perché il cannone non riesce ad andare così in depressione. Rizzo ha un guizzo, lancia delle bombe di profondità, regolate alla quota minima e le fa esplodere sotto la prora dell’inseguitore. L’austriaco è costretto a desistere e il MAS riesce a mettersi in sicurezza. Nel frattempo, anche l’altro MAS al comando del Guardiamarina Aonzo attacca l’altra corazzata, ma i suoi siluri non riescono a colpire il bersaglio. I due MAS rientrano verso Ancona con nelle scie di poppa l’immagine della Santo Stefano (Szent Istvan) che affonda, con gli equipaggi delle altre navi austriache che eseguono commossi il saluto alla voce levando alti i berretti.

Visti rientrare i MAS 15 e 21, scarichi di siluri, ma carichi di gloria” comunicava via telegrafo il “semaforista” del Faro della Marina al Comando superiore, alla vista dei due MAS in rientro, privi di armi e con le Bandiere tricolori di prima grandezza al vento, simbolo di incontro vittorioso con il nemico.

L’impresa di Premuda fu fondamentale per rinfrancare gli animi italiani. Finalmente dopo il disastro di Caporetto una vittoria luminosa, la cui importanza non sfuggì infatti all’alleato Britannico. «La Grand Fleet porge le più sentite congratulazioni alla flotta italiana per la splendida impresa condotta con tanto valore e tanta audacia contro il nemico austriaco» recitava il telegramma inglese [2].

L’Ammiraglio Luigi Rizzo, affondatore di due corazzate nemiche in due battaglie diverse, è un caso unico nella storia delle Marine da Guerra. E’ un’icona della Marina Italiana a cui tutti i nostri marinai e non solo, dovrebbero guardare con giustificato orgoglio e grande riconoscenza.

Viva la Marina. Viva l’Italia.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] Premuda, 10 giugno 1918, primissime luci dell'alba, il perchè della giornata della Marina, Giosué Allegrini, marina.difesa.it

[2] L'Impresa di Premuda, il capolavoro di Luigi Rizzo e della Marina Italiana, Alessandro Maiocchi, IlGiornale.it

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Thu, 10 Jun 2021 08:41:43 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/634/1/premuda-un-impresa-storica-unica AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libia? Non aspettiamo il morto per intervenire https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/633/1/libia-non-aspettiamo-il-morto-per-intervenire

Non aspettiamo il morto per intervenire.

Le navi della Marina devono tornare in mare a presidiare il Mediterraneo nelle aree calde d’interesse nazionale. In primo luogo ripristiniamo Mare Sicuro nella sua originale consistenza di 4/5 navi contemporaneamente in mare dalle acque antistanti la Tunisia orientale all’Egeo verso Creta, posizionate in modo da esercitare deterrenza e il controllo del mare per il contrasto del suo utilizzo illegittimo.

Si tratta di una scelta eminentemente politica, ma sarebbe sbagliato tacere la difficoltà materiale in cui si trova la Marina in questo momento in termini di personale, fortemente sotto organico, e di mezzi navali, avendo perso la nona e la decima Fregata FREMM quando si è ormai esaurita la linea delle 8 fregate classe Maestrale, delle 4 Lupo, delle 4 classe Soldati e non sono ancora diventati operativi i PPA della legge navale. Serve quindi un provvedimento urgente del Governo che autorizzi l’arruolamento di nuovi contingenti di marinai e al tempo stesso aumenti significativamente i fondi per la manutenzione e l’impiego dello strumento aeronavale per aumentare la disponibilità effettiva di un maggior numero di mezzi.

Il rilancio della Marina è un investimento strategico. Il mare è e sarà sempre di più vitale per la prosperità dell’Italia e la sicurezza del suo popolo.

Se non ora quando!

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

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Fri, 7 May 2021 11:35:39 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/633/1/libia-non-aspettiamo-il-morto-per-intervenire AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Stupore a Costantinopoli https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/632/1/stupore-a-costantinopoli

Ma come, l’Italia morde? Sarebbe una novità. Per questo probabilmente Erdogan se l’è presa così tanto. La sottomessa Italia, pendolante fra ogni potente di turno. Quella che con Spagna o Franza purché se magna, irrilevante sempre e comunque; in un attimo non c’era più. Fresco da un’ottima missione diplomatica in Libia, dove l’Italia ha dato immediatamente l’impressione di essere rientrata in partita per giocare un ruolo attivo nella rinascita della Libia, Draghi ha dato del dittatore a Erdogan. Lo ha fatto con eleganza, senza battere i pugni. L’ha detto con stile, con franchezza, ma l’ha detto.

Stupore a Costantinopoli.

Si, perché il Presidente del Consiglio Italiano è stato l’unico dei leader europei a essersi ribellato all’affronto fatto alla Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, lasciata in piedi dal Sultano, mentre monsieur Michel si sedeva lesto, fiero di essere considerato, per una volta almeno, il più importante fra i due. Pazienza se l’Unione Europea veniva umiliata dal Turco. Il Presidente del Consiglio Europeo sembrava quasi contento. All’inizio, poi meno. Intendiamoci, Michel in cuor suo sapeva che avrebbe dovuto alzarsi e dire qualcosa. Dare un piccolo segnale di dignità, anche a costo di far innervosire il Sultano. Invece se ne stava seduto sul trono, ridacchiando goffamente. L’espressione da totem ghirghiso, di chi sa di non essere all’altezza della situazione, troppo grande per lui. Il coraggio o lo si ha o non te lo dà nessuno diceva Don Abbondio nei Promessi Sposi e Charles Michel questo coraggio ha dimostrato di non averlo. Certo anche Ursula Von der Leyen non ha brillato per temperamento. Poteva, forse doveva girarsi sui tacchi e andare in aeroporto. Incontro terminato. Così non è andata. Si è seduta sul sofà, offesa, ma si è seduta. Il segnale dato a Erdogan è che l’Europa lo teme. Per fortuna che la schiettezza del nostro Presidente del Consiglio ha invece mostrato che in Italia il vento è cambiato. Così come ha fatto il nuovo Presidente degli USA Biden quando ha definito Putin un Killer. Sono stati due segnali paralleli.

Non sarà una passeggiata. I turchi non abbozzeranno. Non possono accettare che in Europa ci sia qualcuno che alzi la testa. Prima del bel tempo dovremo affrontare mare contrario. Balleremo un po’, ma se manterremo la barra dritta la navigazione sarà sicura e saremo pronti per quando il mare sarà di nuovo calmo. Il momento è propizio per l’Italia. I Russi sono impegnati in Ucraina, l’America di Biden è tornata protagonista. Lo hanno percepito anche in Libia, ne dovrà tenere conto la Turchia nel governare la sua pulsione neo-ottomana.

Si, probabilmente i turchi compreranno gli elicotteri da qualche altra parte. Forse non compreranno armamenti da noi per qualche tempo. Ma non importa. La nostra politica estera non può essere decisa dal commercio, ma dall’interesse nazionale e dai valori che ispirano la nostra Nazione. Per questo non avremmo dovuto cedere due Fregate nuove destinate alla nostra Marina all’Egitto, nonostante la tragica sorte subita dal nostro connazionale Giulio Regeni, così come non avremmo mai dovuto fare rientrare in India i nostri Sottufficiali del San Marco, per non perdere una commessa di elicotteri italiani (poi persa comunque), così come avremmo dovuto intervenire a difesa di Tripoli, stretta dall’assedio dei miliziani di Kalifa Haftar.

Ci sono occasioni in cui bisogna avere un po’ di coraggio. Negli ultimi anni, troppo spesso abbiamo abbassato la testa. Questa volta è andata diversamente. C’è un Drago a Roma, anzi di più: abbiamo Draghi!

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

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Mon, 12 Apr 2021 09:59:07 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/632/1/stupore-a-costantinopoli AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Storia di ordinario spionaggio https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/631/1/storia-di-ordinario-spionaggio

L’arresto in flagranza di reato, il 30 Marzo del capitano di fregata Walter Biot, mentre passava a un agente russo informazioni “classificate” in cambio di danaro, riporta all’attenzione dell’opinione pubblica con grande e ritengo intenzionale clamore un caso di spionaggio a favore di una potenza straniera. Non conosco l’estensione delle compromissioni causate in termini di violazione del segreto in particolare per quanto riguarda la sensibilità delle informazioni cedute ai russi. Viste le cifre in gioco non credo che il danno “tecnico” sia grave, mentre lo è in termine di immagine per l’Italia e per la Difesa, anche se è bene ricordarlo il problema dell’infedeltà da parte di personale militare si è registrato nella maggioranza delle nazioni, sia del blocco occidentale sia di quello orientale (tanto per utilizzare terminologie della “guerra fredda”).

Tolta la motivazione ideologica, i servizi di spionaggio agganciano le loro “vittime” di massima sfruttando le loro vulnerabilità materiali e morali, debiti e relazioni sentimentali clandestine e improprie, spesso con agenti segreti specializzati in materia. Le prime richieste riguardano informazioni apparentemente innocenti, come elenchi telefonici degli Stati Maggiori, banali ordini di servizio, vecchi telegrammi di operazioni finite da tempo, etc.. Alla vittima di turno sembra un gioco senza rischi, ottenere soldi per così poco. Ma è la consegna in sé di documenti di servizio a un agente straniero a essere compromettente per la “vittima” in caso di scoperta. Spesso l’agente straniero (il cosiddetto “handler”) dirà di essere costretto dai suoi superiori a chiedere di più, di essere a sua volta in grave difficoltà, la sua famiglia in pericolo etc.. Prometterà che sarà l’ultima volta e si mostrerà generoso, fornendo premi in denaro e utilità varie. Il “traditore”, che spesso non si sente tale perché convinto di governare il rapporto, sale così su in piano inclinato cosparso di olio. Scivolerà sempre più in basso, anche se per qualche tempo gli andrà bene. I soldi arrivano e un po’ di bella vita pure. Il “traditore”, pensa di non causare un vero danno al proprio Paese perché si consola dicendosi che non siamo in guerra, che tanto si tratta di informazioni poco importanti etc.. Talvolta alla spinta a tradire contribuisce la rabbia per mancati riconoscimenti, per essere stato scavalcato in carriera etc.., ma ballare con le spie è come essere abbracciati da un pitone, ad ogni respiro la morsa si stringe un poco di più, fino alla fine. L’epilogo di queste vicende è quasi sempre disastroso. Il disonore e spesso la galera.

Il caso del CF Biot nonostante il grande clamore mediatico non dovrebbe fare scalpore più di tanto. Si tratta di una storia di ordinario spionaggio, interrotta dall’intervento del controspionaggio italiano quando l’Autorità preposta lo ha ritenuto necessario. E tuttavia potrebbe essere l’occasione per un riesame dell’organizzazione deputata al rilascio del “nulla osta di sicurezza” che nel caso in esame ha rilasciato la certificazione necessaria al CF Biot per essere impiegato nel suo incarico allo Stato Maggiore della Difesa e prima nello staff della Ministra Pinotti. Più in generale andrebbe rivalutata l’efficacia e funzionalità dell’attuale organizzazione di sicurezza delle Forze Armate. L’accentramento dell’attività svolta dai SIOS (servizi informazione operative di sicurezza) di Forza Armata a livello Stato Maggiore della Difesa, adottata una decina di anni or sono, ha comportato la perdita di capacità specialistica, generando un collo di bottiglia con inevitabili isteresi e disaccoppiamento con le Forze Armate stesse. I SIOS di F.A. erano invece molto importanti, non solo per la tempestiva analisi della minaccia e per la valorizzazione in tempo reale delle informazioni ma erano anche uno strumento estremamente efficace per la tutela del segreto militare. Pur mantenendo un forte coordinamento a livello centrale sarebbe il momento di riportare in vita il SIOS se vogliamo essere non solo reattivi ma per battere l’avversario nel suo stesso gioco.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

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Thu, 1 Apr 2021 14:26:06 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/631/1/storia-di-ordinario-spionaggio AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Vea Victis: Il sequestro Achille Lauro e l’Operazione Margherita https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/630/1/vea-victis-il-sequestro-achille-lauro-e-loperazione-margherita

Domenica scorsa, 28 marzo, alle 20.30 sono stato ospite della rubrica storico-geopolitica Vae Victis di Difesa Online.

Nella terza puntata si è parlato dell'Operazione Margherita: il blitz per liberare l'Achille Lauro che venne abortito a favore di una trattativa politico-diplomatica.

Avete perso la diretta? La trovate qui.

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Mon, 29 Mar 2021 11:02:54 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/630/1/vea-victis-il-sequestro-achille-lauro-e-loperazione-margherita AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libia: governo nuovo, vecchi problemi https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/629/1/libia-governo-nuovo-vecchi-problemi

Venerdì 5 febbraio 2021 è stato eletto il nuovo consiglio presidenziale libico, ma come ormai accade dall’inizio della complessa situazione sorta a partire dalle cosiddette primavere arabe del 2011, niente è andato per il verso giusto. Almeno per i cittadini libici e ma questo non è una sorpresa nemmeno per gli interessi italiani.

L’Onu puntava su due nomi, il ministro dell’Interno Fathi Bashaga insieme ad Aquila Saleh tra i candidati a Presidente del Consiglio. L’elezione però è ricaduta su Mohammad Menfi come Presidente del Consiglio e su Abdul Hamid Dbeibah come Primo Ministro. Sono loro che dovranno, almeno questo è il mandato ufficiale, guidare la Libia fino alle elezioni del prossimo 24 dicembre. Nonostante l’Onu abbia poi ufficialmente salutato con favore questo governo di transizione, non si possono chiudere gli occhi sul fallimento dei candidati favoriti dalle Nazioni Unite e sul fatto che la vittoria sia andata invece a chi strizza l’occhio all’uomo forte della Cirenaica, Haftar, il quale – non a caso – ha commentato tramite il portavoce dell’esercito nazionale libico (LNA) con queste parole: «Il Comando Generale si congratula con le figure nazionali che sono state elette per adempiere alle funzioni di capo del Consiglio presidenziale e capo del governo nazionale. […] I libici sperano di poterli vedere al loro diligente lavoro nel fornire servizi ai cittadini e preparare il Paese alle elezioni generali previste per il 24 dicembre 2021, secondo quello che è stato concordato essere l’inizio del processo democratico, e la costruzione del nuovo stato libico, uno stato di istituzioni e di diritto» [1]. Considerando chi le ha pronunciate, le parole di questa dichiarazione, all’indomani del “Forum di dialogo politico libico” (l’organismo che ha espresso il voto a Ginevra), dovrebbero far scattare qualche campanello d’allarme.

Il presidente Manfi e il suo vice sono entrambi due figure riconducibili a posizioni islamiste. E credo, come si legge nella ricostruzione di Ruvinetti su Formiche.net, che il rischio sia che gli haftariani possano usare a loro favore questa elezione per fare pressioni e muovere di nuovo le armi. «Essendo l’autorità esecutiva priva di figure legate a Tripoli, il rischio evidente è che non ci sia contatto con i partiti/milizia della capitale, ripresentando il problema per cui l’attuale presidente e premier Fayez al Serraj è stato criticato – ossia l’essere ostaggio delle milizie e non essere stato in grado di disarmarle e disarticolarle […]. Poi c’è il problema internazionale: come potrà il nuovo primo ministro Dbeibah raggiungere uno dei principali obiettivi Onu, ossia l’uscita delle forze esterne dal paese, visti i suoi rapporti con Turchia e Russia? Ankara e Mosca, lo sappiamo, hanno milizie rispettivamente in Tripolitania e Cirenaica, che secondo le Nazioni Unite sono uno dei principali fattori di rischio militare in Libia, unito al ruolo degli Emirati, che ha una presenza militare e ha finanziato mercenari sudanesi e ciadiani a combattere per Haftar. Dbeiba, vicino anch’egli a posizioni islamiste, riuscirà ad avere un dialogo con Abu Dhabi che ha fatto dell’anti-islamismo il suo cavallo di battaglia?» [2]. Come è possibile pensare che in questo intricato e complesso muoversi di fattori il popolo libico possa veramente fare passi in avanti verso il raggiungimento di una democrazia reale?

A riprova dell’instabilità e dell’assoluta incertezza della situazione nordafricana (non solo libica), che da questo cambio di governo non sembra averne beneficiato neanche all’apparenza, abbiamo visto negli scorsi giorni riversarsi in mare più di 1500 persone, di cui 1000 dalla sola Libia le quali, in meno di due giorni dalla fine del Forum, si sono messe in mare per abbandonare il proprio Paese o le carceri in cui sono detenute in condizioni di totale violazione dei diritti umani. Per circa 300 di loro non si hanno notizie. Proprio tra il 5 e il 6 febbraio la Ocean Viking, di Sos Mediterranée, ha soccorso 121 persone da un gommone a 30 miglia nautiche da Al Khoms, in maggioranza donne e minori, di cui ben 55 non accompagnati. L’82% di migranti minori sono quelli non accompagnati e pensare che ben 700 di queste persone, come ha reso noto l’Unhcr siano state riportate in Libia è sconvolgente. Anche perché, ricordiamo sempre, che la Libia non è e non può essere considerata un porto sicuro. Se leggiamo le dichiarazioni rilasciate da SOS Mediterranée ci troviamo, ancora una volta, di fronte a racconti di inaudita atrocità: «Un giovane della Guinea ha spiegato al nostro team medico a bordo di essere stato trattenuto in un centro di detenzione in Libia per 9 mesi. Racconta di essere stato picchiato con bastoni di metallo riscaldati. Una delle sue gambe si è fratturata due anni fa. Non ha mai ricevuto cure mediche e la sua gamba è ora deformata. L’altra gamba mostra cicatrici dovute alle violenze subite in Libia» [3]. Torture, mancanza di cibo, di cure mediche di base, violenze (anche sessuali) e sparizioni sono le caratteristiche del “soggiorno” in quelli che non possono essere chiamati campi profughi perché sono dei veri e propri centri detentivi, dei lager contemporanee.

Anche l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) ha chiesto a gran voce, all’indomani di questi rimpatri, che venga smantellato il sistema di detenzione arbitraria e che siano con urgenza fornite delle alternative sicure e praticabili [4]. Nonostante, dunque, i diversi tentativi per cercare di dare una stabilità alla Libia, nei fatti siamo dei semplici spettatori di questo orrendo massacro di migranti africani che – lo sappiamo benissimo – una volta riportati in Libia entrano in un tunnel da cui difficilmente riusciranno a uscire.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2021/02/06/libia-portavoce-haftar-congratulazioni-per-nuovo-esecutivo_7d43396c-3e9d-4ed7-89ee-7878640b8371.html

[2] https://formiche.net/2021/02/libia-onu-instabilita-ruvinetti/

[3] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/libia-nuovo-governo-e-vecchi-ricatti-centinaia-di-persone-in-mare-mentre-l-onu-denuncia-gli-abusi-sui-migranti

[4] https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/oim-300-migranti-riportati-in-libia-dalla-guardia-costiera_28430115-202102k.shtml

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Mon, 15 Feb 2021 01:39:39 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/629/1/libia-governo-nuovo-vecchi-problemi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Grecia-Turchia: tornano a parlarsi? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/628/1/grecia-turchia-tornano-a-parlarsi

I difficili rapporti tra Grecia e Turchia nel Mediterraneo sono ormai argomento noto ai miei lettori (potete trovare diversi articoli nel mio blog) poiché essi si sono ciclicamente inaspriti negli ultimi mesi spingendo sempre di più la situazione nel Mediterraneo orientale verso un punto di rottura, fortunatamente ancora non raggiunto. Gli interessi energetici, i confini territoriali (con la delimitazione delle varie zone marittime), la contestazione della Convenzione di Montego Bay da parte dei turchi, sono solo alcuni dei motivi principali di attrito, per non dire scontro, tra i due Paesi. Proprio per questi motivi è importante sottolineare che lo scorso 25 gennaio a Istanbul, dopo ben 5 anni di reciproco silenzio, Grecia e Turchia hanno accolto le “richieste” di Berlino e hanno ripreso “i colloqui esplorativi” circa le diverse dispute bilaterali, a partire dal dossier energetico.

Sono state tre ore intense in cui le due diverse delegazioni, in un clima teso ma che segna un passo avanti nella volontà di trovare una risoluzione, si sono confrontate su posizioni ancora molto distanti. Non stupisce che proprio la questione delle acque territoriali delle isole greche e ciò che concerne il dossier energetico, con la conseguente disputa sulle esplorazioni turche nel Mediterraneo, siano stati i punti al centro della discussione visto che per queste stesse ragioni si scontrate Grecia e Turchia lo scorso anno. Sul Corriere della Sera si legge che: «Il primo ostacolo, nelle tre ore di colloqui, è stato quello della posta in gioco. Per Atene l’unico tema di confronto è quello relativo alla “demarcazione delle zone economiche esclusive e delle piattaforme continentali nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale”, senza affrontare questioni di sovranità nazionale, mentre Ankara punta a negoziati più ampi che includano lo spazio aereo e lo status di alcune isole greche dell’Egeo, di cui chiede la smilitarizzazione. La scorsa settimana il premier greco, Kyriakos Mitsotakis, ha chiarito che Atene non è disposta a discutere la giurisdizione di tratti di mare che considera propri e il Parlamento ha votato una mozione che estende da 6 a 12 le miglia nautiche che delimitano le acque territoriali greche. Dal canto suo, venerdì scorso, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu […] aveva invitato la Grecia a “smetterla con le provocazioni”, ribadendo che la Turchia non cambierà le proprie pretese nell’area»[1].

Così, su due piedi, non sembrerebbero delle ottime premesse, ma c’è un aspetto che è bene tenere presente, ossia che questo colloquio fa seguito alla volontà di Erdogan, espressa recentemente, di migliorare i rapporti con l’Unione Europea anche in virtù del futuro cambio di strategia da parte del neopresidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden. Biden, infatti, seguirà con occhio più attento rispetto al suo predecessore gli sviluppi della crisi tra Grecia e Turchia. Erdogan godrà verosimilmente di minor libertà d’azione in Mediterraneo. Di qui l’interesse a ricucire i difficili rapporti con l’UE e con i partner della Nato fra cui Grecia e Francia. A dimostrazione di questo mutato atteggiamento, a metà gennaio il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu, in visita a Bruxelles, ha invitato Ursula von Der Leyen e Charles Michel ad Ankara, per un colloquio con Erdogan, nella speranza forse di riprendere il dialogo per individuare una via per far accogliere la Turchia nella Comunità Europea.

Tornando al tavolo del 25 gennaio, sembra quindi che qualche speranza in più rispetto al passato ci sia ed è anche da considerarsi positivo che almeno in queste prime fasi non vi siano state ancora provocazioni nelle acque territoriali greche. La Grecia, inoltre, da parte sua, non ha la minima intenzione di mollare la presa e ha ribadito che, se è sì necessario trovare un punto d’incontro, esso però deve avere fondamento “sulla base del diritto internazionale”, come sottolineato tramite le parole del portavoce del governo greco. Una posizione molto netta che, se letta insieme alla recentissima firma del contratto per la fornitura di 18 caccia Rafale alla Grecia, da parte del ministro della difesa francese Florence Parley, fornisce l’immagine di una Nazione che non sembra disposta a cedere di un centimetro e che anzi è pronta a marcare il territorio molto di più rispetto al passato.

Ecco, quindi, che il fragile equilibrio del Mediterraneo non può che mantenersi tale avvalendosi della “mediazione” della Nato, alla quale lo stesso ministro degli esteri greco Dendias si è rivolto (in un incontro con il segretario generale Stoltenberg) subito dopo il tavolo di negoziato con la Turchia, per capire come la Nato e gli Stati Uniti di Biden abbiano intenzione di agire circa la situazione del Mediterraneo. Su Mondogreco.net si legge infatti che «Le sanzioni per il sistema missilistico S-400 non sono state ancora metabolizzate da Ankara, che invero sta tentando con ogni mezzo di rifarsi una verginità politica agli occhi della nuova Casa Bianca e dell’Ue, passando per Israele che per il momento fa orecchie da mercante. […] L’inner circle erdoganiano, infatti, ha costanti pressioni dal mondo militare più conservatore, poco avvezzo al dialogo e più propenso a mettere in pratica quella profondità strategica teorizzata dall’ex premier Davutoglou. Di contro secondo fonti diplomatiche Ankara, se fosse stimolata a un accordo dalla Cancelliera tedesca, potrebbe prendere in considerazione l’idea di ritrattare le sue posizioni»[2].

La situazione dunque è ancora decisamente molto delicata e allo stato attuale quello che è avvenuto è da considerarsi soltanto un “contatto” tra le parti, un primo passo, incoraggiante certo, ma che non assicura nulla circa l’effettivo miglioramento della situazione nel Mediterraneo. Certo il Consiglio Europeo e la Germania si sono molto prodigati affinché si potesse di nuovo aprire questo tavolo di trattativa diretta tra le parti e lo stesso Haiko Maas (ministro degli esteri tedesco) si era recato più volte ad Ankara per preparare il terreno per la ripresa di un dialogo, dicendosi poi lieto dell’incontro tra Grecia e Turchia, ma mi sento di dover essere molto cauto nell’esprimere un giudizio troppo ottimista circa il futuro, perché allo stato attuale dei fatti tutti i maggiori ostacoli affinché si trovi una quadra, restano intatti. L’Italia potrebbe giocare un ruolo attivo, visti i rilevanti interessi nazionali nel bacino centrale e orientale del Mediterraneo, ma occorrerebbe prima riacquistare una maggiore credibilità internazionale, oltre alla voglia di guardare oltre il cortile ristretto della nostra politica interna.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.corriere.it/esteri/21_gennaio_25/grecia-turchia-riprendono-colloqui-acque-contese-8fa06a82-5f2d-11eb-9800-dadba0f11f8e.shtml

[2] http://www.mondogreco.net/notizie/kosmos/1560-crisi-con-la-turchia-la-grecia-si-appella-anche-alla-nato.html#.YBGLr2RKjt1

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Fri, 29 Jan 2021 02:40:01 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/628/1/grecia-turchia-tornano-a-parlarsi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Italia-Egitto: caso Regeni e vendita delle FREMM https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/627/1/italia-egitto-caso-regeni-e-vendita-delle-fremm

In un’Ansa del 21 gennaio si legge: «La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per i quattro appartenenti ai servizi segreti egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni […]. Per il generale Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif le accuse variano dal sequestro di persona pluriaggravato al concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravate»[1].

Fino ad ora il governo egiziano non ha collaborato, anzi ha dato la netta impressione di voler depistare le indagini coprendo i responsabili. Il problema è che l’Egitto non teme alcuna ritorsione da parte nostra. A ragione, vista la firma risalente appena allo scorso agosto con la quale l’Egitto ha ufficialmente siglato un accordo con l’Italia per la cessione di due fregate Fremm di Fincantieri già costruite e nell’imminenza di essere consegnate alla Marina Militare Italiana. La prima è stata trasferita alla Marina Egiziana alla “chetichella”, il 23 dicembre 2020, nel silenzio generale, con una cerimonia in sordina, senza pubblicità; nemmeno un comunicato stampa da parte del gruppo cantieristico di Trieste.  Assenti autorità governative, solitamente in prima fila in eventi simili. La stessa notizia dell’avvenimento è quasi passata sotto silenzio, se non vi fosse stata un’indignata nota di Rete Italiana Pace e Disarmo[2]. Solo in un secondo momento, ripresa su altri media. Insomma, in barba alla difesa dei diritti umani nel mondo e a prescindere dall’umiliante atteggiamento dell’Egitto nei confronti del nostro Paese, Fincantieri ha consegnato all’equipaggio egiziano la FREMM “Spartaco Schergat” (ora ribattezzata “Al-Galala”).

In molti autorevoli personaggi invocano la ragion di Stato, gli interessi economici, per giustificare la passività italiana nella tragica vicenda Regeni. L’Egitto compra ingenti quantità di armamenti ed evidentemente il nostro governo non intende perdere commesse, ma la debolezza e la cedevolezza in politica estera per compiacere  questo o quel gruppo industriale non sono mai buoni consiglieri in una visione di lungo periodo, soprattutto quando si ha che fare con regimi autoritari.

E’ quindi tempo di battere un colpo, dare un segnale di esistenza in vita da parte dell’Italia, affinché l’Egitto prenda atto di avere a che fare con una Nazione e non con una marmellata  di interessi mercantili da giocare uno contro l’altro. Sarebbe il tempo di adottare una linea di ampio respiro nella nostra politica estera, anche riaffermando alcuni valori fondamentali su cui si dovrebbe basare ogni democrazia. La difesa dei diritti fondamentali dell’uomo è uno di questi. Ciò che è stato fatto al povero Regeni dovrebbe essere considerato insopportabile, così come dovrebbe essere inaccettabile la mancata collaborazione delle Autorità egiziane dopo il crudele delitto subito dal nostro connazionale. Uno dei passi da compiere, visto che la prima Fregata è stata – come detto – già consegnata, potrebbe essere quello di non cedere la seconda FREMM (la “Emilio Bianchi”, in consegna secondo le stime di Fincantieri in primavera). D’altra parte, sarebbe assai incoerente chiedere all’Europa di imporre sanzioni all’Egitto, come sembrerebbe indicare il Presidente della Camera Fico e contemporaneamente continuare a vendergli armi, come se niente fosse accaduto. A meno che, come troppo spesso accade, chiedere l’intervento dell’Europa sia un modo come un altro di “buttare la palla in tribuna” per distrarre l’opinione pubblica dall’inazione governativa.

Senza contare che le due fregate […] dovevano essere consegnate alla Marina italiana, come ha ricostruito ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, in audizione alla Commissione Regeni lo scorso luglio[3]. La Marina Militare Italiana ha sempre meno mezzi, mentre il Mediterraneo è sempre più instabile. Indebolire ulteriormente la capacità marittima nazionale è di per sé un errore grave per una Nazione il cui destino marittimo dovrebbe essere evidente a tutti. E’ appena il caso poi di ricordare che l’Egitto sostiene il Generale Haftar che combatte contro il Governo di Al Serraji sostenuto dall’ONU e almeno formalmente dall’Italia. Potenziare le forze armate egiziane in questo momento non sembrerebbe quindi un’iniziativa così saggia. Ma la cessione delle due FREMM è controproducente anche sotto il profilo economico. L’operazione è infatti finanziata per una parte significativa con risorse italiane, prelevate da Cassa Depositi e Prestiti.

Inoltre, nel medio/lungo termine non porterà benefici per i livelli occupazionali in Italia, visto che la predetta cessione si inquadra in un accordo più ampio che prevede la realizzazione di altre navi militari da parte di Fincantieri, ma in cantieri egiziani. Continuerebbe così la delocalizzazione di attività industriali importanti all’estero, a scapito degli stabilimenti di lavoro in Italia. Un vantaggio per Fincantieri, considerato che il costo del lavoro della manodopera egiziana è senz’altro inferiore a quello delle maestranze italiane, ma svantaggioso per l’occupazione e in ultima analisi per il PIL nazionale. Alla fine dei conti non sembra un affare così vantaggioso, oltre a risultare contraddittorio sotto il profilo dell’interesse nazionale. Complimenti.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2021/01/20/-regeni-chiesto-processo-per-007-egiziani-_0d7826aa-2745-43ef-b700-8f758f9dcf42.html

[2] https://retepacedisarmo.org/2020/consegnata-in-sordina-la-prima-fregata-fremm-allegitto-evidente-imbarazzo-del-governo-urgente-un-dibattito-in-parlamento/

[3] https://www.startmag.it/smartcity/fincantieri-consegna-in-sordina-fregata-fremm-egitto/

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Mon, 25 Jan 2021 07:54:12 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/627/1/italia-egitto-caso-regeni-e-vendita-delle-fremm AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Giuseppe de Giorgi a Difesa On Air: Le Forze Armate nella gestione del Covid https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/626/1/giuseppe-de-giorgi-a-difesa-on-air-le-forze-armate-nella-gestione-del-covid

Mercoledì 20 gennaio sono stato ospite in diretta della trasmissione Difesa On Air di Difesa Online, dove ho affrontato il discorso sull'attuale situazione delle Forze Armate, anche in relazione alla pandemia di covid

Vi riporto qui l'intera puntata

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Thu, 21 Jan 2021 02:35:48 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/626/1/giuseppe-de-giorgi-a-difesa-on-air-le-forze-armate-nella-gestione-del-covid AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Gli USA e il Mediterraneo dopo l’Insediamento di Biden https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/625/1/gli-usa-e-il-mediterraneo-dopo-l-insediamento-di-biden

Dal 20 gennaio, con l’arrivo di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti, è verosimile che l’azione del Dipartimento di Stato riprenda le linee tradizionali della politica estera USA, mirate da un lato al contenimento di Cina e Russia e dall’altro a ristabilire il ruolo di guida americana nel mondo, anche tramite il rafforzamento delle alleanze che ruotano intorno agli Stati Uniti, a partire dalla Nato. Il cambio di rotta in politica estera sarà immediato, ma per vedere risultati sul campo ci vorrà tempo. La priorità del nuovo Presidente sarà di ripristinare la coesione nazionale e di riconquistare la fiducia della popolazione sfiancata dalla pandemia e dalla campagna di odio che ha afflitto la nazione negli ultimi anni. Le energie del governo saranno verosimilmente concentrate sul contenimento del Covid e sul rilancio dell’economia, anche tramite massicci aiuti alle fasce più deboli.

E’ in questa fase, caratterizzata da una maggiore attenzione agli alleati tradizionali e dalla necessità USA di leccarsi le ferite in casa che potrebbe emergere uno spazio per il rilancio del ruolo dell’Italia in Mediterraneo. Secondo quanto dichiarato su “La Stampa” da Michael Carpenter (consigliere di lungo corso di Biden per quanto concerne la politica estera), l’Italia potrebbe giocare una parte significativa per una nuova strategia Nato verso il fianco sud. Proprio alla domanda circa il possibile ruolo dell’Italia, Carpenter ha risposto così: «È un tema su cui dobbiamo coordinarci con gli italiani. Penso sarete enormemente importanti per la strategia meridionale della Nato, riguardo Nord Africa e Mediterraneo, che va rafforzata. In queste regioni guarderemo a voi per un ruolo guida, che tocca anche il problema delle migrazioni. […] La Nato deve sviluppare una strategia meridionale più ampia, ma sulla Libia la Ue potrebbe avere il ruolo guida»[1].

Questo spostamento del baricentro di azione è ancora più significativo se visto insieme alla volontà statunitense di spalleggiare Atene nel Mediterraneo appoggiandosi a basi greche per approvvigionamenti e manutenzione della flotta, proprio in un momento in cui la Grecia sta potenziando la sua forza militare (con il sostegno francese).

L’ipotesi della Grecia come punto di riferimento militare di Nato e Stati Uniti in Mediterraneo evidenzia che l’attenzione USA è orientata in primo luogo verso il bacino orientale. “L’America guarderà al Mediterraneo secondo una logica in cui si inserisce non solo il fronte con la Russia, ma tutto il mondo mediorientale, porta di accesso per la Via della Seta in Europa. Per farlo però occorre che il Mediterraneo centrale sia stabilizzato”[2]. Ed è in questa ottica che si apre uno spiraglio per il rilancio dell’Italia, in chiave di forza di stabilizzazione del bacino centrale e dell’intricata situazione libica.

Il punto è: saprà la nostra classe dirigente volgere lo sguardo oltre il perimetro della faida politica interna per occuparsi anche dell’interesse e della sicurezza esterna dell’Italia?

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/11/11/news/carpenter-per-bidenl-italia-e-strategica-ma-attenti-a-russia-e-cina-1.39524269

[2] https://it.insideover.com/politica/biden-mediterraneo-italia.html

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Tue, 12 Jan 2021 03:13:29 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/625/1/gli-usa-e-il-mediterraneo-dopo-l-insediamento-di-biden AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
La Russia nel Mediterraneo https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/624/1/la-russia-nel-mediterraneo

Non è storia recente quella che vede la Russia interessata ad uno sbocco sul Mediterraneo o, ancora, rapace nell’ingraziarsi interessi nazionali per garantirsi, economicamente e politicamente, il suo bel posto all’interno del Mediterraneo; ma quel che è recente è l’aumento dell’interesse che la Federazione rivolge a questi scopi intensificando la sua azione e sdoppiandosi su più fronti per allungare la mano anche oltre il Mediterraneo, fino al Mar Rosso. La presenza militare russa, dunque, diventa sempre più cospicua tramite accordi economico-commerciali e tecnico-militari stretti con i Paesi che si affacciano nel bacino mediterraneo, in primis Siria, Egitto, ma anche Libia, Turchia, Grecia e chi, di volta in volta, possa essere coinvolto all’interno del suo piano d’influenza (non va dimenticato, ad esempio, che quasi tutti i Paesi del bacino mediterraneo sono grandi importatori di armamenti di provenienza russa).

Negli ultimi mesi questo afflato espansionistico russo non si è più limitato al mantenimento delle basi siriane di Tartus (navale) e Humaymin (aerea), o al consolidamento della presenza russa in Libia (dopo che, a partire dal 2011, essa si è evidentemente dimostrata l’ago della bilancia nella situazione migratoria in Europa e quindi potenzialmente arma di scacco matto per le potenze UE); ma si è allargato facendosi strada nella scivolosa situazione del Corno d’Africa iniziando la costruzione in Sudan di una base navale a Port Sudan, lungo l’asse del Mar Rosso. L’accordo tra Russia e Sudan firmato il primo dicembre è stato ufficializzato il 9 dicembre sul sito del governo russo e, come riporta una nota AGI, «vedrà Mosca istituire un “centro di supporto logistico” a Port Sudan dove si potranno svolgere “operazioni di riparazione e rifornimento”. L’accordo […] è valido per 25 anni e sarà automaticamente rinnovato per periodi di 10 anni salvo opposizione da una delle due parti. Lo scopo della base sarà “sostenere la pace e la stabilità nella regione”. La marina russa potrà tenere fino a quattro navi alla volta nella base, comprese quelle a propulsione nucleare. La base sarà presidiata da un massimo di 300 addetti tra militari e civili. La Russia avrà inoltre il diritto di trasportare attraverso gli aeroporti e i porti del Sudan “armi, munizioni e attrezzature” necessarie al funzionamento della base navale»[1]. Avere a disposizione le proprie navi e poter contare su una base per il commercio di armi: ecco che i due interessi principali russi nella regione africana vengono “garantiti” dai termini dell’accordo. Senza contare che con una base a Port Sudan la Russia si va a inserire in uno dei corridoi talassocratici più importanti, ossia quello che passando dal Mar Rosso mette in comunicazione il Mediterraneo con l’Oceano Indiano, di interesse russo anche quest’ultimo se consideriamo che la potenza sovietica aveva già in Eritrea un centro logistico militare e non vede l’ora di allargare il suo raggio d’influenza.

Ecco, quindi, che il Sudan diventa un luogo strategico e un Paese con cui coltivare rapporti di cooperazione. Su Formiche.net Federico Donelli, post-doc all’Università di Genova, interessato principalmente proprio sulla situazione del Corno d’Africa, segnalando come l’intreccio di interessi sulla sicurezza, l’economia e la politica sia notevolmente aumentato negli ultimi anni, ha affermato che in particolare «la militarizzazione del Mar Rosso è un fenomeno da seguire per l’impatto che potrebbe avere sul transito commerciale. Sono dell’idea che il Mar Rosso sia effettivamente una cartina di tornasole degli equilibri globali presenti e futuri, [in quanto] tutte le principali potenze si trovano raggruppate nell’area con interessi in alcuni casi complementari e sovrapposti ma in molti altri competitivi. A questo si aggiunge l’instabilità crescente nel Paese che storicamente dà stabilità all’area, l’Etiopia, che sta affrontando la guerra civile. Aggiungiamoci che il Sudan è uno Stato in fase di transizione, con un governo non rappresentativo della società civile; la Somalia è uno stato fragile, l’Eritrea instabile e, infine, la disputa sulle acque del Nilo»[2].

A tutto ciò, va aggiunta la ratificazione, in data 15 dicembre 2020 [3], dell’accordo già siglato tra Russia ed Egitto nel 2018, con il quale la cooperazione ordinaria tra i due Paesi è stata ufficialmente trasformata in un vero e proprio partenariato strategico. Segnale che conferma ancora una volta l’interesse di Mosca per l’Africa, considerandola come un continente a cui guardare sempre di più per il futuro dell’agenda estera russa. In questo importante documento si stabilisce che i due presidenti debbano periodicamente incontrarsi e che vengano altrettanto periodicamente dei vertici interministeriali fra i ministri degli esteri e della difesa dei due Paesi, anche per quanto concerne il coordinamento della lotta al terrorismo. L’accordo avrà una durata di dieci anni e nel caso in cui entrambi gli Stati non avessero nulla in contrario, verrà automaticamente rinnovato per periodi di cinque anni. Un filo a doppio giro, dunque, quello che legherà Mosca e Il Cairo, che va ben oltre gli accordi e la collaborazione per quanto concerne la sicurezza e la difesa, per allargarsi a macchia d’olio anche nel commercio, nell’economia, nella cultura, nell’istruzione, e così via. Del resto, già esiste il così detto Consiglio Affaristico Russo-Egiziano che ha il compito di favorire scambi culturali e investimenti in termini di soft power tra i due Paesi.

Da una parte il Sudan, dall’altra l’Egitto. Il piano della Russia si sta scopertamente palesando: dietro alla costruzione di un dialogo costante e serrato con questi Stati africani, così importanti per la loro posizione geopoliticamente strategica, si legge chiaramente la volontà di assumere un ruolo sempre più preminente non soltanto nel Mediterraneo, ma anche al di fuori di esso verso il Medio Oriente e, passando per l’Oceano Indiano, verso l’Eurasia.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.agi.it/estero/news/2020-12-10/base-navale-russa-in-sudan-10612940/

[2] https://formiche.net/2020/11/cina-russia-sassi/

[3] https://it.insideover.com/politica/russia-ed-egitto-diventano-partner-strategici.html

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Thu, 24 Dec 2020 06:20:04 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/624/1/la-russia-nel-mediterraneo AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Nuovo accordo tra Italia e Libia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/623/1/nuovo-accordo-tra-italia-e-libia

Nella relazione Italia-Libia intervengono importanti novità in questo ultimo mese dell’anno.

Il 4 dicembre, infatti, a Roma presso la sede dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano si è svolto un incontro tra il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il capo del dicastero militare del GNA libico Salahuddin Al-Namroush conclusosi con la firma di un nuovo accordo di cooperazione militare congiunta.

Secondo quanto ha dichiarato il ministro Guerini all’indomani dell’accordo, esso è stato siglato in seno a un più ampio processo di stabilizzazione della situazione libica e l’incontro stesso è da considerarsi come la prima seduta di una Commissione congiunta italo-libica che ha proprio lo scopo non solo di dare continuità al dialogo tra i due Paesi, ma anche quello di stilare assieme una lista di priorità per lo sviluppo delle Forze Armate libiche con il supporto italiano.

I due ministri, come si legge nel Comunicato rilasciato dal Ministero degli Affari Esteri nostrano, hanno dato risalto ad alcune tematiche come la «lotta contro la pandemia, il Quadro finanziario pluriennale e il Next Generation EU. I due Ministri hanno concordato sulla necessità che il piano di rilancio europeo […] sia ora adottato in tempi rapidi, auspicando un comportamento responsabile da parte di tutti gli Stati Membri UE […]. L’incontro ha consentito uno scambio di vedute sui più recenti sviluppi in Libia, con l’identificazione di azioni prioritarie congiunte a sostegno dei processi di dialogo intra-libici sotto egida ONU, con riferimento al Forum di Dialogo Politico e all’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre. I Ministri hanno ribadito gli auspici espressi nella dichiarazione congiunta del 23 novembre al termine della riunione di Tunisi del Libyan Political Dialogue Forum e hanno rinnovato l’appello a tutte le parti libiche ed internazionali a sostenere i processi di dialogo, astenendosi da ogni interferenza» [1].

La stessa Italia, dunque, che da mesi nicchia nel dare risposte concrete alla Libia, viene presa in contropiede e scossa dalla visita del Ministro della Difesa del Governo di Accordo Nazionale libico, tanto più inattesa e significativa se consideriamo che Namroush è risaputo essere uno dei ministri più vicini alla Turchia all’interno dell’entourage del premier al Sarraj. Una visita non prevista, organizzata all’ultimo minuto, motivata però da un obiettivo ben preciso: mettere nero su bianco le condizioni di un accordo con il governo italiano per la cooperazione militare con il nostro paese.

L’accordo siglato fa menzione della partecipazione italiana a esercitazioni e manovre militari, alla strutturazione e organizzazione di istituzioni militari e di sicurezza, alla cooperazione medico-sanitaria (comprensiva della formazione da parte nostra del personale di medici e infermieri libici) e allo scambio d’informazioni e di esperienze per quanto riguarda i settori della ricerca scientifica e della sicurezza militare. Nonostante il nostro aiuto sembra confinato a un ruolo di supporto e non di difesa attiva in caso di rinnovati attacchi di Haftar sarebbe che l’Italia prendesse l’iniziativa per dare seguito concreto a questi accordi, a patto di ottenere in cambio qualcosa di concreto. Ci si è presentata una “seconda opportunità” di rivestire un qualche ruolo nella questione libica che è anche questione del Mediterraneo e dunque italiana. Noi siamo carenti e poco credibili nell’applicazione del cosiddetto “Hard Power” cerchiamo almeno di compensare con un piano incisivo di “Soft Power” nel rilancio socio-economico della Libia con investimenti congiunti Italo Libici mirati alla ricostruzione della rete energetica, nell’acqua potabile, nel settore sanitario, nel controllo dei confini terrestri e marittimi, nell’addestramento delle forze di polizia e nel contrasto al terrorismo, fra le altre possibili iniziative. Come si legge in un’attenta ricostruzione uscita per InsideOver l’accordo prevede la cooperazione nel campo della medicina militare, poiché essendo presenti da anni in Libia nell’ospedale da campo di Misurata le autorità tripoline ci hanno invitato «ad allestire un ospedale da campo nella zona di Al-Sbea’a, dove vi è già una struttura sanitaria, non lontano dall’aeroporto internazionale di Tripoli. Si tratta a bene vedere di una infrastruttura strategica, già teatro nel luglio del 2014 della guerra fratricida fra Misurata e Zintan, le due città-Stato rivali protagoniste della prima guerra civile post-rivoluzione del 2011. La battaglia aveva infine visto vittoriose Misurata e le milizie islamiste alleate di Tripoli, al prezzo però della devastazione dell’intero aeroporto. La ricostruzione è stata affidata quattro anni dopo al consorzio italiano Aeneas.

In ultimo, ma non per importanza, non dimentichiamo che da quanto emerso negli incontri tenutisi sotto l’egida dell’ONU in questo secondo semestre del 2020, con l’anno nuovo si procederà alla formazione di un nuovo consiglio presidenziale in Libia, insediandosi un nuovo organo non più composto da nove membri, ma da soli tre membri, uno in rappresentanza di ciascuna delle tre storiche regioni libiche (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Si immagina anche la separazione tra la figura del presidente del consiglio presidenziale da quella del premier, laddove invece adesso entrambi i ruoli sono nelle mani di Al Sarraj. Il ruolo di premier, il più ambito, potrebbe essere preso anche a uno dei due leader di Misurata, città stato libica tra le più importanti, ossia l’attuale ministro dell’Interno Bashaga e il vice presidente del consiglio presidenziale Maitig. Entrambi stanno in questi mesi tentando di mettersi in mostra come possibili guide della Libia di domani e questa situazione di incertezza politica è da tenere sotto controllo e da valutare, in quanto va a sommarsi a tutte le altre criticità del Paese. Nel frattempo rimettiamo le navi in mare e cerchiamo di dare un contributo reale e non di facciata alla stabilizzazione e messa in sicurezza del Mediterraneo.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/comunicato-congiunto-incontro-dei-ministri-di-maio-e-le-drian.html

[2] https://it.insideover.com/politica/italia-e-libia-stringono-un-patto-di-cooperazione-militare.html

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Wed, 16 Dec 2020 12:03:59 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/623/1/nuovo-accordo-tra-italia-e-libia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Giuseppe de Giorgi da Corrado Formigli a Piazza Pulita, il Mar Mediterraneo da Mare Nostrum ad ora https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/622/1/giuseppe-de-giorgi-da-corrado-formigli-a-piazza-pulita-il-mar-mediterraneo-da-mare-nostrum-ad-ora

Ieri sono stato ospite di Corrado Formigli nella sua trasmissione Piazza Pulita, dove ho espresso un parere tecnico sugli ultimi sviluppi riguardanti il Mar Mediterraneo.

In studio, insieme a me, erano presenti Marco Minniti e Gad Lerner, e abbiamo esaminato la questione dei flussi migratori a partire dall'operazione Mare Nostrum fino ad ora.

Qui potete trovare l'intera puntata, il mio intervento fa parte del secondo blocco che parte dopo il minuto 01:30:00

Qui, invece, vi pubblico due miei brevi focus in cui spiego come "Mare Nostrum assolse vari compiti: missione umanitaria ma anche missione di sicurezza, [perché] a bordo controllavamo in tempo reale le persone. C’era anche il filtro sanitario a bordo, avevamo i medici che verificano lo stato di salute dei migranti"

Mentre qui spiego che "noi dobbiamo essere in mare per molti motivi: sia per la sicurezza di queste persone, sia per contrastare l’uso illegittimo del mare. È una scelta politica che deve inquadrarsi in una visione di ampio respiro"

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Fri, 4 Dec 2020 01:49:12 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/622/1/giuseppe-de-giorgi-da-corrado-formigli-a-piazza-pulita-il-mar-mediterraneo-da-mare-nostrum-ad-ora AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Grecia ed Emirati Arabi Uniti, insieme contro la Turchia? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/621/1/grecia-ed-emirati-arabi-uniti-insieme-contro-la-turchia

Torno a parlare degli equilibri nel Mediterraneo orientale, e in particolare gli ultimi avvenimenti inerenti ai delicati rapporti Grecia-Turchia, visto che proprio qualche settimana fa si è svolto l’incontro tra lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, e il Primo Ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Al centro della discussione la relazione tra Emirati Arabi Uniti e Grecia, ma anche quali strategie intraprendere per consolidare e sviluppare gli interessi comuni e dirimere le questioni regionali e internazionali di reciproco interesse, arrivando così a confrontarsi lungamente sulla situazione che riguarda il Mediterraneo orientale [1].

Con un tweet [2] Mitsotakis ha annunciato gli accordi di partenariato strategico, politica estera e cooperazione militare tra Grecia ed EAU, ma nessuno dei due Stati ha rilasciato dettagli sul contenuto di questi accordi. Secondo quanto riportato dal giornale emiratino al-Monitor [3] i due leader hanno discusso anche delle provocazioni turche nelle acque territoriali greche. Già durante l’estate, del resto, in seguito alla presenza della Oruc Reis, battente bandiera turca, nelle vicinanze dell’isola di Kastellorizo e in seguito all’accordo quadro di cooperazione tra Turchia, Qatar e Libia (Tripolitania), gli EAU avevano invece risposto prendendo parte al fronte filoellenico con l’invio presso la base di Suda (Creta) di quattro F-16. Quella che Turchia definì “un’alleanza del male”.

Come dice bene Lorenzo Noto nell’ultimo numero di Limes «il punto è geopolitico. Se per Ankara ridiscutere il trattato di Losanna serve a garantirle maggiore manovra sull’asse Libia-Cipro-Suez-Siria, per Atene è incubo inconcepibile perché rischia di affossarne la rendita strategica, con la sottrazione di aree fondamentali al contenimento dell’esuberante vicino. Da qui il continuo richiamo ellenico agli alleati sventolando il drappo del diritto internazionale, la promozione di formule di cooperazione allargata agli avversari di Ankara (Francia, Egitto ed Emirati), la frenetica diplomazia bilaterale del governo Mitsotakis per risolvere questioni in stallo da anni» [4] come quella dell’estensione delle acque territoriali ioniche da 6 a 12 miglia.

Quello che, in definitiva, sta provando a fare Atene è applicare il principio più vecchio del mondo secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico. E gli Emirati Arabi Uniti, visti gli ultimi accordi per la normalizzazione dei rapporti con Israele e vista la loro posizione contraria nei confronti di Fratellanza Musulmana, atteggiamento espansionistico turco e posizioni panislamiste, risultano come il partner perfetto per costruire delle relazioni di amicizia in Medio Oriente, ma di stampo euro-atlantico.

La Grecia, dunque, che sta cambiando prospettiva in un’ottica sempre più strettamente legata alle questioni del Mediterraneo, ha deciso anche di investire pesantemente dal punto di vista militare, visto il passaggio di ben tre gasdotti (Tap, Tanap ed Eastmed) e quel che è emerso dal dossier energetico. Per fare ciò si è rivolta agli Stati Uniti e quella che fino a qualche settimana fa sembrava soltanto una voce di corridoio, pare essere stata confermata, come si legge su Formiche.net, ossia l’invio il 16 novembre scorso di una lettera ufficiale diretta a Washington, nella quale la Grecia richiederebbe uno «squadrone di F-35, il caccia di quinta generazione» per ottenere «un cambio di passo negli equilibri mediterranei. Gli aerei si sommeranno ai 18 Rafale già ordinati dalla Francia […]. La geopolitica che sta mutando esigenze ed equilibri nel Mediterraneo orientale ha giocato un ruolo decisivo: l’iper invasività turca nel dossier energetico ha spinto Atene a riconsiderare propri investimenti nel settore Difesa, dopo aver saldato vecchie e nuove alleanze con Usa, Francia, Israele, Cipro ed Egitto. Alla luce di questo quadro appare chiaro che il combinato disposto dei Rafale e degli F-35 farebbe fare alla Grecia un significativo salto in avanti rispetto ai concorrenti nella macroregione in questione»[5].

Come mai la Grecia si è decisa a sollecitare attivamente gli Stati Uniti? Poiché ha ritenuto opportuno smuovere quelle che nell’ultimo anno si era configurato come un atteggiamento molto cauto e attendista. Washington infatti ha, da un lato, tentato di evitare lo scontro con Ankara cercando di arruolarla nel fronte antirusso, cercando contemporaneamente di impedire che essa potesse ascendere incontrollatamente nel Mediterraneo (cosa che tra l’altro ha già iniziato a fare); e dall’altro, ha tentato di mantenere intatti i rapporti con la Grecia che è un partner molto importante, detentrice di uno scalo strategico come Salonicco che insieme all’isola di Creta sono i punti nevralgici di controllo delle acque del Mediterraneo verso l’Oriente da monitorare in funzione antiturca e antirussa.

È evidente come, quello tra Grecia e Turchia, sia uno scontro di enorme profondità. Senza contare che la Turchia, che nell’immediato si interessa così tanto alle acque territoriali, alle risorse naturali, alle isole del Dodecanneso e a Cipro, sul lungo termine vorrà ampliare la sua penetrazione e spostare il suo orizzonte di influenza fino al Canale di Suez, per accedere, tramite il Corno D’Africa, che abbiamo visto essere recentemente in un equilibrio davvero precario, all’Oceano Indiano.

In un tale intricato coacervo d’interessi, ad essere sempre più defilata è la posizione italiana, con il rischio che questa nostra equidistanza da Grecia e Turchia possa rendere sempre più franco-turco lo scontro, sebbene invece l’Italia (in particolare per quanto riguarda le questioni gasiere essendo tra i fondatori del Forum del Gas) abbia grossi interessi in ballo, anche se dal nostro atteggiamento non sembrerebbe così. Non vorrei che, alla lunga, posizioni tanto tiepide ci portino a essere inessenziali nelle cruciali scelte del Mediterraneo.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.wam.ae/it/details/1395302887950

[2] https://twitter.com/GreeceMFA/status/1329049971178557444

[3] https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2020/11/greece-prime-minister-uae-emirates-mbz-turkey-mediterranean.html

[4] Lorenzo Noto, Tra Grecia e Turchia Roma sceglie di non scegliere, in Limes (10/2020) «L’Italia è il mare», p. 218.

[5] https://formiche.net/2020/11/atene-washington-grecia-f-35/

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Thu, 26 Nov 2020 07:43:01 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/621/1/grecia-ed-emirati-arabi-uniti-insieme-contro-la-turchia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Guerra in Etiopia: si aggrava la situazione https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/620/1/guerra-in-etiopia-si-aggrava-la-situazione

È ormai dall’inizio del mese che la situazione in Etiopia si fa sempre più calda: dal 4 novembre, quando il Primo ministro Abyi Ahmed ha comandato di attaccare le postazioni militari intorno alla capitale del Tigrè (Makalle), sono cominciati a intensificarsi sempre di più gli scontri armati tra governo federale e Fronte di liberazione del Tigrè (TPLF), il partito che domina questa regione nel nord dell’Etiopia.

Per capire come mai si riaccende il fuoco in questa porzione di Africa, però, è necessario fare un passo indietro e ricordare innanzitutto che l’Etiopia è una coalizione federale, che racchiude e fa convivere, dunque, al suo interno diverse etnie marcatamente differenti tra loro, ciascuna espressione di un portato culturale ben definito: le 4 principali sono quella oromo (l’etnia del premier Abyi), l’amara, quella dei popoli del Sud e la tigrina.

Non è difficile immaginare che non siano mancate, anche nel passato, spinte secessioniste da parte di una singola etnia, ma di solito sono state arginate da governi di tipo militare che hanno tenuto a bada con le “maniere forti” le ipotetiche azioni separatiste. Negli ultimi anni, con l’avvento di Abiy Ahmed, l’attuale primo ministro vincitore del Premio Nobel per la pace, la situazione sembrava essersi alleggerita con un deciso cambio di rotta rispetto al passato. Abiy «ha svuotato le carceri, liberalizzato l’economia (9% di crescita) e soprattutto ha trovato un accordo di pace con i vicini eritrei» [1], facendo sì che l’Etiopia, il secondo paese africano per numero di abitanti, avesse in qualche modo assurto il ruolo di elemento stabilizzatore per il Corno d’Africa, una zona molto complessa e delicata.

Il divario sotterraneo, però, tra la visione di Abiy (di tipo panetiopico) e quella degli abitanti del Tigrè (di tipo etnofederalista) non è mai stato appianato e, ad oggi, si rischia di arrivare a uno scontro ancora più violento che non solo getterebbe nel caos l’Etiopia, ma farebbe precipitare nella violenza i paesi confinanti e, appunto, l’intero Corno D’Africa.

Non a caso nelle ultime settimane secondo quanto riportato dall’UNHCR [2] sono più di 14.500 le persone che hanno passato il confine dell’Etiopia, passando in Sudan per mettersi in salvo, e si stima che ad oggi (nonostante le fonti non siano del tutto verificabili poiché nel Tigrè non è permesso l’accesso ai giornalisti e dunque le comunicazioni con il resto del paese sono bloccate) sono più di 25.000 gli uomini, donne e bambini che si sono riversati nei paesi confinanti per trovare rifugio.

Anche da Amnesty International [3] non giungono buone notizie: in Tigré, tra il 9 e il 10 novembre, centinaia di civili sono stati uccisi a colpi di machete, nella località di May Kadra. Amnesty specifica che non si è certi che l’atto sia stato compiuto dal TPLF, ma le testimonianze raccolte, parlando di vittime che non appartengono all’etnia locale dei tigrini, ma ad altre etnie etiopi, non rendono così assurdo ipotizzare che potrebbe essere stata una vendetta messa a segno dai miliziani tigrini.

Jason Burke, corrispondente in Africa per il The Guardian, scrive che: «La grande preoccupazione è che il conflitto possa destabilizzare l’Etiopia, già lacerata da tensioni etniche, e attirare poteri regionali. Inoltre, tutto ciò potrebbe rivelarsi estremamente dannoso per una delle regioni più fragili dell’Africa: l’Eritrea è già coinvolta nel conflitto, con il TPLF che lancia missili contro la capitale, Asmara, e movimenti di truppe segnalati al confine con il Tigrè. […] C’è la possibilità che il conflitto sfugga al controllo e, soprattutto nel caso in cui vengano coinvolte delle potenze del Golfo o persino altre ancora più lontane, si potrebbe arrivare a trasformare l’Etiopia, in parte o integralmente, in una specie di “Libia nell’Africa orientale”» [4].

Non sono preoccupazioni peregrine, anzi! Mettono in luce quello che potrebbe essere uno degli scenari futuri se non si pone un freno a questa situazione, riducendo lo scontro da militare a politico, per bloccare anche l’inevitabile flusso di migranti che si genera ogni qual volta che, essendoci conflitti armati, i civili si mettono in fuga per mettersi in salvo e sfuggire gli scontri. L’Europa, dunque, non può stare a guardare pensando che la cosa non la riguardi.

Mi trovo d’accordo con le parole del Presidente della Commissione Esteri della Camera, Fassino, che in un’intervista per Formiche.net ha espresso un concetto molto semplice ma veritiero, ossia che il destino del mondo in questo secolo dipende in larga parte anche da quello che succede in Africa, essendo esso un continente dove vivono già quasi un miliardo e mezzo di persone e che si prevede toccherà i 4 miliardi alla fine del secolo. L’Europa, dunque, come entità prossima all’Africa deve assolutamente premurarsi di pensare a una strategia che non preveda solo l’emigrazione per queste persone, che non può evidentemente essere l’unica soluzione: «Dovremmo considerare l’Europa, il Mediterraneo e l’Africa come un unico “macrocontinente verticale”, dal polo nord a Cape Town, sempre più investito da problemi comuni, che necessitano di strategie comuni. […] È stata molto importante la decisione presa dalla Presidente della Commissione Ue lo scorso febbraio: il vertice ad Addis Abeba tra la Commissione Ue e Commissione dell’Unione Africana segna un salto di qualità, ancora più intenso dei vertici governativi annuali euroafricani promossi dalla UE. Cresce la consapevolezza che Europa e Africa devono costruire il futuro insieme» [5].

Concludendo, anche in questo frangente geopolitico si rende evidente la necessità della formulazione a livello sovranazionale, non solo Europeo ma anche di comune accordo con le potenze Nato, di una strategia comune per la risoluzione di problemi che investono a più livelli le singole nazioni: non si tratta più solo di problemi politici, economici, militari, di sicurezza nazionale, ma anche di inammissibili drammi umanitari che, a catena, hanno ricadute a 360°. Come ho sempre auspicato una regia unica per quanto riguarda le questioni marittime, pure in questo caso si rende necessario fare fronte comune per arginare le recrudescenze di questi, non del tutto, nuovi e pericolosi scenari geopolitici.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/11/13/etiopia-secessione-tigrai-esercito-violenze

[2] https://www.unhcr.org/news/briefing/2020/11/5fae4aec4/humanitarian-crisis-deepens-amid-ongoing-clashes-ethiopias-tigray-region.html

[3] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/11/ethiopia-investigation-reveals-evidence-that-scores-of-civilians-were-killed-in-massacre-in-tigray-state/

[4] https://www.theguardian.com/world/2020/nov/17/could-tigray-conflict-turn-ethiopia-into-a-libya-of-east-africa trad. ita 

[5] https://formiche.net/2020/11/etiopia-una-guerra-che-ci-riguarda-fassino-spiega-perche/

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Thu, 19 Nov 2020 08:01:17 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/620/1/guerra-in-etiopia-si-aggrava-la-situazione AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libia: situazione sempre più complessa https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/619/1/libia-situazione-sempre-piu-complessa

L’agenzia di stampa Reuters [1] fa sapere che Stephanie Williams, inviata delle Nazioni Unite in Libia incaricata di presiedere i negoziati per la pace incominciati il 9 novembre scorso a Tunisi, ha dichiarato in una conferenza stampa che si è raggiunto un primo accordo preliminare affinché si tengano tra 18 mesi delle elezioni valide per l’intera Libia. Ovviamente, seppur questo dato sia incoraggiante, non dobbiamo farci ingannare. Non significa affatto che si sia raggiunto un accordo di pace, né che le elezioni si terranno con certezza alla scadenza di questo tempo, né tanto meno che non ci siano ulteriori violazioni delle molteplici tregue che di tanto in tanto vengono siglate (l’ultima risale al mese scorso), per poi essere puntualmente violate, mandando all’aria ogni tentativo di mediazione.

Al di là dei negoziati in corso, però, a che punto è la situazione libica? Cosa sta accadendo nel Paese spaccato in due (Tripolitania e Cirenaica) e dilaniato dalla guerra civile ormai dal 2014? L’Europa e l’Italia stanno riuscendo a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella questione libica (che come sappiamo è di fondamentale importanza per gli equilibri del Mediterraneo), oppure la longa manus della Turchia di Erdogan da un lato e della Russia di Putin dall’altro la fanno da padrone?

Se torno, infatti, ancora una volta nelle pagine del mio blog a parlare di Libia è perché la situazione si fa sempre più seria e complessa. Per menzionare solo quattro degli ultimi gravi fatti accaduti in terra libica vediamo, nell’ordine:

  • il sequestro dei pescatori di Mazara del Vallo (ormai da due mesi ostaggio dell’uomo forte della Cirenaica);
  • la Turchia di Erdogan che prende il controllo della Guardia costiera libica facendo, per altro uso delle nostre navi;
  • l’uccisione dell’avvocatessa Hanan al Barassi, colpevole di aver denunciato aspramente e pubblicamente la condotta della famiglia Haftar (il particolare del figlio Saddam);
  • la richiesta da parte della CPI (Corte Penale Internazionale) che l’ONU adotti misure concrete per mettere fine all’impunità che regna in Libia, assicurando giustizia per coloro che si siano macchiati di gravi reati e di crimini contro l’umanità [2] (fatto che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che la condizione che vige in Libia è di aperta violazione dei diritti umani basilari).

Se poi ci spostiamo in un’ottica italiana e analizziamo la questione dal nostro punto di vista, non può non rendersi evidente come in questa “partita” stiamo rivestendo un ruolo sempre più marginale, scavalcati sia dalla stessa Libia sia dalla Turchia che entrambe si fanno beffa degli accordi stipulati con il Memorandum.

Concordo, infatti, con le parole di De Bellis che sulle pagine di “Domani”, scrive: «Un anno fa, in questi giorni, il governo si trovava a un crocevia: poteva rinnovare il memorandum d’intesa con la Libia o metterlo da parte. Decise di mantenerlo ma promise cambiamenti. […] A un anno di distanza, occorre chiedersi che ne è stato di quell’impegno. Effettivamente, nel febbraio scorso, il governo italiano ha inviato a Tripoli una proposta di modifica del memorandum. C’erano alcune belle parole, ma era una proposta all’acqua di rose: proponeva soltanto il “progressivo superamento” e parallelo “adeguamento” dei centri di detenzione, legittimandoli piuttosto che pretendendone l’immediata chiusura, e rimestava la solita promessa di facilitare il lavoro delle agenzie Onu, come se queste potessero fermare gli abusi. Nei mesi successivi il governo di Tripoli ha però rifiutato la pur timida proposta italiana. E a fronte di tale rifiuto, l’Italia ha fatto spallucce, continuando l’assistenza con la fornitura di nuove motovedette, la proroga delle missioni militari, e lo stalking delle Ong impegnate in mare. Nei fatti, la strategia di esternalizzazione della frontiera in Libia è stata portata avanti con tale continuità da far pensare che le promesse in materia di diritti umani fossero poco più di un esercizio retorico» [3].

Tali parole si dimostrano tanto più veritiere se affiancate al fatto che di fronte a un atteggiamento tanto tentennante e accondiscendente per parte italiana ha fatto da contraltare la furba e spregiudicata azione turca che si è insinuata laddove noi abbiamo lasciato spazio di manovra. Senza contare che la situazione dei rifugiati, come denunciato dal Tribunale internazionale che ha rilasciato il nuovo report investigativo su Tripoli, non solo non è migliorata, ma anzi va peggiorando. Chi viene intercettato in mare, invece che essere portato in un porto sicuro viene trasferito dalla Guardia Costiera Libica nei Centri di Detenzione e di moltissime persone è stata persa ogni traccia. Chi è invece passato da questi luoghi e ha potuto raccontare la propria esperienza parla di torture e sevizie.

La procuratrice della Corte dell’Aja, Fatou Bensouda, nonostante le varie polemiche e depistaggi circa il negoziato segreto tra Italia ed esponenti delle milizie libiche, ha anche qualche parola di elogio verso la giustizia italiana e in particolare per «la condanna da parte del Tribunale di Messina di tre persone a 20 anni di reclusione per crimini commessi contro migranti a Zawiyah»[4], ossia i tre nordafricani assoldati per le torture nel campo costiero di prigionia governativo. «La prigione è gestita per conto del governo di Tripoli dalla milizia Al Nasr, e in particolare dal comandante Bija, recentemente arrestato e della cui sorte non vi sono notizie, insieme ai fratelli Kachlav, i capiclan che controllano il contrabbando di petrolio, di esseri umani, di armi e recentemente anche droga in accordo con le mafie italiane»[5], si continua a leggere nel Dossier dell’Aja. Di questi fatti gravissimi, insomma, ci sono le prove e sono scritte nero su bianco sul dossier investigativo presentato dal Tribunale internazionale, dove, tra l’altro, si parla anche delle fosse comuni ritrovate a Tharouna e a sud di Tripoli.

Come possiamo lasciare, come Italia e come Europa, che una simile situazione continui a perpetuarsi, abbandonandola, anzi, in mano a potenze straniere con folli mire espansionistiche che non vedono l’ora di spodestarci dal Mediterraneo per assumerne il controllo, senza avere alcun interesse nella salvaguardia delle persone e dei loro diritti umani? Non è difficile capire che non è più tempo di parole. Perché la portata geopolitca di questi conflitti può essere deflagrante e non si può restare in una posizione attendista e subordinata, laddove invece sarebbe il caso di pensare a un’azione congiunta delle forze europee affinché si possa sviluppare un progetto serio di riequilibrio dei Paesi del sud del mediterraneo per non lasciarli in pasto alle rapaci mire di Turchia e Russia.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.reuters.com/article/us-libya-security/libya-talks-reach-election-breakthrough-u-n-says-idUSKBN27R2SW

[2] https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/11/12/libia-cpi-a-consiglio-sicurezza-onu-stop-allimpunita_ec7f9dd4-55f8-4cb0-839b-e38df970f228.html

[3] https://www.editorialedomani.it/idee/voci/a-un-anno-dal-rinnovo-il-memorandum-con-la-libia-un-fallimento-r7gbxphe

[4] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/libia-abusi-e-complicita-estere

[5] Ibidem.

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Mon, 16 Nov 2020 01:10:03 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/619/1/libia-situazione-sempre-piu-complessa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
ZEE italiane? Se ne discute in Parlamento https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/618/1/zee-italiane-se-ne-discute-in-parlamento

Dopo essersi concluso l’iter alla Commissione Affari Esteri della Camera il 13 ottobre, finalmente la proposta di legge A.C. 2313, d’iniziativa della deputata Iolanda Di Stasio ed altri, riguardante l’istituzione di una zona economica esclusiva (ZEE) oltre il limite esterno del mare territoriale, è approdata in Parlamento lo scorso 19 ottobre. Nella relazione introduttiva al provvedimento ne sono stati illustrati tutti i presupposti giuridici contenuti nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) stilata a Montego Bay il 10 dicembre 1982 e resa esecutiva in Italia ai sensi della legge 2 dicembre 1994, n. 689.

Conclusa questa concisa ma necessaria premessa di carattere “istituzionale” andiamo a vedere perché questa proposta di legge è importante, perché se ne inizia proprio ora l’iter parlamentare e cosa prevede al suo interno.

Innanzitutto si è data finalmente un’accelerata per portare la proposta all’iter parlamentare visto l’aggressività dei nostri vicini e il fatto che, soprattutto nella parte Orientale del Mediterraneo non spirano venti rassicuranti. Ho più volte affrontato su questi canali sia il complicato rapporto tra Turchia e Grecia in seguito alle esplorazioni illegittime dei primi in acque territoriali greche (ne ho parlato qui), sia la vicenda dei nostri pescatori sequestrati (qui) sia anche, in ultima battuta, il pretestuoso atto di forza turco nell’utilizzare le nostre navi per eseguire l’addestramento degli equipaggi della guardia costiera libica (qui): tutti questi avvenimenti sono dei segnali forti che dimostrano come il Mediterraneo oggi più che mai stia vivendo un momento di fortissima tensione ed è necessario che anche l’Italia, ultima tra l’altro rispetto a tutti gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo, pensi a tutelare maggiormente le proprie acque territoriali e a rafforzare la propria marittimità.

Facendo un passo indietro nella storia, come si legge in un bell’articolo di Analisi Difesa, «nel secolo scorso c’erano le aree dei fondali della Piattaforma Continentale (PC) che l’Unclos considera prolungamento naturale del territorio emerso, normalmente estesa a 200 miglia, appartenente allo Stato costiero ipso iure senza necessità di proclamazione. La nostra legislazione l’ha definita in modo appropriato e i suoi confini sono stati negoziati con ex Iugoslavia, Albania, Grecia, Tunisia e Spagna oltre a concordare con Malta, nel 1970, un modus vivendi di delimitazione a carattere provvisorio e limitato spazialmente entro il breve tratto dei fondali di 200 metri. Poi, dopo il 2000, in Mediterraneo sono cominciate le proclamazioni relative alla colonna d’acqua il cui confine può o meno coincidere con quello del fondale. Prima a titolo di zona di protezione ecologica (ZPE) o di pesca (ZPP), in seguito come Zona economia esclusiva (ZEE), cioè dell’area di diritti funzionali esercitabili dallo Stato costiero, entro il limite delle 200 miglia, per la tutela ambientale e la riserva di pesca»[1].

Ed ecco quindi che con l’avvento del terzo millennio si è andata a delineare una sorta di “corsa alle ZEE” per trovare degli accordi tra gli stati che si affacciano sul Mediterraneo. L’Italia, rispetto agli altri paesi si è sempre mostrata molto più guardinga e ha perseguito una linea diversa nell’ottica della preservazione della libertà dei mari affinché non ci si venisse a trovare nella spiacevole situazione in cui le ZEE potessero essere usate al fine di limitare le forze navali tramite la richiesta di autorizzazioni o notifiche preventive. Ecco perché, coerentemente con questa linea di pensiero, ci siamo limitati come nazione a istituire le Zone di protezione ecologica con la legge 61/2006 e a concordare, poi, nel 2015 con la Francia le frontiere marittime.

Purtroppo, però, questo atteggiamento che ha alla base nobili motivazioni, se letto in seno all’attuale situazione vigente nelle acque del Mediterraneo e, in particolare, del comportamento turco così spregiudicato (per non dire provocatorio e attaccabrighe), potrebbe essere letto come passivo e indolente.

Ecco quindi spiegato il motivo per cui è di fondamentale importanza discutere in Parlamento la proposta di legge A.C. 2313, che si snoda in tre articoli.

  • Nel primo, si autorizza l’istituzione della ZEE oltre al limite esterno del mare territoriale italiano e si determinano i confini «sulla base di accordi con gli Stati il cui territorio è adiacente a quello italiano o lo fronteggia. Nelle more della stipula di detti accordi, i limiti esterni della zona economica esclusiva sono definiti provvisoriamente in modo da non ostacolare o compromettere la conclusione dei summenzionati accordi»[2].
  • Nel secondo si prevede che «all’interno della ZEE l’Italia eserciti i propri diritti sovrani in materia di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse naturali, biologiche o non biologiche, che si trovano nelle acque soprastanti il fondo del mare, sul fondo del mare e nel relativo sottosuolo, anche ai fini di altre attività connesse con l’esplorazione e con lo sfruttamento economico della zona, quali la produzione di energia derivata dall’acqua, dalle correnti e dai venti; giurisdizione, in conformità alla citata Convenzione, relativamente all’installazione e all’utilizzazione di isole artificiali, di impianti e di strutture, alla ricerca scientifica marina, nonché alla protezione e alla preservazione dell'ambiente marino»[3] e che all’interno della ZEE si applichino le norme italiane anche per le navi battenti bandiera straniera.
  • Nel terzo articolo ci si occupa di delineare quali sono i diritti degli altri Stati all’interno della ZEE proclamata dall’Italia, specificando che sono assolutamente salvaguardati sia la libertà di navigazione che di sorvolo, sia la messa in opera di condotte e cavi sottomarini.

L’istituzione di ZEE dunque sarà un passo importante per garantire all’Italia una maggiore sicurezza delle coste e dell’ambiente marino, cercando con esso di dare un impulso concreto per la salvaguardia del mare che è una risorsa così importante per il nostro Paese e fin troppo trascurata. Inoltre, permetterà di regolare in maniera più efficace le attività di pesca fornendo un sicuro vantaggio economico, oltre ad assicurare un maggiore rispetto della nostra sovranità marittima tutelata e difesa dalla Marina Militare.

Porzioni sempre maggiori di mare appartengono agli Stati costieri che vi si affacciano, ma ciò deve essere avvertito come un privilegio e deve condurre a sentire il dovere che abbiamo nei confronti del mare di custodirlo con cura, facendoci anche promotori della cooperazione tra Stati che affacciano sullo stesso mare, cosa che, in questi tempi, si sta rivelando – ahimè – sempre più difficoltosa.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.analisidifesa.it/2020/10/la-zona-economica-esclusiva-italiana-approda-in-parlamento/

[2] http://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/ES0225.pdf?_1604050495403

[3] Ibidem.

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Wed, 11 Nov 2020 01:01:10 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/618/1/zee-italiane-se-ne-discute-in-parlamento AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Guardia Costiera Libica sotto il controllo di Ankara https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/617/1/guardia-costiera-libica-sotto-il-controllo-di-ankara

Ieri su Difesa Online ho scritto di come, "grazie alla politica italiana, Erdogan è nelle condizioni di mettere in discussione anche gli accordi di Berlino sul futuro della Libia, anche perché controllando la Guardia Costiera Libica, dispone degli strumenti operativi per essere il dominus dei flussi migratori clandestini verso l’Italia. Il nervo scoperto della classe politica italiana e non solo"

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Tue, 27 Oct 2020 07:11:34 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/617/1/guardia-costiera-libica-sotto-il-controllo-di-ankara AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Da Mare Nostrum a Mare di nessuno https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/616/1/da-mare-nostrum-a-mare-di-nessuno

Caro direttore,

la ritirata italiana dal Mar Mediterraneo inizia nell’autunno del 2016 dopo un periodo di presenza capillare della nostra Marina, iniziato con Mare Nostrum, un’operazione non solo umanitaria ma anche di sicurezza marittima, mirata al contrasto del traffico di esseri umani e di filtro sanitario, in stretto coordinamento con il Ministero dell’Interno e della Salute, missione evoluta in Mare Sicuro, dettata dall’ingresso di Daesh-Isis in Libia e dall’innalzamento della minaccia marittima.

Un fatto è certo, nel periodo 2013-2016, l’Italia controllava il Mediterraneo centrale, assicurando la tutela della vita in mare e il contrasto dell’uso illegittimo del mare. La presenza delle nostre navi nelle acque prospicienti la Libia consentiva, ad esempio, di intervenire con reattività anche nella protezione della flotta peschereccia, evitando il sequestro di pescherecci in acque internazionali.

Oggi la situazione è molto diversa. Negli ultimi 5 anni il Mediterraneo centrale è diventato mare di nessuno. La ritirata italiana ha avuto conseguenze pesanti e nulla ha potuto fare l’inutile missione dell’Unione Europea Irini, un’operazione di facciata attivata per dare l’impressione di fare qualcosa di concreto nel processo di stabilizzazione della Libia.

In realtà come ho avuto modo di scrivere su queste colonne nell’imminenza della sua attivazione, si trattava di una missione destinata al fallimento per le sue regole d’ingaggio, inadeguate rispetto agli obiettivi dichiarati, figlie della pavidità europea nella questione libica. Incapace di far rispettare l’embargo sulle armi da parte delle forze a sostegno di Haftar (Egitto in primis), inerme di fronte all’aggressività delle navi turche, Irini si è dimostrata poco efficace anche nel contrastare il contrabbando di carburante dalla Libia, uno dei compiti aggiunti nella speranza di dare un senso alla sfortunata operazione. Ulteriore motivo di amarezza è che il comando di questa operazione fallimentare, lo dico nel massimo rispetto degli equipaggi e dei comandanti in mare, la cui professionalità e impegno sono fuori discussione, sia in mano italiana.

Il problema più in generale è che manca la consapevolezza del destino marittimo dell’Italia, dell’importanza del mare per la prosperità e sicurezza dell’Italia, da parte della classe dirigente del nostro Paese. Servirebbe in primo luogo una strategia marittima nazionale, definita a livello interministeriale e poi sarebbe il caso di dare la giusta priorità alla questione marittima, interrompendo il declino della Marina Militare, anche in termini di organico del personale (in continua contrazione) oltre che di mezzi.

È davvero paradossale che nel nuovo “secolo marittimo” sia proprio la Marina ad avere le minori risorse umane e materiali rispetto a tutte le altre.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

Articolo originale su Avvenire

Articolo ripreso su Infodifesa

Articolo ripreso su Cybernaua

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Mon, 26 Oct 2020 03:00:30 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/616/1/da-mare-nostrum-a-mare-di-nessuno AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il caso Oruc Reis: Erdogan provoca la Grecia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/615/1/il-caso-oruc-reis-erdogan-provoca-la-grecia

Erdogan torna a provocare Atene. E’ di nuovo l’isola di Kastellorizo il teatro del confronto. La nave da ricerca sismica Oruc Reis battente bandiera turca, stavolta insieme a due navi da appoggio e a una scorta della Marina militare di Ankara, in data 13 ottobre, ha effettuato i suoi primi (nuovi) sondaggi per la ricerca di idrocarburi. Mossa che ha gettato benzina sul fuoco su una contesa mai sopita e sempre pronta a riaccendersi, rimettendo l’accento sulla questione della sovranità di queste acque “contese” nel Mediterraneo.

A inizio settembre, infatti, la Oruc Reis era stata fatta rientrare dalla Turchia e questo gesto era stato letto come un atto distensivo, di fatto invece era stato causato soltanto da ragioni tecniche. Non a caso Erdogan ha ribadito in un recente discorso ad Ankara che: «Continueremo a dare alla Grecia e all’amministrazione greco-cipriota la risposta che meritano»[1], sottintendendo che non ha alcuna intenzione di lasciare questa questione da parte e che intende portare avanti “l’attività esplorativa” (per adesso fino al 22 ottobre).

Germania e Stati Uniti hanno allora sollecitato la Turchia a interrompere le attività navali internazionalmente considerate illegali (visto che violano apertamente le ZEE di Grecia e Cipro), ma in questi giorni non sembra che la via diplomatica del dialogo stia sortendo gli effetti sperati. Del resto, come potersi fidare di un presidente come Erdogan che sempre più apertamente sta mostrando le sue mire espansionistiche, diretta conseguenza della sua politica di neo-ottomanesimo, che lo vedono a capo di quello che nei suoi piani sarà il Paese leader del Mediterraneo?

Senza contare che questa provocazione si è verificata in un momento di relativa distensione visto che nei giorni precedenti al 13 era stato anche aperto dai Paesi contendenti un tavolo di dialogo a Bratislava per risolvere pacificamente le tensioni giunte al loro apice tra il luglio e l’agosto scorsi. Inoltre, essendo la vigilia della visita ufficiale in Grecia e a Cipro del capo della diplomazia tedesca Heiko Maas, si prospettava il consolidamento di una ipotetica risoluzione nei prossimi mesi.

Non dello stesso parere Erdogan, che invece, a quanto pare, ha colto la palla al balzo per rinfocolare il clima appena sedato. Tanto che Heiko Maas, venuto a conoscenza dell’accaduto, poco prima di salire a bordo del volo che lo avrebbe condotto in Grecia, ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters: «Ankara deve finirla di alternare conciliazioni e provocazioni se il governo è realmente interessato al dialogo come ha più volte affermato»[2]. Maas chiede, insomma, che la Turchia si apra realmente al dialogo e la smetta con le provocazioni astenendosi dalle esplorazioni marittime proprio in quell’area che sa essere internazionalmente riconosciuta di pertinenza esclusiva greca.

La Grecia, da parte sua, ribadisce che se l’atteggiamento turco non cambia, non sarà possibile portare avanti il tavolo di dialogo che era stato recentemente aperto. «Dopo che ieri è stata emessa la nuova notifica di esplorazione illegale Navtex a soli 10 chilometri dalla nostra costa, l’amministrazione turca ha dimostrato di non essere un interlocutore affidabile. Invece di dialogo, ha nuovamente scelto l’escalation, la minaccia diretta alla pace e alla sicurezza nella regione»[3], queste le parole del Ministro degli esteri greco Dendias, che ribadisce anche il sostegno in toto dei rapporti euro-atlantici e si dice molto preoccupato per il comportamento ormai fuori controllo della Turchia.

Tutta la disputa attuale non ruota soltanto attorno a Kastellorizo e ai suoi eventuali giacimenti di petrolio e gas, quello a cui punta la Turchia è più in generale il controllo sul Mediterraneo. «La Turchia cerca il mare come dimensione strategica e si trova accerchiata da un sistema geopolitico che vede coinvolti Egitto, Grecia, Cipro, in parte Israele e la Francia. Rivendicare il diritto di portare avanti i propri interessi in Mediterraneo è una priorità strategica per Ankara per assurgere al ruolo di potenza regionale con influenza non solo sul Mediterraneo ma anche nei Balcani, in nord Africa e in Africa Orientale ex italiana, Somalia in primis. Anche il Mar Nero che è sotto il profilo geopolitico parte del Mediterraneo allargato, si alza la tensione con la Turchia. Navi da guerra egiziane e russe si trovano infatti insieme per compiere esercitazioni in un bacino in cui Ankara gioca un ruolo talassocratico col Bosforo. L’Egitto è nemico della Turchia nel quadro di contrasto intra-sunnismo, dove è allineato con gli Emirati Arabi Uniti – che hanno mandato unità militari a esercitarsi con la Grecia nel Mediterraneo orientale, in chiave anti-Turchia »[4]. Rivalità quest’ultima che si esplica ulteriormente nello scenario libico che vede di nuovo Turchia ed Egitto contrapporsi. Così come anche la Russia, a tratti partner, a tratti rivale, con la quale gestisce rapporti molto complessi su più fronti, in Libia, come anche in Siria e nella recente guerra nel Caucaso.

Perché dunque la Turchia è così pericolosa e va fermata? Perché al contrario dell’Europa (e ancor di più dell’Italia) ha compreso profondamente la rilevanza geopolitica e strategica del Mediterraneo, lasciato invece irresponsabilmente “sguarnito” dagli Stati Uniti. L’Italia che è una nazione marittima, anche se a insaputa di molta della sua classe dirigente, non può sottrarsi a fornire un significativo contributo politico e militare alla stabilizzazione del “Mare Nostrum”.

In altri termini dobbiamo trovare il coraggio di contribuire al contenimento delle mire espansionistiche della Turchia. E’ tempo che l’Italia scelga dalla parte di chi stare in Mediterraneo. Altrimenti per gli interessi italiani finirà male, proprio come è successo in Libia.  

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Nave-turca-Oruc-Reis-raggiunge-la-zona-ricerche-Erdogan-daremo-ad-Atene-risposta-che-merita-b47eff8c-7a61-4962-898e-cd9c502529bd.html?refresh_ce

[2] “Ankara must end the interplay between detente and provocation if the government is interested in talks - as it has repeatedly affirmed”, trad. dell’autore, https://www.reuters.com/article/us-turkey-greece-germany/germany-warns-turkey-against-provocation-in-eastern-mediterranean-idUSKBN26Y0L7

[3] https://it.sputniknews.com/politica/202010139653868-la-grecia-rifiuta-il-negoziato-con-la-turchia-e-chiede-il-ritiro-della-nave-oruc-reis/

[4] https://formiche.net/2020/10/oruc-reis-turchia-grecia/

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Thu, 22 Oct 2020 07:50:46 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/615/1/il-caso-oruc-reis-erdogan-provoca-la-grecia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libano, Ammiraglio De Giorgi: rischio che il Paese scivoli in una guerra civile https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/614/1/libano-ammiraglio-de-giorgi-rischio-che-il-paese-scivoli-in-una-guerra-civile

La scorsa settimana sono stato intervistato da Sputnik Italia circa la situazione del Libano in seguito alle dimissioni del premier tecnico Mustafa Adib

leggi l'intervista

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Fri, 16 Oct 2020 01:31:45 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/614/1/libano-ammiraglio-de-giorgi-rischio-che-il-paese-scivoli-in-una-guerra-civile AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Un ammiraglio a caccia di trafficanti del mare: al via la missione del ’Conrad’ contro la pesca illegale https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/613/1/un-ammiraglio-a-caccia-di-trafficanti-del-mare-al-via-la-missione-del-conrad-contro-la-pesca-illegale

Ad inizio mese sono stato intervistato da Adnkronos per parlare della missione della #Conrad Sea Shepherd Italia
contro la pesca illegale.

Nel link interno al blog potete trovare l'intervista completa.

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Mon, 12 Oct 2020 03:22:58 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/613/1/un-ammiraglio-a-caccia-di-trafficanti-del-mare-al-via-la-missione-del-conrad-contro-la-pesca-illegale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Caucaso: si aggrava la situazione https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/612/1/caucaso-si-aggrava-la-situazione

Una situazione particolarmente delicata è quella che si sta aggravando, nelle ultime settimane sempre di più, in Caucaso tra Armenia e Azerbaigian. Per capire gli scontri che si sono iniziati a intensificare a partire dal 27 settembre scorso a causa di un massiccio attacco di artiglieria da parte degli azeri nella zona del Nagorno-Karabakh, è bene però fare preliminarmente un piccolo quadro riassuntivo di quanto accaduto in precedenza in quei territori.

Sebbene le acredini tra armeni e azeri partano da molto lontano (già dal primo dopoguerra), è di circa trent’anni fa l’avvenimento che di fatto ha dato vita alla tesissima situazione venutasi ad esacerbare a fine settembre, ossia quando, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 la zona del Nagorno-Karabakh (territorio geograficamente azero ma a più vasta maggioranza etnica armena) si è staccata dall’Azerbaigian autoproclamandosi come una repubblica indipendente il 6 gennaio del 1992. Alla fine di quello stesso mese iniziarono i bombardamenti azeri nella regione.

La guerra si concluse nel 1994 e vide il consolidamento della regione del Nagorno-Karabakh come repubblica autonoma, ma non riconosciuta dalla comunità internazionale.

L’Azerbaigian, con questa perdita, oltre ad aver perso una porzione di territorio, l’ha visto diviso da questa lingua di terra separata e ha cominciato la sua rivendicazione dell’unità territoriale; gli armeni, però, per parte loro, hanno sempre affermato il diritto di autodeterminazione dei popoli secondo il quale la neo repubblica si troverebbe in una posizione legittima. La questione necessiterebbe un maggior grado di approfondimento, ma perdonatemi sin d’ora la sbrigatività di questa ricostruzione che, in questa sede, è funzionale alla comprensione dei fatti odierni. Più volte, infatti, nel corso di questi 30 anni ci sono stati attriti e scontri, non è la prima volta che la situazione si fa incendiaria, ma allora qual è la differenza sostanziale della circostanza venutasi a creare nelle ultime settimane?

La prima grossa differenza è la posizione che ha preso in maniera nettissima la Turchia di Erdogan. Ankara infatti si è resa disponibile a spalleggiare gli azeri, come si può evincere dalla chiara dichiarazione del direttore della comunicazione della presidenza turca Fahrettin Altun, che ha detto: «La Turchia si impegnerà totalmente ad aiutare l’Azerbaigian a recuperare le sue terre occupate e a difendere i suoi diritti e interessi in base al diritto internazionale»[1]. E così ha fatto effettivamente, inviando materiale bellico, droni, armamenti, mercenari siriani e così via, motivo per il quale gli azeri si sono sentiti sicuri di poter attaccare, avendo “le spalle coperte”.

La Russia, d’altro canto, sebbene l’agente di prossimità sia l’Armenia, ha mostrato, al contrario della Turchia, un atteggiamento molto più attendista e morigerato. Se infatti negli altri teatri di guerra nei quali di trova di fronte alla Turchia, come la Libia o la Siria, i russi sono stati molto più spregiudicati, in questi territori di confine con i quali sono legati a doppio filo da molteplici interessi e influenze non possono permettersi di compiere passi affrettati, anche perché proprio con l’Azerbaigian (ricchissimo dal punto di vista energetico) sono stati intessuti nel corso degli anni profondi rapporti di tipo commerciale, energetico e militare.

Inoltre, la Russia fa parte anche del così detto Gruppo di Minsk, formato dall’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) negli anni ’90 per mediare la situazione caucasica e cercare di incoraggiare una soluzione pacifica dopo la guerra del Nagorno-Karabakh. Questo Gruppo è guidato da una co-Presidenza che oltre alla Russia vede anche gli Stati Uniti e la Francia (ne fanno parte inoltre rappresentanti di Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Turchia oltre a Armenia ed Azerbaigian). Come rappresentanti della NATO, però, si sono limitati soltanto a richiamare la necessità di un cessate il fuoco, senza agire in nessun’altra maniera.

Soltanto il Canada, esportatore di equipaggiamenti militari in Turchia, dopo averli accusati di aver impiegato le armi per il conflitto armeno-azero, ha interrotto le esportazioni: in particolare dei sensori montati sui droni Bayraktar Tb2 utilizzati per acquisire i bersagli e che sono ad oggi uno dei prodotti di punta dell’industria bellica turca. Il Canada non è nuovo a questo tipo di sospensioni (l’ha già fatto nel 2019 durante la guerra in Siria), ma in questo caso la decisione è stata anche presa in conseguenza dell’influenza che la lobby armena canadese ha esercitato [2]. Di questo ne beneficiano gli Stati Uniti che possono così non esporsi in prima persona nella delicata situazione caucasica mantenendo una posizione, per così dire, defilata.

Ecco che quindi, come ultimamente accade spesso, chi la fa da padrone in questo scenario geopolitico è solo la Turchia che si è aperta (dopo il Mediterraneo, la Siria e la Libia) anche a questo nuovo fronte di battaglia mostrando di essere capace di tenere aperti contemporaneamente impegni bellici differenti, il tutto in una situazione che sta velocemente precipitando, con inediti picchi di violenza (bombardamenti, lanci di razzi, raid con droni e tutto ciò non ha colpito solo bersagli militari ma anche civili).

La questione, sia geopolitica sia giuridica, necessita assolutamente di essere gestita tempestivamente a livello internazionale. Sebbene si sia arrivati a questo punto in seguito ad anni e anni di insuccessi diplomatici e quindi sia difficile essere ottimisti su una facile risoluzione, c’è bisogno che si prenda atto che solo modificando totalmente la linea sin qui seguita che, volenti o nolenti, ha sempre e solo mantenuto il pericoloso status quo, si potranno ottenere dei risultati duraturi bloccando l’azione scriteriata della Turchia.

Del resto, se il Comitato della Croce Rossa Internazionale, impegnato da più di centocinquanta nella codifica del diritto di guerra, si è esposto nella denuncia della direzione che questo conflitto sta prendendo, sicuramente non lo si può leggere come un buon presagio. Presagio, tra l’altro, rinsaldato dall’allarme dell’ONU che tramite la voce di Michelle Bachelet, Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, si è detto molto preoccupato per la ripresa delle ostilità, chiedendo a gran voce la fine dei combattimenti e intimando «“tutte le parti” a rispettare il diritto umanitario internazionale, “in particolare garantendo protezione alle popolazioni civili” ed evitando danni alle infrastrutture civili»[3].

Staremo a vedere se le prossime settimane vedranno un allentamento o un inasprimento della situazione, ma come spesso accade, quel che è necessario, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un cambio di passo a livello intergovernativo e internazionale, perché ancora una volta la Turchia sta occupando quegli spazi negli scenari geopolitici in crisi che colpevolmente vengono lasciati per decenni senza risoluzioni. È più comodo, certo, procrastinare uno status quo che non si sa come dirimere, ma prima o poi le questioni vanno affrontate, altrimenti lo farà qualcun altro. E se quel qualcun altro è un presidente che ha come sogno il neottomanesimo, presto questo sogno può diventare un incubo.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Armenia-Azerbaigian-Baku-intensi-combattimenti-Morti-26-separatisti-in-scontri-c0b3e9d8-c73c-467a-b0a2-584249acc0aa.html

[2] https://www.limesonline.com/notizie-mondo-oggi-6-ottobre-quad-cina-giappone-cambogia-canada-droni-turchia/120338

[3] https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Armenia-Azerbaigian-Baku-intensi-combattimenti-Morti-26-separatisti-in-scontri-c0b3e9d8-c73c-467a-b0a2-584249acc0aa.html

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Mon, 12 Oct 2020 02:37:53 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/612/1/caucaso-si-aggrava-la-situazione AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Haftar: pescatori italiani ancora prigionieri https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/611/1/haftar-pescatori-italiani-ancora-prigionieri

È già trascorso un mese da quando, dalle pagine del mio blog, denunciavo la vicenda del sequestro da parte delle autorità libiche di due pescherecci di Mazara del Vallo (l’Antartide e il Medinea) con il loro equipaggio, composto in totale da 18 marinai, di cui 8 nostri connazionali, che sono ormai rinchiusi agli arresti domiciliari da più di quattro settimane e, secondo quanto detto dal generale Mohamed al Wershafani [1], in attesa di processo.

In chiusura dell’articolo avevo ribadito la pericolosità dell’avvenimento (sebbene non sia il primo caso del genere) poiché ci avrebbe dovuto far riflettere sull’importanza della questione marittima in relazione alla guerra in Libia e sulla necessità di attuare un piano governativo interministeriale per stabile la giusta strategia marittima da adottare a livello nazionale, eppure, ad oggi, i nostri pescatori sono ancora prigionieri in Libia e non solo è il segnale che qualcosa non sta andando come dovrebbe, ma è anche la prima volta che ci troviamo davanti a un tempo tanto lungo per giungere a una risoluzione, il che non fa presagire nulla di buono. Il tutto, tra l’altro, in un assurdo e imperdonabile silenzio generale, come se ci si fosse già dimenticati di tutta la vicenda.

Ricordo che i marinai che sono “in attesa di processo” si trovano lì poiché avrebbero pescato in acque considerate libiche, libiche però soltanto per la Libia, in quanto gli accordi internazionali vigenti, «regolati soprattutto dalla carta di Montego Bay, riconoscono come acque territoriali soltanto quelle poste a 12 miglia dal punto di costa, oltre le quali poi inizia la Zona Economica Esclusiva (Zee). La Libia, però, delimita la propria Zee non dalla costa di Sirte, bensì da una posizione molto più avanzata rintracciata da un’ideale linea che congiunte Misurata e Bengasi»[2].

Ecco perché quando i nostri pescherecci si trovano in quelle acque, pur avendone pienamente diritto secondo le norme internazionali, vengono però trattati da fuori legge dai libici che li considerano come degli intrusi che si insinuano nelle acque unilateralmente considerate territoriali.

Sia come sia, è un fatto che i due equipaggi sequestrati dal Libyan Nation Army (ossia l’esercito di Haftar) vengono utilizzati dall’uomo forte della Cirenaica per mettere sotto scacco l’Italia e portare avanti un vero e proprio ricatto, secondo quanto emerge dalle dichiarazioni del generale Khaled al Mahjoub, uomo molto importante dell’LNA, che ad Agenzia Nova ha dichiarato che: «Il comandante Haftar rifiuta di rilasciare i pescatori italiani detenuti a Bengasi prima di liberare i giovani libici che le autorità italiane hanno condannato a trent'anni di reclusione con l’accusa di traffico di esseri umani». La menzione a questi giovani libici fa rifermento ai calciatori Alaa Faraj al-Maghribi, Abdel-Rahman Abdel-Monsef, Tariq Jumaa al-Amami e Mohamed Essid, tutti e quattro condannati in Italia per traffico di esseri umani.

Questo ricatto ci mette in una posizione ancora più delicata e complessa di come ci si prospettava inizialmente. Haftar ha intenzione di far capitolare l’Italia, farsi consegnare i quattro calciatori ed essere così riconosciuto dai connazionali come l’unico vero leader che è nella condizione di poterne garantire la sicurezza e difenderne gli interessi. Per Haftar, infatti, è di fondamentale importanza riacquistare la fiducia della popolazione, vista la perdita di consenso degli ultimi mesi nei quali si sono svolte numerose proteste e manifestazioni a causa del peggioramento costante delle condizioni di vita nell’est della Libia.

Il protrarsi del sequestro dei marinai sta creando, insomma, l’ennesima crepa che connota l’Italia come l’anello debole tra tutti gli attori presenti in Libia e più in generale nel Mediterraneo, oltre a dimostrare la scarsa voce in capitolo che il nostro Paese possiede in una vicenda che lo riguarda da così vicino e che, ad un mese di distanza dal suo inizio, ancora non accenna a trovare una risoluzione.

Per quanto il Ministro Di Maio abbia rassicurato, a parole, sull’alacre e continuo lavoro per riportare i pescatori in Italia (questa la sua dichiarazione a “Porta a Porta”: «Stiamo sentendo diversi paesi e attori internazionali che hanno in influenza su quelle parti. Non accettiamo ricatti. Lavoriamo senza dare tempistiche per riuscire a riportarli a casa il prima possibile»[3]), nella prassi sembra che non si stia smuovendo assolutamente nulla e soprattutto i toni e le parole vaghe ed esageratamente misurate ci fanno apparire, come purtroppo accade sempre più di frequente, come il “ventre molle” del Mediterraneo.

Ancora più intollerabile, poi, che il tutto si svolga, come accennavo all’inizio, nel quasi completo silenzio dell’opinione pubblica e di entrambe le parti politiche in apparenza totalmente indifferenti al fatto che 18 lavoratori di pescherecci italiani sono ancora, dopo più un mese, sotto sequestro. Da entrambe le parti politiche arriva un assordante nulla: proprio quelle stesse, tra l’altro, che di solito fanno a gara nella strumentalizzazione delle questioni più spinose, con quella che ormai mi sembra una sorta di empatia a comando pronta a venire fuori solo quando si può trarre da una presa di posizione un ritorno mediatico.

Dobbiamo fare qualcosa. Non c’è ulteriore tempo da perdere. Questo atteggiamento attendista, tentennante, ambiguo e vago non fa altro che arrecare danno alla nostra reputazione come Paese, facendoci perdere di credibilità e di potere di contrattazione nelle questioni internazionali. E questa è una di quelle. Abbiamo molto da perdere, non solo la faccia, ma soprattutto la vita di 18 persone.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.agenzianova.com/a/5f733cc14a5445.81075645/3118155/2020-09-28/libia-il-caso-dei-pescatori-italiani-passa-al-tribunale-militare-a-ottobre-il-processo/linked

[2] https://it.insideover.com/politica/quel-ricatto-di-haftar-all-italia-che-puo-costare-caro.html?fbclid=IwAR2q7ujWmIkjCNS9EWLtzsjJ0IMlHXMD_5qWryFqlLRxeh45V9YWGuSu5mE

[3] https://formiche.net/2020/09/libia-sulla-crisi-dei-pescherecci-italiani/

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Mon, 5 Oct 2020 05:34:37 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/611/1/haftar-pescatori-italiani-ancora-prigionieri AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
La Cina del “Zhenhua Leaks” https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/610/1/la-cina-del-&8220zhenhua-leaks&8221

Nelle ultime settimane è esploso il caso “Zhenhua Leaks” a partire dall’analisi di un database cinese dal quale sono emersi dati inquietanti pubblicati in un’inchiesta de «Il Foglio». Per la testata italiana l’analisi del database è stata condotta dalla giornalista Giulia Pompili, in collaborazione con altre testate internazionali quali il «Sunday Time», l’«Indian Express», il «Telegraph», il «Global Mail» e l’«Australian Financial Review» (proprio dal leak di Chris Balding, accademico americato che ha girato le sue scoperte a un’azienda australiana che si occupa di cyber security, è uscita fuori l’intera vicenda).

Il database in questione appartiene alla società privata Zhenhua Data, a Shenzen nella così detta Silicon Valley cinese, che da anni gestisce un archivio nel quale sono stoccate informazioni dettagliate su centinaia di migliaia di cittadini stranieri. Nella parte in cui appaiono informazioni inerenti a cittadini italiani sono presenti, per adesso, più di quattromila e cinquecento nomi tra politici, attori, criminali, prelati e personaggi pubblici in generale.

I dati in questione, inoltre, non riguardano soltanto i singoli, ma comprendono anche svariati dettagli sulla vita privata degli schedati coinvolgendo così anche famigliari e persone terze. Una sorta di “forziere di informazioni” utili al governo cinese per poter esercitare in Italia la propria influenza sia politicamente che economicamente, in modo preciso e mirato.

Sembrerebbe che per la maggior parte delle informazioni i server cinesi operino avvalendosi dell’intelligenza artificiale ma da alcuni dettagli emergerebbe come ci si sia avvalsi anche dell’intervento di persone. Per ogni persona schedata è stato creato un codice e una serie di connessioni e interessi ad essa correlati. Il database italiano è diviso in tre sezioni distinte: «Nella prima categoria sono elencate le “persone politicamente esposte”, come parlamentari, leader di partito, membri di varie istituzioni, fino ai consiglieri regionali e sindaci. Ci sono poi persone che lavorano nei settori industriali strategici e poi vescovi e prelati. Si tratta di circa 800 nomi, dalla prima in ordine alfabetico, l’ex ministro Adriana Poli Bortone, all’ex segretario Pd Walter Veltroni […]. La seconda categoria è definita dall’analisi de Il Foglio “tra le più anomale”. Ci sono 1.012 nomi più strettamente legati agli obiettivi di interesse della Cina. In questa lista c’è l’intera famiglia Berlusconi, quella di Renzi, degli imprenditori Merloni e Ferrero. Una mappa che comprende non solo i famigliari, ma anche i partner dei leader di partiti politici, fratelli imprenditori di parlamentari, parenti di ex ambasciatori che sono diventati manager di società pubbliche. Nell’ultima sezione ci sono 2.732 nomi con condannati e indagati, per lo più esponenti della criminalità organizzata. A ognuno è associata una parola chiave per definirne il profilo, come frode, droga, estorsione, traffico di esseri umani. […] Nell’elenco ad esempio c’è il narcotrafficante calabrese Giovanni Palamara, legato ai cartelli della droga colombiani, connesso al boss della ‘Ndrangheta Rocco Morabito» [1].

Nonostante ancora ci siano moltissime zone d’ombra sulla vicenda e non sia ancora provabile se ci sia o meno un legame diretto tra l’archivio privato e il governo cinese, è anche vero che spesso i servizi segreti di Pechino si sono avvalsi di enti privati per raccogliere informazioni, ipotesi ventilata anche dal network australiano Abc che parla di un’affiliazione tra la Zhenhua e il colosso pubblico China Electronics che si occupa delle telecomunicazioni militari, ma dalle pagine di «La Repubblica» si fa sapere che «sulle pagine del sito della società […] non c’è traccia del legame» [2].

Il Ministro della Difesa Guerini sulla vicenda si è detto spaventato non tanto per l’acquisizione dei dati che, è bene ricordarlo, provengono da fonti open source, quanto piuttosto dalla targetizzazione e dalla profilazione degli stessi.

Proprio sulle pagine de «Il Foglio» dopo aver precisato che il Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) è già a lavoro sulla vicenda, ha così dichiarato: «Pur trattandosi di un’azienda privata serve chiarezza nei rapporti. Al momento non è possibile esprimere giudizi definitivi, ma seguirò l’evolversi di questa vicenda con grande attenzione. Posso solo ribadire la mia posizione: siamo un paese con una forte vocazione all’export, che quindi deve avere rapporti con tutti i paesi. Ma la sicurezza nazionale viene prima di ogni altra valutazione economica o tecnologica che sia» [3].

A prescindere, dunque, dai molti elementi di ambiguità sui quali non è prudente azzardare ipotesi senza prove, ciò che emerge con chiarezza è invece il fatto che, mentre l’Europa, più in generale l’Occidente, si concentrava ciecamente solo su se stesso e sui propri interessi contingenti, si è lasciato campo libero a una Cina che guarda ben oltre i suoi confini, impegnata da decenni nella costruzione di una sempre crescente influenza su scala mondiale.

L’Italia e l’Europa hanno una normativa sulla privacy che in questo caso viene apertamente violata e si impone dunque anche una più ampia riflessione sul mercato dei dati e su quale sia il rapporto, nei paesi non democratici, tra aziende private ed enti pubblici.

Senza fare allarmismi o voler chiamare in causa racconti di orwelliana memoria, quel che va comunque sottolineato è l’evidente problema nella gestione dei dati personali che, oltre a costituire un problema di privacy, si rivela anche un fattore di sempre maggiore importanza nella messa in atto di strategie di condizionamento dell’opinione pubblica di paesi terzi.

Sono aspetti che non vanno sottovalutati e che anzi necessitano della giusta attenzione poiché nella formazione di nuovi assetti geopolitici laddove si apre un varco, per negligenza o anche semplicemente per ingenuità politica, ci sarà sempre qualcuno disposto a varcarlo.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.open.online/2020/09/14/database-cina-schedato-italiani-politici-criminali-imprenditori-punteggio-connessioni/

[2] https://www.repubblica.it/esteri/2020/09/14/news/cosi_i_cinesi_schedano_gli_italiani_influenti_-267222465/

[3] https://www.ilfoglio.it/politica/2020/09/16/news/guerini-gli-italiani-schedati-in-cina-preoccupante-e-su-renzi-nel-pd-non-e-all-ordine-del-giorno--1065930/

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Mon, 28 Sep 2020 07:56:52 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/610/1/la-cina-del-&8220zhenhua-leaks&8221 AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Accordi di Abramo: veri forieri di pace? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/609/1/accordi-di-abramo-veri-forieri-di-pace

Prima di esprimere qualsiasi considerazione, partiamo dai fatti: il 15 settembre a Washington sono stati siglati i così detti “Accordi di Abramo”, con cui è stata sancita la normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein.

Già nell’agosto (il 13) Trump aveva annunciato che, dopo aver avuto lunghi colloqui telefonici con il primo ministro israeliano Netanyahu e il principe ereditario Mohammed bin Zayed, di fatto leader degli Emirati Arabi Uniti, poteva confermare che a breve sarebbe stato finalizzato «an historical peace agreement» [1] con il quale appunto si sarebbero normalizzati i rapporti tra i due stati (a cui solo dopo si è aggiunto il Bahrein).

Cosa s’intende con il termine “normalizzazione”? Parliamo del riconoscimento da parte di Emirati Arabi e Bahrein di Israele come Stato. Ad oggi, del gruppo di stati Palestinesi, soltanto l’Egitto e la Giordania (rispettivamente nel 1979 e nel 1994) avevano già compiuto questo passo.

Il presidente Trump, che è in affanno nella corsa per l’Election Day del prossimo 3 novembre, ha voluto segnare con questa vittoria diplomatica un punto a suo favore. Questo accordo è, però, realmente portatore di pace?

Per prima cosa bisogna dire che se da un lato l’annuncio del 13 agosto di Trump è stato inaspettato, non lo erano altrettanto le basi su cui esso si poggia, in quanto i governi di Emirati Arabi Uniti e Israele collaborano e si parlano da anni. Non ufficialmente, d’accordo, ma ufficiosamente la cosa era già nota.

In una lunga e interessante ricostruzione compiuta da “Il Post” si legge che: «Tra le altre cose, il Mossad, il servizio segreto di Israele per l’estero, aveva da tempo relazioni non ufficiali con i Servizi segreti di diversi paesi del Golfo Persico. Il direttore dell’agenzia, Yossi Cohen, aveva fatto viaggi negli Emirati, in Arabia Saudita e in Qatar, oltre che in Giordania e in Egitto. Con l’inizio della pandemia da coronavirus questi rapporti erano diventati ancora più stretti. Il Mossad aveva riconosciuto di acquistare all’estero materiale medico per trattare il COVID-19, e alcune ricostruzioni della stampa israeliana e internazionale avevano parlato di voli “riservati” carichi di mascherine e ventilatori provenienti proprio dagli Emirati. A giugno, inoltre, l’ambasciatore emiratino negli Stati Uniti, Yousef al Otaiba, aveva scritto un significativo editoriale diretto a un pubblico israeliano, e pubblicato in ebraico sul popolare quotidiano israeliano Yediot Ahronot. L’editoriale si intitolava “O annessione o normalizzazione”, e metteva in discussione la tesi di Netanyahu per cui l’annessione della Cisgiordania – obiettivo perseguito da tempo dalla destra israeliana – non avrebbe compromesso la possibilità per Israele di avviare relazioni diplomatiche con gli Emirati e l’Arabia Saudita. O una cosa o l’altra, diceva al Otaiba» [2].

Non è strano, dunque, prendere atto che negli Accordi di Abramo Israele abbia dovuto mettere da parte, almeno per il momento, l’annessione della Cisgiordania, proprio come si leggeva nell’editoriale appena citato.

Nonostante Israele abbia “ceduto” sulla questione Cisgiordania, come ha scritto Anshel Pfeffer, giornalista di Haaretz, il primo ministro israeliano esce vincitore da questi accordi poiché ha ottenuto ciò che nessun altro prima di lui era riuscito a ottenere, ossia l’avvio di relazioni diplomatiche ufficiali con un paese arabo del Golfo Persico senza però fare concessioni ai palestinesi: «È difficile sostenere oggi che l’occupazione che va avanti da 53 anni sia “insostenibile”, quando Netanyahu ha appena dimostrato non solo che lo è, ma anche che Israele può migliorare i suoi rapporti con il mondo arabo apertamente, senza rinunciare all’occupazione» [3].

Anche gli Emirati che cercano di assumere agli occhi dell’Occidente un ruolo sempre maggiore nella risoluzione della questione mediorientale, con questa apertura ne escono “vincitori” e lo sarebbero ancora di più se si trascinassero dietro qualche altro paese della Penisola Araba (come è stato per il Bahrein) dimostrando di essere i più “tolleranti” tra gli stati del Golfo. Per non parlare di Trump che con questa mossa si è stato proposto come candidato al Nobel per la pace!

Chi, invece, ne risulta duramente sconfitto sono i Palestinesi, che hanno salutato questo accordo come un tradimento da parte dei due Paesi arabi dopo aver negato a Trump il ruolo di mediatore per le sue decisioni favorevoli a Israele.

Il premier palestinese Mohammed Shtayyeh ha definito “un giorno buio” quello degli accordi, anche se Trump ha incalzato dicendosi convinto di riuscire a coinvolgere anche altri Paesi del Golfo come Oman e Arabia Saudita, perché dice, si renderanno conto alla lunga che è meglio stipulare un accordo che essere lasciati da parte.

Ma l’accordo di Abramo segna anche una sfida del mondo sunnita all’Iran visto come la principale minaccia nel Golfo Persico e in Siria. Talmente temuta da far superare ideologicamente la lotta al grande nemico del popolo arabo, Israele, occupante della città santa di Gerusalemme e delle terre dei musulmani.

Per l’Iran, il nuovo assetto nelle relazioni internazionali in Medio Oriente costituisce un fattore di debolezza che dovrà da un lato cercare di compensare con un avvicinamento ulteriore alla Russia e dall’altro aumentare la tensione e l’aggressività delle comunità scite nei territori occupati e in Siria al fine di vanificare la portata politica degli “accordi di Abramo” nel breve/medio termine.

Vedremo quali saranno gli sviluppi futuri in una zona così instabile nella quale convergono un numero tanto diverso e numeroso di interessi contrastanti.

A tal proposito vorrei concludere condividendo le parole equilibrate e imparziali di Annalisa Perteghella, Research Fellow dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale che ha commentato così: «Sebbene sia stato presentato in questo modo, quello firmato oggi non è un accordo di pace: in primo luogo perché i paesi in questione non sono mai stati formalmente in guerra; in secondo luogo perché non coinvolgendo la componente palestinese esso non rappresenta un avanzamento del processo di pace. È semmai la ratificazione dell’esistente, l’ufficializzazione di relazioni in corso da anni a livello non ufficiale. A fare da catalizzatore dell’allineamento in questi anni è stata una comune percezione dell’Iran come principale minaccia strategica, particolarmente forte non solo nel caso di Israele ma anche delle monarchie sunnite del Golfo» [4].

Del resto, mentre negli Usa si stava firmando l’«historical peace agreement» le sirene di allarme anti-missili suonavano all’impazzata a nord della Striscia di Gaza a causa di 13 razzi (secondo quanto riporta l’esercito israeliano) sparati a più riprese verso Israele. Anche se otto di questi sono stati intercettati dal sistema israeliano di difera Iron Dome e non si hanno notizie di vittime, non è un bel segnale in concomitanza con gli accordi appena siglati.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] Questo il link al video completo: https://www.youtube.com/watch?v=yPeZ_eUkzEI&ab_channel=GuardianNews

[2] https://www.ilpost.it/2020/08/14/accordo-israele-emirati-arabi-uniti-spiegato/

[3] https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-in-uae-deal-netanyahu-trades-imaginary-annexation-for-real-life-diplomacy-win-1.9071474

[4] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-emirati-e-bahrein-laccordo-di-trump-27416

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Mon, 21 Sep 2020 01:45:58 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/609/1/accordi-di-abramo-veri-forieri-di-pace AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Bielorussia nel caos. E la Russia? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/606/1/bielorussia-nel-caos-e-la-russia

È trascorso ormai più di un mese dalle elezioni del 9 agosto, ma la situazione in Bielorussia non accenna a placarsi. Da quando il così detto ultimo dittatore d’Europa, Alexander Lukashenko, ha annunciato al popolo bielorusso di aver vinto nelle votazioni con ben l’80% delle preferenze, non c’è giorno in cui a Minsk masse di cittadini non si siano riversate in piazza per protestare, accusando Lukashenko di aver truccato i risultati elettorali.

Il presidente, alla guida del Paese dal 1994, ha risposto con una durissima repressione che ha portato a una pioggia di arresti e violenze, anche tramite l’uso di lacrimogeni e proiettili di gomma sulle folle, cosa che ha chiaramente scandalizzato l’intera comunità internazionale. Soltanto nei primi giorni di protesta il numero degli arrestati si aggirava intorno a 3.000 persone. Ciò che i manifestanti hanno chiesto e continuano a chiedere a gran voce sono dimissioni del Presidente sostenendo che le preferenze elettorali avrebbero in realtà portato alla vittoria la leader dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaia, attualmente in esilio in Lituania.

Nonostante non sia la prima volta che i bielorussi scendano in piazza in seguito all’esito elettorale (l’hanno già fatto sia nel 2010 che nel 2015) questa volta la situazione sembra essere decisamente più grave. Per certi aspetti tutto potrebbe far pensare a qualcosa di analogo ai fatti di Ucraina del 2014 che portarono all’esautorazione del presidente Janukovič, ma ci sono alcune differenze sostanziali:

«Rispetto all’Ucraina, la popolazione di etnia russa sul totale della popolazione bielorussa non occupa una quota così rilevante, aggirandosi attorno all’8%, ma si tratta comunque della principale minoranza del paese. Inoltre, a differenza di Kiev, Minsk fa parte di tutte le organizzazioni regionali principali a guida russa, quali l’Unione Statale Russia-Bielorussia, la Collective Security Treaty Organization e l’Unione Economica Eurasiatica. In particolare, i regolamenti commerciali di quest’ultimo ente non sono compatibili con quelli dell’Unione Europea. […] Il governo di Kiev, inoltre, si apprestava a firmare un Association Agreement con la Ue […] per consentire ai paesi dell’Europa Centrorientale che avessero voluto aderirvi, di armonizzare la propria legislazione con gli standard richiesti dall’Unione Europea. Il repentino voltafaccia di Janukovič a pochi giorni dalla firma dell’accordo, dovuto alle pressioni e alle prebende provenienti dalla Russia, aveva determinato l’inizio delle proteste del popolo ucraino, che vedeva la partnership con la Ue come l’ultima possibilità per uscire dalla grave situazione politico-economica in cui versava il paese. Nel caso della Bielorussia, però, non vi è in ballo alcun accordo europeo, nonostante il paese abbia aderito alla Eastern Partnership nel 2009. […] Del resto, anche i legami economici tra Russia e Bielorussia sono decisamente più stretti di quelli che intercorrevano tra Mosca e Kiev nel 2014»[1].

La Russia è, infatti, legata a doppio filo alla Bielorussia e in questo mese Putin, dopo un primo momento di attendismo, ha manifestato il suo appoggio a Lukashenko, affermando di aver già pronto un contingente di agenti delle forze dell’ordine da inviare, ma è stato cauto nell’esporsi oltre. Anzi ha affermato di voler agire in maniera più «contenuta e neutrale» rispetto all’atteggiamento di altri paesi sia europei che americani[2].

Chiaramente qui Putin faceva riferimento alla precisa posizione di condanna dell’UE, in particolare della Germania, che è, tra i paesi europei, la più interessata a far allontanare Minsk da Mosca, in quanto è la principale insidia per la Federazione Russa in merito al controllo dello spazio post-Sovietico.

Il Ministro Di Maio, in una lunga intervista rilasciata a Formiche.net ha dichiarato: «[…] solidarietà al popolo bielorusso; non riconoscimento delle elezioni presidenziali; impegno per l’indizione al più presto di nuove elezioni rispettose dei più elevati standard internazionali; adozione di sanzioni mirate a individui ritenuti responsabili delle violenze e della falsificazione dei risultati; pieno sostegno al dialogo interno fra Lukashenko e le forze di opposizione»[3]. Siamo quindi allineati alla posizione USA e Ue. Resta da vedere adesso come voglia agire Putin nelle prossime delicate settimane.

Nel frattempo, Maria Kolesnikova, membro del Consiglio di Coordinamento dell’opposizione bielorussa, è stata rapita da uomini incappucciati, secondo quanto dichiara un testimone che dice di aver registrato tutto. La polizia statale bielorussa ha dichiarato che l’arresto non c’entra nulla con la politica.

Sia come sia, resta comunque il fatto che tutti e tre i leader dell’opposizione candidati alle elezioni sono o in carcere o all’estero, il che comunque non fa ben sperare per le sorti della Kolesnikova. L’UE probabilmente, dopo questo ulteriore sviluppo, potrebbe decidersi ad adottare sanzioni contro il regime di Lukashenko nel prossimo Consiglio Affari Esteri del 21 settembre. Ammesso che l’UE trovi davvero il consenso in tale direzione, le sanzioni non saranno da sole in grado di far cadere il presidente Lukashenko che secondo quanto riporta un’ultima nota Ansa avrebbe dichiarato «Lasciate che ve lo dica da uomo, in modo che sia chiaro. I miei critici spesso dicono: “Non rinuncerà al potere”. Hanno ragione. Non è per questo che il popolo mi ha eletto. Il potere non viene dato in modo che uno poi lo ceda».

Mi sembra non ci sia nulla di buono all’orizzonte.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.thezeppelin.org/elezioni-in-bielorussia-una-nuova-maidan/

[2] https://www.corriere.it/esteri/20_agosto_27/putin-pronto-intervenire-la-sicurezza-bielorussia-f3f54f06-e85f-11ea-b091-8b361f593974.shtml

[3] https://formiche.net/2020/09/luigi-di-maio-diplomazia-italia-farnesina/

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Mon, 14 Sep 2020 08:29:23 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/606/1/bielorussia-nel-caos-e-la-russia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libia: due pescherecci italiani sequestrati https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/605/1/libia-due-pescherecci-italiani-sequestrati

Il primo settembre scorso due pescherecci italiani appartenenti alla marineria di Mazara del Vallo, il “Medinea” e l’“Antartide”, con i loro rispettivi equipaggi (16 persone) sono stati sequestrati mentre si trovavano a 35 miglia nautiche dalla costa libica, caricati su un gommone della Marina Militare libica e portati a Bengasi. Insieme a loro anche i due comandanti di altri due pescherecci (l’“Anna madre”, anch’esso di Mazara del Vallo, e il “Natalino”, di Pozzallo) sono stati caricati sul gommone, mentre le loro imbarcazioni, sfruttando i momenti del prelevamento, sono riuscite a sfuggire al sequestro allontanandosi in tempo. Sembrerebbe che siano stati sequestrati poiché non rispettavano le ZEE (Zone Economiche Esclusive) libiche sancite unilateralmente nel 1982 con la convenzione di Montego Bay dell’allora rais Gheddafi.

Quale che sia la motivazione addotta per legittimare una simile azione, non si può ignorare il fatto che episodi di questo genere non avvengono ora per la prima volta. Già nell’ottobre del 2018 e poi nel luglio del 2019 era accaduto qualcosa di simile. Il 9 ottobre 2018, infatti, stessa sorte toccò ai pescherecci “Afrodite pesca” e “Matteo Mazzarino”, verso i quali venne anche aperto il fuoco danneggiando gravemente le imbarcazioni e sequestrando gli equipaggi che si trovavano in acque internazionali, a 60 miglia circa dalla costa libica; altrettanto accadde il 23 luglio del 2019 al peschereccio “Tramontana” che venne trasportato a Misurata. In tutti questi casi fu necessario l’intervento della Farnesina per far rilasciare gli equipaggi congiuntamente alle singole azioni del sindaco di Mazara e del console italiano in Libia.

Ci si chiede dunque: è un caso che questi sequestri siano avvenuti proprio in concomitanza con l’incontro in Libia del Ministro Di Maio con al-Sarraj? Incontro, tra l’altro, con il quale stiamo tentando di rinsaldare la fiducia del Governo libico riconosciuto dall’ONU (GNA), essendo esso incentrato sulla costruzione o implementazione delle infrastrutture libiche a partire dall’ambizioso progetto della costruzione di un’autostrada che unisca la costa libica. L’Italia vede con favore l’accordo raggiunto con (il presidente del parlamento di Tobruk Aguila) Saleh per la promozione di un cessate il fuoco e lo sostiene. Crediamo anche, come diciamo da sempre, che debba cessare ogni interferenza esterna»[1]. Limpido è il riferimento alla Turchia, che è diventato, per nostra manchevolezza, il principale competitor nella partnership con Tripoli, colmando il vuoto lasciato dall’Italia e siglando in tempi record importanti accordi militari, economici con il governo di al-Sarraj.

Questo incontro, inoltre, sembra non essere passato inosservato anche nell’altra parte della Libia, la Cirenaica di Khalifa Haftar, che ha eseguito il sequestro, tanto che l’assessore della Regione Sicilia per la Pesca Mediterranea Edy Bandiera all’indomani del sequestro dei pescherecci ha dichiarato: “La presenza del ministro Di Maio in Libia in questi giorni non può essere una coincidenza. La circostanza ci preoccupa, ma oggi osserviamo un silenzio rispettoso del lavoro che sappiamo si sta svolgendo alla Farnesina che già in altre circostanze ha saputo trattare vicende analoghe in modo opportuno ed efficace. Siamo in contatto con la Farnesina per seguire con la massima attenzione la vicenda”[2], fermo restando, poi, che portare avanti una trattativa con un governo non riconosciuto dall’Onu complica ancora di più la situazione diplomatica e ciò non va sottovalutato.

Si è levata sulla vicenda anche la voce dell’armatore Gaspare Asaro, comandante del peschereccio Matteo Mazzarino, quello stesso che era stato coinvolto nel sequestro del 2018 di cui ho fatto menzione in principio e che ricorda molto bene l’attesa di quei 10 giorni di trattative che ci vollero per riportare a casa sano e salvo il suo equipaggio. «Siamo stanchi di rischiare quotidianamente la vita per guadagni irrisori. Viviamo una condizione di pericolo costante, ma noi chiediamo solo di poter fare il nostro mestiere. I pescatori di Mazara del Vallo chiedono solo di poter continuare a fare il proprio lavoro in sicurezza, non siamo interessati a questioni politiche. Il Mediterraneo è diventato un focolaio di guerra e per noi non è più possibile continuare a svolgere il nostro umile mestiere di pescatori»[3]. In quell’occasione, infatti, all’equipaggio sottoposto a sorveglianza militare, venne requisito l’intero pescato (in osservanza della convenzione di Montego Bay che legittimava il sequestro e il divieto per i pescherecci di operare in un’area di mare che la Libia afferma essere sotto la propria giurisdizione economica esclusiva).

Vicende come questa, per quanto non nuove, dovrebbero farci riflettere sul delicatissimo e precario equilibrio del Mediterraneo, soprattutto alla luce dei mutamenti degli equilibri politici e militari in corso. Non mi stancherò di ripetere, infatti, che è necessario che in Italia si accendano i riflettori sulla Libia e, più in generale, sulla questione marittima;  dovrebbero essere oggetto di un piano governativo interministeriale per stabilire quale sia la strategia marittima nazionale da adottare vista l’importanza del mare per la sicurezza e la prosperità del nostro Paese.

 

[1] https://formiche.net/2020/09/libia-di-maio-italia/

[2] https://www.agi.it/estero/news/2020-09-02/pescherecci-italiani-equipaggio-mani-haftar-9555122/

[3] https://palermo.repubblica.it/cronaca/2020/09/02/news/due_pescherecci_di_mazara_del_vallo_sequestrati_dai_libici-266053516/

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Mon, 7 Sep 2020 02:40:00 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/605/1/libia-due-pescherecci-italiani-sequestrati AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libia: continua a regnare il caos https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/604/1/libia-continua-a-regnare-il-caos

La situazione in Libia continua a essere infuocata. Turchia da un lato ed Emirati Arabi Uniti e Russia dall’altro, si contendono sempre più aspramente la partita del Mediterraneo sulle spalle della Libia, in guerra civile ormai dal 2011 e ben lontana dal trovare un equilibrio politico. E in tutto questo l’Italia continua a “pedalare senza catena”, come abbiamo visto con il recente rinnovo del Memorandum di cui ho parlato la scorsa settimana.

Facciamo, però, un passo indietro per dare un quadro più ampio che abbracci la situazione dell’ultimo mese. Il 5 luglio scorso, infatti, con il bombardamento dell’area attorno alla base aerea di al-Watiya, la più grande installazione militare del Nordafrica, è stata gettata benzina sul fuoco in una situazione già gravemente compromessa. Dal governo di Tripoli (gna), l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite, è trapelato che gli artefici dell’attacco molto probabilmente sono stati aerei emiratini (alleati di Haftar) che con quest’offensiva hanno voluto lanciare un segnale sia ad al-Sarraj che alla Turchia sua alleata per far capire che la partita non è chiusa. Del resto la Turchia, che si muove agilmente e sempre più incisivamente in Tripolitania e che accarezza l’idea di allargare la sua area d’influenza sul cosiddetto “oil crescent” verso est troverà sempre maggiore opposizione a parte dell’Egitto, che considera la Cirenaica una sua provincia.

Ecco quindi che il bombardamento di al-Watiya del mese scorso non è stato soltanto un episodio in grado di interferire con l’evoluzione militare sul piano tattico, ma è servita come segnale politico forte nei confronti di Erdogan. Nei giorni precedenti all’attacco, infatti, «nella base erano arrivati i sistemi antiaerei Hawk turchi, anche per segnalare che la base era da considerarsi sotto la tutela diretta della Turchia e non di una delle tribù del campo di Al Serraji. In quegli stessi giorni una folta delegazione militare, guidata dal ministro della Difesa turco, era andata a Tripoli e Misurata per parlare di futura presenza turca al fianco del gna. Ed è inevitabile non ricollegare a questi passaggi l’attacco ad al Watiya (su cui ci sono più che sospetti di un coinvolgimento anche egiziano, diretto o logistico).

Anche l’Onu, sebbene sia stato sinora del tutto ininfluente in Libia non potendo contare sull’appoggio degli Stati Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (gli USA e la Cina indifferenti, la Russia  e la Francia sostenitrici del Generale ribelle Haftar) non ha saputo far altro che tentare di riportare l’attenzione della comunità internazionale sulla situazione insostenibile in Libia tramite le parole dell Segretario Generale António Guterres: «Il tempo non è dalla nostra parte in Libia. Il conflitto è entrato in una nuova fase, con le interferenze straniere che hanno raggiunto livelli senza precedenti, anche nella fornitura di attrezzature sofisticate e per numero di mercenari coinvolti nei combattimenti. […] Da quando il Consiglio ha discusso l’ultima volta della Libia a maggio, le unità militari del Governo di Accordo Nazionale (gna) riconosciuto dall’Onu si sono, con un significativo sostegno esterno spinte verso est nella loro offensiva contro la cosiddetta Libyan National Army (lna) di opposizione, comandato da Khalifa Haftar. La situazione in prima linea è stata per lo più tranquilla dal 10 giugno, con le forze del gna a 25 chilometri dalla città costiera mediterranea di Sirte. Ma le Nazioni Unite sono molto preoccupate da un allarmante accumulo di forze militari attorno a quella città, nonché da un alto livello di interferenze straniere dirette, in violazione dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e degli impegni presi alla Conferenza internazionale di Berlino sulla Libia sei mesi fa»[1]. Non credo che ci possano essere parole che più di queste siano una sorta di ammissione di fallimento. Le interferenze straniere, le violazioni dell’embargo di armi e così via sono chiaramente, sebbene non si facciano mai i nomi, riferimenti a Turchia e Russia in particolare.

In tutto questo, poi, non dimentichiamo che ad oggi sono circa 400 mila gli sfollati all’interno della Libia e che i così detti “campi di accoglienza” presenti in questo Paese altro non sono che dei luoghi dell’orrore da cui si cerca disperatamente di scappare, generando l’altro grosso dramma di questa situazione, quello dei migranti. Lo stesso Papa Francesco, a sette anni dal suo discorso a Lampedusa, nella messa straordinaria che ha tenuto nell’anniversario di quel giorno ha preso ferma posizione al riguardo raccontando di come arrivi tramite i media una sorta di versione edulcorata di quello che capita davvero a quelle donne e a quegli uomini [2].

L’Italia, in tutto questo, che cosa sta facendo? Nulla, o quasi nulla, e quel poco che fa non è in grado di portare frutti. Abbiamo già avuto modo di analizzare la questione memorandum, ma proprio in questi ultimi giorni si è verificato l’ennesimo episodio che fa comprendere quanto il nostro peso specifico nella questione libica si stia assottigliando. Il 30 luglio, infatti, un Hercules C130 salpato da Pisa e giunto a Misurata con 40 soldati è stato respinto da al Sarraj. Il governo di Tripoli ha negato lo sbarco indicando come motivazione la mancanza di alcuni documenti, ma sembra che questa sia stata solo una scusa per celare le vere motivazioni, tutte politiche. Del resto, l’assenza di una linea politica coerente e unitaria da parte dell’Italia non può che aumentare l’irrilevanza italiana in Libia. Invece di inserirci nel tessuto sociale ed economico libico, offrendo tramite le nostre truppe un addestramento militare e un aiuto concreto dal punto di vista organizzativo del Paese che si sarebbe rivelato fruttuoso per tutti, la nostra presenza nel territorio libico si è ridotta a quella di attori interessati alla limitazione dei flussi migratori. Senza contare che l’inazione italiana ha di fatto gettato Tripoli nelle braccia di Ergodan. Sarraj, infatti, aveva chiesto un aiuto militare al nostro Paese per arginare le truppe di Haftar e la presenza dei terroristi in Libia, ma di fronte ai nostri continui tentennamenti e scoraggiato dai nostri avvicinamenti ad Haftar, si è rivolto verso la Turchia, interlocutore più credibile e incisivo di noi.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.greenreport.it/news/geopolitica/guterres-in-libia-livello-di-ingerenze-straniere-senza-precedenti/

[2] https://www.agi.it/cronaca/news/2020-07-08/papa-libia-campi-detenzione-9099253/

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Wed, 5 Aug 2020 12:33:51 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/604/1/libia-continua-a-regnare-il-caos AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Memorandum Italia-Libia oggi https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/603/1/memorandum-italia-libia-oggi

È di questi giorni la notizia che vede protagonisti due migranti sudanesi uccisi (altri cinque feriti) in una sparatoria occorsa a Khums, città ad est di Tripoli, la notte del 27 luglio mentre si svolgevano le operazioni di sbarco. Secondo quanto divulgato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – oim – sono state le autorità locali a iniziare a sparare nel momento stesso in cui alcuni migranti sbarcati avevano cercato di scappare. I sopravvissuti sono stati trasferiti nei centri di detenzione libica[1]. Questo ennesimo episodio di violenza non può che portarci ad affrontare un tema che ci riguarda da vicino: gli accordi che l’Italia ha siglato con la Libia ormai più di tre anni fa e che recentemente sono stati ri-confermati alla Camera dei Deputati.

Proprio il 16 luglio scorso, infatti, la Camera ha approvato le missioni militari internazionali, comprendendo tra queste gli interventi in Libia, tanto da generare forti divisioni nella maggioranza poiché l’Assemblea del PD (risalente solo a qualche settimana prima della discussione in Parlamento) aveva deciso all'unanimità di votare contro il rinnovo del finanziamento alla Guardia Costiera libica, ma in Parlamento il PD ha votato per il rinnovo. Oltre 58 milioni di euro (decisione già approvata in Senato il 7 luglio).

Ricorderete, a tal proposito, l’accordo siglato il 2 febbraio 2017 tra il governo italiano a guida Gentiloni e il governo di Tripoli (il GNA – Governo di Accordo Nazionale, l’unico riconosciuto internazionalmente) guidato da al Sarraj. Lo scopo di questo accordo, fortemente voluto dall’allora ministro dell’interno Minniti, era quello di contrastare l’immigrazione clandestina prevedendo una stretta collaborazione con la Guardia Costiera Libica affinché si riducessero drasticamente gli sbarchi sulle coste italiane. Le motivazioni sulle quali trovava fondamento l’accordo non erano però legate soltanto alla diminuzione dell’immigrazione, ma anche orientate verso l’abbattimento del traffico di esseri umani e la lotta nei confronti delle organizzazioni criminali, da perseguire anche finanziando i sindaci libici delle cittadine lungo la via dell’immigrazione, affinché potessero fornire delle alternative a queste persone disperate, pronte a tutto pur di fuggire dal loro Paese.

Queste le parole dell’incipit della Dichiarazione Congiunta emersa dall’incontro del Ministro Minniti con le comunità libiche: «Nello spirito dell’accordo bilaterale del 2 febbraio 2017, e costruendo su quanto deciso nell’incontro a cui hanno preso parte 14 sindaci libici lo scorso 13 luglio a Tripoli, Italia e Libia rinnovano il loro impegno a sviluppare una relazione speciale per fornire alle comunità locali più duramente colpite dall’immigrazione illegale, dal traffico di esseri umani e dal contrabbando, alternative di crescita e sviluppo. I giovani di quelle aree e di tutta la Libia meritano un futuro di speranza e libertà dalle minacce poste dalle organizzazioni criminali contro le loro regioni. Rinnoviamo la nostra ferma opposizione al traffico di esseri umani e ad ogni traffico illegale, e ci impegniamo a lottare con la massima determinazione contro i responsabili. I trafficanti sono un nemico comune»[2].

Purtroppo, nonostante queste premesse e l’effettivo sostanziale decremento di arrivi clandestini nel nostro paese, non se ne fece niente di questa parte dell’accordo. Il risultato paradossale è stato il rafforzamento della criminalità che gestisce i migranti e il crescente arrivo illegale direttamente sulle coste italiane. L’Oxfam ha raccolto svariate testimonianze delle terribili torture, stupri, omicidi che avvengono quotidianamente in questi luoghi: «Nei centri di detenzione ufficiali sono rinchiuse oltre 4.500 persone secondo l’UNHCR, mentre in quelli gestiti dalle organizzazioni criminali, ne sono stimati a decine di migliaia. Uomini, donne e bambini che non solo subiscono trattamenti inumani e degradanti, ma rischiano di morire sotto le bombe in un paese in guerra»[3].

Si legge in una interessante analisi condotta da Francesca Mannocchi su L’Espresso: «Le agenzie Onu non sono – per loro stessa ammissione – in condizione di garantire la sicurezza delle persone sbarcate in Libia dalla Guardia Costiera libica, le strutture sono nelle condizioni in cui sono sempre state, cambiare le finestre o dare una mano di pittura a un centro detentivo non significa risolvere il problema. E il problema è la legge: finché non si attiva un processo trasparente di ripensamento del sistema giuridico libico le persone migranti continueranno a essere portate indietro in un Paese che li obbliga a una detenzione sine die, in cui rischiano di diventare ostaggio di milizie, e in cui non è possibile per nessun organo internazionale tutelare la loro incolumità e garantire che non finiscano in un luogo illegale sottoposti a torture e atrocità. “Finché non mettono mano alle leggi, finché non saremo certi di riuscire a registrare tutti e che le persone registrate non spariscano sotto gli occhi delle autorità, non cambierà molto in Libia”, dice Federico Soda (capo missione OIM in Libia, n.d.a.)»[4].

È, dunque, paradossale a mio giudizio, che non sia stato messo in discussione, potendolo fare, questo accordo. Per l’ennesima volta prevale il cinismo e l’opportunismo. In sintesi, una politica indifferente anche ai peggiori crimini contro l’umanità, concentrata solo sul mantenimento del potere e disposta a tutto, pur di non sottoporsi al giudizio delle urne.

I valori fondanti di uno Stato democratico, fra cui la difesa del diritto, il contrasto delle dittature, la protezione dei deboli, l’umanità prima del profitto, sono evidentemente ridotti a slogan da agitare secondo bisogna, ma privi di concretezza e non vincolanti una volta al potere. La mancanza di valori di riferimento e di visione strategica non si limita al tema dell’immigrazione; caratterizza la nostra politica estera ad ampio spettro. In Libia, in primis, dove da un lato subiamo, anzi cerchiamo la benevolenza turca, mentre dall’altro cediamo navi all’Egitto, alleato di Haftar, nemico dei Turchi, proprio mentre si accinge a inviare truppe regolari in Libia, alimentando la guerra fratricida fra Cirenaica e Tripolitania.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.lastampa.it/cronaca/2020/07/28/news/migranti-la-guardia-costiera-libica-apre-il-fuoco-due-morti-e-cinque-feriti-1.39132816/amp/?__twitter_impression=true

[2] https://www.interno.gov.it/it/notizie/minniti-e-i-sindaci-comunita-libiche-i-trafficanti-sono-nemico-comune

[3] https://www.oxfamitalia.org/stop-vergogna-accordo-italia-libia/

[4] https://espresso.repubblica.it/attualita/2020/07/06/news/memorandum-italia-libia-l-accordo-della-vergogna-che-continua-a-condannare-a-morte-1.350743

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Wed, 29 Jul 2020 00:55:27 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/603/1/memorandum-italia-libia-oggi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Mediterraneo: Turchia padrona https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/602/1/mediterraneo-turchia-padrona

Sono trascorse diverse settimane da quando Egitto, Grecia, Cipro, Francia ed Emirati Arabi Uniti – di fatto uniti in funzione anti-Turca – hanno dichiarato “illegale” l’attività di esplorazione petrolifera della Turchia nelle acque territoriali di Cipro e hanno denunciato la violazione dello spazio aereo greco da parte di alcuni caccia turchi [1], ma ancora la situazione non accenna a trovare una soluzione, anzi.

La nave turca a cui si fa riferimento è la Fatih, salpata da Istanbul, e diretta nelle acque cipriote nelle quali, teoricamente, dovrebbe cominciare le trivellazioni a luglio. Almeno così afferma Erdogan dichiarando che verrà ripreso il lavoro lasciato interrotto nel 2019.

Due anni fa, infatti, "dopo le minacce di unità militari turche, la multinazionale americana Exxon-Mobil e il consorzio italo-francese formato da Eni e Total decisero di rinviare le loro trivellazioni nell’area, garantite dal governo di Cipro con assegnazioni legali e in sintonia con il diritto internazionale" [2]. In questa contesa “marittima” si inserisce l’alleanza industriale e anche politica che l’Egitto di Abdel Fatah al Sisi ha iniziato a sviluppare da qualche anno.

Il Cairo da tempo ha fondato un East Med Gas Forum che include Egitto, Israele, Palestina, Grecia, Cipro, Italia e Francia. Una vera e propria organizzazione internazionale, con un segretariato, un livello ministeriale, uno di Senior Officials, sulle risorse energetiche del Mediterraneo orientale.

L’espansionismo della Turchia rischia di far saltare i già delicati equilibri di una coalizione che soprattutto per l’Italia è più a trazione ENI che figlia di una scelta consapevole di politica estera e di conseguente scelta di campo.

Il gruppo dei 5 ha preso di mira anche l’attività militare turca in Libia, in quanto gli accordi intercorsi tra Turchia e Libia hanno comportato una spartizione dei confini delle Zone Economiche Esclusive nell’alto mare, in spregio delle esistenti Zone Esclusive di Cipro e della Grecia.

Alla contesa per il controllo dei fondali e dei correlati diritti esclusivi di sfruttamento esclusivo, si vanno sommando gli interessi politici nella guerra civile tra Haftar e al-Sarraj e alle rispettive alleanze. Quella pro Al Serraji era inizialmente a guida italiana. L’Italia per mandato americano aveva infatti la responsabilità del dossier “Libia”. L’Eni era l’interlocutore privilegiato del Ministero del Petrolio e di tutte le principali tribù che gestivano il potere reale in Libia. La nostra Ambasciata rimaneva aperta anche quando le altre chiudevano. Avevamo riguadagnato una posizione centrale dopo la cacciata del nostro alleato Gheddafi.

Il primo a mettere in discussione lo status italiano fu il Presidente Francese Macron, iniziando una serie di incontri a Parigi a cui partecipavano sia Al Serraji che il Gen. ribelle sostenuto dalla Francia Haftar. L’obiettivo era duplice: affermare il ruolo della Francia al posto dell’Italia e dare legittimità internazionale al Generale Haftar, nonostante l’ONU riconoscesse Al Serraji. Le proteste italiane furono come sempre veementi e come sempre non portarono a nulla, se non la concessione a essere invitati ai colloqui presieduti da Macron, insieme ai leader libici. Un’umiliazione. Ma almeno ci consentiva di essere presenti nelle foto di fine meeting. "Meglio di niente" avranno pensato alla Farnesina.

Da quel momento è stato un percorso in discesa. Mano a mano che il gioco si faceva duro diveniva sempre più evidente che i nostri governanti non erano duri abbastanza per giocare. Il climax si è raggiunto quando, con Tripoli accerchiata e con i ribelli alle porte, al grido di aiuto di Al Serraji si è opposto lo sguardo vitreo e il sorriso da “totem ghirghiso” del nostro Governo già alla rincorsa di un posto nella tribuna degli ospiti di Haftar, prematuramente dato per vincente.

Con l’Italia auto esclusa dai giochi in poche audaci mosse prive di alcun senso, per la Turchia si sono aperte praterie di potenziali immensi ritorni politici, economici e militari, in grado di accelerare il sogno neo-ottomano di Erdogan di tornare ad essere dopo secoli di primato europeo la Potenza di riferimento nel Mediterraneo, nell’Africa settentrionale e in quella orientale.

La Francia che per prima ha dato la spallata all’Italia si trova adesso a doversi confrontare con la Turchia. E’ troppo potente per essere bullizzata da Erdogan e non ha paura a combattere, ma nell’economia generale del conflitto libico deve tenere conto anche della volontà Russa che con la Turchia ha verosimilmente messo in conto la spartizione della Libia in aree d’influenza trovando un accordo con i Turchi come in Siria. In questa spartizione la Tripolitania andrebbe ai Turchi, la Cirenaica finirebbe sotto l’orbita russa ed egiziana, mentre il Fezzan, con le sue miniere, alla Francia.

Con l’Italia fuori dai giochi sulla terraferma, rimane la questione dei giacimenti di idrocarburi a mare, dei diritti di pesca e della tutela ambientale del mare. Tutti temi di particolare interesse strategico dell’Italia.

La lotta per la supremazia marittima in Mediterraneo e suoi sui fondali è la guerra silenziosa che è in atto ormai da tempo ma che adesso entra sempre più nel vivo e dalla quale non possiamo più fuggire, perché qui si parla del canale di Sicilia e degli accessi all’Adriatico e al Mediterraneo Orientale. Vogliamo aspettare di avere i Turchi in Canal Grande?

L’Italia, in tutto ciò, che pensa di fare? Stare a guardare? Più o meno sì. Come ha sapientemente scritto su Repubblica Lucio Caracciolo [3], l’intelligence e l’economia, da sole, non bastano se non sono coronate da una vera e propria strategia che prenda in considerazione tutti gli aspetti a 360 gradi. A cosa serve appoggiare al-Sarraj se poi non lo si può difendere militarmente? È ovvio che abbia rivolto il suo sguardo alla Turchia che è, al contrario di noi, in grado di fornirgli protezione. E così è la Turchia che gestisce i flussi migratori in Tripolitania.

Insomma, una sconfitta su tutta la linea. Se non si ha il coraggio di sostenere militarmente l’azione diplomatica, che almeno non si mettano a segno autogol di sorta. Si farebbe il gioco della Turchia e dell’Egitto che come troppo spesso è accaduto nella nostra storia troveranno infine un accordo sulle nostre spoglie.

Il Mediterraneo è troppo importante per la nostra Nazione per rimanere in tribuna tifando ora per l’uno ora per l’altro dei contendenti in campo.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/594/il-morbo-infuria-il-pan-ci-manca-sul-ponte-sventola-bandiera-bianca

[2] https://www.repubblica.it/esteri/2020/06/01/news/egitto_cosi_nel_mediterraneo_al_sisi_rafforza_un_alleanza_anti-turchia-258170128/

[3] https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/06/16/news/libia_la_palude_italiana-259400644/

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Thu, 18 Jun 2020 05:35:48 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/602/1/mediterraneo-turchia-padrona AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Cessione delle FREMM all’Egitto? De Giorgi: "Illusioni per un’Italia sempre più inerme a livello internazionale" https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/601/1/cessione-delle-fremm-allegitto-de-giorgi-illusioni-per-unitalia-sempre-piu-inerme-a-livello-internazionale

La mia recente intervista a Difesa Online circa la vicenda della vendita delle due FREMM all'Egitto

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Thu, 11 Jun 2020 03:10:56 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/601/1/cessione-delle-fremm-allegitto-de-giorgi-illusioni-per-unitalia-sempre-piu-inerme-a-livello-internazionale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’ex capo di stato maggiore della Marina De Giorgi: "La vendita fregate Fremm all’Egitto è uno schiaffo al buonsenso" https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/599/1/lex-capo-di-stato-maggiore-della-marina-de-giorgi-la-vendita-fregate-fremm-allegitto-e-uno-schiaffo-al-buonsenso

"Per quanto riguarda la costruzione di navi da pattugliamento in Egitto da parte di Fincantieri, ciò rappresenterebbe l’ennesima delocalizzazione di attività produttive all’estero, a scapito della cantieristica nazionale, del rilancio dell’occupazione nel settore della navalmeccanica e dell’indotto"

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Wed, 10 Jun 2020 03:59:21 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/599/1/lex-capo-di-stato-maggiore-della-marina-de-giorgi-la-vendita-fregate-fremm-allegitto-e-uno-schiaffo-al-buonsenso AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Amara Festa della Marina Militare per l’ammiraglio De Giorgi https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/598/1/amara-festa-della-marina-militare-per-l-ammiraglio-de-giorgi

"Non è questo il momento d'indebolire la Marina mentre la situazione del Mediterraneo si fa sempre più pericolosa, così come è tempo di riportare gli investimenti industriali in Italia, con gli ovvi benefici in termini di PIL e di posti di lavoro"

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Wed, 10 Jun 2020 03:31:55 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/598/1/amara-festa-della-marina-militare-per-l-ammiraglio-de-giorgi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
De Giorgi: amarezza per due navi Fremm all’Egitto https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/597/1/de-giorgi-amarezza-per-due-navi-fremm-all-egitto

In occasione del 10 giugno, Festa della Marina, esprimo la mia vicinanza affettuosa al personale di ogni grado e specialità che serve con onore e disciplina la nostra Nazione. Questa ricorrenza è segnata tuttavia dall’amarezza per la notizia dell’imminente cessione all’Egitto di Nave Spartaco Schergat e Nave Emilio Bianchi, da poco intestate con solenne cerimonia a due eroiche medaglie d’oro della Marina, in cambio di una possibile esportazione di armamenti verso l’Egitto, i cui contorni sono tutti ancora da definire

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Wed, 10 Jun 2020 03:14:38 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/597/1/de-giorgi-amarezza-per-due-navi-fremm-all-egitto AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Stati Uniti nel caos e Trump fuori controllo https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/596/1/stati-uniti-nel-caos-e-trump-fuori-controllo

Gli Stati Uniti stanno vivendo una situazione economicamente, politicamente e socialmente senza precedenti. Mentre infuria la pandemia, con un dolorosissimo bilancio di vittime, mentre le città bruciano per una nuova rivolta contro il razzismo (mai davvero sconfitto) su cui si sono innestate le gang e i gruppi estremisti inclusi i “suprematisti bianchi”, mentre in 15 Stati è stata mobilitata la Guardia Nazionale, imposto il coprifuoco, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump riesce soltanto a fomentare gli animi invece di calmarli. Spera di sfruttare a suo beneficio il clima di paura crescente in vista delle elezioni presidenziali in autunno, presentandosi come il Presidente Law and Order.

Alla reazione rabbiosa dei neri all’omicidio di George Floyd morto per asfissia schiacciato al suolo da un poliziotto inginocchiato sul suo collo, richiamando l’orrore dei tempi di “Missisipi Burning”, Trump annuncia l’invio dell’Esercito Federale; minaccia di accogliere i “cosiddetti manifestanti” con i “cani più feroci e le armi più minacciose” che lui stesso abbia mai visto; e come suo costume, scaglia accuse verso Twitter per aver contrassegnato due suoi post con un punto esclamativo, ossia il tipo di segnalazione che questo social utilizza per “bollare” cinguettii che contengano «informazioni potenzialmente fuorvianti», che necessitano – in poche parole – di fact-checking.

Un Presidente talmente fuori controllo da provocare l’insubordinazione del suo Ministro della Difesa Mark T. Esper (del suo stesso partito) che ha dichiarato di non essere disponibile a inviare le truppe federali al posto delle Guardie Nazionali di cui dispongono i singoli Governatori. Peraltro, l’Insurrection Act del 1807, invocato impropriamente da Trump, subordina l’impiego dell’Esercito Federale a specifiche richieste dei Governatori degli Stati dell’Unione.

Per addentrarci meglio in questa caotica situazione generale è bene affrontare separatamente tutte le singole questioni.

In primis c’è l’emergenza sanitaria. La pandemia negli Stati Uniti è stata sin dal principio sottovalutata in modo strumentale. Nonostante il preavviso, gli Stati Uniti si sono fatti trovare impreparati, privi di mascherine, di respiratori, con una Sanità Pubblica basata sull’assistenza privata, di eccellenza indubbiamente, ma solo per chi la può pagare. Sottodimensionata per combattere una pandemia. La popolarità di Trump è crollata. Il suo avversario nella gara presidenziale, Joe Biden lo ha sopravanzato di 10 punti nei sondaggi.

La reazione di Trump è stata quella di individuare un nemico su cui deflettere la rabbia degli americani. La Cina è diventato il nemico perfetto insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpevole di essere, a suo dire, filo cinese.
Tutto questo mentre il Paese fa i conti con 120.000 morti di Covid 19, il doppio dei caduti in 12 anni di guerra in Vietnam. La Johns Hopkins University ha dichiarato che sono circa 1,8 milioni i contagiati, e si pensa che presto si possano superare i 2 milioni. La gravità della situazione sul piano sanitario ha ancor di più accentuato il divario di classe dando vita a uno scenario di recessione quasi peggiore rispetto a quello riscontrato nel 2008, basti pensare che dall’inizio del virus gli americani che hanno fatto domanda per ricevere il sussidio di disoccupazione sono 40 milioni[1] e che, secondo stime fatte da Goldman Sachs e Jp Morgan, economicamente parlando, il prossimo trimestre segnerà una flessione del 35-40%[2].

Il video dell’assassinio di George Floyd, divenuto virale, in cui si vede l’agente inginocchiato sull’uomo che ripete “non riesco a respirare”, ha avuto un’eco enorme provocando scontri, manifestazioni, roghi, ridando impulso al movimento di protesta chiamato “Black Lives Matter”, attivo in più di quaranta città americane. Questo episodio inoltre non va preso come un caso isolato: soltanto in Minnesota ci sono stati 200 casi simili negli ultimi trent’anni. L’ex Presidente Obama non si è potuto esimere dal commentare l’accaduto: «È naturale augurarsi un ritorno alla normalità dopo la crisi sanitaria ed economica del Covid-19, ma dobbiamo ricordare che per milioni di americani, essere trattati in modo diverso a causa della razza è tragicamente, dolorosamente ed esasperatamente ‘normale’, sia che si tratti del sistema sanitario o del sistema giudiziario o di fare jogging in strada, o semplicemente di passeggiare in un parco. Non dovrebbe essere normale nell’America del 2020. Non può essere normale. Se vogliamo che i nostri figli crescano in una nazione all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori»[3].

Il Presidente Trump non sembra intenzionato a riportare la calma. Cavalca spregiudicatamente la violenza contribuendo al clima di odio con dichiarazioni al vetriolo. Allo stesso modo appare indifferente alla perdita del ruolo di leadership globale degli Stati Uniti sui grandi temi mondiali, dalla sicurezza, all’economia, alla tutela dell’ambiente e ovviamente alla salute pubblica.

In un Mondo privo di leadership della massima potenza del Pianeta e con le Istituzioni Internazionali al nadir della loro rilevanza ed efficacia, il futuro appare come un mare in tempesta, da affrontare con una barca che fa acqua e priva di bussola. Siamo a posto.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://tg24.sky.it/mondo/2020/05/28/coronavirus-usa-disoccupazione

[2] https://www.huffingtonpost.it/entry/donald-trump-si-sta-perdendo-lamerica_it_5ed154d7c5b67d936b9ef1e6

 

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Fri, 5 Jun 2020 00:48:17 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/596/1/stati-uniti-nel-caos-e-trump-fuori-controllo AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il morbo infuria il pan ci manca sul ponte sventola bandiera bianca https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/594/1/il-morbo-infuria-il-pan-ci-manca-sul-ponte-sventola-bandiera-bianca

La situazione nel Mediterraneo continua a farsi sempre più complessa e i recenti sviluppi circa il conflitto in Libia hanno avuto, colpevolmente, una scarsa risonanza in Italia (ma anche in Europa) dove l’attenzione mediatica e politica sembra ruotare esclusivamente intorno all’emergenza coronavirus; come se non ci fosse un domani.

È ormai dal 25 marzo scorso che il governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj con l’inizio dell’Operazione Tempesta ha ripreso l’iniziativa nella guerra contro Ḥaftar a partire da una controffensiva pianificata e messa in campo sotto la guida turca. Ankara, infatti, guida l’esercito del Governo di Accordo Nazionale (GNA), integrando i suoi ranghi con milizie di mercenari siriani comandate da ufficiali turchi.

L’ex mare nostrum ribolle e si dimostra, ancora una volta, linea di frattura fra l’Europa Marittima, il Medio Oriente e l’Africa sub Sahariana e al tempo stesso zona di “compressione” fra Potenze vecchie e nuove che si contendono lo spazio di potere lasciato libero dagli Americani in ritirata.

Il Mediterraneo torna protagonista nel “grande gioco” internazionale e in questo Mare si gioca una buona parte della sicurezza e prosperità futura dell’Italia in un mondo destinato a essere sempre più fluido e instabile. Gli unici a non capirlo sembrano essere proprio gli italiani. A forza di tentennare e di pendolare da un campo all’altro, abbiamo aperto la Libia alla Turchia, balzando goffamente sul carro, peraltro già affollato, di Ḥaftar quando sembrava il vincitore in pectore, con il risultato di essere accusati di abbandonare l’alleato Al Serraji nel momento del bisogno, venendo meno agli impegni presi e senza peraltro ottenere nulla in cambio dal Generale ribelle della Cirenaica. Di fatto non tocchiamo più palla.

Per contro, la Turchia ha mostrato di avere le idee molto chiare. Ha fatto seguire alle parole i fatti, inviando forze di terra a difesa di Tripoli, utilizzando sapientemente la sua Marina anche in chiave di scudo antiaereo contro i droni degli emiratini e gli aerei a disposizione di Haftar. Ma prima di impegnarsi nella difesa di Tripoli e nel successivo contrattacco, Erdogan ha preteso e ottenuto accordi vantaggiosissimi sulla spartizione delle risorse marine libiche.

A scapito soprattutto dell’Italia e della Grecia. Ma è in particolare l’Italia, percepita come il ventre molle dell’Europa, a essere nel mirino della Turchia. In Libia, così come in Somalia, la Turchia si è inserita scalzando l’influenza storica italiana nelle sue ex-colonie. Lo ha fatto grazie a un mix di “soft power”, costruendo grandi opere pubbliche e di “hard power”, fornendo assistenza militare. Per essere più efficace, la Turchia si muove tramite accordi bilaterali, in modo da non diluire il ritorno politico del suo impegno nell’ambito di coalizioni internazionali, in cui finirebbe per recitare la parte del comprimario al seguito di una grande potenza.

Di recente, alcuni dei Paesi potenzialmente danneggiati dall’espansionismo turco hanno battuto un colpo. L’11 Maggio 2020 i ministri degli Esteri di Egitto, Cipro, Grecia, Francia e Emirati Arabi Uniti hanno espresso «la loro più profonda preoccupazione per l’intensificazione della tendenza espansionistica e per le continue azioni provocatorie nel Mediterraneo orientale da parte della Turchia. I ministri firmatari “denunciano le attività illegali turche in corso nella zona economica esclusiva cipriota e nelle sue acque territoriali, in quanto rappresentano una chiara violazione del diritto internazionale, come indicato nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. È il sesto tentativo da parte della Turchia in meno di un anno di condurre illegalmente operazioni di perforazione nelle zone marittime di Cipro”. […] Esortano “la Turchia a rispettare pienamente la sovranità e i diritti sovrani di tutti gli Stati nelle loro zone marittime nel Mediterraneo orientale” e ribadiscono “che il memorandum d’intesa sulla delimitazione delle aree giurisdizionali marittime nel Mediterraneo e il memorandum d’intesa sulla sicurezza e la cooperazione militare, firmati nel novembre 2019 tra la Turchia e Fayez El Sarraj, sono rispettivamente in violazione del diritto internazionale […]. I ministri si rammaricano “profondamente per l’escalation delle ostilità in Libia” e ricordano “l’impegno ad astenersi da qualsiasi intervento militare straniero in Libia, come concordato nelle conclusioni della conferenza di Berlino”. A tale proposito, i ministri condannano “fermamente l’interferenza militare della Turchia in Libia e hanno esortato la Turchia a rispettare pienamente l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite e a fermare l’afflusso di combattenti stranieri dalla Siria alla Libia. Questi sviluppi costituiscono una minaccia per la stabilità dei vicini della Libia in Africa e in Europa”».

Ho citato ampiamente parti di questa lunga nota (testo riportato da Ansa Med), perché dalle parole concordi dei Ministri degli Esteri di ben 5 Paesi interessati nella zona del Mediterraneo si evince con ancora maggiore chiarezza da un lato come la Turchia, allo stato attuale, la stia facendo da padrona: sia con il pesante intervento militare in Libia, nel quale è possibile rintracciare una conferma del cosiddetto “neo-ottomanesimo” di Erdogan, sia con il programma di trivellazioni nel Mediterraneo e dall’altro come sia ancora flebile la risposta europea, dalla quale manca comunque la voce italiana. Nonostante sia stata proprio l’Italia, il 10 febbraio 2018,  la prima e per ora unica Nazione Europea, a essere stata umiliata subendo senza reagire (a differenza della Grecia) la prepotenza di Erdogan, quando le navi della sua Marina bloccarono illegittimamente, in acque internazionali, la piattaforma petrolifera Saipem 12000, sotto contratto dell’Eni, impedendole di raggiungere i giacimenti ottenuti in concessione nel Mediterraneo Orientale[1].

Ecco quindi che si torna sul punto espresso in apertura: l’unico attore che tace e sembra costantemente distratto e in altre faccende indaffarato è proprio il nostro Paese. Come se la questione del nuovo equilibrio che va prendendo forma in Mediterraneo non ci riguardasse, rassegnati a rimanere subalterni e ancillari a qualunque Potenza, grande o piccola, pur di non affrontare le responsabilità connesse con lo status di Nazione indipendente e libera.

Ribelliamoci alla rassegnazione e al torpore. Torniamo a essere protagonisti. Magari ricominciando dal Soft Power, valorizzando l’esperienza maturata nella guerra al Covid 19 e alle conoscenze acquisite dalla Sanità italiana, per dare una mano ai Paesi amici in difficoltà e che sono ancora nella fase crescente della malattia. Non solo faremmo del bene, ma rilanceremo la percezione dell’Italia in molte aree del mondo dove la nostra immagine è oggi appannata. Torniamo in Libia con medici e infermieri qualificati tramite la Cooperazione della Farnesina. Contribuiamo a ricostruire le infrastrutture vitali, ospedali, scuole, strade. Costruiamo centrali per dare la corrente elettrica e acquedotti. Potenziamo con accordi bilaterali la nostra collaborazione militare con i Paesi strategici per la nostra sicurezza.

Certo in Libia si combatte, è pericoloso, ma lo erano e lo sono anche l’Afghanistan, l’Iraq; pur non essendovi guerre di diretto interesse nazionale, non abbiamo esitato a inviare i nostri militari che si sono peraltro distinti per coraggio per disciplina e capacità professionali. Del resto, abbiamo avuto per decine di anni ospedali e scuole realizzate e gestite con finanziamenti e da personale italiano in Africa, in Asia, in zone di guerra pericolose tanto quanto se non più della Libia di oggi. E’ tempo di riprendere missioni di presenza e diplomazia navale della nostra Marina, come quella denominata Sistema Paese in Movimento[2], intorno all’Africa e in Golfo persico nel 2013/204.

La sicurezza e la stabilizzazione della Libia è un nostro interesse strategico assai più dell’Afghanistan o dell’Iraq. Torniamo in partita!

Purtroppo, l’assenza di dibattito politico sui temi della politica estera e quindi dell’interesse nazionale è del resto indicativa dell’inclinazione di una parte importante della classe politica nazionale, troppo assorbita dalla spartizione e gestione quotidiana del potere, per occuparsi del destino della Nazione, della sua sicurezza e della prosperità del suo Popolo negli anni a venire.

Niente di nuovo purtroppo. oltre 4 secoli fa, mentre le corone di Francia e di Spagna si fronteggiavano per la supremazia in Europa e nel nuovo mondo, i prìncipi e i duchi italiani, la classe politica del tempo, si mettevano a disposizione dell'una o dell'altra potenza pur di preservare il potere della loro casata. Allora fu coniato il proverbio "o Franza o Spagna, purché se magna" attribuito a Guicciardini nel 1526.

Sarebbe davvero triste se questo motto dovesse tornare attuale.

Peccato perché l’Italia merita di più, soprattutto per le qualità degli italiani che certamente non sono secondi a nessuno.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] L’Eni è stata presente a Cipro dal 2013 e detiene interessi in sei licenze situate nell’acque economiche esclusive della repubblica (nei Blocchi 2, 3, 6, 8, 9 e 11), cinque in qualità di operatore. Nel 2018 il gruppo aveva annunciato di aver effettuato una scoperta di gas nel Blocco 6, nell’offshore di Cipro, attraverso il pozzo Calypso 1. Si trattava - è stato spiegato - di una promettente scoperta di gas che confermava l’estensione del tema di ricerca di Zohr nelle acque economiche esclusive di Cipro”.

[2] Il 30 Gruppo Navale costituito dalla Portaerei Cavour, la Rifornitrice di Squadra Etna, la nuova Fregata Bergamini ed il Pattugliatore Borsini, salpò dal porto di Civitavecchia il 13 novembre 2013, alla volta del Canale di Suez, sulla rotta della Campagna Navale “Il Sistema Paese in Movimento” che, dopo l’attraversamento delle acque del Golfo Arabico e dell’Oceano Indiano, si é completato con il periplo dell’Africa. La missione del Gruppo Navale è terminata il 9 aprile, dopo 149 giorni e dopo oltre 18000 miglia nautiche, pari a circa 36.000 chilometri, e dopo aver visitato 20 nazioni ed effettuato 21 soste in porto.

 

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Mon, 25 May 2020 01:39:31 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/594/1/il-morbo-infuria-il-pan-ci-manca-sul-ponte-sventola-bandiera-bianca AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’Unione Europea è in crisi? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/591/1/l-unione-europea-e-in-crisi

Una delle crepe che la corrente situazione pandemica sta portando alla luce con sempre maggiore evidenza è la tenuta dell’Unione Europea. Sappiamo, facendo i conti con la lunga storia che ha visto protagonista il Vecchio Continente, che è stato molto difficile raggiungere l’unità e che, soprattutto, anche all’interno di essa rimangono forti e radicate le matrici culturali delle singole nazioni, così diverse tra loro, così ricche, ciascuna, di tradizioni, visioni, temperamenti difficili da smussare e far convergere in un’ottica collettiva.

Come si legge bene sulle pagine di Limes, dalla penna di Federico Petroni: “L’epidemia ha confermato che l’Europa non esiste, ne esistono tante, irriducibilmente plurali. Non un soggetto che parli a suo nome, né un’identità europea; allo scoppio della crisi di identico non c’è stato nulla, nemmeno la reazione di fronte alla morte. Ciascun governo si è mosso per sé proteggendosi dall’altro. Le nazioni si sono chiuse in loro stesse, in barba a ogni sentire o impegno comune. Non poteva andare diversamente: la malattia ci fa sentire sporchi e untori agli occhi degli altri, sfilaccia tutti i vincoli, allontanando il figlio dai genitori, l’amico dal gruppo, il lavoratore dall’azienda. A maggior ragione in un continente tanto piccolo eppure tanto denso di genti non disposte a riconoscersi uguali. Così il virus ha crudelmente manifestato l’impotenza dell’Unione Europea, la luce riflessa di cui vive finché gli Stati gliela concedono. L’ha scossa alle fondamenta. Confini che si pensavano archiviati sono tornati allo stato solido. Sospesa per chissà quanto è la libera circolazione delle persone. In serio pericolo è quella delle merci e con essa il mercato comune. Il collasso delle economie infrange una delle due promesse insite nel progetto d’integrazione: la prosperità” [1].

Anche il recente provvedimento di instituire un Recovery Fund (un fondo garantito dal bilancio dell’Unione Europea e finalizzato all’emissione di titoli di debito – recovery bond – con cui raccogliere la liquidità da girare agli Stati membri colpiti dall’emergenza sanitaria) altro non è che un modo per dimostrare che l’Europa c’è, è presente, si dà da fare, ma quanto questo poi corrisponde alla realtà dei fatti? Attenzione, con questo non sto affatto dicendo che l’Unione Europea sia un’istituzione obsoleta e che non goda di buona salute, anzi. La mia è una sincera preoccupazione per un’istituzione, al contrario, forse ancora troppo giovane e che nei momenti di difficoltà può più facilmente tendere a disunirsi e a rendersi vulnerabile alle ingerenze sbagliate, vedesi Russia e Cina che non aspettano altro che segnare un punto a loro favore nella guerra d’influenza contro gli Stati Uniti. Quegli stessi Stati Uniti che hanno “conquistato” l’Europa vincendo le tre guerre del Novecento, le due mondiali e quella Fredda.

L’America ha garantito la difesa e la prosperità dell’Europa, essendo egemone non soltanto militarmente, ma anche e soprattutto economicamente e culturalmente: economicamente perché con il piano Marshall e l’apertura dei propri mercati agli europei (globalizzazione), ha incentivato e compartecipato alla nascita dell’Ue; e culturalmente perché ha avuto la capacità di spingere i paesi europei all’emulazione del way of life americano, quel sogno germogliato da una narrazione fondata sulla libertà, sulla democrazia e sull’amicizia tra popoli. Che succede invece adesso? Che gli Stati Uniti restano la potenza militare residente d’Europa, con 65 mila soldati fissi; ma trascurano l’egemonia culturale. “Hanno ignorato, se non addirittura colpevolizzato, gli europei. Quando invece avrebbero dovuto adottare una narrazione umanitaria, entrare in modalità disaster relief, inviare aiuti in pompa magna, descriverli come simbolo della forza della comunità transatlantica. Non è solo l’inadeguatezza di Donald Trump. Il presidente ha antagonizzato gli europei chiudendo i voli e accusandoli di non aver fermato il virus. […] Ma accanto a lui, la diplomazia non ha fatto nulla per enfatizzare l’invio di aiuti, che pure c’è stato, come l’ospedale da campo a Cremona, ma insufficiente e passato sotto silenzio. […] Di certo, la sua inazione ha spalancato le porte alla Cina, prima per distacco nella diplomazia degli aiuti, elargiti fra gli altri e non certo per caso a tutti i paesi finanziariamente più deboli d’Europa, dalla Grecia al Portogallo” [2].

Ecco perché, in assenza di una convincente risposta americana, è necessario essere più decisi e compatti a livello europeo. Invece, soprattutto dal punto di vista economico e finanziario, si vedono ancora una volta troppe divisioni e indecisioni. Al blocco dei così detti paesi del sud (Italia, Francia, Spagna in testa) che chiedono che i fondi stanziati siano almeno in parte a fondo perduto, vediamo opporsi recisamente il blocco del nord (con in testa i paesi scandinavi ancor più della Germania) che non hanno alcuna intenzione di farsi carico di un simile provvedimento. Se, quindi, si è giunti al comune accordo sulla necessità e sull’urgenza di uno strumento finanziario quale il Recovery Fund, si continua a non essere d’accordo sulle modalità di ritorno degli aiuti economici. In questo caso “la governance del Consiglio Europeo, che a differenza della Bce richiede il voto all’unanimità, sta dimostrando di non adattarsi a decisioni di emergenza. Ma data la gravità e unicità di questa crisi, gli investitori si aspettavano decisioni tempestive. «Il ritardo della Ue sta testando la pazienza e la resistenza dei cittadini europei, dei Parlamenti nazionali e dei mercati che finora sono stati addomesticati dalla Bce», commentano da Mediobanca Securities evidenziando che «senza qualche forma di condivisione dei rischi c’è il serio timore di un’escalation della crisi nella zona euro»” [3].

L’Italia, per parte sua, deve essere più forte, deve prendere consapevolezza che il nostro non è un ruolo marginale negli equilibri europei, anzi. Il vasto mercato italiano, il livello di sofisticazione tecnologica e il rapporto di simbiosi della nostra manifattura settentrionale con l’industria tedesca ci rendono essenziali per l’Europa e la Germania, stretta tra il doverci aiutare per mantenere l’equilibrio nell’Unione e il non volerlo fare per non scatenare in patria un contraccolpo nazionalista figlio dell’indignazione, è tra l’incudine e il martello. Proprio per questo dobbiamo utilizzare con saggezza il nostro potere di ricatto per ottenere la condivisione all’interno dell’Unione Europea dei costi della ricostruzione post-virus, con la consapevolezza che proprio perché la Germania, per motivi interni, è frenata, soltanto mostrando la nostra importanza nello scacchiere europeo, si potrebbe giungere a una soluzione di mediazione, magari sfruttando la Francia come mediatore. È il momento, insomma, per dimostrare che il nostro paese è troppo importante per restare, come molto spesso accade, inascoltato.

Tirando un po’ le fila di questo discorso, dobbiamo ricordare, quindi che è solo trovando un’intesa europea che alla fine potremo uscire vittoriosi da questa crisi senza precedenti. Probabilmente non parleremo di “coronabond” e, magari, l’indebitamento dovrà passare attraverso il bilancio comunitario, ma “resta il fatto che serve un risultato importante, per fare in modo che i cittadini abbiano la percezione di un’Europa davvero solidale. Non ci siamo ancora arrivati, ma è troppo presto per perdere la fiducia nell’Europa” [4].

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.limesonline.com/cartaceo/gli-europei-non-sono-europei

[2] Ibidem.

[3] https://www.ilsole24ore.com/art/i-ritardi-ue-recovery-fund-e-impatto-rating-investitori-crisi-lasciata-governi-e-bce-ADmyYYM

[4] https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/04/24/europa-accordo-aiuti-coronavirus

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Wed, 13 May 2020 01:17:36 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/591/1/l-unione-europea-e-in-crisi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Da Lepanto a Irini https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/593/1/da-lepanto-a-irini

Nel complicato quadro geo-politico della storia moderna, senz’altro la battaglia di Lepanto del 1571 risulta essere una delle più note e citate. Una battaglia che ha visto contrapporsi la flotta dell’allora vastissimo e potentissimo Impero Ottomano con quella della Lega Santa costituita da Venezia, Stato Pontificio, la Spagna di Filippo II, Genova e dalla maggioranza dei Regni, Ducati e Granducati della penisola italiana. L’avvenimento fu esaltato dalla Cristianità come la vittoria delle vittorie sui Turchi.

Di qui, la nascita del mito della battaglia di Lepanto che nella memoria collettiva venne raccontata alla stregua di una seconda Poitiers (storica battaglia del 732 d.C. con la quale i franchi di Carlo Martello respinsero l’avanzata dell’esercito arabo-berbero di fede musulmana in Europa). In realtà la portata strategica della vittoria sulla flotta Ottomana fu presto compromessa dalla volontà spagnola di contenere il rischio di un’espansione della Serenissima nell’entroterra italiano che metteva a repentaglio l’influenza spagnola in Italia.

Per avere più chiaro ciò di cui si parla, però, è necessario senz’altro fare un passo indietro e indagare il contesto storico in cui avvennero i fatti. Circa un secolo prima della fatidica battaglia, era iniziata una fase di grande espansione per l’Impero ottomano che con la conquista di Costantinopoli, nel 1453, aveva continuato ad allargare i propri confini conquistando la Siria, l’Egitto, fino ad arrivare – sul fronte africano – alla Tunisia e all’Algeria e – sul fronte europeo – alla Moldavia e all’Ungheria. Il Mediterraneo era attraversato da potenti flotte Ottomane le cui scorrerie mettevano in discussione l’influenza economica e politica delle Repubblica di Genova, di Venezia, della Spagna e della Francia, conquistando molte isole del Mediterraneo, strategicamente importanti, come Rodi e Malta.

È in questo contesto che i Turchi rivendicarono il possesso di Cipro, all’epoca sotto il controllo di Venezia. L’occupazione turca si concretizzò dopo una serie di scontri sanguinosissimi contro le truppe veneziane che combatterono eroicamente. I turchi, forti di un contingente di quasi 90.000 uomini, riuscirono dopo essere stati respinti inizialmente a Limassol a catturare Nicosia, la cui guarnigione e gli abitanti furono massacrati. La testa del Comandante Veneziano della piazza di Nicosia Enrico Dandolo fu tagliata e inviata al Governatore Veneziano dell’Isola e rettore della città di Famagosta, l’ammiraglio veneziano Marcantonio Bragadin. Dopo aver respinto gli assedianti, terminati viveri e munizioni la guarnigione si dovette arrendere in cambio però della promessa di poter mettere in salvo le famiglie dei superstiti. La promessa non fu mantenuta e Marcantonio Bragadin fu scuoiato vivo e appeso sugli spalti. Successivamente caddero Creta, Cefalonia e Zante. L’avanzata Turca si avvicinava ormai pericolosamente all’Adriatico.

Contemporaneamente corse ai ripari Papa Pio V, mettendo in atto un’abile operazione diplomatica, e convincendo Filippo II a sposare la causa veneziana per dare vita a una Crociata Navale contro i turchi, unendo le sue forze navali a quelle di Venezia e del Papato. Filippo II, nonostante i numerosi fronti di battaglia aperti (le Fiandre contro i principi protestanti e la preparazione di quella che sarà l’Invincibile Armada da schierare contro l’Inghilterra di Elisabetta), accettò. L’alleanza fu chiamata la “Lega Santa”.

Gli italiani costituivano una componente significativa degli equipaggi e degli ammiragli in comando. Parteciparono infatti le navi della Serenissima, che forniva da sola la metà della flotta a disposizione della Lega Santa, del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia, dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova del Ducato di Savoia, del Granducato di Toscana, del Ducato di Urbino, del Ducato di Ferrara e del Ducato di Mantova.  Il Comando della flotta fu affidato a Don Giovanni d’Austria con Colonna come suo vice. Il “corno destro” fu affidato all’ammiraglio genovese Andrea Doria, il corno sinistro all’ammiraglio veneziano Agostino Barbarigo, la retroguardia fu assegnata allo spagnolo Alvaro de Bazan e Santa Cruz, l’avanguardia all’ammiraglio spagnolo Giovanni Cardona.

I due schieramenti si affrontarono il 7 ottobre del 1571 con circa 200 galee per parte e un dispiegamento di uomini che si avvicinava verosimilmente alla cifra di 100 mila. L’esito della battaglia fu una schiacciante vittoria della Lega Santa. Furono catturate 137 galee Ottomane, altre 50 furono affondate. Furono liberati circa 15.000 europei tenuti in schiavitù dai turchi. Le perdite della Flotta della Lega Santa furono una ventina. Lepanto fu l’ultima grande battaglia navale fra flotte di Galee. La vittoria diede slancio e fiducia al mondo cristiano, affermandosi per sempre nella mitologia occidentale, talmente pervasiva da rimanere ancora tutt’oggi nelle coscienze collettive come modello di un’impresa in grado di compattare forze fra loro normalmente disunite contro un pericolo comune. Fu anche una prova di coraggio e di perizia marinaresca degli italiani che si batterono benissimo.

Sotto il profilo strategico la vittoria non ebbe tuttavia le conseguenze che avrebbe potuto avere poiché, arginata per il momento la minaccia turca, riprese la competizione fra Spagna e Venezia. La prima non vedeva di buon occhio l’espansione Veneziana verso la terraferma italiana con le possibili tentazioni di dare corso a un processo unitario nella Penisola, a scapito degli interessi Spagnoli in primo luogo.  I dissidi nel mondo occidentale dopo l’avvio della Riforma protestante andavano crescendo, tanto che nella Lega Santa non si erano voluti coinvolgere i principi protestanti considerati dai cattolici come principes haereticorum, come si può leggere nei Commentari della Guerra di Cipro di Bartolomeo Sereno.

Più dei Turchi furono quindi le divisioni e i contrasti fra gli Stati Europei a sminuire la portata strategica di una vittoria così netta come quella di Lepanto. L’espansione Ottomana riprese vigore per arrestarsi solo alla fine del 1600 con il trattato di Karlowitz del 1699, al termine della guerra Austro-Turca (1683.-1699), dopo essere stati respinti sotto le mura di Vienna nel 1683 e sconfitti nella battaglia di Zenta (1697) dalle truppe al comando del Principe Eugenio di Savoia.

Perché ricordare Lepanto? In primo luogo, perché sono tornati i Turchi nel nostro mare, anzi i neo-ottomani. E poi perché in mare a contrastare gli interessi neo-ottomani c’è, sarebbe meglio dire ci sarà, forse, una flotta europea, della missione IRINI.

Erdogan non fa misteri circa la sua visione del destino della Turchia moderna. Rioccupare le province che furono della Sublime Porta[1]. Fra cui la Libia. Che prima di essere italiana era ottomana. Un retaggio che Erdogan non ha mai digerito.

All’epoca di Lepanto, agli Ottomani in espansione si contrappose la Lega Santa, una sorta di “coalition of the willing” ante litteram.  Oggi, dopo la conferenza di Berlino, l’Europa scende nuovamente in mare in una missione di contenimento dell’espansione turca in Libia e nel Mediterraneo centrale. Con qualche differenza; a Lepanto le potenze Europee schierarono 200 navi da guerra, oggi con IRINI una sola (francese), con la promessa di Italia e Grecia di altre 2. Malta nel frattempo si è ritirata. La Germania e la Spagna non manderanno navi, ma solo aerei da pattugliamento delle rispettive Marine. Più di una flotta, una Squadriglia.  Tre navi, a meno di ripensamenti. Di certo c’è che al momento in cui scrivo in mare c’è solo una nave.

Le similitudini terminano qui. A Lepanto i Turchi furono sbaragliati dalla flotta cristiana, con il contributo determinante di marinai italiani guidati da brillanti ammiragli veneziani e genovesi. Oggi l’esito sarebbe probabilmente diverso. In primo luogo, perché mancherebbe la volontà politica di battersi, prima ancora della forza militare, anch’essa peraltro molto modesta.

Gli Italiani a Lepanto, pur divisi in diversi Stati misero da parte le contrapposizioni, riuscendo a essere determinanti per quantità di uomini e di mezzi impiegati, per il coraggio e lo spirito combattivo.

Oggi l’Italia, per il momento ancora parte del G7 e fra le Nazioni con il PIL più alto del mondo, appare confusa, debole, incerta, ripiegata in se stessa, corrosa dalle divisioni interne, fuori da tutti i giochi, autoesclusasi dalla Libia, come dalla Somalia.

In comune con quanto successe dopo Lepanto vi è la divisione dell’Europa che non riesce anche nei momenti più difficili a trovare una strategia comune. Allora la Spagna, dopo la vittoria di Lepanto, scelse di lasciare sola Venezia a combattere con la superpotenza Ottomana, sminuendo la portata strategica della grandiosa vittoria navale della Lega Santa. Oggi è la Francia a remare contro l’Italia, con la Germania che, dovendo scegliere, sosterrebbe probabilmente la Turchia. Tanto è vero che non invierà navi, ma solo un aereo da pattugliamento.

In mare non c’è la potente flotta della Lega Santa, ma una piccola squadriglia di 2, forse tre navi con una missione di embargo, sotto egida ONU, dichiaratamente imparziale, nei fatti impossibilitata a contrastare l’ingresso di armi (arrivano via terra) alla fazione ribelle di Haftar; sottodimensionata e con ogni probabilità dotata di regole d’ingaggio troppo deboli per fronteggiare le forze navali turche che da mesi presidiano le acque della Libia e che difficilmente assisterebbero passivamente al tentativo di bloccare carichi di armi diretti a Tripoli. Una missione che rischia di essere solo di facciata. L’ennesima occasione persa, per L’Italia e per L’Europa.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] Sublime Porta  Traduzione del termine Bāb-i ‛ālī, che designava il governo dell’Impero ottomano, in particolare l’ufficio del gran visir e delle relazioni con l’estero. Il nome si mantenne nelle cancellerie europee fino alla caduta dell’Impero e all’abolizione del sultanato (1922) – da Enciclopedia Treccani.

 

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Tue, 12 May 2020 07:05:55 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/593/1/da-lepanto-a-irini AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Coronavirus e nuovi assetti mondiali https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/592/1/coronavirus-e-nuovi-assetti-mondiali

Con il crescente aumento dei casi di Coronavirus in tutto il mondo e milioni di persone che si trovano nelle proprie abitazioni in autoisolamento, questa epidemia è diventata veramente un evento di portata globale. Se da un lato le questioni più importanti sono senz’altro quelle che riguardano la crisi sanitaria e che implicano la salute delle persone, dall’altro non si può ignorare il fatto che sul lungo termine le conseguenze maggiori si avranno sotto il profilo economico e geopolitico potendo generare degli scenari assolutamente differenti rispetto alla situazione pre-Coronavirus.

In particolare, sembra che la posizione egemonica degli Stati Uniti non sia poi così solida. I vari passi falsi commessi da istituzioni chiave, dalla Casa Bianca e dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), hanno minato la fiducia nella capacità di governance degli Stati Uniti. Anche le dichiarazioni pubbliche del presidente Donald Trump hanno ampiamente contribuito a portare confusione e a diffondere incertezza circa la situazione. Senza contare il fatto che sia il settore pubblico sia quello privato si sono dimostrati poco preparati a produrre e distribuire gli strumenti necessari per fronteggiare l’emergenza. Tutto questo, a livello internazionale, non ha fatto che amplificare quella che è sempre stata una tendenza della presidenza Trump, ossia il voler fare tutto da solo escludendo altri attori nazionali e internazionali. Un atteggiamento di questo tipo, in seno alla situazione in atto, rischia però di mostrare l’inadeguatezza degli Stati Uniti nel guidare una risposta globale alla pandemia. Lo status di leader degli USA, infatti, si basa sulla ricchezza e sul potere, ma anche sulla capacità di mostrarsi come una potenza solida e solidale che nelle difficoltà guida gli altri paesi, tramite forniture di beni pubblici globali e volontà di mettere insieme e coordinare una risposta globale alle crisi. Con il coronavirus, invece, questo non sta avvenendo. Ed è qui che si insinua la Cina.

La Cina, infatti, può sfruttare “il vantaggio di poter uscire prima dalla crisi, per cambiare, anzi ribaltare lo scenario geopolitico. Se fino a qualche settimana fa era vista come la nave che affonda da abbandonare al più presto (e i cinesi erano considerati gli untori da chiudere fuori dalle nostre porte), ora al contrario Pechino per molti può diventare un’ancora di salvezza. È esattamente quello che è avvenuto in questi giorni con gli aiuti che la Cina ha fornito all'Italia, che è stata intesa da molti osservatori come un’operazione di pr e di soft power. In altre parole: la Cina vuole scuotersi di dosso la nomea di Paese da cui è partito il contagio e scende in campo mostrando il suo lato più generoso: la ‘diplomazia delle mascherine’, come già viene soprannominata, che vede l’Italia tra i principali beneficiari” [1].

Dopo la guerra dei dazi, tra Usa e Cina, la competizione si è spostata sulla questione Covid-19 e non si può non notare come tra i due colossi dell’economia mondiale vi sia un abisso nella gestione politica della pandemia. Il presidente dell’Osservatorio Asia di Agi, Romeo Orlandi, a tal proposito ha fatto notare come “di fronte alle esitazioni dell’UE e alle posizioni non coerenti di Trump e Johnson, anche solo l’invio di mascherine o di alcuni medici rappresenta un messaggio mediatico che l’Italia mostra di apprezzare […]. Roma è per Pechino un cuneo nell’UE da usare a livello negoziale” [2].

Una rivista come «Foreign Affairs», emanazione di un circolo di circa 1.400 persone tra banchieri, politici, uomini d’affari e intellettuali che ha influenzato la politica estera degli Stati Uniti a partire dal 1921 e che mai ha dubitato riguardo la necessità e l’appropriatezza di una leadership globale americana, anche una rivista come la loro, ha pubblicato poco più di una settimana fa un articolo intitolato “Coronavirus Could Reshape Global Order” [3]. In questo articolo viene messa a tappeto la gestione Trump dell’epidemia negli Usa, sottolineando come sia venuta meno quella capacità tutta americana, come dicevamo poco sopra, di gestire i problemi interni facendosi guida per il resto del mondo, dando una risposta internazionale.

Ciò che gli Stati Uniti dovrebbero fare è cooperare con Pechino per trovare insieme una soluzione alla pandemia: “[…] there is much Washington and Beijing could do together for the world’s benefit: coordinating vaccine research and clinical trials as well as fiscal stimulus; sharing information; cooperating on industrial mobilization (on machines for producing critical respirator components or ventilator parts, for instance); and offering joint assistance to others” [4].

Se oggi è la Cina che può aiutare il mondo, gli Stati Uniti devono mostrarsi cooperanti e aperti per vincere, domani, la più grande partita degli equilibri geopolitici mondiali arrivando primi nella scoperta del vaccino, puntando sulla loro superiorità a livello scientifico e tecnologico. Altrimenti si darà in mano la partita alla Cina, che ha messo in campo una strategia molto più sofisticata e indiretta. “Pechino continua a esaltare la grande vittoria del Partito Comunista sul virus. Punta sulla volontà di cooperare con tutti e di fornire loro medici e materiali sanitari. L’obiettivo è rafforzare il peso internazionale di Pechino, divenuto campione del multipolarismo. Xi Jinping ha dato segni d’irritazione solo con l’espulsione, senza clamori, di vari giornalisti americani che contestavano trucchi e astuzie della sua ‘narrativa’, che aveva trasformato un disastro in un successo comunicativo e di prestigio. La strategia cinese si è rivelata molto efficace, approfittando delle indecisioni di Trump” [5], impegnato a demonizzare il ‘virus cinese’ e a fare proclami che hanno gettato l’America nella confusione e nell’insicurezza.

Si assiste, perciò, a una fase davvero delicata a livello mondiale per quanto concerne quelli che sono gli equilibri di potere e gli USA con il loro modo di agire delle prossime settimane (e mesi) potrebbero davvero generare due scenari diversi e opposti, come prospetta anche Ed Yong dalle pagine della rivista statunitense «The Atlantic» e pubblicate in Italia sull’ultimo numero di «Internazionale»: “Si può facilmente immaginare un futuro in cui la maggior parte degli statunitensi pensa che il paese abbia sconfitto il virus. Nelle ultime settimane il livello di apprezzamento di Trump è cresciuto, nonostante gli errori che ha commesso. Se alle elezioni di novembre otterrà un secondo mandato, nei prossimi anni gli Stati Uniti si chiuderanno sempre di più, usciranno dalla Nato e da altre alleanze internazionali e non investiranno più in altri paesi. Man mano che la generazione C crescerà, le piaghe arrivate dall’estero sostituiranno i comunisti e i terroristi come nemici da combattere. Oppure possiamo immaginare un futuro in cui gli Stati Uniti avranno imparato una lezione diversa, in cui uno spirito comunitario […] spingerà le persone a non pensare più solo a sé stesse ma a guardare anche ai loro vicini, sia dentro sia fuori dal paese. […] Il paese passerà dall’isolazionismo alla cooperazione internazionale. Sostenuto da investimenti costanti e dal contributo delle menti più brillanti, il sistema sanitario migliorerà. […] La salute pubblica sarà al centro della politica estera. Gli Statu Uniti guideranno una nuova alleanza globale il cui obiettivo sarà risolvere problemi come le pandemie e la crisi climatica” [6].

È ancora tutto in gioco. Soltanto nei prossimi mesi potremmo vedere quale di queste opzioni futuribili prenderà piede. Forse nessuna delle due, ma credo che la seconda sia quella, a livello mondiale, più auspicabile.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.agi.it/economia/news/2020-03-29/coronavirus-usa-cina-7928407/

[2] Ibidem.

[3] https://www.foreignaffairs.com/articles/china/2020-03-18/coronavirus-could-reshape-global-order

[4] Ibidem.

[5] https://aspeniaonline.it/limpatto-geopolitico-della-pandemia-e-i-nuovi-equilibri-globali/

[6] Ed Yong, La superpotenza malata, «Internazionale», 3-9 aprile 2020.

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Fri, 8 May 2020 01:28:21 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/592/1/coronavirus-e-nuovi-assetti-mondiali AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Lotta alla burocrazia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/590/1/lotta-alla-burocrazia

La burocrazia, intesa nell’accezione negativa di applicazione farraginosa di regole e procedure, costituisce il vero freno al cambiamento e impedisce, a qualsiasi istituzione pubblica, di operare in modo efficace al servizio del Paese e del cittadino.

L’eccesso di burocrazia finisce spesso per rallentare i processi decisionali/gestionali, comportandone una dilatazione temporale, un aumento dei costi associati, la deresponsabilizzazione dei vertici, con il rischio di inficiare l’efficacia e la tempestività delle scelte operate.

Nel 2013/2016 la Marina Militare ha avviato un importante processo di riorganizzazione mirato allo snellimento dei processi decisionali ed esecutivi, attraverso la progressiva transizione da una organizzazione

con responsabilità per funzioni a una a matrice in cui ad alcune “funzioni” a competenza generale (es. Prorammazione delle risorse Ecomiche, Piani e Operazioni, Ordinamento generale, Logistica generale etc.) si affiancavano “Organismi/Comandi” con responsabilità per prodotto. Questi ultimi potrebbero essere definiti come veri e propri Zar di specialità, organi dello Stato Maggiore (alle dipendenze del Sottocapo di Stato Maggiore della Marina per temi quali la logistica di Componente, la programmazione dell’impiego del personale di specialità, dell’ordinamento, delle infrastrutture di supporto operativo) e al tempo stesso Comandanti di Specialità o, come si dice in Marina, Comandanti di Componente alle dipendenze del Comandante della Squadra Navale.

Ai predetti Comandanti (mediamente Contrammiragli o Ammiragli di Divisione) era stata assegnata sia la missione, sia l’autorità d’impiego dei fondi assegnati dal CSMM, sia la gestione delle risorse umane e infrastrutturali per assolverla, identificandoli quindi univocamente quale responsabile del processo.

In sintesi veniva estesa ove opportuno all’intera Marina l’organizzazione che aveva dato ottimi risultati per la Componente Aerea della Marina, guidato da un unico vertice, al tempo stesso Capo Reparto Aeromobili dello Stato Maggiore (con delega all’impiego operativo dei fondi) e Comandante delle Forze Aeree (Comforaer). Le stesse prerogative erano state date alla Componente Subacquea, alle Forze Speciali (Ufficio Forze Speciali /Comandante Comsubin), Reparto Anfibio/Comando Componente Anfibia.

Per la Componente Navale, il Comandante in Capo assumeva anche la responsabilità del supporto diretto tecnico-logistico alle Navi per il tramite delle neocostituite Stazioni Navali e delle relative Sezioni Efficienza Naviglio, con la necessaria autonomia amministrativa. Il Comando Logistico poteva così concentrarsi sulla logistica generale della Forza Armata e sulle grandi manutenzioni per il tramite degli Arsenali dipendenti.

Compatibilmente con le limitate risorse disponibili sui capitoli di esercizio vennero avviati programma di recupero del patrimonio infrastrutturale sia a supporto delle operazioni che del personale, grazie alla creazione di nuclei manutenzione edile alle dirette dipendenze dei comandanti delle Basi, dell’Accademia, delle Scuole etc.. Fu recuperata la base di Messina, avviato il recupero delle base navale di Napoli con i suoi preziosi depositi munizioni, rilanciata la funzione della Base di Venezia sia come centro culturale della Marina sia come ormeggio di alcune navi minori, di Ancona e di Cagliari. Investimenti furono dedicati alle strutture di Brindisi ripristinando l’uso del Castello di Brindisi, rimuovendo i vecchi aliscafi in disarmo semi affondati da anni nello specchio d’acua antistante le banchine. Furono recuperati e assegnati 350 alloggi al personale inclusi graduati. A La Spezia prese impulso grazie a iniziative del Comando uno spazio moderno per la ricreazione e la convivialità del personale graduato, dotato di pizzeria, palestra, una piccola SPA.

Tutto questo fu possibile delegando ai comandi operativi e logistici della periferia il binomio “responsabilità/strumento amministrativo” necessario per fornire un “prodotto” completo. Al tempo la nuova organizzazione facilitava l’individuazione dei responsabili del prodotto che le varie articolazioni operative e logistiche della Forza Armata erano chiamate a fornire.

I risultati positivi emersero immediatamente in termini di efficientamento e snellimento dei processi decisionali/esecutivi, oltre alla percezione da parte del personale di un avvicinamento del vertice alla prima linea della Forza Armata.

Sarebbe quanto mai opportuno assumere iniziative analoghe per snellire lo Stato Maggiore della Difesa e in generale le strutture di comando interforze che al momento assorbono da sole più di 10.000 uomini e donne. Quasi una quinta Forza Armata, in crescita continua, indifferente alla riduzione degli organici delle Forze Armate, un vero “idrocefalo” retto sempre più a fatica dalle esili membra costituite da Forze Armate sempre più indebolite da anni di tagli di risorse e di personale.

E’ ormai tempo di conferire ai Capi di Stato Maggiore di F.A. maggiore autonomia, secondo il principio di “sussidiarietà” ossia di devoluzione di competenze all’organo più vicino alle tematiche/problematiche da trattare, consentendo di snellire i processi esecutivi dei programmi, contenendo i costi e migliorando la rispondenza dei mezzi acquisiti alle effettive esigenze operative.

Il ricorso a una maggiore delega avrebbe effetti benefici per i processi di acquisizione di nuovi equipaggiamenti e sistemi d’arma, per i quali si rende necessaria una revisione degli attuali processi programmatici, al fine di conferire la responsabilità e la capacità di pianificazione e di esecuzione ai Capi di Stato Maggiore di singola FA. Ciò comporterebbe ovviamente il controllo operativo dei fondi del settore investimento relativi alla propria Forza Armata, una volta ottenuta l’approvazione del Ministro della Difesa. Tale adeguamento normativo sarebbe maggiormente coerente con il compito di “force provider” affidato per legge ai Capi di Forza Armata.

Oggi le procedure di approvazione delle Esigenze/Requisiti Operativi e la trattazione dei pertinenti aspetti programmatico-finanziari soffrono, ·a livello interforze, · di sfiancanti lungaggini burocratiche e di un’eccessiva lentezza di trattazione, con il risultato di dilazionare molti, troppi programmi di ammodernamento e rinnovamento, anche di quelli più urgenti richiesti dai teatri operativi.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

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Wed, 6 May 2020 08:30:49 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/590/1/lotta-alla-burocrazia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Piano Marshall per l’Europa? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/589/1/piano-marshall-per-l-europa

Il 5 giugno del 1947, George Marshall, segretario di Stato americano, nell’università di Harvard, si fa latore di un grande annuncio: l’avvio di un programma di aiuti internazionali, la costituzione di una commissione ad hoc, ossia l’Organizzazione per la cooperazione economica europea (Oece all’epoca, oggi diventata l’Ocse) e una sorta di lista delle necessità pronta per essere assolta. Come risultato prevedibile si era giunti ad avere, da un lato, un alleato affidabile e, dall’altro, un mercato di milioni di persone.

Il piano in questione è passato alla storia come il Piano Marshall (il nome ufficiale era ERP, European Recovery Program). Se ne sente molto parlare ultimamente in quanto nelle situazioni di crisi più nera viene citato a modello risolutivo, visti i frutti che nel passato è stato in grado di portare.

Non a caso la stessa Presidente Ursula von der Leyen nella sala stampa della Commissione Europea insieme al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel hanno menzionato il Piano Marshall in merito alla situazione attuale: “L’Europa ha bisogno di un nuovo Piano Marshall. Avremo bisogno di ingenti investimenti pubblici e privati per ricostruire l’economia e creare nuovi posti di lavoro. La chiave è un nuovo, potente bilancio pluriennale dell’Unione”.

In concreto, cosa si era fatto con il Piano Marshall? E perché è passato alla storia? L’Economic Cooperation Act, promulgato nel 1948, si imperniava su tre punti cardine tra loro connessi e destinati ad avere conseguenze rilevanti a livello strategico.

Innanzitutto, si inquadrava nel progetto più vasto di riorganizzare l’Occidente in base a una predominanza “atlantica”. In secondo luogo, si voleva dare vita a una “governance” mondiale su base multilaterale, attivando organizzazioni internazionali quali l’ONU (Organizzazione Nazioni Unite), l’FMI (Fondo Monetario Internazionale), il Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade), alla Banca Mondiale. In ultimo, si puntava a creare una sorta di omogeneità in campo economico e valoriale condiviso che potesse opporsi al blocco sovietico per arginare il contagio dell’ideologia comunista e il possibile avvicinamento a Mosca da parte soprattutto dei Paesi economicamente e socialmente devastati dalla Seconda Guerra Mondiale a cui si sarebbero aggiunti quelli in corso di affrancamento dagli imperi coloniali Britannici, Francesi e Olandesi.

Dal punto di vista materiale il Piano ebbe un enorme valore, visto che l’importo dei fondi stanziati corrispondeva a più dell’1% del Pil americano dell’epoca, trasferito agli Stati Europei mediante prestiti a tasso agevolato (di fatto a fondo perduto), oltre a beni di prima necessità e materie prime.

Lo scopo era di rivitalizzare l’economia europea, “agganciando” contestualmente emotivamente gli sconfitti all’America benefattrice. Si legge su un interessante articolo [1] uscito su La Lettura del 19 aprile, che proprio questa dimensione del Piano è spesso sottovalutata, mentre invece è quella che ha fatto sì che nascesse e perdurasse il suo mito.

Il piano Marshal fu accompagnato dalla più grande operazione internazionale di propaganda mai visto in tempo di pace, né prima, né dopo. Cinema, mostre, manifesti, programmi radiofonici raggiungevano ogni fabbrica, ufficio, scuola e casa, con un messaggio adatto a ogni livello della società. Data la posta in gioco nella versione locale della guerra fredda, fu l’Italia il Paese dove questa campagna informativa raggiunse le dimensioni più massicce. […] Fu proprio mostrando i suoi risultati, spiegando i suoi obiettivi in linguaggio semplice, formando una nuova coscienza delle possibilità economiche della produzione di massa per il consumo di massa – anche per un Paese povero, in macerie, largamente agricolo come l’Italia – che nacque con il mito del Piano Marshall, l’attrazione culturale per “l’American Way”.

La Storia ha dimostrato come il Piano Marshall sia stato un formidabile strumento di politica estera a livello strategico, determinante per il rilancio dell’Europa (almeno quella non occupata dall’Unione Sovietica) sul piano sociale, economico e progressivamente anche militare, grazie all’inclusione nell’Alleanza Atlantica degli ex nemici sconfitti (Italia e Germania dell’Ovest). 

Nel 1945, l’America usciva immune dalle distruzioni della guerra, con un apparato industriale in fortissima espansione, leader assoluta sul piano tecnologico e militare, pronta a esercitare il ruolo di guida del mondo occidentale. Aveva i mezzi e la visione politica per farsi carico del destino sia degli alleati sia degli ex nemici. In cambio otteneva il ridimensionamento a potenze regionali della Gran Bretagna e della Francia (vds. Crisi di Suez); la fedeltà/obbedienza della Germania e dell’Italia; il contenimento dell’Unione Sovietica e in generale il dominio politico, culturale, economico e militare del mondo cosiddetto “libero” dalla Seconda Guerra Mondiale sino alla fine del XX secolo.

Oggi però gli Stati Uniti non sembrano in grado né appaiono disponibili a mantenere il ruolo di “guida del mondo libero”, con i relativi oneri.

Con la fine della Pax Americana, con il ripiegamento neo-isolazionista dell’amministrazione Trump e il ritorno a un ordine (o meglio disordine) mondiale multipolare, chi guiderà la rinascita europea dalle ceneri del Covid 19?

Non può che essere l’Europa a salvare se stessa. Oggi più che mai il sogno Europeo potrebbe risorgere con nuovo vigore, se trovassimo quell’unione d’intenti e quella visione strategica necessaria per superare egoismi e particolarismi nazionali, al fine di mettere in campo le immani risorse necessarie al salvataggio non solo economico, ma anche sociale del nostro continente.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

[1] D. W. Ellwood, G. Bischof, Il piano che sconfisse i sovranisti, su «La Lettura», 19 aprile 2020.

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Tue, 28 Apr 2020 08:42:07 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/589/1/piano-marshall-per-l-europa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Coronavirus: un problema di sicurezza nazionale? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/588/1/coronavirus-un-problema-di-sicurezza-nazionale

Bill Gates, imprenditore, informatico e miliardario statunitense, a un convegno tenutosi a Boston nel 2018, aveva così commentato l’ipotesi dell’arrivo di una nuova epidemia: “Guardando i thriller di Hollywood, penseresti che il mondo sia abbastanza preparato per proteggere la popolazione da microrganismi mortali. Nel mondo reale, però, l’infrastruttura sanitaria che abbiamo in tempi normali degrada molto rapidamente durante i primi focolai di malattie infettive. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i Paesi poveri. Ma anche negli Stati Uniti la risposta a una pandemia o un attacco di bio-terrorismo sarebbe insufficiente”. Ad oggi credo sia sotto gli occhi di tutti quanto, a livello mondiale, quasi ogni paese sia stato colto in una colpevole impreparazione nel fronteggiare l’attuale situazione di emergenza sanitaria.

L’epidemia di Ebola del 2014 fu definita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite “una minaccia alla pace e alla sicurezza”; oggi in presenza di una pandemia globale, la minaccia per la sicurezza nazionale è ancora più evidente in tutta la sua gravità. Merita di essere affrontata con lungimiranza e determinazione per evitare che eventuali destabilizzazioni dell’ordine mondiale ci trovino nuovamente impreparati, non solo come Nazione ma più in generale come comunità internazionale.

In sostanza, questo non è il tempo di interventi sporadici o di breve termine. E’ necessario essere consapevoli che la nostra vulnerabilità sarà sensibilmente aumentata sino a che non avremo superato i postumi dell’epidemia in termini non solo economici, ma anche di coesione sociale. Ne usciremo senza dubbio, ma dobbiamo mettere in conto che per un periodo non breve saremo comunque indeboliti, potenziali bersagli di azioni/interessi esterni. È quindi necessario irrobustire il più possibile il Sistema di Difesa Nazionale (Difesa+Interni+Servizi+Sanità+Protezione Civile) rinvigorendo fra l’altro mezzi e capacità operative che sono andate perdendosi dopo la fine della guerra fredda. Mi riferisco, solo per fare un esempio, alle predisposizioni e all’addestramento necessari per operare efficacemente in ambienti contaminati batteriologicamente, ma potrei citare molte altre capacità da riacquisire per aumentare la nostra resilienza in caso di minaccia esterna.

Più in generale servono significativi investimenti in termini economici e di risorse umane in settori troppo a lungo sottofinanziati, oltre che in primo luogo una visione politica di lungo respiro che inquadri l’azione italiana anche nell’ambito delle nostre alleanze storiche.

Cedere alle sirene del “soft power” cinese o russo, magari come reazione alla disattenzione americana verso i suoi alleati storici, sarebbe a mio avviso ingenuo. Pur essendo la Russia e la Cina due nazioni con le quali dobbiamo certamente ricercare rapporti amichevoli e di collaborazione, non possiamo perdere di vista gli obiettivi strategici di queste due grandi potenze, impegnate come sono a creare un nuovo ordine mondiale, essenzialmente a scapita del blocco dei Paesi occidentali di cui l’Italia, fino a prova contraria, fa parte integrante.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 20 Apr 2020 02:07:13 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/588/1/coronavirus-un-problema-di-sicurezza-nazionale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Buona Pasqua https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/587/1/buona-pasqua

Mi unisco con affetto agli auguri del Comandante in capo della Squadra navale, Ammiraglio Paolo Treu in un momento così difficile per il nostro Paese.

GUARDA IL VIDEO

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Sat, 11 Apr 2020 19:27:27 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/587/1/buona-pasqua AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
In mare solo navi turche. Davanti alle coste libiche la "divisione" dell’Europa https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/595/1/in-mare-solo-navi-turche-davanti-alle-coste-libiche-la-divisione-delleuropa

Il primo aprile è stata “lanciata” dall’Unione Europea l’operazione Eunavfor Med Irini. Dopo circa una settimana le sole navi in pattugliamento davanti alla Libia sono quelle turche. Di quelle di Irini non vi è traccia.

QUI TROVATE L'ARTICOLO

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Thu, 9 Apr 2020 18:42:10 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/595/1/in-mare-solo-navi-turche-davanti-alle-coste-libiche-la-divisione-delleuropa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Caos Libia e Nuovo Covid-19 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/586/1/caos-libia-e-nuovo-covid-19

La situazione geopolitica libica odierna è una delle più complicate a livello mondiale. Il conflitto che divide il paese di fatto dalla fine di Gheddafi, non solo vede contrapposte due diverse fazioni: quella dei ribelli guidati da Haftar, da un lato, quella del governo di accordo nazionale di Sarraj (l’unico riconosciuto internazionalmente) dall’altro, ma contempla ulteriori divisioni interne anche nelle stesse zone d’influenza dei due governi, la Cirenaica e la Tripolitania. Per non parlare del Fezzan dove le tensioni fra Tuareg e Tebu si sovrappongono alla contesa fra le Tribù leali ad Al Serraji e quelle che sostengono Haftar per la conquista di Tripoli.

Se dalla parte di Haftar troviamo una nutrita coalizione che prevede oltre a Francia, l’Egitto, Israele, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Russia, dall’altra, quella di Serraj, troviamo il Qatar e la Turchia (dopo l’uscita di scena dell’Italia che fino a pochi mesi or sono militava formalmente nel campo di Al Serraji). La disparità di forze a favore di Haftar avrebbe dovuto essere determinante per la caduta di Tripoli. Se ciò non è accaduto è perché Erdogan ha avuto il coraggio di schierare in Libia truppe regolari Turche oltre agli irregolari provenienti dalla Siria a protezione di Tripoli, in aggiunta a un gruppo navale turco davanti alle coste della Tripolitania, per garantire la protezione del fronte a mare e l’ingresso via mare degli armamenti necessari alla difesa di Tripoli.

La determinazione e aggressività neo-ottomana ha cambiato non solo i rapporti di forza sul terreno, ma anche nel Mediterraneo centrale. La politica espansiva di Erdogan ha avuto come risultato quello di mettere in discussione il ruolo italiano nel Mediterraneo centrale. Erdogan è stato pronto a sfruttare lo stato di necessità di Al Serraji sotto assedio a Tripoli, non per ottenere promesse e benevolenza futura, ma per firmare accordi immediatamente operativi sulla divisione degli spazi marittimi e delle concessioni di sfruttamento dei fondali, a scapito fra gli altri, della Grecia e dell’Italia.

L’arrivo dei Turchi ha di fatto rallentato se non fermato la pressione di Haftar, ma gli accordi di Berlino e l’avvio della missione navale dell’EU denominata Irene potrebbero penalizzare le ambizioni della Turchia. Il “blocco navale” europeo, qualora non si rivelasse una mera operazione di facciata, ridurrebbe il flusso di armi verso la Tripolitania andando a scapito degli interessi Turchi, poiché è del tutto evidente che la Cirenaica continuerebbe a essere rifornita attraverso il confine terrestre con l’Egitto. Si tratterebbe in sostanza della prima timida iniziativa contro la Turchia presa dall’EU. Da vedere quale sarà il comportamento delle navi militari turche qualora il gruppo navale EU volesse davvero bloccare navi cariche di armi per Tripoli.

La contesa per il controllo della Libia è adesso resa ancora più complessa dall’avvento della pandemia di Covid-19. Dopo molte reticenze al riguardo, sia dalla Tripolitania che dalla Cirenaica, entrambi i governi hanno dovuto prendere una posizione, anche e soprattutto in relazione all’allarme rosso nei lager dove sono confinati migliaia di migranti e dove un contagio come quello del coronavirus potrebbe determinare una carneficina sanitaria. Se Fayez al-Sarrraj ha dichiarato lo stato di emergenza e ha annunciato la chiusura dei porti e degli aeroporti del Paese, a partire da lunedì 9 marzo, non è avvenuto lo stesso a Bengasi, nella Cirenaica, dove soltanto dopo qualche giorno, l’11 marzo un funzionario del Centro Medico di Bengasi ha lanciato l’allarme facendo presente che se il Covid-19 dovesse arrivare in Libia sarebbe un disastro.

La dichiarazione di emergenza da parte del Governo di Accordo Nazionale, lungi dal rafforzare la tregua formalmente in atto ha stimolato Haftar a tentare di approfittare della situazione, per sferrare un attacco alla città vecchia di Tripoli in data 21 marzo, nonostante il monito dell’ONU.

Solo a questo punto si è levata la voce degli Stati Unici che hanno fatto pervenire “una richiesta pressante e diretta contro il signore dalla guerra dell’Est libico, Khalifa Haftar: “fermare le armi, rifiutare le interferenze esterne, consentire alle autorità sanitarie di combattere il coronavirus”. Il dipartimento di Stato ha fatto uscire la nota con cui l’amministrazione Trump dichiarava di condividere l’apertura fatta per primo del governo di accordo nazionale guidato da Fayez Serraj, ‘primo ministro libico’ internazionalmente riconosciuto, a favore della cessazione umanitaria delle ostilità. Haftar, sembra aver ceduto alle pressioni dando l’ok per una tregua umanitaria, ormai richiesta da tutti gli attori politici in campo.

Forse però più dell’influenza americana su Haftar, potrebbe essere la paura del contagio che starebbe minando il morale dei miliziani della Cirenaica ad aver indotto il Generale ad alleggerire la pressione militare su Tripoli, per evitare diserzioni in massa nelle sue fila.

I prossimi sviluppi dei combattimenti saranno dettati anche dell’evoluzione della pandemia in Libia e nei Paesi che sostengono le fazioni in campo. Le ostilità potrebbero verosimilmente entrare in una sorta di “limbo”, non pace non guerra, pronta a riprendere appena le condizioni lo consentiranno. Sarebbe infatti irragionevole immaginare che gli interessi geopolitici di Russia e Turchia sulla Libia svaniscano con la fine del Coronavirus, ma sul “quando” e sul “come” riprenderà la contesa libica dipenderà molto da quale delle Potenze in gioco romperà per prima l’assedio del Covid 19.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

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Mon, 30 Mar 2020 17:05:59 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/586/1/caos-libia-e-nuovo-covid-19 AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)