Ammiragliogiuseppedegiorgi.it Rss https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/ Sito web personale di Giuseppe DE GIORGI - Ammiraglio di Squadra it-it Thu, 19 Nov 2020 08:01:17 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 ammiragliogiuseppedegiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe De Giorgi) ammiragliogiuseppedegiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe De Giorgi) Archivio https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/vida/foto/sfondo.jpg Ammiragliogiuseppedegiorgi.it Rss https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/ Guerra in Etiopia: si aggrava la situazione https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/620/1/guerra-in-etiopia-si-aggrava-la-situazione

È ormai dall’inizio del mese che la situazione in Etiopia si fa sempre più calda: dal 4 novembre, quando il Primo ministro Abyi Ahmed ha comandato di attaccare le postazioni militari intorno alla capitale del Tigrè (Makalle), sono cominciati a intensificarsi sempre di più gli scontri armati tra governo federale e Fronte di liberazione del Tigrè (TPLF), il partito che domina questa regione nel nord dell’Etiopia.

Per capire come mai si riaccende il fuoco in questa porzione di Africa, però, è necessario fare un passo indietro e ricordare innanzitutto che l’Etiopia è una coalizione federale, che racchiude e fa convivere, dunque, al suo interno diverse etnie marcatamente differenti tra loro, ciascuna espressione di un portato culturale ben definito: le 4 principali sono quella oromo (l’etnia del premier Abyi), l’amara, quella dei popoli del Sud e la tigrina.

Non è difficile immaginare che non siano mancate, anche nel passato, spinte secessioniste da parte di una singola etnia, ma di solito sono state arginate da governi di tipo militare che hanno tenuto a bada con le “maniere forti” le ipotetiche azioni separatiste. Negli ultimi anni, con l’avvento di Abiy Ahmed, l’attuale primo ministro vincitore del Premio Nobel per la pace, la situazione sembrava essersi alleggerita con un deciso cambio di rotta rispetto al passato. Abiy «ha svuotato le carceri, liberalizzato l’economia (9% di crescita) e soprattutto ha trovato un accordo di pace con i vicini eritrei» [1], facendo sì che l’Etiopia, il secondo paese africano per numero di abitanti, avesse in qualche modo assurto il ruolo di elemento stabilizzatore per il Corno d’Africa, una zona molto complessa e delicata.

Il divario sotterraneo, però, tra la visione di Abiy (di tipo panetiopico) e quella degli abitanti del Tigrè (di tipo etnofederalista) non è mai stato appianato e, ad oggi, si rischia di arrivare a uno scontro ancora più violento che non solo getterebbe nel caos l’Etiopia, ma farebbe precipitare nella violenza i paesi confinanti e, appunto, l’intero Corno D’Africa.

Non a caso nelle ultime settimane secondo quanto riportato dall’UNHCR [2] sono più di 14.500 le persone che hanno passato il confine dell’Etiopia, passando in Sudan per mettersi in salvo, e si stima che ad oggi (nonostante le fonti non siano del tutto verificabili poiché nel Tigrè non è permesso l’accesso ai giornalisti e dunque le comunicazioni con il resto del paese sono bloccate) sono più di 25.000 gli uomini, donne e bambini che si sono riversati nei paesi confinanti per trovare rifugio.

Anche da Amnesty International [3] non giungono buone notizie: in Tigré, tra il 9 e il 10 novembre, centinaia di civili sono stati uccisi a colpi di machete, nella località di May Kadra. Amnesty specifica che non si è certi che l’atto sia stato compiuto dal TPLF, ma le testimonianze raccolte, parlando di vittime che non appartengono all’etnia locale dei tigrini, ma ad altre etnie etiopi, non rendono così assurdo ipotizzare che potrebbe essere stata una vendetta messa a segno dai miliziani tigrini.

Jason Burke, corrispondente in Africa per il The Guardian, scrive che: «La grande preoccupazione è che il conflitto possa destabilizzare l’Etiopia, già lacerata da tensioni etniche, e attirare poteri regionali. Inoltre, tutto ciò potrebbe rivelarsi estremamente dannoso per una delle regioni più fragili dell’Africa: l’Eritrea è già coinvolta nel conflitto, con il TPLF che lancia missili contro la capitale, Asmara, e movimenti di truppe segnalati al confine con il Tigrè. […] C’è la possibilità che il conflitto sfugga al controllo e, soprattutto nel caso in cui vengano coinvolte delle potenze del Golfo o persino altre ancora più lontane, si potrebbe arrivare a trasformare l’Etiopia, in parte o integralmente, in una specie di “Libia nell’Africa orientale”» [4].

Non sono preoccupazioni peregrine, anzi! Mettono in luce quello che potrebbe essere uno degli scenari futuri se non si pone un freno a questa situazione, riducendo lo scontro da militare a politico, per bloccare anche l’inevitabile flusso di migranti che si genera ogni qual volta che, essendoci conflitti armati, i civili si mettono in fuga per mettersi in salvo e sfuggire gli scontri. L’Europa, dunque, non può stare a guardare pensando che la cosa non la riguardi.

Mi trovo d’accordo con le parole del Presidente della Commissione Esteri della Camera, Fassino, che in un’intervista per Formiche.net ha espresso un concetto molto semplice ma veritiero, ossia che il destino del mondo in questo secolo dipende in larga parte anche da quello che succede in Africa, essendo esso un continente dove vivono già quasi un miliardo e mezzo di persone e che si prevede toccherà i 4 miliardi alla fine del secolo. L’Europa, dunque, come entità prossima all’Africa deve assolutamente premurarsi di pensare a una strategia che non preveda solo l’emigrazione per queste persone, che non può evidentemente essere l’unica soluzione: «Dovremmo considerare l’Europa, il Mediterraneo e l’Africa come un unico “macrocontinente verticale”, dal polo nord a Cape Town, sempre più investito da problemi comuni, che necessitano di strategie comuni. […] È stata molto importante la decisione presa dalla Presidente della Commissione Ue lo scorso febbraio: il vertice ad Addis Abeba tra la Commissione Ue e Commissione dell’Unione Africana segna un salto di qualità, ancora più intenso dei vertici governativi annuali euroafricani promossi dalla UE. Cresce la consapevolezza che Europa e Africa devono costruire il futuro insieme» [5].

Concludendo, anche in questo frangente geopolitico si rende evidente la necessità della formulazione a livello sovranazionale, non solo Europeo ma anche di comune accordo con le potenze Nato, di una strategia comune per la risoluzione di problemi che investono a più livelli le singole nazioni: non si tratta più solo di problemi politici, economici, militari, di sicurezza nazionale, ma anche di inammissibili drammi umanitari che, a catena, hanno ricadute a 360°. Come ho sempre auspicato una regia unica per quanto riguarda le questioni marittime, pure in questo caso si rende necessario fare fronte comune per arginare le recrudescenze di questi, non del tutto, nuovi e pericolosi scenari geopolitici.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/11/13/etiopia-secessione-tigrai-esercito-violenze

[2] https://www.unhcr.org/news/briefing/2020/11/5fae4aec4/humanitarian-crisis-deepens-amid-ongoing-clashes-ethiopias-tigray-region.html

[3] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/11/ethiopia-investigation-reveals-evidence-that-scores-of-civilians-were-killed-in-massacre-in-tigray-state/

[4] https://www.theguardian.com/world/2020/nov/17/could-tigray-conflict-turn-ethiopia-into-a-libya-of-east-africa trad. ita 

[5] https://formiche.net/2020/11/etiopia-una-guerra-che-ci-riguarda-fassino-spiega-perche/

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Thu, 19 Nov 2020 08:01:17 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/620/1/guerra-in-etiopia-si-aggrava-la-situazione AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libia: situazione sempre più complessa https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/619/1/libia-situazione-sempre-piu-complessa

L’agenzia di stampa Reuters [1] fa sapere che Stephanie Williams, inviata delle Nazioni Unite in Libia incaricata di presiedere i negoziati per la pace incominciati il 9 novembre scorso a Tunisi, ha dichiarato in una conferenza stampa che si è raggiunto un primo accordo preliminare affinché si tengano tra 18 mesi delle elezioni valide per l’intera Libia. Ovviamente, seppur questo dato sia incoraggiante, non dobbiamo farci ingannare. Non significa affatto che si sia raggiunto un accordo di pace, né che le elezioni si terranno con certezza alla scadenza di questo tempo, né tanto meno che non ci siano ulteriori violazioni delle molteplici tregue che di tanto in tanto vengono siglate (l’ultima risale al mese scorso), per poi essere puntualmente violate, mandando all’aria ogni tentativo di mediazione.

Al di là dei negoziati in corso, però, a che punto è la situazione libica? Cosa sta accadendo nel Paese spaccato in due (Tripolitania e Cirenaica) e dilaniato dalla guerra civile ormai dal 2014? L’Europa e l’Italia stanno riuscendo a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella questione libica (che come sappiamo è di fondamentale importanza per gli equilibri del Mediterraneo), oppure la longa manus della Turchia di Erdogan da un lato e della Russia di Putin dall’altro la fanno da padrone?

Se torno, infatti, ancora una volta nelle pagine del mio blog a parlare di Libia è perché la situazione si fa sempre più seria e complessa. Per menzionare solo quattro degli ultimi gravi fatti accaduti in terra libica vediamo, nell’ordine:

  • il sequestro dei pescatori di Mazara del Vallo (ormai da due mesi ostaggio dell’uomo forte della Cirenaica);
  • la Turchia di Erdogan che prende il controllo della Guardia costiera libica facendo, per altro uso delle nostre navi;
  • l’uccisione dell’avvocatessa Hanan al Barassi, colpevole di aver denunciato aspramente e pubblicamente la condotta della famiglia Haftar (il particolare del figlio Saddam);
  • la richiesta da parte della CPI (Corte Penale Internazionale) che l’ONU adotti misure concrete per mettere fine all’impunità che regna in Libia, assicurando giustizia per coloro che si siano macchiati di gravi reati e di crimini contro l’umanità [2] (fatto che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che la condizione che vige in Libia è di aperta violazione dei diritti umani basilari).

Se poi ci spostiamo in un’ottica italiana e analizziamo la questione dal nostro punto di vista, non può non rendersi evidente come in questa “partita” stiamo rivestendo un ruolo sempre più marginale, scavalcati sia dalla stessa Libia sia dalla Turchia che entrambe si fanno beffa degli accordi stipulati con il Memorandum.

Concordo, infatti, con le parole di De Bellis che sulle pagine di “Domani”, scrive: «Un anno fa, in questi giorni, il governo si trovava a un crocevia: poteva rinnovare il memorandum d’intesa con la Libia o metterlo da parte. Decise di mantenerlo ma promise cambiamenti. […] A un anno di distanza, occorre chiedersi che ne è stato di quell’impegno. Effettivamente, nel febbraio scorso, il governo italiano ha inviato a Tripoli una proposta di modifica del memorandum. C’erano alcune belle parole, ma era una proposta all’acqua di rose: proponeva soltanto il “progressivo superamento” e parallelo “adeguamento” dei centri di detenzione, legittimandoli piuttosto che pretendendone l’immediata chiusura, e rimestava la solita promessa di facilitare il lavoro delle agenzie Onu, come se queste potessero fermare gli abusi. Nei mesi successivi il governo di Tripoli ha però rifiutato la pur timida proposta italiana. E a fronte di tale rifiuto, l’Italia ha fatto spallucce, continuando l’assistenza con la fornitura di nuove motovedette, la proroga delle missioni militari, e lo stalking delle Ong impegnate in mare. Nei fatti, la strategia di esternalizzazione della frontiera in Libia è stata portata avanti con tale continuità da far pensare che le promesse in materia di diritti umani fossero poco più di un esercizio retorico» [3].

Tali parole si dimostrano tanto più veritiere se affiancate al fatto che di fronte a un atteggiamento tanto tentennante e accondiscendente per parte italiana ha fatto da contraltare la furba e spregiudicata azione turca che si è insinuata laddove noi abbiamo lasciato spazio di manovra. Senza contare che la situazione dei rifugiati, come denunciato dal Tribunale internazionale che ha rilasciato il nuovo report investigativo su Tripoli, non solo non è migliorata, ma anzi va peggiorando. Chi viene intercettato in mare, invece che essere portato in un porto sicuro viene trasferito dalla Guardia Costiera Libica nei Centri di Detenzione e di moltissime persone è stata persa ogni traccia. Chi è invece passato da questi luoghi e ha potuto raccontare la propria esperienza parla di torture e sevizie.

La procuratrice della Corte dell’Aja, Fatou Bensouda, nonostante le varie polemiche e depistaggi circa il negoziato segreto tra Italia ed esponenti delle milizie libiche, ha anche qualche parola di elogio verso la giustizia italiana e in particolare per «la condanna da parte del Tribunale di Messina di tre persone a 20 anni di reclusione per crimini commessi contro migranti a Zawiyah»[4], ossia i tre nordafricani assoldati per le torture nel campo costiero di prigionia governativo. «La prigione è gestita per conto del governo di Tripoli dalla milizia Al Nasr, e in particolare dal comandante Bija, recentemente arrestato e della cui sorte non vi sono notizie, insieme ai fratelli Kachlav, i capiclan che controllano il contrabbando di petrolio, di esseri umani, di armi e recentemente anche droga in accordo con le mafie italiane»[5], si continua a leggere nel Dossier dell’Aja. Di questi fatti gravissimi, insomma, ci sono le prove e sono scritte nero su bianco sul dossier investigativo presentato dal Tribunale internazionale, dove, tra l’altro, si parla anche delle fosse comuni ritrovate a Tharouna e a sud di Tripoli.

Come possiamo lasciare, come Italia e come Europa, che una simile situazione continui a perpetuarsi, abbandonandola, anzi, in mano a potenze straniere con folli mire espansionistiche che non vedono l’ora di spodestarci dal Mediterraneo per assumerne il controllo, senza avere alcun interesse nella salvaguardia delle persone e dei loro diritti umani? Non è difficile capire che non è più tempo di parole. Perché la portata geopolitca di questi conflitti può essere deflagrante e non si può restare in una posizione attendista e subordinata, laddove invece sarebbe il caso di pensare a un’azione congiunta delle forze europee affinché si possa sviluppare un progetto serio di riequilibrio dei Paesi del sud del mediterraneo per non lasciarli in pasto alle rapaci mire di Turchia e Russia.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.reuters.com/article/us-libya-security/libya-talks-reach-election-breakthrough-u-n-says-idUSKBN27R2SW

[2] https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/11/12/libia-cpi-a-consiglio-sicurezza-onu-stop-allimpunita_ec7f9dd4-55f8-4cb0-839b-e38df970f228.html

[3] https://www.editorialedomani.it/idee/voci/a-un-anno-dal-rinnovo-il-memorandum-con-la-libia-un-fallimento-r7gbxphe

[4] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/libia-abusi-e-complicita-estere

[5] Ibidem.

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Mon, 16 Nov 2020 01:10:03 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/619/1/libia-situazione-sempre-piu-complessa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
ZEE italiane? Se ne discute in Parlamento https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/618/1/zee-italiane-se-ne-discute-in-parlamento

Dopo essersi concluso l’iter alla Commissione Affari Esteri della Camera il 13 ottobre, finalmente la proposta di legge A.C. 2313, d’iniziativa della deputata Iolanda Di Stasio ed altri, riguardante l’istituzione di una zona economica esclusiva (ZEE) oltre il limite esterno del mare territoriale, è approdata in Parlamento lo scorso 19 ottobre. Nella relazione introduttiva al provvedimento ne sono stati illustrati tutti i presupposti giuridici contenuti nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) stilata a Montego Bay il 10 dicembre 1982 e resa esecutiva in Italia ai sensi della legge 2 dicembre 1994, n. 689.

Conclusa questa concisa ma necessaria premessa di carattere “istituzionale” andiamo a vedere perché questa proposta di legge è importante, perché se ne inizia proprio ora l’iter parlamentare e cosa prevede al suo interno.

Innanzitutto si è data finalmente un’accelerata per portare la proposta all’iter parlamentare visto l’aggressività dei nostri vicini e il fatto che, soprattutto nella parte Orientale del Mediterraneo non spirano venti rassicuranti. Ho più volte affrontato su questi canali sia il complicato rapporto tra Turchia e Grecia in seguito alle esplorazioni illegittime dei primi in acque territoriali greche (ne ho parlato qui), sia la vicenda dei nostri pescatori sequestrati (qui) sia anche, in ultima battuta, il pretestuoso atto di forza turco nell’utilizzare le nostre navi per eseguire l’addestramento degli equipaggi della guardia costiera libica (qui): tutti questi avvenimenti sono dei segnali forti che dimostrano come il Mediterraneo oggi più che mai stia vivendo un momento di fortissima tensione ed è necessario che anche l’Italia, ultima tra l’altro rispetto a tutti gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo, pensi a tutelare maggiormente le proprie acque territoriali e a rafforzare la propria marittimità.

Facendo un passo indietro nella storia, come si legge in un bell’articolo di Analisi Difesa, «nel secolo scorso c’erano le aree dei fondali della Piattaforma Continentale (PC) che l’Unclos considera prolungamento naturale del territorio emerso, normalmente estesa a 200 miglia, appartenente allo Stato costiero ipso iure senza necessità di proclamazione. La nostra legislazione l’ha definita in modo appropriato e i suoi confini sono stati negoziati con ex Iugoslavia, Albania, Grecia, Tunisia e Spagna oltre a concordare con Malta, nel 1970, un modus vivendi di delimitazione a carattere provvisorio e limitato spazialmente entro il breve tratto dei fondali di 200 metri. Poi, dopo il 2000, in Mediterraneo sono cominciate le proclamazioni relative alla colonna d’acqua il cui confine può o meno coincidere con quello del fondale. Prima a titolo di zona di protezione ecologica (ZPE) o di pesca (ZPP), in seguito come Zona economia esclusiva (ZEE), cioè dell’area di diritti funzionali esercitabili dallo Stato costiero, entro il limite delle 200 miglia, per la tutela ambientale e la riserva di pesca»[1].

Ed ecco quindi che con l’avvento del terzo millennio si è andata a delineare una sorta di “corsa alle ZEE” per trovare degli accordi tra gli stati che si affacciano sul Mediterraneo. L’Italia, rispetto agli altri paesi si è sempre mostrata molto più guardinga e ha perseguito una linea diversa nell’ottica della preservazione della libertà dei mari affinché non ci si venisse a trovare nella spiacevole situazione in cui le ZEE potessero essere usate al fine di limitare le forze navali tramite la richiesta di autorizzazioni o notifiche preventive. Ecco perché, coerentemente con questa linea di pensiero, ci siamo limitati come nazione a istituire le Zone di protezione ecologica con la legge 61/2006 e a concordare, poi, nel 2015 con la Francia le frontiere marittime.

Purtroppo, però, questo atteggiamento che ha alla base nobili motivazioni, se letto in seno all’attuale situazione vigente nelle acque del Mediterraneo e, in particolare, del comportamento turco così spregiudicato (per non dire provocatorio e attaccabrighe), potrebbe essere letto come passivo e indolente.

Ecco quindi spiegato il motivo per cui è di fondamentale importanza discutere in Parlamento la proposta di legge A.C. 2313, che si snoda in tre articoli.

  • Nel primo, si autorizza l’istituzione della ZEE oltre al limite esterno del mare territoriale italiano e si determinano i confini «sulla base di accordi con gli Stati il cui territorio è adiacente a quello italiano o lo fronteggia. Nelle more della stipula di detti accordi, i limiti esterni della zona economica esclusiva sono definiti provvisoriamente in modo da non ostacolare o compromettere la conclusione dei summenzionati accordi»[2].
  • Nel secondo si prevede che «all’interno della ZEE l’Italia eserciti i propri diritti sovrani in materia di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse naturali, biologiche o non biologiche, che si trovano nelle acque soprastanti il fondo del mare, sul fondo del mare e nel relativo sottosuolo, anche ai fini di altre attività connesse con l’esplorazione e con lo sfruttamento economico della zona, quali la produzione di energia derivata dall’acqua, dalle correnti e dai venti; giurisdizione, in conformità alla citata Convenzione, relativamente all’installazione e all’utilizzazione di isole artificiali, di impianti e di strutture, alla ricerca scientifica marina, nonché alla protezione e alla preservazione dell'ambiente marino»[3] e che all’interno della ZEE si applichino le norme italiane anche per le navi battenti bandiera straniera.
  • Nel terzo articolo ci si occupa di delineare quali sono i diritti degli altri Stati all’interno della ZEE proclamata dall’Italia, specificando che sono assolutamente salvaguardati sia la libertà di navigazione che di sorvolo, sia la messa in opera di condotte e cavi sottomarini.

L’istituzione di ZEE dunque sarà un passo importante per garantire all’Italia una maggiore sicurezza delle coste e dell’ambiente marino, cercando con esso di dare un impulso concreto per la salvaguardia del mare che è una risorsa così importante per il nostro Paese e fin troppo trascurata. Inoltre, permetterà di regolare in maniera più efficace le attività di pesca fornendo un sicuro vantaggio economico, oltre ad assicurare un maggiore rispetto della nostra sovranità marittima tutelata e difesa dalla Marina Militare.

Porzioni sempre maggiori di mare appartengono agli Stati costieri che vi si affacciano, ma ciò deve essere avvertito come un privilegio e deve condurre a sentire il dovere che abbiamo nei confronti del mare di custodirlo con cura, facendoci anche promotori della cooperazione tra Stati che affacciano sullo stesso mare, cosa che, in questi tempi, si sta rivelando – ahimè – sempre più difficoltosa.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.analisidifesa.it/2020/10/la-zona-economica-esclusiva-italiana-approda-in-parlamento/

[2] http://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/ES0225.pdf?_1604050495403

[3] Ibidem.

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Wed, 11 Nov 2020 01:01:10 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/618/1/zee-italiane-se-ne-discute-in-parlamento AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Guardia Costiera Libica sotto il controllo di Ankara https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/617/1/guardia-costiera-libica-sotto-il-controllo-di-ankara

Ieri su Difesa Online ho scritto di come, "grazie alla politica italiana, Erdogan è nelle condizioni di mettere in discussione anche gli accordi di Berlino sul futuro della Libia, anche perché controllando la Guardia Costiera Libica, dispone degli strumenti operativi per essere il dominus dei flussi migratori clandestini verso l’Italia. Il nervo scoperto della classe politica italiana e non solo"

leggi l'articolo

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Tue, 27 Oct 2020 07:11:34 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/617/1/guardia-costiera-libica-sotto-il-controllo-di-ankara AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Da Mare Nostrum a Mare di nessuno https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/616/1/da-mare-nostrum-a-mare-di-nessuno

Caro direttore,

la ritirata italiana dal Mar Mediterraneo inizia nell’autunno del 2016 dopo un periodo di presenza capillare della nostra Marina, iniziato con Mare Nostrum, un’operazione non solo umanitaria ma anche di sicurezza marittima, mirata al contrasto del traffico di esseri umani e di filtro sanitario, in stretto coordinamento con il Ministero dell’Interno e della Salute, missione evoluta in Mare Sicuro, dettata dall’ingresso di Daesh-Isis in Libia e dall’innalzamento della minaccia marittima.

Un fatto è certo, nel periodo 2013-2016, l’Italia controllava il Mediterraneo centrale, assicurando la tutela della vita in mare e il contrasto dell’uso illegittimo del mare. La presenza delle nostre navi nelle acque prospicienti la Libia consentiva, ad esempio, di intervenire con reattività anche nella protezione della flotta peschereccia, evitando il sequestro di pescherecci in acque internazionali.

Oggi la situazione è molto diversa. Negli ultimi 5 anni il Mediterraneo centrale è diventato mare di nessuno. La ritirata italiana ha avuto conseguenze pesanti e nulla ha potuto fare l’inutile missione dell’Unione Europea Irini, un’operazione di facciata attivata per dare l’impressione di fare qualcosa di concreto nel processo di stabilizzazione della Libia.

In realtà come ho avuto modo di scrivere su queste colonne nell’imminenza della sua attivazione, si trattava di una missione destinata al fallimento per le sue regole d’ingaggio, inadeguate rispetto agli obiettivi dichiarati, figlie della pavidità europea nella questione libica. Incapace di far rispettare l’embargo sulle armi da parte delle forze a sostegno di Haftar (Egitto in primis), inerme di fronte all’aggressività delle navi turche, Irini si è dimostrata poco efficace anche nel contrastare il contrabbando di carburante dalla Libia, uno dei compiti aggiunti nella speranza di dare un senso alla sfortunata operazione. Ulteriore motivo di amarezza è che il comando di questa operazione fallimentare, lo dico nel massimo rispetto degli equipaggi e dei comandanti in mare, la cui professionalità e impegno sono fuori discussione, sia in mano italiana.

Il problema più in generale è che manca la consapevolezza del destino marittimo dell’Italia, dell’importanza del mare per la prosperità e sicurezza dell’Italia, da parte della classe dirigente del nostro Paese. Servirebbe in primo luogo una strategia marittima nazionale, definita a livello interministeriale e poi sarebbe il caso di dare la giusta priorità alla questione marittima, interrompendo il declino della Marina Militare, anche in termini di organico del personale (in continua contrazione) oltre che di mezzi.

È davvero paradossale che nel nuovo “secolo marittimo” sia proprio la Marina ad avere le minori risorse umane e materiali rispetto a tutte le altre.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

Articolo originale su Avvenire

Articolo ripreso su Infodifesa

Articolo ripreso su Cybernaua

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Mon, 26 Oct 2020 03:00:30 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/616/1/da-mare-nostrum-a-mare-di-nessuno AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il caso Oruc Reis: Erdogan provoca la Grecia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/615/1/il-caso-oruc-reis-erdogan-provoca-la-grecia

Erdogan torna a provocare Atene. E’ di nuovo l’isola di Kastellorizo il teatro del confronto. La nave da ricerca sismica Oruc Reis battente bandiera turca, stavolta insieme a due navi da appoggio e a una scorta della Marina militare di Ankara, in data 13 ottobre, ha effettuato i suoi primi (nuovi) sondaggi per la ricerca di idrocarburi. Mossa che ha gettato benzina sul fuoco su una contesa mai sopita e sempre pronta a riaccendersi, rimettendo l’accento sulla questione della sovranità di queste acque “contese” nel Mediterraneo.

A inizio settembre, infatti, la Oruc Reis era stata fatta rientrare dalla Turchia e questo gesto era stato letto come un atto distensivo, di fatto invece era stato causato soltanto da ragioni tecniche. Non a caso Erdogan ha ribadito in un recente discorso ad Ankara che: «Continueremo a dare alla Grecia e all’amministrazione greco-cipriota la risposta che meritano»[1], sottintendendo che non ha alcuna intenzione di lasciare questa questione da parte e che intende portare avanti “l’attività esplorativa” (per adesso fino al 22 ottobre).

Germania e Stati Uniti hanno allora sollecitato la Turchia a interrompere le attività navali internazionalmente considerate illegali (visto che violano apertamente le ZEE di Grecia e Cipro), ma in questi giorni non sembra che la via diplomatica del dialogo stia sortendo gli effetti sperati. Del resto, come potersi fidare di un presidente come Erdogan che sempre più apertamente sta mostrando le sue mire espansionistiche, diretta conseguenza della sua politica di neo-ottomanesimo, che lo vedono a capo di quello che nei suoi piani sarà il Paese leader del Mediterraneo?

Senza contare che questa provocazione si è verificata in un momento di relativa distensione visto che nei giorni precedenti al 13 era stato anche aperto dai Paesi contendenti un tavolo di dialogo a Bratislava per risolvere pacificamente le tensioni giunte al loro apice tra il luglio e l’agosto scorsi. Inoltre, essendo la vigilia della visita ufficiale in Grecia e a Cipro del capo della diplomazia tedesca Heiko Maas, si prospettava il consolidamento di una ipotetica risoluzione nei prossimi mesi.

Non dello stesso parere Erdogan, che invece, a quanto pare, ha colto la palla al balzo per rinfocolare il clima appena sedato. Tanto che Heiko Maas, venuto a conoscenza dell’accaduto, poco prima di salire a bordo del volo che lo avrebbe condotto in Grecia, ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters: «Ankara deve finirla di alternare conciliazioni e provocazioni se il governo è realmente interessato al dialogo come ha più volte affermato»[2]. Maas chiede, insomma, che la Turchia si apra realmente al dialogo e la smetta con le provocazioni astenendosi dalle esplorazioni marittime proprio in quell’area che sa essere internazionalmente riconosciuta di pertinenza esclusiva greca.

La Grecia, da parte sua, ribadisce che se l’atteggiamento turco non cambia, non sarà possibile portare avanti il tavolo di dialogo che era stato recentemente aperto. «Dopo che ieri è stata emessa la nuova notifica di esplorazione illegale Navtex a soli 10 chilometri dalla nostra costa, l’amministrazione turca ha dimostrato di non essere un interlocutore affidabile. Invece di dialogo, ha nuovamente scelto l’escalation, la minaccia diretta alla pace e alla sicurezza nella regione»[3], queste le parole del Ministro degli esteri greco Dendias, che ribadisce anche il sostegno in toto dei rapporti euro-atlantici e si dice molto preoccupato per il comportamento ormai fuori controllo della Turchia.

Tutta la disputa attuale non ruota soltanto attorno a Kastellorizo e ai suoi eventuali giacimenti di petrolio e gas, quello a cui punta la Turchia è più in generale il controllo sul Mediterraneo. «La Turchia cerca il mare come dimensione strategica e si trova accerchiata da un sistema geopolitico che vede coinvolti Egitto, Grecia, Cipro, in parte Israele e la Francia. Rivendicare il diritto di portare avanti i propri interessi in Mediterraneo è una priorità strategica per Ankara per assurgere al ruolo di potenza regionale con influenza non solo sul Mediterraneo ma anche nei Balcani, in nord Africa e in Africa Orientale ex italiana, Somalia in primis. Anche il Mar Nero che è sotto il profilo geopolitico parte del Mediterraneo allargato, si alza la tensione con la Turchia. Navi da guerra egiziane e russe si trovano infatti insieme per compiere esercitazioni in un bacino in cui Ankara gioca un ruolo talassocratico col Bosforo. L’Egitto è nemico della Turchia nel quadro di contrasto intra-sunnismo, dove è allineato con gli Emirati Arabi Uniti – che hanno mandato unità militari a esercitarsi con la Grecia nel Mediterraneo orientale, in chiave anti-Turchia »[4]. Rivalità quest’ultima che si esplica ulteriormente nello scenario libico che vede di nuovo Turchia ed Egitto contrapporsi. Così come anche la Russia, a tratti partner, a tratti rivale, con la quale gestisce rapporti molto complessi su più fronti, in Libia, come anche in Siria e nella recente guerra nel Caucaso.

Perché dunque la Turchia è così pericolosa e va fermata? Perché al contrario dell’Europa (e ancor di più dell’Italia) ha compreso profondamente la rilevanza geopolitica e strategica del Mediterraneo, lasciato invece irresponsabilmente “sguarnito” dagli Stati Uniti. L’Italia che è una nazione marittima, anche se a insaputa di molta della sua classe dirigente, non può sottrarsi a fornire un significativo contributo politico e militare alla stabilizzazione del “Mare Nostrum”.

In altri termini dobbiamo trovare il coraggio di contribuire al contenimento delle mire espansionistiche della Turchia. E’ tempo che l’Italia scelga dalla parte di chi stare in Mediterraneo. Altrimenti per gli interessi italiani finirà male, proprio come è successo in Libia.  

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Nave-turca-Oruc-Reis-raggiunge-la-zona-ricerche-Erdogan-daremo-ad-Atene-risposta-che-merita-b47eff8c-7a61-4962-898e-cd9c502529bd.html?refresh_ce

[2] “Ankara must end the interplay between detente and provocation if the government is interested in talks - as it has repeatedly affirmed”, trad. dell’autore, https://www.reuters.com/article/us-turkey-greece-germany/germany-warns-turkey-against-provocation-in-eastern-mediterranean-idUSKBN26Y0L7

[3] https://it.sputniknews.com/politica/202010139653868-la-grecia-rifiuta-il-negoziato-con-la-turchia-e-chiede-il-ritiro-della-nave-oruc-reis/

[4] https://formiche.net/2020/10/oruc-reis-turchia-grecia/

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Thu, 22 Oct 2020 07:50:46 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/615/1/il-caso-oruc-reis-erdogan-provoca-la-grecia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libano, Ammiraglio De Giorgi: rischio che il Paese scivoli in una guerra civile https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/614/1/libano-ammiraglio-de-giorgi-rischio-che-il-paese-scivoli-in-una-guerra-civile

La scorsa settimana sono stato intervistato da Sputnik Italia circa la situazione del Libano in seguito alle dimissioni del premier tecnico Mustafa Adib

leggi l'intervista

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Fri, 16 Oct 2020 01:31:45 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/614/1/libano-ammiraglio-de-giorgi-rischio-che-il-paese-scivoli-in-una-guerra-civile AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Un ammiraglio a caccia di trafficanti del mare: al via la missione del ’Conrad’ contro la pesca illegale https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/613/1/un-ammiraglio-a-caccia-di-trafficanti-del-mare-al-via-la-missione-del-conrad-contro-la-pesca-illegale

Ad inizio mese sono stato intervistato da Adnkronos per parlare della missione della #Conrad Sea Shepherd Italia
contro la pesca illegale.

Nel link interno al blog potete trovare l'intervista completa.

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Mon, 12 Oct 2020 03:22:58 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/613/1/un-ammiraglio-a-caccia-di-trafficanti-del-mare-al-via-la-missione-del-conrad-contro-la-pesca-illegale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Caucaso: si aggrava la situazione https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/612/1/caucaso-si-aggrava-la-situazione

Una situazione particolarmente delicata è quella che si sta aggravando, nelle ultime settimane sempre di più, in Caucaso tra Armenia e Azerbaigian. Per capire gli scontri che si sono iniziati a intensificare a partire dal 27 settembre scorso a causa di un massiccio attacco di artiglieria da parte degli azeri nella zona del Nagorno-Karabakh, è bene però fare preliminarmente un piccolo quadro riassuntivo di quanto accaduto in precedenza in quei territori.

Sebbene le acredini tra armeni e azeri partano da molto lontano (già dal primo dopoguerra), è di circa trent’anni fa l’avvenimento che di fatto ha dato vita alla tesissima situazione venutasi ad esacerbare a fine settembre, ossia quando, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 la zona del Nagorno-Karabakh (territorio geograficamente azero ma a più vasta maggioranza etnica armena) si è staccata dall’Azerbaigian autoproclamandosi come una repubblica indipendente il 6 gennaio del 1992. Alla fine di quello stesso mese iniziarono i bombardamenti azeri nella regione.

La guerra si concluse nel 1994 e vide il consolidamento della regione del Nagorno-Karabakh come repubblica autonoma, ma non riconosciuta dalla comunità internazionale.

L’Azerbaigian, con questa perdita, oltre ad aver perso una porzione di territorio, l’ha visto diviso da questa lingua di terra separata e ha cominciato la sua rivendicazione dell’unità territoriale; gli armeni, però, per parte loro, hanno sempre affermato il diritto di autodeterminazione dei popoli secondo il quale la neo repubblica si troverebbe in una posizione legittima. La questione necessiterebbe un maggior grado di approfondimento, ma perdonatemi sin d’ora la sbrigatività di questa ricostruzione che, in questa sede, è funzionale alla comprensione dei fatti odierni. Più volte, infatti, nel corso di questi 30 anni ci sono stati attriti e scontri, non è la prima volta che la situazione si fa incendiaria, ma allora qual è la differenza sostanziale della circostanza venutasi a creare nelle ultime settimane?

La prima grossa differenza è la posizione che ha preso in maniera nettissima la Turchia di Erdogan. Ankara infatti si è resa disponibile a spalleggiare gli azeri, come si può evincere dalla chiara dichiarazione del direttore della comunicazione della presidenza turca Fahrettin Altun, che ha detto: «La Turchia si impegnerà totalmente ad aiutare l’Azerbaigian a recuperare le sue terre occupate e a difendere i suoi diritti e interessi in base al diritto internazionale»[1]. E così ha fatto effettivamente, inviando materiale bellico, droni, armamenti, mercenari siriani e così via, motivo per il quale gli azeri si sono sentiti sicuri di poter attaccare, avendo “le spalle coperte”.

La Russia, d’altro canto, sebbene l’agente di prossimità sia l’Armenia, ha mostrato, al contrario della Turchia, un atteggiamento molto più attendista e morigerato. Se infatti negli altri teatri di guerra nei quali di trova di fronte alla Turchia, come la Libia o la Siria, i russi sono stati molto più spregiudicati, in questi territori di confine con i quali sono legati a doppio filo da molteplici interessi e influenze non possono permettersi di compiere passi affrettati, anche perché proprio con l’Azerbaigian (ricchissimo dal punto di vista energetico) sono stati intessuti nel corso degli anni profondi rapporti di tipo commerciale, energetico e militare.

Inoltre, la Russia fa parte anche del così detto Gruppo di Minsk, formato dall’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) negli anni ’90 per mediare la situazione caucasica e cercare di incoraggiare una soluzione pacifica dopo la guerra del Nagorno-Karabakh. Questo Gruppo è guidato da una co-Presidenza che oltre alla Russia vede anche gli Stati Uniti e la Francia (ne fanno parte inoltre rappresentanti di Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Turchia oltre a Armenia ed Azerbaigian). Come rappresentanti della NATO, però, si sono limitati soltanto a richiamare la necessità di un cessate il fuoco, senza agire in nessun’altra maniera.

Soltanto il Canada, esportatore di equipaggiamenti militari in Turchia, dopo averli accusati di aver impiegato le armi per il conflitto armeno-azero, ha interrotto le esportazioni: in particolare dei sensori montati sui droni Bayraktar Tb2 utilizzati per acquisire i bersagli e che sono ad oggi uno dei prodotti di punta dell’industria bellica turca. Il Canada non è nuovo a questo tipo di sospensioni (l’ha già fatto nel 2019 durante la guerra in Siria), ma in questo caso la decisione è stata anche presa in conseguenza dell’influenza che la lobby armena canadese ha esercitato [2]. Di questo ne beneficiano gli Stati Uniti che possono così non esporsi in prima persona nella delicata situazione caucasica mantenendo una posizione, per così dire, defilata.

Ecco che quindi, come ultimamente accade spesso, chi la fa da padrone in questo scenario geopolitico è solo la Turchia che si è aperta (dopo il Mediterraneo, la Siria e la Libia) anche a questo nuovo fronte di battaglia mostrando di essere capace di tenere aperti contemporaneamente impegni bellici differenti, il tutto in una situazione che sta velocemente precipitando, con inediti picchi di violenza (bombardamenti, lanci di razzi, raid con droni e tutto ciò non ha colpito solo bersagli militari ma anche civili).

La questione, sia geopolitica sia giuridica, necessita assolutamente di essere gestita tempestivamente a livello internazionale. Sebbene si sia arrivati a questo punto in seguito ad anni e anni di insuccessi diplomatici e quindi sia difficile essere ottimisti su una facile risoluzione, c’è bisogno che si prenda atto che solo modificando totalmente la linea sin qui seguita che, volenti o nolenti, ha sempre e solo mantenuto il pericoloso status quo, si potranno ottenere dei risultati duraturi bloccando l’azione scriteriata della Turchia.

Del resto, se il Comitato della Croce Rossa Internazionale, impegnato da più di centocinquanta nella codifica del diritto di guerra, si è esposto nella denuncia della direzione che questo conflitto sta prendendo, sicuramente non lo si può leggere come un buon presagio. Presagio, tra l’altro, rinsaldato dall’allarme dell’ONU che tramite la voce di Michelle Bachelet, Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, si è detto molto preoccupato per la ripresa delle ostilità, chiedendo a gran voce la fine dei combattimenti e intimando «“tutte le parti” a rispettare il diritto umanitario internazionale, “in particolare garantendo protezione alle popolazioni civili” ed evitando danni alle infrastrutture civili»[3].

Staremo a vedere se le prossime settimane vedranno un allentamento o un inasprimento della situazione, ma come spesso accade, quel che è necessario, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un cambio di passo a livello intergovernativo e internazionale, perché ancora una volta la Turchia sta occupando quegli spazi negli scenari geopolitici in crisi che colpevolmente vengono lasciati per decenni senza risoluzioni. È più comodo, certo, procrastinare uno status quo che non si sa come dirimere, ma prima o poi le questioni vanno affrontate, altrimenti lo farà qualcun altro. E se quel qualcun altro è un presidente che ha come sogno il neottomanesimo, presto questo sogno può diventare un incubo.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Armenia-Azerbaigian-Baku-intensi-combattimenti-Morti-26-separatisti-in-scontri-c0b3e9d8-c73c-467a-b0a2-584249acc0aa.html

[2] https://www.limesonline.com/notizie-mondo-oggi-6-ottobre-quad-cina-giappone-cambogia-canada-droni-turchia/120338

[3] https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Armenia-Azerbaigian-Baku-intensi-combattimenti-Morti-26-separatisti-in-scontri-c0b3e9d8-c73c-467a-b0a2-584249acc0aa.html

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Mon, 12 Oct 2020 02:37:53 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/612/1/caucaso-si-aggrava-la-situazione AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Haftar: pescatori italiani ancora prigionieri https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/611/1/haftar-pescatori-italiani-ancora-prigionieri

È già trascorso un mese da quando, dalle pagine del mio blog, denunciavo la vicenda del sequestro da parte delle autorità libiche di due pescherecci di Mazara del Vallo (l’Antartide e il Medinea) con il loro equipaggio, composto in totale da 18 marinai, di cui 8 nostri connazionali, che sono ormai rinchiusi agli arresti domiciliari da più di quattro settimane e, secondo quanto detto dal generale Mohamed al Wershafani [1], in attesa di processo.

In chiusura dell’articolo avevo ribadito la pericolosità dell’avvenimento (sebbene non sia il primo caso del genere) poiché ci avrebbe dovuto far riflettere sull’importanza della questione marittima in relazione alla guerra in Libia e sulla necessità di attuare un piano governativo interministeriale per stabile la giusta strategia marittima da adottare a livello nazionale, eppure, ad oggi, i nostri pescatori sono ancora prigionieri in Libia e non solo è il segnale che qualcosa non sta andando come dovrebbe, ma è anche la prima volta che ci troviamo davanti a un tempo tanto lungo per giungere a una risoluzione, il che non fa presagire nulla di buono. Il tutto, tra l’altro, in un assurdo e imperdonabile silenzio generale, come se ci si fosse già dimenticati di tutta la vicenda.

Ricordo che i marinai che sono “in attesa di processo” si trovano lì poiché avrebbero pescato in acque considerate libiche, libiche però soltanto per la Libia, in quanto gli accordi internazionali vigenti, «regolati soprattutto dalla carta di Montego Bay, riconoscono come acque territoriali soltanto quelle poste a 12 miglia dal punto di costa, oltre le quali poi inizia la Zona Economica Esclusiva (Zee). La Libia, però, delimita la propria Zee non dalla costa di Sirte, bensì da una posizione molto più avanzata rintracciata da un’ideale linea che congiunte Misurata e Bengasi»[2].

Ecco perché quando i nostri pescherecci si trovano in quelle acque, pur avendone pienamente diritto secondo le norme internazionali, vengono però trattati da fuori legge dai libici che li considerano come degli intrusi che si insinuano nelle acque unilateralmente considerate territoriali.

Sia come sia, è un fatto che i due equipaggi sequestrati dal Libyan Nation Army (ossia l’esercito di Haftar) vengono utilizzati dall’uomo forte della Cirenaica per mettere sotto scacco l’Italia e portare avanti un vero e proprio ricatto, secondo quanto emerge dalle dichiarazioni del generale Khaled al Mahjoub, uomo molto importante dell’LNA, che ad Agenzia Nova ha dichiarato che: «Il comandante Haftar rifiuta di rilasciare i pescatori italiani detenuti a Bengasi prima di liberare i giovani libici che le autorità italiane hanno condannato a trent'anni di reclusione con l’accusa di traffico di esseri umani». La menzione a questi giovani libici fa rifermento ai calciatori Alaa Faraj al-Maghribi, Abdel-Rahman Abdel-Monsef, Tariq Jumaa al-Amami e Mohamed Essid, tutti e quattro condannati in Italia per traffico di esseri umani.

Questo ricatto ci mette in una posizione ancora più delicata e complessa di come ci si prospettava inizialmente. Haftar ha intenzione di far capitolare l’Italia, farsi consegnare i quattro calciatori ed essere così riconosciuto dai connazionali come l’unico vero leader che è nella condizione di poterne garantire la sicurezza e difenderne gli interessi. Per Haftar, infatti, è di fondamentale importanza riacquistare la fiducia della popolazione, vista la perdita di consenso degli ultimi mesi nei quali si sono svolte numerose proteste e manifestazioni a causa del peggioramento costante delle condizioni di vita nell’est della Libia.

Il protrarsi del sequestro dei marinai sta creando, insomma, l’ennesima crepa che connota l’Italia come l’anello debole tra tutti gli attori presenti in Libia e più in generale nel Mediterraneo, oltre a dimostrare la scarsa voce in capitolo che il nostro Paese possiede in una vicenda che lo riguarda da così vicino e che, ad un mese di distanza dal suo inizio, ancora non accenna a trovare una risoluzione.

Per quanto il Ministro Di Maio abbia rassicurato, a parole, sull’alacre e continuo lavoro per riportare i pescatori in Italia (questa la sua dichiarazione a “Porta a Porta”: «Stiamo sentendo diversi paesi e attori internazionali che hanno in influenza su quelle parti. Non accettiamo ricatti. Lavoriamo senza dare tempistiche per riuscire a riportarli a casa il prima possibile»[3]), nella prassi sembra che non si stia smuovendo assolutamente nulla e soprattutto i toni e le parole vaghe ed esageratamente misurate ci fanno apparire, come purtroppo accade sempre più di frequente, come il “ventre molle” del Mediterraneo.

Ancora più intollerabile, poi, che il tutto si svolga, come accennavo all’inizio, nel quasi completo silenzio dell’opinione pubblica e di entrambe le parti politiche in apparenza totalmente indifferenti al fatto che 18 lavoratori di pescherecci italiani sono ancora, dopo più un mese, sotto sequestro. Da entrambe le parti politiche arriva un assordante nulla: proprio quelle stesse, tra l’altro, che di solito fanno a gara nella strumentalizzazione delle questioni più spinose, con quella che ormai mi sembra una sorta di empatia a comando pronta a venire fuori solo quando si può trarre da una presa di posizione un ritorno mediatico.

Dobbiamo fare qualcosa. Non c’è ulteriore tempo da perdere. Questo atteggiamento attendista, tentennante, ambiguo e vago non fa altro che arrecare danno alla nostra reputazione come Paese, facendoci perdere di credibilità e di potere di contrattazione nelle questioni internazionali. E questa è una di quelle. Abbiamo molto da perdere, non solo la faccia, ma soprattutto la vita di 18 persone.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.agenzianova.com/a/5f733cc14a5445.81075645/3118155/2020-09-28/libia-il-caso-dei-pescatori-italiani-passa-al-tribunale-militare-a-ottobre-il-processo/linked

[2] https://it.insideover.com/politica/quel-ricatto-di-haftar-all-italia-che-puo-costare-caro.html?fbclid=IwAR2q7ujWmIkjCNS9EWLtzsjJ0IMlHXMD_5qWryFqlLRxeh45V9YWGuSu5mE

[3] https://formiche.net/2020/09/libia-sulla-crisi-dei-pescherecci-italiani/

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Mon, 5 Oct 2020 05:34:37 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/611/1/haftar-pescatori-italiani-ancora-prigionieri AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
La Cina del “Zhenhua Leaks” https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/610/1/la-cina-del-&8220zhenhua-leaks&8221

Nelle ultime settimane è esploso il caso “Zhenhua Leaks” a partire dall’analisi di un database cinese dal quale sono emersi dati inquietanti pubblicati in un’inchiesta de «Il Foglio». Per la testata italiana l’analisi del database è stata condotta dalla giornalista Giulia Pompili, in collaborazione con altre testate internazionali quali il «Sunday Time», l’«Indian Express», il «Telegraph», il «Global Mail» e l’«Australian Financial Review» (proprio dal leak di Chris Balding, accademico americato che ha girato le sue scoperte a un’azienda australiana che si occupa di cyber security, è uscita fuori l’intera vicenda).

Il database in questione appartiene alla società privata Zhenhua Data, a Shenzen nella così detta Silicon Valley cinese, che da anni gestisce un archivio nel quale sono stoccate informazioni dettagliate su centinaia di migliaia di cittadini stranieri. Nella parte in cui appaiono informazioni inerenti a cittadini italiani sono presenti, per adesso, più di quattromila e cinquecento nomi tra politici, attori, criminali, prelati e personaggi pubblici in generale.

I dati in questione, inoltre, non riguardano soltanto i singoli, ma comprendono anche svariati dettagli sulla vita privata degli schedati coinvolgendo così anche famigliari e persone terze. Una sorta di “forziere di informazioni” utili al governo cinese per poter esercitare in Italia la propria influenza sia politicamente che economicamente, in modo preciso e mirato.

Sembrerebbe che per la maggior parte delle informazioni i server cinesi operino avvalendosi dell’intelligenza artificiale ma da alcuni dettagli emergerebbe come ci si sia avvalsi anche dell’intervento di persone. Per ogni persona schedata è stato creato un codice e una serie di connessioni e interessi ad essa correlati. Il database italiano è diviso in tre sezioni distinte: «Nella prima categoria sono elencate le “persone politicamente esposte”, come parlamentari, leader di partito, membri di varie istituzioni, fino ai consiglieri regionali e sindaci. Ci sono poi persone che lavorano nei settori industriali strategici e poi vescovi e prelati. Si tratta di circa 800 nomi, dalla prima in ordine alfabetico, l’ex ministro Adriana Poli Bortone, all’ex segretario Pd Walter Veltroni […]. La seconda categoria è definita dall’analisi de Il Foglio “tra le più anomale”. Ci sono 1.012 nomi più strettamente legati agli obiettivi di interesse della Cina. In questa lista c’è l’intera famiglia Berlusconi, quella di Renzi, degli imprenditori Merloni e Ferrero. Una mappa che comprende non solo i famigliari, ma anche i partner dei leader di partiti politici, fratelli imprenditori di parlamentari, parenti di ex ambasciatori che sono diventati manager di società pubbliche. Nell’ultima sezione ci sono 2.732 nomi con condannati e indagati, per lo più esponenti della criminalità organizzata. A ognuno è associata una parola chiave per definirne il profilo, come frode, droga, estorsione, traffico di esseri umani. […] Nell’elenco ad esempio c’è il narcotrafficante calabrese Giovanni Palamara, legato ai cartelli della droga colombiani, connesso al boss della ‘Ndrangheta Rocco Morabito» [1].

Nonostante ancora ci siano moltissime zone d’ombra sulla vicenda e non sia ancora provabile se ci sia o meno un legame diretto tra l’archivio privato e il governo cinese, è anche vero che spesso i servizi segreti di Pechino si sono avvalsi di enti privati per raccogliere informazioni, ipotesi ventilata anche dal network australiano Abc che parla di un’affiliazione tra la Zhenhua e il colosso pubblico China Electronics che si occupa delle telecomunicazioni militari, ma dalle pagine di «La Repubblica» si fa sapere che «sulle pagine del sito della società […] non c’è traccia del legame» [2].

Il Ministro della Difesa Guerini sulla vicenda si è detto spaventato non tanto per l’acquisizione dei dati che, è bene ricordarlo, provengono da fonti open source, quanto piuttosto dalla targetizzazione e dalla profilazione degli stessi.

Proprio sulle pagine de «Il Foglio» dopo aver precisato che il Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) è già a lavoro sulla vicenda, ha così dichiarato: «Pur trattandosi di un’azienda privata serve chiarezza nei rapporti. Al momento non è possibile esprimere giudizi definitivi, ma seguirò l’evolversi di questa vicenda con grande attenzione. Posso solo ribadire la mia posizione: siamo un paese con una forte vocazione all’export, che quindi deve avere rapporti con tutti i paesi. Ma la sicurezza nazionale viene prima di ogni altra valutazione economica o tecnologica che sia» [3].

A prescindere, dunque, dai molti elementi di ambiguità sui quali non è prudente azzardare ipotesi senza prove, ciò che emerge con chiarezza è invece il fatto che, mentre l’Europa, più in generale l’Occidente, si concentrava ciecamente solo su se stesso e sui propri interessi contingenti, si è lasciato campo libero a una Cina che guarda ben oltre i suoi confini, impegnata da decenni nella costruzione di una sempre crescente influenza su scala mondiale.

L’Italia e l’Europa hanno una normativa sulla privacy che in questo caso viene apertamente violata e si impone dunque anche una più ampia riflessione sul mercato dei dati e su quale sia il rapporto, nei paesi non democratici, tra aziende private ed enti pubblici.

Senza fare allarmismi o voler chiamare in causa racconti di orwelliana memoria, quel che va comunque sottolineato è l’evidente problema nella gestione dei dati personali che, oltre a costituire un problema di privacy, si rivela anche un fattore di sempre maggiore importanza nella messa in atto di strategie di condizionamento dell’opinione pubblica di paesi terzi.

Sono aspetti che non vanno sottovalutati e che anzi necessitano della giusta attenzione poiché nella formazione di nuovi assetti geopolitici laddove si apre un varco, per negligenza o anche semplicemente per ingenuità politica, ci sarà sempre qualcuno disposto a varcarlo.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.open.online/2020/09/14/database-cina-schedato-italiani-politici-criminali-imprenditori-punteggio-connessioni/

[2] https://www.repubblica.it/esteri/2020/09/14/news/cosi_i_cinesi_schedano_gli_italiani_influenti_-267222465/

[3] https://www.ilfoglio.it/politica/2020/09/16/news/guerini-gli-italiani-schedati-in-cina-preoccupante-e-su-renzi-nel-pd-non-e-all-ordine-del-giorno--1065930/

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Mon, 28 Sep 2020 07:56:52 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/610/1/la-cina-del-&8220zhenhua-leaks&8221 AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Accordi di Abramo: veri forieri di pace? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/609/1/accordi-di-abramo-veri-forieri-di-pace

Prima di esprimere qualsiasi considerazione, partiamo dai fatti: il 15 settembre a Washington sono stati siglati i così detti “Accordi di Abramo”, con cui è stata sancita la normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein.

Già nell’agosto (il 13) Trump aveva annunciato che, dopo aver avuto lunghi colloqui telefonici con il primo ministro israeliano Netanyahu e il principe ereditario Mohammed bin Zayed, di fatto leader degli Emirati Arabi Uniti, poteva confermare che a breve sarebbe stato finalizzato «an historical peace agreement» [1] con il quale appunto si sarebbero normalizzati i rapporti tra i due stati (a cui solo dopo si è aggiunto il Bahrein).

Cosa s’intende con il termine “normalizzazione”? Parliamo del riconoscimento da parte di Emirati Arabi e Bahrein di Israele come Stato. Ad oggi, del gruppo di stati Palestinesi, soltanto l’Egitto e la Giordania (rispettivamente nel 1979 e nel 1994) avevano già compiuto questo passo.

Il presidente Trump, che è in affanno nella corsa per l’Election Day del prossimo 3 novembre, ha voluto segnare con questa vittoria diplomatica un punto a suo favore. Questo accordo è, però, realmente portatore di pace?

Per prima cosa bisogna dire che se da un lato l’annuncio del 13 agosto di Trump è stato inaspettato, non lo erano altrettanto le basi su cui esso si poggia, in quanto i governi di Emirati Arabi Uniti e Israele collaborano e si parlano da anni. Non ufficialmente, d’accordo, ma ufficiosamente la cosa era già nota.

In una lunga e interessante ricostruzione compiuta da “Il Post” si legge che: «Tra le altre cose, il Mossad, il servizio segreto di Israele per l’estero, aveva da tempo relazioni non ufficiali con i Servizi segreti di diversi paesi del Golfo Persico. Il direttore dell’agenzia, Yossi Cohen, aveva fatto viaggi negli Emirati, in Arabia Saudita e in Qatar, oltre che in Giordania e in Egitto. Con l’inizio della pandemia da coronavirus questi rapporti erano diventati ancora più stretti. Il Mossad aveva riconosciuto di acquistare all’estero materiale medico per trattare il COVID-19, e alcune ricostruzioni della stampa israeliana e internazionale avevano parlato di voli “riservati” carichi di mascherine e ventilatori provenienti proprio dagli Emirati. A giugno, inoltre, l’ambasciatore emiratino negli Stati Uniti, Yousef al Otaiba, aveva scritto un significativo editoriale diretto a un pubblico israeliano, e pubblicato in ebraico sul popolare quotidiano israeliano Yediot Ahronot. L’editoriale si intitolava “O annessione o normalizzazione”, e metteva in discussione la tesi di Netanyahu per cui l’annessione della Cisgiordania – obiettivo perseguito da tempo dalla destra israeliana – non avrebbe compromesso la possibilità per Israele di avviare relazioni diplomatiche con gli Emirati e l’Arabia Saudita. O una cosa o l’altra, diceva al Otaiba» [2].

Non è strano, dunque, prendere atto che negli Accordi di Abramo Israele abbia dovuto mettere da parte, almeno per il momento, l’annessione della Cisgiordania, proprio come si leggeva nell’editoriale appena citato.

Nonostante Israele abbia “ceduto” sulla questione Cisgiordania, come ha scritto Anshel Pfeffer, giornalista di Haaretz, il primo ministro israeliano esce vincitore da questi accordi poiché ha ottenuto ciò che nessun altro prima di lui era riuscito a ottenere, ossia l’avvio di relazioni diplomatiche ufficiali con un paese arabo del Golfo Persico senza però fare concessioni ai palestinesi: «È difficile sostenere oggi che l’occupazione che va avanti da 53 anni sia “insostenibile”, quando Netanyahu ha appena dimostrato non solo che lo è, ma anche che Israele può migliorare i suoi rapporti con il mondo arabo apertamente, senza rinunciare all’occupazione» [3].

Anche gli Emirati che cercano di assumere agli occhi dell’Occidente un ruolo sempre maggiore nella risoluzione della questione mediorientale, con questa apertura ne escono “vincitori” e lo sarebbero ancora di più se si trascinassero dietro qualche altro paese della Penisola Araba (come è stato per il Bahrein) dimostrando di essere i più “tolleranti” tra gli stati del Golfo. Per non parlare di Trump che con questa mossa si è stato proposto come candidato al Nobel per la pace!

Chi, invece, ne risulta duramente sconfitto sono i Palestinesi, che hanno salutato questo accordo come un tradimento da parte dei due Paesi arabi dopo aver negato a Trump il ruolo di mediatore per le sue decisioni favorevoli a Israele.

Il premier palestinese Mohammed Shtayyeh ha definito “un giorno buio” quello degli accordi, anche se Trump ha incalzato dicendosi convinto di riuscire a coinvolgere anche altri Paesi del Golfo come Oman e Arabia Saudita, perché dice, si renderanno conto alla lunga che è meglio stipulare un accordo che essere lasciati da parte.

Ma l’accordo di Abramo segna anche una sfida del mondo sunnita all’Iran visto come la principale minaccia nel Golfo Persico e in Siria. Talmente temuta da far superare ideologicamente la lotta al grande nemico del popolo arabo, Israele, occupante della città santa di Gerusalemme e delle terre dei musulmani.

Per l’Iran, il nuovo assetto nelle relazioni internazionali in Medio Oriente costituisce un fattore di debolezza che dovrà da un lato cercare di compensare con un avvicinamento ulteriore alla Russia e dall’altro aumentare la tensione e l’aggressività delle comunità scite nei territori occupati e in Siria al fine di vanificare la portata politica degli “accordi di Abramo” nel breve/medio termine.

Vedremo quali saranno gli sviluppi futuri in una zona così instabile nella quale convergono un numero tanto diverso e numeroso di interessi contrastanti.

A tal proposito vorrei concludere condividendo le parole equilibrate e imparziali di Annalisa Perteghella, Research Fellow dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale che ha commentato così: «Sebbene sia stato presentato in questo modo, quello firmato oggi non è un accordo di pace: in primo luogo perché i paesi in questione non sono mai stati formalmente in guerra; in secondo luogo perché non coinvolgendo la componente palestinese esso non rappresenta un avanzamento del processo di pace. È semmai la ratificazione dell’esistente, l’ufficializzazione di relazioni in corso da anni a livello non ufficiale. A fare da catalizzatore dell’allineamento in questi anni è stata una comune percezione dell’Iran come principale minaccia strategica, particolarmente forte non solo nel caso di Israele ma anche delle monarchie sunnite del Golfo» [4].

Del resto, mentre negli Usa si stava firmando l’«historical peace agreement» le sirene di allarme anti-missili suonavano all’impazzata a nord della Striscia di Gaza a causa di 13 razzi (secondo quanto riporta l’esercito israeliano) sparati a più riprese verso Israele. Anche se otto di questi sono stati intercettati dal sistema israeliano di difera Iron Dome e non si hanno notizie di vittime, non è un bel segnale in concomitanza con gli accordi appena siglati.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] Questo il link al video completo: https://www.youtube.com/watch?v=yPeZ_eUkzEI&ab_channel=GuardianNews

[2] https://www.ilpost.it/2020/08/14/accordo-israele-emirati-arabi-uniti-spiegato/

[3] https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-in-uae-deal-netanyahu-trades-imaginary-annexation-for-real-life-diplomacy-win-1.9071474

[4] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-emirati-e-bahrein-laccordo-di-trump-27416

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Mon, 21 Sep 2020 01:45:58 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/609/1/accordi-di-abramo-veri-forieri-di-pace AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Bielorussia nel caos. E la Russia? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/606/1/bielorussia-nel-caos-e-la-russia

È trascorso ormai più di un mese dalle elezioni del 9 agosto, ma la situazione in Bielorussia non accenna a placarsi. Da quando il così detto ultimo dittatore d’Europa, Alexander Lukashenko, ha annunciato al popolo bielorusso di aver vinto nelle votazioni con ben l’80% delle preferenze, non c’è giorno in cui a Minsk masse di cittadini non si siano riversate in piazza per protestare, accusando Lukashenko di aver truccato i risultati elettorali.

Il presidente, alla guida del Paese dal 1994, ha risposto con una durissima repressione che ha portato a una pioggia di arresti e violenze, anche tramite l’uso di lacrimogeni e proiettili di gomma sulle folle, cosa che ha chiaramente scandalizzato l’intera comunità internazionale. Soltanto nei primi giorni di protesta il numero degli arrestati si aggirava intorno a 3.000 persone. Ciò che i manifestanti hanno chiesto e continuano a chiedere a gran voce sono dimissioni del Presidente sostenendo che le preferenze elettorali avrebbero in realtà portato alla vittoria la leader dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaia, attualmente in esilio in Lituania.

Nonostante non sia la prima volta che i bielorussi scendano in piazza in seguito all’esito elettorale (l’hanno già fatto sia nel 2010 che nel 2015) questa volta la situazione sembra essere decisamente più grave. Per certi aspetti tutto potrebbe far pensare a qualcosa di analogo ai fatti di Ucraina del 2014 che portarono all’esautorazione del presidente Janukovič, ma ci sono alcune differenze sostanziali:

«Rispetto all’Ucraina, la popolazione di etnia russa sul totale della popolazione bielorussa non occupa una quota così rilevante, aggirandosi attorno all’8%, ma si tratta comunque della principale minoranza del paese. Inoltre, a differenza di Kiev, Minsk fa parte di tutte le organizzazioni regionali principali a guida russa, quali l’Unione Statale Russia-Bielorussia, la Collective Security Treaty Organization e l’Unione Economica Eurasiatica. In particolare, i regolamenti commerciali di quest’ultimo ente non sono compatibili con quelli dell’Unione Europea. […] Il governo di Kiev, inoltre, si apprestava a firmare un Association Agreement con la Ue […] per consentire ai paesi dell’Europa Centrorientale che avessero voluto aderirvi, di armonizzare la propria legislazione con gli standard richiesti dall’Unione Europea. Il repentino voltafaccia di Janukovič a pochi giorni dalla firma dell’accordo, dovuto alle pressioni e alle prebende provenienti dalla Russia, aveva determinato l’inizio delle proteste del popolo ucraino, che vedeva la partnership con la Ue come l’ultima possibilità per uscire dalla grave situazione politico-economica in cui versava il paese. Nel caso della Bielorussia, però, non vi è in ballo alcun accordo europeo, nonostante il paese abbia aderito alla Eastern Partnership nel 2009. […] Del resto, anche i legami economici tra Russia e Bielorussia sono decisamente più stretti di quelli che intercorrevano tra Mosca e Kiev nel 2014»[1].

La Russia è, infatti, legata a doppio filo alla Bielorussia e in questo mese Putin, dopo un primo momento di attendismo, ha manifestato il suo appoggio a Lukashenko, affermando di aver già pronto un contingente di agenti delle forze dell’ordine da inviare, ma è stato cauto nell’esporsi oltre. Anzi ha affermato di voler agire in maniera più «contenuta e neutrale» rispetto all’atteggiamento di altri paesi sia europei che americani[2].

Chiaramente qui Putin faceva riferimento alla precisa posizione di condanna dell’UE, in particolare della Germania, che è, tra i paesi europei, la più interessata a far allontanare Minsk da Mosca, in quanto è la principale insidia per la Federazione Russa in merito al controllo dello spazio post-Sovietico.

Il Ministro Di Maio, in una lunga intervista rilasciata a Formiche.net ha dichiarato: «[…] solidarietà al popolo bielorusso; non riconoscimento delle elezioni presidenziali; impegno per l’indizione al più presto di nuove elezioni rispettose dei più elevati standard internazionali; adozione di sanzioni mirate a individui ritenuti responsabili delle violenze e della falsificazione dei risultati; pieno sostegno al dialogo interno fra Lukashenko e le forze di opposizione»[3]. Siamo quindi allineati alla posizione USA e Ue. Resta da vedere adesso come voglia agire Putin nelle prossime delicate settimane.

Nel frattempo, Maria Kolesnikova, membro del Consiglio di Coordinamento dell’opposizione bielorussa, è stata rapita da uomini incappucciati, secondo quanto dichiara un testimone che dice di aver registrato tutto. La polizia statale bielorussa ha dichiarato che l’arresto non c’entra nulla con la politica.

Sia come sia, resta comunque il fatto che tutti e tre i leader dell’opposizione candidati alle elezioni sono o in carcere o all’estero, il che comunque non fa ben sperare per le sorti della Kolesnikova. L’UE probabilmente, dopo questo ulteriore sviluppo, potrebbe decidersi ad adottare sanzioni contro il regime di Lukashenko nel prossimo Consiglio Affari Esteri del 21 settembre. Ammesso che l’UE trovi davvero il consenso in tale direzione, le sanzioni non saranno da sole in grado di far cadere il presidente Lukashenko che secondo quanto riporta un’ultima nota Ansa avrebbe dichiarato «Lasciate che ve lo dica da uomo, in modo che sia chiaro. I miei critici spesso dicono: “Non rinuncerà al potere”. Hanno ragione. Non è per questo che il popolo mi ha eletto. Il potere non viene dato in modo che uno poi lo ceda».

Mi sembra non ci sia nulla di buono all’orizzonte.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.thezeppelin.org/elezioni-in-bielorussia-una-nuova-maidan/

[2] https://www.corriere.it/esteri/20_agosto_27/putin-pronto-intervenire-la-sicurezza-bielorussia-f3f54f06-e85f-11ea-b091-8b361f593974.shtml

[3] https://formiche.net/2020/09/luigi-di-maio-diplomazia-italia-farnesina/

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Mon, 14 Sep 2020 08:29:23 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/606/1/bielorussia-nel-caos-e-la-russia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libia: due pescherecci italiani sequestrati https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/605/1/libia-due-pescherecci-italiani-sequestrati

Il primo settembre scorso due pescherecci italiani appartenenti alla marineria di Mazara del Vallo, il “Medinea” e l’“Antartide”, con i loro rispettivi equipaggi (16 persone) sono stati sequestrati mentre si trovavano a 35 miglia nautiche dalla costa libica, caricati su un gommone della Marina Militare libica e portati a Bengasi. Insieme a loro anche i due comandanti di altri due pescherecci (l’“Anna madre”, anch’esso di Mazara del Vallo, e il “Natalino”, di Pozzallo) sono stati caricati sul gommone, mentre le loro imbarcazioni, sfruttando i momenti del prelevamento, sono riuscite a sfuggire al sequestro allontanandosi in tempo. Sembrerebbe che siano stati sequestrati poiché non rispettavano le ZEE (Zone Economiche Esclusive) libiche sancite unilateralmente nel 1982 con la convenzione di Montego Bay dell’allora rais Gheddafi.

Quale che sia la motivazione addotta per legittimare una simile azione, non si può ignorare il fatto che episodi di questo genere non avvengono ora per la prima volta. Già nell’ottobre del 2018 e poi nel luglio del 2019 era accaduto qualcosa di simile. Il 9 ottobre 2018, infatti, stessa sorte toccò ai pescherecci “Afrodite pesca” e “Matteo Mazzarino”, verso i quali venne anche aperto il fuoco danneggiando gravemente le imbarcazioni e sequestrando gli equipaggi che si trovavano in acque internazionali, a 60 miglia circa dalla costa libica; altrettanto accadde il 23 luglio del 2019 al peschereccio “Tramontana” che venne trasportato a Misurata. In tutti questi casi fu necessario l’intervento della Farnesina per far rilasciare gli equipaggi congiuntamente alle singole azioni del sindaco di Mazara e del console italiano in Libia.

Ci si chiede dunque: è un caso che questi sequestri siano avvenuti proprio in concomitanza con l’incontro in Libia del Ministro Di Maio con al-Sarraj? Incontro, tra l’altro, con il quale stiamo tentando di rinsaldare la fiducia del Governo libico riconosciuto dall’ONU (GNA), essendo esso incentrato sulla costruzione o implementazione delle infrastrutture libiche a partire dall’ambizioso progetto della costruzione di un’autostrada che unisca la costa libica. L’Italia vede con favore l’accordo raggiunto con (il presidente del parlamento di Tobruk Aguila) Saleh per la promozione di un cessate il fuoco e lo sostiene. Crediamo anche, come diciamo da sempre, che debba cessare ogni interferenza esterna»[1]. Limpido è il riferimento alla Turchia, che è diventato, per nostra manchevolezza, il principale competitor nella partnership con Tripoli, colmando il vuoto lasciato dall’Italia e siglando in tempi record importanti accordi militari, economici con il governo di al-Sarraj.

Questo incontro, inoltre, sembra non essere passato inosservato anche nell’altra parte della Libia, la Cirenaica di Khalifa Haftar, che ha eseguito il sequestro, tanto che l’assessore della Regione Sicilia per la Pesca Mediterranea Edy Bandiera all’indomani del sequestro dei pescherecci ha dichiarato: “La presenza del ministro Di Maio in Libia in questi giorni non può essere una coincidenza. La circostanza ci preoccupa, ma oggi osserviamo un silenzio rispettoso del lavoro che sappiamo si sta svolgendo alla Farnesina che già in altre circostanze ha saputo trattare vicende analoghe in modo opportuno ed efficace. Siamo in contatto con la Farnesina per seguire con la massima attenzione la vicenda”[2], fermo restando, poi, che portare avanti una trattativa con un governo non riconosciuto dall’Onu complica ancora di più la situazione diplomatica e ciò non va sottovalutato.

Si è levata sulla vicenda anche la voce dell’armatore Gaspare Asaro, comandante del peschereccio Matteo Mazzarino, quello stesso che era stato coinvolto nel sequestro del 2018 di cui ho fatto menzione in principio e che ricorda molto bene l’attesa di quei 10 giorni di trattative che ci vollero per riportare a casa sano e salvo il suo equipaggio. «Siamo stanchi di rischiare quotidianamente la vita per guadagni irrisori. Viviamo una condizione di pericolo costante, ma noi chiediamo solo di poter fare il nostro mestiere. I pescatori di Mazara del Vallo chiedono solo di poter continuare a fare il proprio lavoro in sicurezza, non siamo interessati a questioni politiche. Il Mediterraneo è diventato un focolaio di guerra e per noi non è più possibile continuare a svolgere il nostro umile mestiere di pescatori»[3]. In quell’occasione, infatti, all’equipaggio sottoposto a sorveglianza militare, venne requisito l’intero pescato (in osservanza della convenzione di Montego Bay che legittimava il sequestro e il divieto per i pescherecci di operare in un’area di mare che la Libia afferma essere sotto la propria giurisdizione economica esclusiva).

Vicende come questa, per quanto non nuove, dovrebbero farci riflettere sul delicatissimo e precario equilibrio del Mediterraneo, soprattutto alla luce dei mutamenti degli equilibri politici e militari in corso. Non mi stancherò di ripetere, infatti, che è necessario che in Italia si accendano i riflettori sulla Libia e, più in generale, sulla questione marittima;  dovrebbero essere oggetto di un piano governativo interministeriale per stabilire quale sia la strategia marittima nazionale da adottare vista l’importanza del mare per la sicurezza e la prosperità del nostro Paese.

 

[1] https://formiche.net/2020/09/libia-di-maio-italia/

[2] https://www.agi.it/estero/news/2020-09-02/pescherecci-italiani-equipaggio-mani-haftar-9555122/

[3] https://palermo.repubblica.it/cronaca/2020/09/02/news/due_pescherecci_di_mazara_del_vallo_sequestrati_dai_libici-266053516/

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Mon, 7 Sep 2020 02:40:00 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/605/1/libia-due-pescherecci-italiani-sequestrati AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Libia: continua a regnare il caos https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/604/1/libia-continua-a-regnare-il-caos

La situazione in Libia continua a essere infuocata. Turchia da un lato ed Emirati Arabi Uniti e Russia dall’altro, si contendono sempre più aspramente la partita del Mediterraneo sulle spalle della Libia, in guerra civile ormai dal 2011 e ben lontana dal trovare un equilibrio politico. E in tutto questo l’Italia continua a “pedalare senza catena”, come abbiamo visto con il recente rinnovo del Memorandum di cui ho parlato la scorsa settimana.

Facciamo, però, un passo indietro per dare un quadro più ampio che abbracci la situazione dell’ultimo mese. Il 5 luglio scorso, infatti, con il bombardamento dell’area attorno alla base aerea di al-Watiya, la più grande installazione militare del Nordafrica, è stata gettata benzina sul fuoco in una situazione già gravemente compromessa. Dal governo di Tripoli (gna), l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite, è trapelato che gli artefici dell’attacco molto probabilmente sono stati aerei emiratini (alleati di Haftar) che con quest’offensiva hanno voluto lanciare un segnale sia ad al-Sarraj che alla Turchia sua alleata per far capire che la partita non è chiusa. Del resto la Turchia, che si muove agilmente e sempre più incisivamente in Tripolitania e che accarezza l’idea di allargare la sua area d’influenza sul cosiddetto “oil crescent” verso est troverà sempre maggiore opposizione a parte dell’Egitto, che considera la Cirenaica una sua provincia.

Ecco quindi che il bombardamento di al-Watiya del mese scorso non è stato soltanto un episodio in grado di interferire con l’evoluzione militare sul piano tattico, ma è servita come segnale politico forte nei confronti di Erdogan. Nei giorni precedenti all’attacco, infatti, «nella base erano arrivati i sistemi antiaerei Hawk turchi, anche per segnalare che la base era da considerarsi sotto la tutela diretta della Turchia e non di una delle tribù del campo di Al Serraji. In quegli stessi giorni una folta delegazione militare, guidata dal ministro della Difesa turco, era andata a Tripoli e Misurata per parlare di futura presenza turca al fianco del gna. Ed è inevitabile non ricollegare a questi passaggi l’attacco ad al Watiya (su cui ci sono più che sospetti di un coinvolgimento anche egiziano, diretto o logistico).

Anche l’Onu, sebbene sia stato sinora del tutto ininfluente in Libia non potendo contare sull’appoggio degli Stati Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (gli USA e la Cina indifferenti, la Russia  e la Francia sostenitrici del Generale ribelle Haftar) non ha saputo far altro che tentare di riportare l’attenzione della comunità internazionale sulla situazione insostenibile in Libia tramite le parole dell Segretario Generale António Guterres: «Il tempo non è dalla nostra parte in Libia. Il conflitto è entrato in una nuova fase, con le interferenze straniere che hanno raggiunto livelli senza precedenti, anche nella fornitura di attrezzature sofisticate e per numero di mercenari coinvolti nei combattimenti. […] Da quando il Consiglio ha discusso l’ultima volta della Libia a maggio, le unità militari del Governo di Accordo Nazionale (gna) riconosciuto dall’Onu si sono, con un significativo sostegno esterno spinte verso est nella loro offensiva contro la cosiddetta Libyan National Army (lna) di opposizione, comandato da Khalifa Haftar. La situazione in prima linea è stata per lo più tranquilla dal 10 giugno, con le forze del gna a 25 chilometri dalla città costiera mediterranea di Sirte. Ma le Nazioni Unite sono molto preoccupate da un allarmante accumulo di forze militari attorno a quella città, nonché da un alto livello di interferenze straniere dirette, in violazione dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e degli impegni presi alla Conferenza internazionale di Berlino sulla Libia sei mesi fa»[1]. Non credo che ci possano essere parole che più di queste siano una sorta di ammissione di fallimento. Le interferenze straniere, le violazioni dell’embargo di armi e così via sono chiaramente, sebbene non si facciano mai i nomi, riferimenti a Turchia e Russia in particolare.

In tutto questo, poi, non dimentichiamo che ad oggi sono circa 400 mila gli sfollati all’interno della Libia e che i così detti “campi di accoglienza” presenti in questo Paese altro non sono che dei luoghi dell’orrore da cui si cerca disperatamente di scappare, generando l’altro grosso dramma di questa situazione, quello dei migranti. Lo stesso Papa Francesco, a sette anni dal suo discorso a Lampedusa, nella messa straordinaria che ha tenuto nell’anniversario di quel giorno ha preso ferma posizione al riguardo raccontando di come arrivi tramite i media una sorta di versione edulcorata di quello che capita davvero a quelle donne e a quegli uomini [2].

L’Italia, in tutto questo, che cosa sta facendo? Nulla, o quasi nulla, e quel poco che fa non è in grado di portare frutti. Abbiamo già avuto modo di analizzare la questione memorandum, ma proprio in questi ultimi giorni si è verificato l’ennesimo episodio che fa comprendere quanto il nostro peso specifico nella questione libica si stia assottigliando. Il 30 luglio, infatti, un Hercules C130 salpato da Pisa e giunto a Misurata con 40 soldati è stato respinto da al Sarraj. Il governo di Tripoli ha negato lo sbarco indicando come motivazione la mancanza di alcuni documenti, ma sembra che questa sia stata solo una scusa per celare le vere motivazioni, tutte politiche. Del resto, l’assenza di una linea politica coerente e unitaria da parte dell’Italia non può che aumentare l’irrilevanza italiana in Libia. Invece di inserirci nel tessuto sociale ed economico libico, offrendo tramite le nostre truppe un addestramento militare e un aiuto concreto dal punto di vista organizzativo del Paese che si sarebbe rivelato fruttuoso per tutti, la nostra presenza nel territorio libico si è ridotta a quella di attori interessati alla limitazione dei flussi migratori. Senza contare che l’inazione italiana ha di fatto gettato Tripoli nelle braccia di Ergodan. Sarraj, infatti, aveva chiesto un aiuto militare al nostro Paese per arginare le truppe di Haftar e la presenza dei terroristi in Libia, ma di fronte ai nostri continui tentennamenti e scoraggiato dai nostri avvicinamenti ad Haftar, si è rivolto verso la Turchia, interlocutore più credibile e incisivo di noi.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.greenreport.it/news/geopolitica/guterres-in-libia-livello-di-ingerenze-straniere-senza-precedenti/

[2] https://www.agi.it/cronaca/news/2020-07-08/papa-libia-campi-detenzione-9099253/

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Wed, 5 Aug 2020 12:33:51 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/604/1/libia-continua-a-regnare-il-caos AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Memorandum Italia-Libia oggi https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/603/1/memorandum-italia-libia-oggi

È di questi giorni la notizia che vede protagonisti due migranti sudanesi uccisi (altri cinque feriti) in una sparatoria occorsa a Khums, città ad est di Tripoli, la notte del 27 luglio mentre si svolgevano le operazioni di sbarco. Secondo quanto divulgato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – oim – sono state le autorità locali a iniziare a sparare nel momento stesso in cui alcuni migranti sbarcati avevano cercato di scappare. I sopravvissuti sono stati trasferiti nei centri di detenzione libica[1]. Questo ennesimo episodio di violenza non può che portarci ad affrontare un tema che ci riguarda da vicino: gli accordi che l’Italia ha siglato con la Libia ormai più di tre anni fa e che recentemente sono stati ri-confermati alla Camera dei Deputati.

Proprio il 16 luglio scorso, infatti, la Camera ha approvato le missioni militari internazionali, comprendendo tra queste gli interventi in Libia, tanto da generare forti divisioni nella maggioranza poiché l’Assemblea del PD (risalente solo a qualche settimana prima della discussione in Parlamento) aveva deciso all'unanimità di votare contro il rinnovo del finanziamento alla Guardia Costiera libica, ma in Parlamento il PD ha votato per il rinnovo. Oltre 58 milioni di euro (decisione già approvata in Senato il 7 luglio).

Ricorderete, a tal proposito, l’accordo siglato il 2 febbraio 2017 tra il governo italiano a guida Gentiloni e il governo di Tripoli (il GNA – Governo di Accordo Nazionale, l’unico riconosciuto internazionalmente) guidato da al Sarraj. Lo scopo di questo accordo, fortemente voluto dall’allora ministro dell’interno Minniti, era quello di contrastare l’immigrazione clandestina prevedendo una stretta collaborazione con la Guardia Costiera Libica affinché si riducessero drasticamente gli sbarchi sulle coste italiane. Le motivazioni sulle quali trovava fondamento l’accordo non erano però legate soltanto alla diminuzione dell’immigrazione, ma anche orientate verso l’abbattimento del traffico di esseri umani e la lotta nei confronti delle organizzazioni criminali, da perseguire anche finanziando i sindaci libici delle cittadine lungo la via dell’immigrazione, affinché potessero fornire delle alternative a queste persone disperate, pronte a tutto pur di fuggire dal loro Paese.

Queste le parole dell’incipit della Dichiarazione Congiunta emersa dall’incontro del Ministro Minniti con le comunità libiche: «Nello spirito dell’accordo bilaterale del 2 febbraio 2017, e costruendo su quanto deciso nell’incontro a cui hanno preso parte 14 sindaci libici lo scorso 13 luglio a Tripoli, Italia e Libia rinnovano il loro impegno a sviluppare una relazione speciale per fornire alle comunità locali più duramente colpite dall’immigrazione illegale, dal traffico di esseri umani e dal contrabbando, alternative di crescita e sviluppo. I giovani di quelle aree e di tutta la Libia meritano un futuro di speranza e libertà dalle minacce poste dalle organizzazioni criminali contro le loro regioni. Rinnoviamo la nostra ferma opposizione al traffico di esseri umani e ad ogni traffico illegale, e ci impegniamo a lottare con la massima determinazione contro i responsabili. I trafficanti sono un nemico comune»[2].

Purtroppo, nonostante queste premesse e l’effettivo sostanziale decremento di arrivi clandestini nel nostro paese, non se ne fece niente di questa parte dell’accordo. Il risultato paradossale è stato il rafforzamento della criminalità che gestisce i migranti e il crescente arrivo illegale direttamente sulle coste italiane. L’Oxfam ha raccolto svariate testimonianze delle terribili torture, stupri, omicidi che avvengono quotidianamente in questi luoghi: «Nei centri di detenzione ufficiali sono rinchiuse oltre 4.500 persone secondo l’UNHCR, mentre in quelli gestiti dalle organizzazioni criminali, ne sono stimati a decine di migliaia. Uomini, donne e bambini che non solo subiscono trattamenti inumani e degradanti, ma rischiano di morire sotto le bombe in un paese in guerra»[3].

Si legge in una interessante analisi condotta da Francesca Mannocchi su L’Espresso: «Le agenzie Onu non sono – per loro stessa ammissione – in condizione di garantire la sicurezza delle persone sbarcate in Libia dalla Guardia Costiera libica, le strutture sono nelle condizioni in cui sono sempre state, cambiare le finestre o dare una mano di pittura a un centro detentivo non significa risolvere il problema. E il problema è la legge: finché non si attiva un processo trasparente di ripensamento del sistema giuridico libico le persone migranti continueranno a essere portate indietro in un Paese che li obbliga a una detenzione sine die, in cui rischiano di diventare ostaggio di milizie, e in cui non è possibile per nessun organo internazionale tutelare la loro incolumità e garantire che non finiscano in un luogo illegale sottoposti a torture e atrocità. “Finché non mettono mano alle leggi, finché non saremo certi di riuscire a registrare tutti e che le persone registrate non spariscano sotto gli occhi delle autorità, non cambierà molto in Libia”, dice Federico Soda (capo missione OIM in Libia, n.d.a.)»[4].

È, dunque, paradossale a mio giudizio, che non sia stato messo in discussione, potendolo fare, questo accordo. Per l’ennesima volta prevale il cinismo e l’opportunismo. In sintesi, una politica indifferente anche ai peggiori crimini contro l’umanità, concentrata solo sul mantenimento del potere e disposta a tutto, pur di non sottoporsi al giudizio delle urne.

I valori fondanti di uno Stato democratico, fra cui la difesa del diritto, il contrasto delle dittature, la protezione dei deboli, l’umanità prima del profitto, sono evidentemente ridotti a slogan da agitare secondo bisogna, ma privi di concretezza e non vincolanti una volta al potere. La mancanza di valori di riferimento e di visione strategica non si limita al tema dell’immigrazione; caratterizza la nostra politica estera ad ampio spettro. In Libia, in primis, dove da un lato subiamo, anzi cerchiamo la benevolenza turca, mentre dall’altro cediamo navi all’Egitto, alleato di Haftar, nemico dei Turchi, proprio mentre si accinge a inviare truppe regolari in Libia, alimentando la guerra fratricida fra Cirenaica e Tripolitania.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.lastampa.it/cronaca/2020/07/28/news/migranti-la-guardia-costiera-libica-apre-il-fuoco-due-morti-e-cinque-feriti-1.39132816/amp/?__twitter_impression=true

[2] https://www.interno.gov.it/it/notizie/minniti-e-i-sindaci-comunita-libiche-i-trafficanti-sono-nemico-comune

[3] https://www.oxfamitalia.org/stop-vergogna-accordo-italia-libia/

[4] https://espresso.repubblica.it/attualita/2020/07/06/news/memorandum-italia-libia-l-accordo-della-vergogna-che-continua-a-condannare-a-morte-1.350743

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Wed, 29 Jul 2020 00:55:27 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/603/1/memorandum-italia-libia-oggi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Mediterraneo: Turchia padrona https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/602/1/mediterraneo-turchia-padrona

Sono trascorse diverse settimane da quando Egitto, Grecia, Cipro, Francia ed Emirati Arabi Uniti – di fatto uniti in funzione anti-Turca – hanno dichiarato “illegale” l’attività di esplorazione petrolifera della Turchia nelle acque territoriali di Cipro e hanno denunciato la violazione dello spazio aereo greco da parte di alcuni caccia turchi [1], ma ancora la situazione non accenna a trovare una soluzione, anzi.

La nave turca a cui si fa riferimento è la Fatih, salpata da Istanbul, e diretta nelle acque cipriote nelle quali, teoricamente, dovrebbe cominciare le trivellazioni a luglio. Almeno così afferma Erdogan dichiarando che verrà ripreso il lavoro lasciato interrotto nel 2019.

Due anni fa, infatti, "dopo le minacce di unità militari turche, la multinazionale americana Exxon-Mobil e il consorzio italo-francese formato da Eni e Total decisero di rinviare le loro trivellazioni nell’area, garantite dal governo di Cipro con assegnazioni legali e in sintonia con il diritto internazionale" [2]. In questa contesa “marittima” si inserisce l’alleanza industriale e anche politica che l’Egitto di Abdel Fatah al Sisi ha iniziato a sviluppare da qualche anno.

Il Cairo da tempo ha fondato un East Med Gas Forum che include Egitto, Israele, Palestina, Grecia, Cipro, Italia e Francia. Una vera e propria organizzazione internazionale, con un segretariato, un livello ministeriale, uno di Senior Officials, sulle risorse energetiche del Mediterraneo orientale.

L’espansionismo della Turchia rischia di far saltare i già delicati equilibri di una coalizione che soprattutto per l’Italia è più a trazione ENI che figlia di una scelta consapevole di politica estera e di conseguente scelta di campo.

Il gruppo dei 5 ha preso di mira anche l’attività militare turca in Libia, in quanto gli accordi intercorsi tra Turchia e Libia hanno comportato una spartizione dei confini delle Zone Economiche Esclusive nell’alto mare, in spregio delle esistenti Zone Esclusive di Cipro e della Grecia.

Alla contesa per il controllo dei fondali e dei correlati diritti esclusivi di sfruttamento esclusivo, si vanno sommando gli interessi politici nella guerra civile tra Haftar e al-Sarraj e alle rispettive alleanze. Quella pro Al Serraji era inizialmente a guida italiana. L’Italia per mandato americano aveva infatti la responsabilità del dossier “Libia”. L’Eni era l’interlocutore privilegiato del Ministero del Petrolio e di tutte le principali tribù che gestivano il potere reale in Libia. La nostra Ambasciata rimaneva aperta anche quando le altre chiudevano. Avevamo riguadagnato una posizione centrale dopo la cacciata del nostro alleato Gheddafi.

Il primo a mettere in discussione lo status italiano fu il Presidente Francese Macron, iniziando una serie di incontri a Parigi a cui partecipavano sia Al Serraji che il Gen. ribelle sostenuto dalla Francia Haftar. L’obiettivo era duplice: affermare il ruolo della Francia al posto dell’Italia e dare legittimità internazionale al Generale Haftar, nonostante l’ONU riconoscesse Al Serraji. Le proteste italiane furono come sempre veementi e come sempre non portarono a nulla, se non la concessione a essere invitati ai colloqui presieduti da Macron, insieme ai leader libici. Un’umiliazione. Ma almeno ci consentiva di essere presenti nelle foto di fine meeting. "Meglio di niente" avranno pensato alla Farnesina.

Da quel momento è stato un percorso in discesa. Mano a mano che il gioco si faceva duro diveniva sempre più evidente che i nostri governanti non erano duri abbastanza per giocare. Il climax si è raggiunto quando, con Tripoli accerchiata e con i ribelli alle porte, al grido di aiuto di Al Serraji si è opposto lo sguardo vitreo e il sorriso da “totem ghirghiso” del nostro Governo già alla rincorsa di un posto nella tribuna degli ospiti di Haftar, prematuramente dato per vincente.

Con l’Italia auto esclusa dai giochi in poche audaci mosse prive di alcun senso, per la Turchia si sono aperte praterie di potenziali immensi ritorni politici, economici e militari, in grado di accelerare il sogno neo-ottomano di Erdogan di tornare ad essere dopo secoli di primato europeo la Potenza di riferimento nel Mediterraneo, nell’Africa settentrionale e in quella orientale.

La Francia che per prima ha dato la spallata all’Italia si trova adesso a doversi confrontare con la Turchia. E’ troppo potente per essere bullizzata da Erdogan e non ha paura a combattere, ma nell’economia generale del conflitto libico deve tenere conto anche della volontà Russa che con la Turchia ha verosimilmente messo in conto la spartizione della Libia in aree d’influenza trovando un accordo con i Turchi come in Siria. In questa spartizione la Tripolitania andrebbe ai Turchi, la Cirenaica finirebbe sotto l’orbita russa ed egiziana, mentre il Fezzan, con le sue miniere, alla Francia.

Con l’Italia fuori dai giochi sulla terraferma, rimane la questione dei giacimenti di idrocarburi a mare, dei diritti di pesca e della tutela ambientale del mare. Tutti temi di particolare interesse strategico dell’Italia.

La lotta per la supremazia marittima in Mediterraneo e suoi sui fondali è la guerra silenziosa che è in atto ormai da tempo ma che adesso entra sempre più nel vivo e dalla quale non possiamo più fuggire, perché qui si parla del canale di Sicilia e degli accessi all’Adriatico e al Mediterraneo Orientale. Vogliamo aspettare di avere i Turchi in Canal Grande?

L’Italia, in tutto ciò, che pensa di fare? Stare a guardare? Più o meno sì. Come ha sapientemente scritto su Repubblica Lucio Caracciolo [3], l’intelligence e l’economia, da sole, non bastano se non sono coronate da una vera e propria strategia che prenda in considerazione tutti gli aspetti a 360 gradi. A cosa serve appoggiare al-Sarraj se poi non lo si può difendere militarmente? È ovvio che abbia rivolto il suo sguardo alla Turchia che è, al contrario di noi, in grado di fornirgli protezione. E così è la Turchia che gestisce i flussi migratori in Tripolitania.

Insomma, una sconfitta su tutta la linea. Se non si ha il coraggio di sostenere militarmente l’azione diplomatica, che almeno non si mettano a segno autogol di sorta. Si farebbe il gioco della Turchia e dell’Egitto che come troppo spesso è accaduto nella nostra storia troveranno infine un accordo sulle nostre spoglie.

Il Mediterraneo è troppo importante per la nostra Nazione per rimanere in tribuna tifando ora per l’uno ora per l’altro dei contendenti in campo.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/594/il-morbo-infuria-il-pan-ci-manca-sul-ponte-sventola-bandiera-bianca

[2] https://www.repubblica.it/esteri/2020/06/01/news/egitto_cosi_nel_mediterraneo_al_sisi_rafforza_un_alleanza_anti-turchia-258170128/

[3] https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/06/16/news/libia_la_palude_italiana-259400644/

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Thu, 18 Jun 2020 05:35:48 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/602/1/mediterraneo-turchia-padrona AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Cessione delle FREMM all’Egitto? De Giorgi: "Illusioni per un’Italia sempre più inerme a livello internazionale" https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/601/1/cessione-delle-fremm-allegitto-de-giorgi-illusioni-per-unitalia-sempre-piu-inerme-a-livello-internazionale

La mia recente intervista a Difesa Online circa la vicenda della vendita delle due FREMM all'Egitto

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Thu, 11 Jun 2020 03:10:56 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/601/1/cessione-delle-fremm-allegitto-de-giorgi-illusioni-per-unitalia-sempre-piu-inerme-a-livello-internazionale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’ex capo di stato maggiore della Marina De Giorgi: "La vendita fregate Fremm all’Egitto è uno schiaffo al buonsenso" https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/599/1/lex-capo-di-stato-maggiore-della-marina-de-giorgi-la-vendita-fregate-fremm-allegitto-e-uno-schiaffo-al-buonsenso

"Per quanto riguarda la costruzione di navi da pattugliamento in Egitto da parte di Fincantieri, ciò rappresenterebbe l’ennesima delocalizzazione di attività produttive all’estero, a scapito della cantieristica nazionale, del rilancio dell’occupazione nel settore della navalmeccanica e dell’indotto"

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Wed, 10 Jun 2020 03:59:21 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/599/1/lex-capo-di-stato-maggiore-della-marina-de-giorgi-la-vendita-fregate-fremm-allegitto-e-uno-schiaffo-al-buonsenso AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Amara Festa della Marina Militare per l’ammiraglio De Giorgi https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/598/1/amara-festa-della-marina-militare-per-l-ammiraglio-de-giorgi

"Non è questo il momento d'indebolire la Marina mentre la situazione del Mediterraneo si fa sempre più pericolosa, così come è tempo di riportare gli investimenti industriali in Italia, con gli ovvi benefici in termini di PIL e di posti di lavoro"

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Wed, 10 Jun 2020 03:31:55 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/598/1/amara-festa-della-marina-militare-per-l-ammiraglio-de-giorgi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
De Giorgi: amarezza per due navi Fremm all’Egitto https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/597/1/de-giorgi-amarezza-per-due-navi-fremm-all-egitto

In occasione del 10 giugno, Festa della Marina, esprimo la mia vicinanza affettuosa al personale di ogni grado e specialità che serve con onore e disciplina la nostra Nazione. Questa ricorrenza è segnata tuttavia dall’amarezza per la notizia dell’imminente cessione all’Egitto di Nave Spartaco Schergat e Nave Emilio Bianchi, da poco intestate con solenne cerimonia a due eroiche medaglie d’oro della Marina, in cambio di una possibile esportazione di armamenti verso l’Egitto, i cui contorni sono tutti ancora da definire

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Wed, 10 Jun 2020 03:14:38 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/597/1/de-giorgi-amarezza-per-due-navi-fremm-all-egitto AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Stati Uniti nel caos e Trump fuori controllo https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/596/1/stati-uniti-nel-caos-e-trump-fuori-controllo

Gli Stati Uniti stanno vivendo una situazione economicamente, politicamente e socialmente senza precedenti. Mentre infuria la pandemia, con un dolorosissimo bilancio di vittime, mentre le città bruciano per una nuova rivolta contro il razzismo (mai davvero sconfitto) su cui si sono innestate le gang e i gruppi estremisti inclusi i “suprematisti bianchi”, mentre in 15 Stati è stata mobilitata la Guardia Nazionale, imposto il coprifuoco, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump riesce soltanto a fomentare gli animi invece di calmarli. Spera di sfruttare a suo beneficio il clima di paura crescente in vista delle elezioni presidenziali in autunno, presentandosi come il Presidente Law and Order.

Alla reazione rabbiosa dei neri all’omicidio di George Floyd morto per asfissia schiacciato al suolo da un poliziotto inginocchiato sul suo collo, richiamando l’orrore dei tempi di “Missisipi Burning”, Trump annuncia l’invio dell’Esercito Federale; minaccia di accogliere i “cosiddetti manifestanti” con i “cani più feroci e le armi più minacciose” che lui stesso abbia mai visto; e come suo costume, scaglia accuse verso Twitter per aver contrassegnato due suoi post con un punto esclamativo, ossia il tipo di segnalazione che questo social utilizza per “bollare” cinguettii che contengano «informazioni potenzialmente fuorvianti», che necessitano – in poche parole – di fact-checking.

Un Presidente talmente fuori controllo da provocare l’insubordinazione del suo Ministro della Difesa Mark T. Esper (del suo stesso partito) che ha dichiarato di non essere disponibile a inviare le truppe federali al posto delle Guardie Nazionali di cui dispongono i singoli Governatori. Peraltro, l’Insurrection Act del 1807, invocato impropriamente da Trump, subordina l’impiego dell’Esercito Federale a specifiche richieste dei Governatori degli Stati dell’Unione.

Per addentrarci meglio in questa caotica situazione generale è bene affrontare separatamente tutte le singole questioni.

In primis c’è l’emergenza sanitaria. La pandemia negli Stati Uniti è stata sin dal principio sottovalutata in modo strumentale. Nonostante il preavviso, gli Stati Uniti si sono fatti trovare impreparati, privi di mascherine, di respiratori, con una Sanità Pubblica basata sull’assistenza privata, di eccellenza indubbiamente, ma solo per chi la può pagare. Sottodimensionata per combattere una pandemia. La popolarità di Trump è crollata. Il suo avversario nella gara presidenziale, Joe Biden lo ha sopravanzato di 10 punti nei sondaggi.

La reazione di Trump è stata quella di individuare un nemico su cui deflettere la rabbia degli americani. La Cina è diventato il nemico perfetto insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpevole di essere, a suo dire, filo cinese.
Tutto questo mentre il Paese fa i conti con 120.000 morti di Covid 19, il doppio dei caduti in 12 anni di guerra in Vietnam. La Johns Hopkins University ha dichiarato che sono circa 1,8 milioni i contagiati, e si pensa che presto si possano superare i 2 milioni. La gravità della situazione sul piano sanitario ha ancor di più accentuato il divario di classe dando vita a uno scenario di recessione quasi peggiore rispetto a quello riscontrato nel 2008, basti pensare che dall’inizio del virus gli americani che hanno fatto domanda per ricevere il sussidio di disoccupazione sono 40 milioni[1] e che, secondo stime fatte da Goldman Sachs e Jp Morgan, economicamente parlando, il prossimo trimestre segnerà una flessione del 35-40%[2].

Il video dell’assassinio di George Floyd, divenuto virale, in cui si vede l’agente inginocchiato sull’uomo che ripete “non riesco a respirare”, ha avuto un’eco enorme provocando scontri, manifestazioni, roghi, ridando impulso al movimento di protesta chiamato “Black Lives Matter”, attivo in più di quaranta città americane. Questo episodio inoltre non va preso come un caso isolato: soltanto in Minnesota ci sono stati 200 casi simili negli ultimi trent’anni. L’ex Presidente Obama non si è potuto esimere dal commentare l’accaduto: «È naturale augurarsi un ritorno alla normalità dopo la crisi sanitaria ed economica del Covid-19, ma dobbiamo ricordare che per milioni di americani, essere trattati in modo diverso a causa della razza è tragicamente, dolorosamente ed esasperatamente ‘normale’, sia che si tratti del sistema sanitario o del sistema giudiziario o di fare jogging in strada, o semplicemente di passeggiare in un parco. Non dovrebbe essere normale nell’America del 2020. Non può essere normale. Se vogliamo che i nostri figli crescano in una nazione all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori»[3].

Il Presidente Trump non sembra intenzionato a riportare la calma. Cavalca spregiudicatamente la violenza contribuendo al clima di odio con dichiarazioni al vetriolo. Allo stesso modo appare indifferente alla perdita del ruolo di leadership globale degli Stati Uniti sui grandi temi mondiali, dalla sicurezza, all’economia, alla tutela dell’ambiente e ovviamente alla salute pubblica.

In un Mondo privo di leadership della massima potenza del Pianeta e con le Istituzioni Internazionali al nadir della loro rilevanza ed efficacia, il futuro appare come un mare in tempesta, da affrontare con una barca che fa acqua e priva di bussola. Siamo a posto.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://tg24.sky.it/mondo/2020/05/28/coronavirus-usa-disoccupazione

[2] https://www.huffingtonpost.it/entry/donald-trump-si-sta-perdendo-lamerica_it_5ed154d7c5b67d936b9ef1e6

 

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Fri, 5 Jun 2020 00:48:17 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/596/1/stati-uniti-nel-caos-e-trump-fuori-controllo AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il morbo infuria il pan ci manca sul ponte sventola bandiera bianca https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/594/1/il-morbo-infuria-il-pan-ci-manca-sul-ponte-sventola-bandiera-bianca

La situazione nel Mediterraneo continua a farsi sempre più complessa e i recenti sviluppi circa il conflitto in Libia hanno avuto, colpevolmente, una scarsa risonanza in Italia (ma anche in Europa) dove l’attenzione mediatica e politica sembra ruotare esclusivamente intorno all’emergenza coronavirus; come se non ci fosse un domani.

È ormai dal 25 marzo scorso che il governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj con l’inizio dell’Operazione Tempesta ha ripreso l’iniziativa nella guerra contro Ḥaftar a partire da una controffensiva pianificata e messa in campo sotto la guida turca. Ankara, infatti, guida l’esercito del Governo di Accordo Nazionale (GNA), integrando i suoi ranghi con milizie di mercenari siriani comandate da ufficiali turchi.

L’ex mare nostrum ribolle e si dimostra, ancora una volta, linea di frattura fra l’Europa Marittima, il Medio Oriente e l’Africa sub Sahariana e al tempo stesso zona di “compressione” fra Potenze vecchie e nuove che si contendono lo spazio di potere lasciato libero dagli Americani in ritirata.

Il Mediterraneo torna protagonista nel “grande gioco” internazionale e in questo Mare si gioca una buona parte della sicurezza e prosperità futura dell’Italia in un mondo destinato a essere sempre più fluido e instabile. Gli unici a non capirlo sembrano essere proprio gli italiani. A forza di tentennare e di pendolare da un campo all’altro, abbiamo aperto la Libia alla Turchia, balzando goffamente sul carro, peraltro già affollato, di Ḥaftar quando sembrava il vincitore in pectore, con il risultato di essere accusati di abbandonare l’alleato Al Serraji nel momento del bisogno, venendo meno agli impegni presi e senza peraltro ottenere nulla in cambio dal Generale ribelle della Cirenaica. Di fatto non tocchiamo più palla.

Per contro, la Turchia ha mostrato di avere le idee molto chiare. Ha fatto seguire alle parole i fatti, inviando forze di terra a difesa di Tripoli, utilizzando sapientemente la sua Marina anche in chiave di scudo antiaereo contro i droni degli emiratini e gli aerei a disposizione di Haftar. Ma prima di impegnarsi nella difesa di Tripoli e nel successivo contrattacco, Erdogan ha preteso e ottenuto accordi vantaggiosissimi sulla spartizione delle risorse marine libiche.

A scapito soprattutto dell’Italia e della Grecia. Ma è in particolare l’Italia, percepita come il ventre molle dell’Europa, a essere nel mirino della Turchia. In Libia, così come in Somalia, la Turchia si è inserita scalzando l’influenza storica italiana nelle sue ex-colonie. Lo ha fatto grazie a un mix di “soft power”, costruendo grandi opere pubbliche e di “hard power”, fornendo assistenza militare. Per essere più efficace, la Turchia si muove tramite accordi bilaterali, in modo da non diluire il ritorno politico del suo impegno nell’ambito di coalizioni internazionali, in cui finirebbe per recitare la parte del comprimario al seguito di una grande potenza.

Di recente, alcuni dei Paesi potenzialmente danneggiati dall’espansionismo turco hanno battuto un colpo. L’11 Maggio 2020 i ministri degli Esteri di Egitto, Cipro, Grecia, Francia e Emirati Arabi Uniti hanno espresso «la loro più profonda preoccupazione per l’intensificazione della tendenza espansionistica e per le continue azioni provocatorie nel Mediterraneo orientale da parte della Turchia. I ministri firmatari “denunciano le attività illegali turche in corso nella zona economica esclusiva cipriota e nelle sue acque territoriali, in quanto rappresentano una chiara violazione del diritto internazionale, come indicato nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. È il sesto tentativo da parte della Turchia in meno di un anno di condurre illegalmente operazioni di perforazione nelle zone marittime di Cipro”. […] Esortano “la Turchia a rispettare pienamente la sovranità e i diritti sovrani di tutti gli Stati nelle loro zone marittime nel Mediterraneo orientale” e ribadiscono “che il memorandum d’intesa sulla delimitazione delle aree giurisdizionali marittime nel Mediterraneo e il memorandum d’intesa sulla sicurezza e la cooperazione militare, firmati nel novembre 2019 tra la Turchia e Fayez El Sarraj, sono rispettivamente in violazione del diritto internazionale […]. I ministri si rammaricano “profondamente per l’escalation delle ostilità in Libia” e ricordano “l’impegno ad astenersi da qualsiasi intervento militare straniero in Libia, come concordato nelle conclusioni della conferenza di Berlino”. A tale proposito, i ministri condannano “fermamente l’interferenza militare della Turchia in Libia e hanno esortato la Turchia a rispettare pienamente l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite e a fermare l’afflusso di combattenti stranieri dalla Siria alla Libia. Questi sviluppi costituiscono una minaccia per la stabilità dei vicini della Libia in Africa e in Europa”».

Ho citato ampiamente parti di questa lunga nota (testo riportato da Ansa Med), perché dalle parole concordi dei Ministri degli Esteri di ben 5 Paesi interessati nella zona del Mediterraneo si evince con ancora maggiore chiarezza da un lato come la Turchia, allo stato attuale, la stia facendo da padrona: sia con il pesante intervento militare in Libia, nel quale è possibile rintracciare una conferma del cosiddetto “neo-ottomanesimo” di Erdogan, sia con il programma di trivellazioni nel Mediterraneo e dall’altro come sia ancora flebile la risposta europea, dalla quale manca comunque la voce italiana. Nonostante sia stata proprio l’Italia, il 10 febbraio 2018,  la prima e per ora unica Nazione Europea, a essere stata umiliata subendo senza reagire (a differenza della Grecia) la prepotenza di Erdogan, quando le navi della sua Marina bloccarono illegittimamente, in acque internazionali, la piattaforma petrolifera Saipem 12000, sotto contratto dell’Eni, impedendole di raggiungere i giacimenti ottenuti in concessione nel Mediterraneo Orientale[1].

Ecco quindi che si torna sul punto espresso in apertura: l’unico attore che tace e sembra costantemente distratto e in altre faccende indaffarato è proprio il nostro Paese. Come se la questione del nuovo equilibrio che va prendendo forma in Mediterraneo non ci riguardasse, rassegnati a rimanere subalterni e ancillari a qualunque Potenza, grande o piccola, pur di non affrontare le responsabilità connesse con lo status di Nazione indipendente e libera.

Ribelliamoci alla rassegnazione e al torpore. Torniamo a essere protagonisti. Magari ricominciando dal Soft Power, valorizzando l’esperienza maturata nella guerra al Covid 19 e alle conoscenze acquisite dalla Sanità italiana, per dare una mano ai Paesi amici in difficoltà e che sono ancora nella fase crescente della malattia. Non solo faremmo del bene, ma rilanceremo la percezione dell’Italia in molte aree del mondo dove la nostra immagine è oggi appannata. Torniamo in Libia con medici e infermieri qualificati tramite la Cooperazione della Farnesina. Contribuiamo a ricostruire le infrastrutture vitali, ospedali, scuole, strade. Costruiamo centrali per dare la corrente elettrica e acquedotti. Potenziamo con accordi bilaterali la nostra collaborazione militare con i Paesi strategici per la nostra sicurezza.

Certo in Libia si combatte, è pericoloso, ma lo erano e lo sono anche l’Afghanistan, l’Iraq; pur non essendovi guerre di diretto interesse nazionale, non abbiamo esitato a inviare i nostri militari che si sono peraltro distinti per coraggio per disciplina e capacità professionali. Del resto, abbiamo avuto per decine di anni ospedali e scuole realizzate e gestite con finanziamenti e da personale italiano in Africa, in Asia, in zone di guerra pericolose tanto quanto se non più della Libia di oggi. E’ tempo di riprendere missioni di presenza e diplomazia navale della nostra Marina, come quella denominata Sistema Paese in Movimento[2], intorno all’Africa e in Golfo persico nel 2013/204.

La sicurezza e la stabilizzazione della Libia è un nostro interesse strategico assai più dell’Afghanistan o dell’Iraq. Torniamo in partita!

Purtroppo, l’assenza di dibattito politico sui temi della politica estera e quindi dell’interesse nazionale è del resto indicativa dell’inclinazione di una parte importante della classe politica nazionale, troppo assorbita dalla spartizione e gestione quotidiana del potere, per occuparsi del destino della Nazione, della sua sicurezza e della prosperità del suo Popolo negli anni a venire.

Niente di nuovo purtroppo. oltre 4 secoli fa, mentre le corone di Francia e di Spagna si fronteggiavano per la supremazia in Europa e nel nuovo mondo, i prìncipi e i duchi italiani, la classe politica del tempo, si mettevano a disposizione dell'una o dell'altra potenza pur di preservare il potere della loro casata. Allora fu coniato il proverbio "o Franza o Spagna, purché se magna" attribuito a Guicciardini nel 1526.

Sarebbe davvero triste se questo motto dovesse tornare attuale.

Peccato perché l’Italia merita di più, soprattutto per le qualità degli italiani che certamente non sono secondi a nessuno.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] L’Eni è stata presente a Cipro dal 2013 e detiene interessi in sei licenze situate nell’acque economiche esclusive della repubblica (nei Blocchi 2, 3, 6, 8, 9 e 11), cinque in qualità di operatore. Nel 2018 il gruppo aveva annunciato di aver effettuato una scoperta di gas nel Blocco 6, nell’offshore di Cipro, attraverso il pozzo Calypso 1. Si trattava - è stato spiegato - di una promettente scoperta di gas che confermava l’estensione del tema di ricerca di Zohr nelle acque economiche esclusive di Cipro”.

[2] Il 30 Gruppo Navale costituito dalla Portaerei Cavour, la Rifornitrice di Squadra Etna, la nuova Fregata Bergamini ed il Pattugliatore Borsini, salpò dal porto di Civitavecchia il 13 novembre 2013, alla volta del Canale di Suez, sulla rotta della Campagna Navale “Il Sistema Paese in Movimento” che, dopo l’attraversamento delle acque del Golfo Arabico e dell’Oceano Indiano, si é completato con il periplo dell’Africa. La missione del Gruppo Navale è terminata il 9 aprile, dopo 149 giorni e dopo oltre 18000 miglia nautiche, pari a circa 36.000 chilometri, e dopo aver visitato 20 nazioni ed effettuato 21 soste in porto.

 

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Mon, 25 May 2020 01:39:31 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/594/1/il-morbo-infuria-il-pan-ci-manca-sul-ponte-sventola-bandiera-bianca AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’Unione Europea è in crisi? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/591/1/l-unione-europea-e-in-crisi

Una delle crepe che la corrente situazione pandemica sta portando alla luce con sempre maggiore evidenza è la tenuta dell’Unione Europea. Sappiamo, facendo i conti con la lunga storia che ha visto protagonista il Vecchio Continente, che è stato molto difficile raggiungere l’unità e che, soprattutto, anche all’interno di essa rimangono forti e radicate le matrici culturali delle singole nazioni, così diverse tra loro, così ricche, ciascuna, di tradizioni, visioni, temperamenti difficili da smussare e far convergere in un’ottica collettiva.

Come si legge bene sulle pagine di Limes, dalla penna di Federico Petroni: “L’epidemia ha confermato che l’Europa non esiste, ne esistono tante, irriducibilmente plurali. Non un soggetto che parli a suo nome, né un’identità europea; allo scoppio della crisi di identico non c’è stato nulla, nemmeno la reazione di fronte alla morte. Ciascun governo si è mosso per sé proteggendosi dall’altro. Le nazioni si sono chiuse in loro stesse, in barba a ogni sentire o impegno comune. Non poteva andare diversamente: la malattia ci fa sentire sporchi e untori agli occhi degli altri, sfilaccia tutti i vincoli, allontanando il figlio dai genitori, l’amico dal gruppo, il lavoratore dall’azienda. A maggior ragione in un continente tanto piccolo eppure tanto denso di genti non disposte a riconoscersi uguali. Così il virus ha crudelmente manifestato l’impotenza dell’Unione Europea, la luce riflessa di cui vive finché gli Stati gliela concedono. L’ha scossa alle fondamenta. Confini che si pensavano archiviati sono tornati allo stato solido. Sospesa per chissà quanto è la libera circolazione delle persone. In serio pericolo è quella delle merci e con essa il mercato comune. Il collasso delle economie infrange una delle due promesse insite nel progetto d’integrazione: la prosperità” [1].

Anche il recente provvedimento di instituire un Recovery Fund (un fondo garantito dal bilancio dell’Unione Europea e finalizzato all’emissione di titoli di debito – recovery bond – con cui raccogliere la liquidità da girare agli Stati membri colpiti dall’emergenza sanitaria) altro non è che un modo per dimostrare che l’Europa c’è, è presente, si dà da fare, ma quanto questo poi corrisponde alla realtà dei fatti? Attenzione, con questo non sto affatto dicendo che l’Unione Europea sia un’istituzione obsoleta e che non goda di buona salute, anzi. La mia è una sincera preoccupazione per un’istituzione, al contrario, forse ancora troppo giovane e che nei momenti di difficoltà può più facilmente tendere a disunirsi e a rendersi vulnerabile alle ingerenze sbagliate, vedesi Russia e Cina che non aspettano altro che segnare un punto a loro favore nella guerra d’influenza contro gli Stati Uniti. Quegli stessi Stati Uniti che hanno “conquistato” l’Europa vincendo le tre guerre del Novecento, le due mondiali e quella Fredda.

L’America ha garantito la difesa e la prosperità dell’Europa, essendo egemone non soltanto militarmente, ma anche e soprattutto economicamente e culturalmente: economicamente perché con il piano Marshall e l’apertura dei propri mercati agli europei (globalizzazione), ha incentivato e compartecipato alla nascita dell’Ue; e culturalmente perché ha avuto la capacità di spingere i paesi europei all’emulazione del way of life americano, quel sogno germogliato da una narrazione fondata sulla libertà, sulla democrazia e sull’amicizia tra popoli. Che succede invece adesso? Che gli Stati Uniti restano la potenza militare residente d’Europa, con 65 mila soldati fissi; ma trascurano l’egemonia culturale. “Hanno ignorato, se non addirittura colpevolizzato, gli europei. Quando invece avrebbero dovuto adottare una narrazione umanitaria, entrare in modalità disaster relief, inviare aiuti in pompa magna, descriverli come simbolo della forza della comunità transatlantica. Non è solo l’inadeguatezza di Donald Trump. Il presidente ha antagonizzato gli europei chiudendo i voli e accusandoli di non aver fermato il virus. […] Ma accanto a lui, la diplomazia non ha fatto nulla per enfatizzare l’invio di aiuti, che pure c’è stato, come l’ospedale da campo a Cremona, ma insufficiente e passato sotto silenzio. […] Di certo, la sua inazione ha spalancato le porte alla Cina, prima per distacco nella diplomazia degli aiuti, elargiti fra gli altri e non certo per caso a tutti i paesi finanziariamente più deboli d’Europa, dalla Grecia al Portogallo” [2].

Ecco perché, in assenza di una convincente risposta americana, è necessario essere più decisi e compatti a livello europeo. Invece, soprattutto dal punto di vista economico e finanziario, si vedono ancora una volta troppe divisioni e indecisioni. Al blocco dei così detti paesi del sud (Italia, Francia, Spagna in testa) che chiedono che i fondi stanziati siano almeno in parte a fondo perduto, vediamo opporsi recisamente il blocco del nord (con in testa i paesi scandinavi ancor più della Germania) che non hanno alcuna intenzione di farsi carico di un simile provvedimento. Se, quindi, si è giunti al comune accordo sulla necessità e sull’urgenza di uno strumento finanziario quale il Recovery Fund, si continua a non essere d’accordo sulle modalità di ritorno degli aiuti economici. In questo caso “la governance del Consiglio Europeo, che a differenza della Bce richiede il voto all’unanimità, sta dimostrando di non adattarsi a decisioni di emergenza. Ma data la gravità e unicità di questa crisi, gli investitori si aspettavano decisioni tempestive. «Il ritardo della Ue sta testando la pazienza e la resistenza dei cittadini europei, dei Parlamenti nazionali e dei mercati che finora sono stati addomesticati dalla Bce», commentano da Mediobanca Securities evidenziando che «senza qualche forma di condivisione dei rischi c’è il serio timore di un’escalation della crisi nella zona euro»” [3].

L’Italia, per parte sua, deve essere più forte, deve prendere consapevolezza che il nostro non è un ruolo marginale negli equilibri europei, anzi. Il vasto mercato italiano, il livello di sofisticazione tecnologica e il rapporto di simbiosi della nostra manifattura settentrionale con l’industria tedesca ci rendono essenziali per l’Europa e la Germania, stretta tra il doverci aiutare per mantenere l’equilibrio nell’Unione e il non volerlo fare per non scatenare in patria un contraccolpo nazionalista figlio dell’indignazione, è tra l’incudine e il martello. Proprio per questo dobbiamo utilizzare con saggezza il nostro potere di ricatto per ottenere la condivisione all’interno dell’Unione Europea dei costi della ricostruzione post-virus, con la consapevolezza che proprio perché la Germania, per motivi interni, è frenata, soltanto mostrando la nostra importanza nello scacchiere europeo, si potrebbe giungere a una soluzione di mediazione, magari sfruttando la Francia come mediatore. È il momento, insomma, per dimostrare che il nostro paese è troppo importante per restare, come molto spesso accade, inascoltato.

Tirando un po’ le fila di questo discorso, dobbiamo ricordare, quindi che è solo trovando un’intesa europea che alla fine potremo uscire vittoriosi da questa crisi senza precedenti. Probabilmente non parleremo di “coronabond” e, magari, l’indebitamento dovrà passare attraverso il bilancio comunitario, ma “resta il fatto che serve un risultato importante, per fare in modo che i cittadini abbiano la percezione di un’Europa davvero solidale. Non ci siamo ancora arrivati, ma è troppo presto per perdere la fiducia nell’Europa” [4].

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.limesonline.com/cartaceo/gli-europei-non-sono-europei

[2] Ibidem.

[3] https://www.ilsole24ore.com/art/i-ritardi-ue-recovery-fund-e-impatto-rating-investitori-crisi-lasciata-governi-e-bce-ADmyYYM

[4] https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/04/24/europa-accordo-aiuti-coronavirus

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Wed, 13 May 2020 01:17:36 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/591/1/l-unione-europea-e-in-crisi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Da Lepanto a Irini https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/593/1/da-lepanto-a-irini

Nel complicato quadro geo-politico della storia moderna, senz’altro la battaglia di Lepanto del 1571 risulta essere una delle più note e citate. Una battaglia che ha visto contrapporsi la flotta dell’allora vastissimo e potentissimo Impero Ottomano con quella della Lega Santa costituita da Venezia, Stato Pontificio, la Spagna di Filippo II, Genova e dalla maggioranza dei Regni, Ducati e Granducati della penisola italiana. L’avvenimento fu esaltato dalla Cristianità come la vittoria delle vittorie sui Turchi.

Di qui, la nascita del mito della battaglia di Lepanto che nella memoria collettiva venne raccontata alla stregua di una seconda Poitiers (storica battaglia del 732 d.C. con la quale i franchi di Carlo Martello respinsero l’avanzata dell’esercito arabo-berbero di fede musulmana in Europa). In realtà la portata strategica della vittoria sulla flotta Ottomana fu presto compromessa dalla volontà spagnola di contenere il rischio di un’espansione della Serenissima nell’entroterra italiano che metteva a repentaglio l’influenza spagnola in Italia.

Per avere più chiaro ciò di cui si parla, però, è necessario senz’altro fare un passo indietro e indagare il contesto storico in cui avvennero i fatti. Circa un secolo prima della fatidica battaglia, era iniziata una fase di grande espansione per l’Impero ottomano che con la conquista di Costantinopoli, nel 1453, aveva continuato ad allargare i propri confini conquistando la Siria, l’Egitto, fino ad arrivare – sul fronte africano – alla Tunisia e all’Algeria e – sul fronte europeo – alla Moldavia e all’Ungheria. Il Mediterraneo era attraversato da potenti flotte Ottomane le cui scorrerie mettevano in discussione l’influenza economica e politica delle Repubblica di Genova, di Venezia, della Spagna e della Francia, conquistando molte isole del Mediterraneo, strategicamente importanti, come Rodi e Malta.

È in questo contesto che i Turchi rivendicarono il possesso di Cipro, all’epoca sotto il controllo di Venezia. L’occupazione turca si concretizzò dopo una serie di scontri sanguinosissimi contro le truppe veneziane che combatterono eroicamente. I turchi, forti di un contingente di quasi 90.000 uomini, riuscirono dopo essere stati respinti inizialmente a Limassol a catturare Nicosia, la cui guarnigione e gli abitanti furono massacrati. La testa del Comandante Veneziano della piazza di Nicosia Enrico Dandolo fu tagliata e inviata al Governatore Veneziano dell’Isola e rettore della città di Famagosta, l’ammiraglio veneziano Marcantonio Bragadin. Dopo aver respinto gli assedianti, terminati viveri e munizioni la guarnigione si dovette arrendere in cambio però della promessa di poter mettere in salvo le famiglie dei superstiti. La promessa non fu mantenuta e Marcantonio Bragadin fu scuoiato vivo e appeso sugli spalti. Successivamente caddero Creta, Cefalonia e Zante. L’avanzata Turca si avvicinava ormai pericolosamente all’Adriatico.

Contemporaneamente corse ai ripari Papa Pio V, mettendo in atto un’abile operazione diplomatica, e convincendo Filippo II a sposare la causa veneziana per dare vita a una Crociata Navale contro i turchi, unendo le sue forze navali a quelle di Venezia e del Papato. Filippo II, nonostante i numerosi fronti di battaglia aperti (le Fiandre contro i principi protestanti e la preparazione di quella che sarà l’Invincibile Armada da schierare contro l’Inghilterra di Elisabetta), accettò. L’alleanza fu chiamata la “Lega Santa”.

Gli italiani costituivano una componente significativa degli equipaggi e degli ammiragli in comando. Parteciparono infatti le navi della Serenissima, che forniva da sola la metà della flotta a disposizione della Lega Santa, del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia, dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova del Ducato di Savoia, del Granducato di Toscana, del Ducato di Urbino, del Ducato di Ferrara e del Ducato di Mantova.  Il Comando della flotta fu affidato a Don Giovanni d’Austria con Colonna come suo vice. Il “corno destro” fu affidato all’ammiraglio genovese Andrea Doria, il corno sinistro all’ammiraglio veneziano Agostino Barbarigo, la retroguardia fu assegnata allo spagnolo Alvaro de Bazan e Santa Cruz, l’avanguardia all’ammiraglio spagnolo Giovanni Cardona.

I due schieramenti si affrontarono il 7 ottobre del 1571 con circa 200 galee per parte e un dispiegamento di uomini che si avvicinava verosimilmente alla cifra di 100 mila. L’esito della battaglia fu una schiacciante vittoria della Lega Santa. Furono catturate 137 galee Ottomane, altre 50 furono affondate. Furono liberati circa 15.000 europei tenuti in schiavitù dai turchi. Le perdite della Flotta della Lega Santa furono una ventina. Lepanto fu l’ultima grande battaglia navale fra flotte di Galee. La vittoria diede slancio e fiducia al mondo cristiano, affermandosi per sempre nella mitologia occidentale, talmente pervasiva da rimanere ancora tutt’oggi nelle coscienze collettive come modello di un’impresa in grado di compattare forze fra loro normalmente disunite contro un pericolo comune. Fu anche una prova di coraggio e di perizia marinaresca degli italiani che si batterono benissimo.

Sotto il profilo strategico la vittoria non ebbe tuttavia le conseguenze che avrebbe potuto avere poiché, arginata per il momento la minaccia turca, riprese la competizione fra Spagna e Venezia. La prima non vedeva di buon occhio l’espansione Veneziana verso la terraferma italiana con le possibili tentazioni di dare corso a un processo unitario nella Penisola, a scapito degli interessi Spagnoli in primo luogo.  I dissidi nel mondo occidentale dopo l’avvio della Riforma protestante andavano crescendo, tanto che nella Lega Santa non si erano voluti coinvolgere i principi protestanti considerati dai cattolici come principes haereticorum, come si può leggere nei Commentari della Guerra di Cipro di Bartolomeo Sereno.

Più dei Turchi furono quindi le divisioni e i contrasti fra gli Stati Europei a sminuire la portata strategica di una vittoria così netta come quella di Lepanto. L’espansione Ottomana riprese vigore per arrestarsi solo alla fine del 1600 con il trattato di Karlowitz del 1699, al termine della guerra Austro-Turca (1683.-1699), dopo essere stati respinti sotto le mura di Vienna nel 1683 e sconfitti nella battaglia di Zenta (1697) dalle truppe al comando del Principe Eugenio di Savoia.

Perché ricordare Lepanto? In primo luogo, perché sono tornati i Turchi nel nostro mare, anzi i neo-ottomani. E poi perché in mare a contrastare gli interessi neo-ottomani c’è, sarebbe meglio dire ci sarà, forse, una flotta europea, della missione IRINI.

Erdogan non fa misteri circa la sua visione del destino della Turchia moderna. Rioccupare le province che furono della Sublime Porta[1]. Fra cui la Libia. Che prima di essere italiana era ottomana. Un retaggio che Erdogan non ha mai digerito.

All’epoca di Lepanto, agli Ottomani in espansione si contrappose la Lega Santa, una sorta di “coalition of the willing” ante litteram.  Oggi, dopo la conferenza di Berlino, l’Europa scende nuovamente in mare in una missione di contenimento dell’espansione turca in Libia e nel Mediterraneo centrale. Con qualche differenza; a Lepanto le potenze Europee schierarono 200 navi da guerra, oggi con IRINI una sola (francese), con la promessa di Italia e Grecia di altre 2. Malta nel frattempo si è ritirata. La Germania e la Spagna non manderanno navi, ma solo aerei da pattugliamento delle rispettive Marine. Più di una flotta, una Squadriglia.  Tre navi, a meno di ripensamenti. Di certo c’è che al momento in cui scrivo in mare c’è solo una nave.

Le similitudini terminano qui. A Lepanto i Turchi furono sbaragliati dalla flotta cristiana, con il contributo determinante di marinai italiani guidati da brillanti ammiragli veneziani e genovesi. Oggi l’esito sarebbe probabilmente diverso. In primo luogo, perché mancherebbe la volontà politica di battersi, prima ancora della forza militare, anch’essa peraltro molto modesta.

Gli Italiani a Lepanto, pur divisi in diversi Stati misero da parte le contrapposizioni, riuscendo a essere determinanti per quantità di uomini e di mezzi impiegati, per il coraggio e lo spirito combattivo.

Oggi l’Italia, per il momento ancora parte del G7 e fra le Nazioni con il PIL più alto del mondo, appare confusa, debole, incerta, ripiegata in se stessa, corrosa dalle divisioni interne, fuori da tutti i giochi, autoesclusasi dalla Libia, come dalla Somalia.

In comune con quanto successe dopo Lepanto vi è la divisione dell’Europa che non riesce anche nei momenti più difficili a trovare una strategia comune. Allora la Spagna, dopo la vittoria di Lepanto, scelse di lasciare sola Venezia a combattere con la superpotenza Ottomana, sminuendo la portata strategica della grandiosa vittoria navale della Lega Santa. Oggi è la Francia a remare contro l’Italia, con la Germania che, dovendo scegliere, sosterrebbe probabilmente la Turchia. Tanto è vero che non invierà navi, ma solo un aereo da pattugliamento.

In mare non c’è la potente flotta della Lega Santa, ma una piccola squadriglia di 2, forse tre navi con una missione di embargo, sotto egida ONU, dichiaratamente imparziale, nei fatti impossibilitata a contrastare l’ingresso di armi (arrivano via terra) alla fazione ribelle di Haftar; sottodimensionata e con ogni probabilità dotata di regole d’ingaggio troppo deboli per fronteggiare le forze navali turche che da mesi presidiano le acque della Libia e che difficilmente assisterebbero passivamente al tentativo di bloccare carichi di armi diretti a Tripoli. Una missione che rischia di essere solo di facciata. L’ennesima occasione persa, per L’Italia e per L’Europa.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] Sublime Porta  Traduzione del termine Bāb-i ‛ālī, che designava il governo dell’Impero ottomano, in particolare l’ufficio del gran visir e delle relazioni con l’estero. Il nome si mantenne nelle cancellerie europee fino alla caduta dell’Impero e all’abolizione del sultanato (1922) – da Enciclopedia Treccani.

 

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Tue, 12 May 2020 07:05:55 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/593/1/da-lepanto-a-irini AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Coronavirus e nuovi assetti mondiali https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/592/1/coronavirus-e-nuovi-assetti-mondiali

Con il crescente aumento dei casi di Coronavirus in tutto il mondo e milioni di persone che si trovano nelle proprie abitazioni in autoisolamento, questa epidemia è diventata veramente un evento di portata globale. Se da un lato le questioni più importanti sono senz’altro quelle che riguardano la crisi sanitaria e che implicano la salute delle persone, dall’altro non si può ignorare il fatto che sul lungo termine le conseguenze maggiori si avranno sotto il profilo economico e geopolitico potendo generare degli scenari assolutamente differenti rispetto alla situazione pre-Coronavirus.

In particolare, sembra che la posizione egemonica degli Stati Uniti non sia poi così solida. I vari passi falsi commessi da istituzioni chiave, dalla Casa Bianca e dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), hanno minato la fiducia nella capacità di governance degli Stati Uniti. Anche le dichiarazioni pubbliche del presidente Donald Trump hanno ampiamente contribuito a portare confusione e a diffondere incertezza circa la situazione. Senza contare il fatto che sia il settore pubblico sia quello privato si sono dimostrati poco preparati a produrre e distribuire gli strumenti necessari per fronteggiare l’emergenza. Tutto questo, a livello internazionale, non ha fatto che amplificare quella che è sempre stata una tendenza della presidenza Trump, ossia il voler fare tutto da solo escludendo altri attori nazionali e internazionali. Un atteggiamento di questo tipo, in seno alla situazione in atto, rischia però di mostrare l’inadeguatezza degli Stati Uniti nel guidare una risposta globale alla pandemia. Lo status di leader degli USA, infatti, si basa sulla ricchezza e sul potere, ma anche sulla capacità di mostrarsi come una potenza solida e solidale che nelle difficoltà guida gli altri paesi, tramite forniture di beni pubblici globali e volontà di mettere insieme e coordinare una risposta globale alle crisi. Con il coronavirus, invece, questo non sta avvenendo. Ed è qui che si insinua la Cina.

La Cina, infatti, può sfruttare “il vantaggio di poter uscire prima dalla crisi, per cambiare, anzi ribaltare lo scenario geopolitico. Se fino a qualche settimana fa era vista come la nave che affonda da abbandonare al più presto (e i cinesi erano considerati gli untori da chiudere fuori dalle nostre porte), ora al contrario Pechino per molti può diventare un’ancora di salvezza. È esattamente quello che è avvenuto in questi giorni con gli aiuti che la Cina ha fornito all'Italia, che è stata intesa da molti osservatori come un’operazione di pr e di soft power. In altre parole: la Cina vuole scuotersi di dosso la nomea di Paese da cui è partito il contagio e scende in campo mostrando il suo lato più generoso: la ‘diplomazia delle mascherine’, come già viene soprannominata, che vede l’Italia tra i principali beneficiari” [1].

Dopo la guerra dei dazi, tra Usa e Cina, la competizione si è spostata sulla questione Covid-19 e non si può non notare come tra i due colossi dell’economia mondiale vi sia un abisso nella gestione politica della pandemia. Il presidente dell’Osservatorio Asia di Agi, Romeo Orlandi, a tal proposito ha fatto notare come “di fronte alle esitazioni dell’UE e alle posizioni non coerenti di Trump e Johnson, anche solo l’invio di mascherine o di alcuni medici rappresenta un messaggio mediatico che l’Italia mostra di apprezzare […]. Roma è per Pechino un cuneo nell’UE da usare a livello negoziale” [2].

Una rivista come «Foreign Affairs», emanazione di un circolo di circa 1.400 persone tra banchieri, politici, uomini d’affari e intellettuali che ha influenzato la politica estera degli Stati Uniti a partire dal 1921 e che mai ha dubitato riguardo la necessità e l’appropriatezza di una leadership globale americana, anche una rivista come la loro, ha pubblicato poco più di una settimana fa un articolo intitolato “Coronavirus Could Reshape Global Order” [3]. In questo articolo viene messa a tappeto la gestione Trump dell’epidemia negli Usa, sottolineando come sia venuta meno quella capacità tutta americana, come dicevamo poco sopra, di gestire i problemi interni facendosi guida per il resto del mondo, dando una risposta internazionale.

Ciò che gli Stati Uniti dovrebbero fare è cooperare con Pechino per trovare insieme una soluzione alla pandemia: “[…] there is much Washington and Beijing could do together for the world’s benefit: coordinating vaccine research and clinical trials as well as fiscal stimulus; sharing information; cooperating on industrial mobilization (on machines for producing critical respirator components or ventilator parts, for instance); and offering joint assistance to others” [4].

Se oggi è la Cina che può aiutare il mondo, gli Stati Uniti devono mostrarsi cooperanti e aperti per vincere, domani, la più grande partita degli equilibri geopolitici mondiali arrivando primi nella scoperta del vaccino, puntando sulla loro superiorità a livello scientifico e tecnologico. Altrimenti si darà in mano la partita alla Cina, che ha messo in campo una strategia molto più sofisticata e indiretta. “Pechino continua a esaltare la grande vittoria del Partito Comunista sul virus. Punta sulla volontà di cooperare con tutti e di fornire loro medici e materiali sanitari. L’obiettivo è rafforzare il peso internazionale di Pechino, divenuto campione del multipolarismo. Xi Jinping ha dato segni d’irritazione solo con l’espulsione, senza clamori, di vari giornalisti americani che contestavano trucchi e astuzie della sua ‘narrativa’, che aveva trasformato un disastro in un successo comunicativo e di prestigio. La strategia cinese si è rivelata molto efficace, approfittando delle indecisioni di Trump” [5], impegnato a demonizzare il ‘virus cinese’ e a fare proclami che hanno gettato l’America nella confusione e nell’insicurezza.

Si assiste, perciò, a una fase davvero delicata a livello mondiale per quanto concerne quelli che sono gli equilibri di potere e gli USA con il loro modo di agire delle prossime settimane (e mesi) potrebbero davvero generare due scenari diversi e opposti, come prospetta anche Ed Yong dalle pagine della rivista statunitense «The Atlantic» e pubblicate in Italia sull’ultimo numero di «Internazionale»: “Si può facilmente immaginare un futuro in cui la maggior parte degli statunitensi pensa che il paese abbia sconfitto il virus. Nelle ultime settimane il livello di apprezzamento di Trump è cresciuto, nonostante gli errori che ha commesso. Se alle elezioni di novembre otterrà un secondo mandato, nei prossimi anni gli Stati Uniti si chiuderanno sempre di più, usciranno dalla Nato e da altre alleanze internazionali e non investiranno più in altri paesi. Man mano che la generazione C crescerà, le piaghe arrivate dall’estero sostituiranno i comunisti e i terroristi come nemici da combattere. Oppure possiamo immaginare un futuro in cui gli Stati Uniti avranno imparato una lezione diversa, in cui uno spirito comunitario […] spingerà le persone a non pensare più solo a sé stesse ma a guardare anche ai loro vicini, sia dentro sia fuori dal paese. […] Il paese passerà dall’isolazionismo alla cooperazione internazionale. Sostenuto da investimenti costanti e dal contributo delle menti più brillanti, il sistema sanitario migliorerà. […] La salute pubblica sarà al centro della politica estera. Gli Statu Uniti guideranno una nuova alleanza globale il cui obiettivo sarà risolvere problemi come le pandemie e la crisi climatica” [6].

È ancora tutto in gioco. Soltanto nei prossimi mesi potremmo vedere quale di queste opzioni futuribili prenderà piede. Forse nessuna delle due, ma credo che la seconda sia quella, a livello mondiale, più auspicabile.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.agi.it/economia/news/2020-03-29/coronavirus-usa-cina-7928407/

[2] Ibidem.

[3] https://www.foreignaffairs.com/articles/china/2020-03-18/coronavirus-could-reshape-global-order

[4] Ibidem.

[5] https://aspeniaonline.it/limpatto-geopolitico-della-pandemia-e-i-nuovi-equilibri-globali/

[6] Ed Yong, La superpotenza malata, «Internazionale», 3-9 aprile 2020.

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Fri, 8 May 2020 01:28:21 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/592/1/coronavirus-e-nuovi-assetti-mondiali AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Lotta alla burocrazia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/590/1/lotta-alla-burocrazia

La burocrazia, intesa nell’accezione negativa di applicazione farraginosa di regole e procedure, costituisce il vero freno al cambiamento e impedisce, a qualsiasi istituzione pubblica, di operare in modo efficace al servizio del Paese e del cittadino.

L’eccesso di burocrazia finisce spesso per rallentare i processi decisionali/gestionali, comportandone una dilatazione temporale, un aumento dei costi associati, la deresponsabilizzazione dei vertici, con il rischio di inficiare l’efficacia e la tempestività delle scelte operate.

Nel 2013/2016 la Marina Militare ha avviato un importante processo di riorganizzazione mirato allo snellimento dei processi decisionali ed esecutivi, attraverso la progressiva transizione da una organizzazione

con responsabilità per funzioni a una a matrice in cui ad alcune “funzioni” a competenza generale (es. Prorammazione delle risorse Ecomiche, Piani e Operazioni, Ordinamento generale, Logistica generale etc.) si affiancavano “Organismi/Comandi” con responsabilità per prodotto. Questi ultimi potrebbero essere definiti come veri e propri Zar di specialità, organi dello Stato Maggiore (alle dipendenze del Sottocapo di Stato Maggiore della Marina per temi quali la logistica di Componente, la programmazione dell’impiego del personale di specialità, dell’ordinamento, delle infrastrutture di supporto operativo) e al tempo stesso Comandanti di Specialità o, come si dice in Marina, Comandanti di Componente alle dipendenze del Comandante della Squadra Navale.

Ai predetti Comandanti (mediamente Contrammiragli o Ammiragli di Divisione) era stata assegnata sia la missione, sia l’autorità d’impiego dei fondi assegnati dal CSMM, sia la gestione delle risorse umane e infrastrutturali per assolverla, identificandoli quindi univocamente quale responsabile del processo.

In sintesi veniva estesa ove opportuno all’intera Marina l’organizzazione che aveva dato ottimi risultati per la Componente Aerea della Marina, guidato da un unico vertice, al tempo stesso Capo Reparto Aeromobili dello Stato Maggiore (con delega all’impiego operativo dei fondi) e Comandante delle Forze Aeree (Comforaer). Le stesse prerogative erano state date alla Componente Subacquea, alle Forze Speciali (Ufficio Forze Speciali /Comandante Comsubin), Reparto Anfibio/Comando Componente Anfibia.

Per la Componente Navale, il Comandante in Capo assumeva anche la responsabilità del supporto diretto tecnico-logistico alle Navi per il tramite delle neocostituite Stazioni Navali e delle relative Sezioni Efficienza Naviglio, con la necessaria autonomia amministrativa. Il Comando Logistico poteva così concentrarsi sulla logistica generale della Forza Armata e sulle grandi manutenzioni per il tramite degli Arsenali dipendenti.

Compatibilmente con le limitate risorse disponibili sui capitoli di esercizio vennero avviati programma di recupero del patrimonio infrastrutturale sia a supporto delle operazioni che del personale, grazie alla creazione di nuclei manutenzione edile alle dirette dipendenze dei comandanti delle Basi, dell’Accademia, delle Scuole etc.. Fu recuperata la base di Messina, avviato il recupero delle base navale di Napoli con i suoi preziosi depositi munizioni, rilanciata la funzione della Base di Venezia sia come centro culturale della Marina sia come ormeggio di alcune navi minori, di Ancona e di Cagliari. Investimenti furono dedicati alle strutture di Brindisi ripristinando l’uso del Castello di Brindisi, rimuovendo i vecchi aliscafi in disarmo semi affondati da anni nello specchio d’acua antistante le banchine. Furono recuperati e assegnati 350 alloggi al personale inclusi graduati. A La Spezia prese impulso grazie a iniziative del Comando uno spazio moderno per la ricreazione e la convivialità del personale graduato, dotato di pizzeria, palestra, una piccola SPA.

Tutto questo fu possibile delegando ai comandi operativi e logistici della periferia il binomio “responsabilità/strumento amministrativo” necessario per fornire un “prodotto” completo. Al tempo la nuova organizzazione facilitava l’individuazione dei responsabili del prodotto che le varie articolazioni operative e logistiche della Forza Armata erano chiamate a fornire.

I risultati positivi emersero immediatamente in termini di efficientamento e snellimento dei processi decisionali/esecutivi, oltre alla percezione da parte del personale di un avvicinamento del vertice alla prima linea della Forza Armata.

Sarebbe quanto mai opportuno assumere iniziative analoghe per snellire lo Stato Maggiore della Difesa e in generale le strutture di comando interforze che al momento assorbono da sole più di 10.000 uomini e donne. Quasi una quinta Forza Armata, in crescita continua, indifferente alla riduzione degli organici delle Forze Armate, un vero “idrocefalo” retto sempre più a fatica dalle esili membra costituite da Forze Armate sempre più indebolite da anni di tagli di risorse e di personale.

E’ ormai tempo di conferire ai Capi di Stato Maggiore di F.A. maggiore autonomia, secondo il principio di “sussidiarietà” ossia di devoluzione di competenze all’organo più vicino alle tematiche/problematiche da trattare, consentendo di snellire i processi esecutivi dei programmi, contenendo i costi e migliorando la rispondenza dei mezzi acquisiti alle effettive esigenze operative.

Il ricorso a una maggiore delega avrebbe effetti benefici per i processi di acquisizione di nuovi equipaggiamenti e sistemi d’arma, per i quali si rende necessaria una revisione degli attuali processi programmatici, al fine di conferire la responsabilità e la capacità di pianificazione e di esecuzione ai Capi di Stato Maggiore di singola FA. Ciò comporterebbe ovviamente il controllo operativo dei fondi del settore investimento relativi alla propria Forza Armata, una volta ottenuta l’approvazione del Ministro della Difesa. Tale adeguamento normativo sarebbe maggiormente coerente con il compito di “force provider” affidato per legge ai Capi di Forza Armata.

Oggi le procedure di approvazione delle Esigenze/Requisiti Operativi e la trattazione dei pertinenti aspetti programmatico-finanziari soffrono, ·a livello interforze, · di sfiancanti lungaggini burocratiche e di un’eccessiva lentezza di trattazione, con il risultato di dilazionare molti, troppi programmi di ammodernamento e rinnovamento, anche di quelli più urgenti richiesti dai teatri operativi.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

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Wed, 6 May 2020 08:30:49 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/590/1/lotta-alla-burocrazia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Piano Marshall per l’Europa? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/589/1/piano-marshall-per-l-europa

Il 5 giugno del 1947, George Marshall, segretario di Stato americano, nell’università di Harvard, si fa latore di un grande annuncio: l’avvio di un programma di aiuti internazionali, la costituzione di una commissione ad hoc, ossia l’Organizzazione per la cooperazione economica europea (Oece all’epoca, oggi diventata l’Ocse) e una sorta di lista delle necessità pronta per essere assolta. Come risultato prevedibile si era giunti ad avere, da un lato, un alleato affidabile e, dall’altro, un mercato di milioni di persone.

Il piano in questione è passato alla storia come il Piano Marshall (il nome ufficiale era ERP, European Recovery Program). Se ne sente molto parlare ultimamente in quanto nelle situazioni di crisi più nera viene citato a modello risolutivo, visti i frutti che nel passato è stato in grado di portare.

Non a caso la stessa Presidente Ursula von der Leyen nella sala stampa della Commissione Europea insieme al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel hanno menzionato il Piano Marshall in merito alla situazione attuale: “L’Europa ha bisogno di un nuovo Piano Marshall. Avremo bisogno di ingenti investimenti pubblici e privati per ricostruire l’economia e creare nuovi posti di lavoro. La chiave è un nuovo, potente bilancio pluriennale dell’Unione”.

In concreto, cosa si era fatto con il Piano Marshall? E perché è passato alla storia? L’Economic Cooperation Act, promulgato nel 1948, si imperniava su tre punti cardine tra loro connessi e destinati ad avere conseguenze rilevanti a livello strategico.

Innanzitutto, si inquadrava nel progetto più vasto di riorganizzare l’Occidente in base a una predominanza “atlantica”. In secondo luogo, si voleva dare vita a una “governance” mondiale su base multilaterale, attivando organizzazioni internazionali quali l’ONU (Organizzazione Nazioni Unite), l’FMI (Fondo Monetario Internazionale), il Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade), alla Banca Mondiale. In ultimo, si puntava a creare una sorta di omogeneità in campo economico e valoriale condiviso che potesse opporsi al blocco sovietico per arginare il contagio dell’ideologia comunista e il possibile avvicinamento a Mosca da parte soprattutto dei Paesi economicamente e socialmente devastati dalla Seconda Guerra Mondiale a cui si sarebbero aggiunti quelli in corso di affrancamento dagli imperi coloniali Britannici, Francesi e Olandesi.

Dal punto di vista materiale il Piano ebbe un enorme valore, visto che l’importo dei fondi stanziati corrispondeva a più dell’1% del Pil americano dell’epoca, trasferito agli Stati Europei mediante prestiti a tasso agevolato (di fatto a fondo perduto), oltre a beni di prima necessità e materie prime.

Lo scopo era di rivitalizzare l’economia europea, “agganciando” contestualmente emotivamente gli sconfitti all’America benefattrice. Si legge su un interessante articolo [1] uscito su La Lettura del 19 aprile, che proprio questa dimensione del Piano è spesso sottovalutata, mentre invece è quella che ha fatto sì che nascesse e perdurasse il suo mito.

Il piano Marshal fu accompagnato dalla più grande operazione internazionale di propaganda mai visto in tempo di pace, né prima, né dopo. Cinema, mostre, manifesti, programmi radiofonici raggiungevano ogni fabbrica, ufficio, scuola e casa, con un messaggio adatto a ogni livello della società. Data la posta in gioco nella versione locale della guerra fredda, fu l’Italia il Paese dove questa campagna informativa raggiunse le dimensioni più massicce. […] Fu proprio mostrando i suoi risultati, spiegando i suoi obiettivi in linguaggio semplice, formando una nuova coscienza delle possibilità economiche della produzione di massa per il consumo di massa – anche per un Paese povero, in macerie, largamente agricolo come l’Italia – che nacque con il mito del Piano Marshall, l’attrazione culturale per “l’American Way”.

La Storia ha dimostrato come il Piano Marshall sia stato un formidabile strumento di politica estera a livello strategico, determinante per il rilancio dell’Europa (almeno quella non occupata dall’Unione Sovietica) sul piano sociale, economico e progressivamente anche militare, grazie all’inclusione nell’Alleanza Atlantica degli ex nemici sconfitti (Italia e Germania dell’Ovest). 

Nel 1945, l’America usciva immune dalle distruzioni della guerra, con un apparato industriale in fortissima espansione, leader assoluta sul piano tecnologico e militare, pronta a esercitare il ruolo di guida del mondo occidentale. Aveva i mezzi e la visione politica per farsi carico del destino sia degli alleati sia degli ex nemici. In cambio otteneva il ridimensionamento a potenze regionali della Gran Bretagna e della Francia (vds. Crisi di Suez); la fedeltà/obbedienza della Germania e dell’Italia; il contenimento dell’Unione Sovietica e in generale il dominio politico, culturale, economico e militare del mondo cosiddetto “libero” dalla Seconda Guerra Mondiale sino alla fine del XX secolo.

Oggi però gli Stati Uniti non sembrano in grado né appaiono disponibili a mantenere il ruolo di “guida del mondo libero”, con i relativi oneri.

Con la fine della Pax Americana, con il ripiegamento neo-isolazionista dell’amministrazione Trump e il ritorno a un ordine (o meglio disordine) mondiale multipolare, chi guiderà la rinascita europea dalle ceneri del Covid 19?

Non può che essere l’Europa a salvare se stessa. Oggi più che mai il sogno Europeo potrebbe risorgere con nuovo vigore, se trovassimo quell’unione d’intenti e quella visione strategica necessaria per superare egoismi e particolarismi nazionali, al fine di mettere in campo le immani risorse necessarie al salvataggio non solo economico, ma anche sociale del nostro continente.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

[1] D. W. Ellwood, G. Bischof, Il piano che sconfisse i sovranisti, su «La Lettura», 19 aprile 2020.

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Tue, 28 Apr 2020 08:42:07 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/589/1/piano-marshall-per-l-europa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Coronavirus: un problema di sicurezza nazionale? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/588/1/coronavirus-un-problema-di-sicurezza-nazionale

Bill Gates, imprenditore, informatico e miliardario statunitense, a un convegno tenutosi a Boston nel 2018, aveva così commentato l’ipotesi dell’arrivo di una nuova epidemia: “Guardando i thriller di Hollywood, penseresti che il mondo sia abbastanza preparato per proteggere la popolazione da microrganismi mortali. Nel mondo reale, però, l’infrastruttura sanitaria che abbiamo in tempi normali degrada molto rapidamente durante i primi focolai di malattie infettive. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i Paesi poveri. Ma anche negli Stati Uniti la risposta a una pandemia o un attacco di bio-terrorismo sarebbe insufficiente”. Ad oggi credo sia sotto gli occhi di tutti quanto, a livello mondiale, quasi ogni paese sia stato colto in una colpevole impreparazione nel fronteggiare l’attuale situazione di emergenza sanitaria.

L’epidemia di Ebola del 2014 fu definita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite “una minaccia alla pace e alla sicurezza”; oggi in presenza di una pandemia globale, la minaccia per la sicurezza nazionale è ancora più evidente in tutta la sua gravità. Merita di essere affrontata con lungimiranza e determinazione per evitare che eventuali destabilizzazioni dell’ordine mondiale ci trovino nuovamente impreparati, non solo come Nazione ma più in generale come comunità internazionale.

In sostanza, questo non è il tempo di interventi sporadici o di breve termine. E’ necessario essere consapevoli che la nostra vulnerabilità sarà sensibilmente aumentata sino a che non avremo superato i postumi dell’epidemia in termini non solo economici, ma anche di coesione sociale. Ne usciremo senza dubbio, ma dobbiamo mettere in conto che per un periodo non breve saremo comunque indeboliti, potenziali bersagli di azioni/interessi esterni. È quindi necessario irrobustire il più possibile il Sistema di Difesa Nazionale (Difesa+Interni+Servizi+Sanità+Protezione Civile) rinvigorendo fra l’altro mezzi e capacità operative che sono andate perdendosi dopo la fine della guerra fredda. Mi riferisco, solo per fare un esempio, alle predisposizioni e all’addestramento necessari per operare efficacemente in ambienti contaminati batteriologicamente, ma potrei citare molte altre capacità da riacquisire per aumentare la nostra resilienza in caso di minaccia esterna.

Più in generale servono significativi investimenti in termini economici e di risorse umane in settori troppo a lungo sottofinanziati, oltre che in primo luogo una visione politica di lungo respiro che inquadri l’azione italiana anche nell’ambito delle nostre alleanze storiche.

Cedere alle sirene del “soft power” cinese o russo, magari come reazione alla disattenzione americana verso i suoi alleati storici, sarebbe a mio avviso ingenuo. Pur essendo la Russia e la Cina due nazioni con le quali dobbiamo certamente ricercare rapporti amichevoli e di collaborazione, non possiamo perdere di vista gli obiettivi strategici di queste due grandi potenze, impegnate come sono a creare un nuovo ordine mondiale, essenzialmente a scapita del blocco dei Paesi occidentali di cui l’Italia, fino a prova contraria, fa parte integrante.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 20 Apr 2020 02:07:13 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/588/1/coronavirus-un-problema-di-sicurezza-nazionale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Buona Pasqua https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/587/1/buona-pasqua

Mi unisco con affetto agli auguri del Comandante in capo della Squadra navale, Ammiraglio Paolo Treu in un momento così difficile per il nostro Paese.

GUARDA IL VIDEO

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Sat, 11 Apr 2020 19:27:27 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/587/1/buona-pasqua AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
In mare solo navi turche. Davanti alle coste libiche la "divisione" dell’Europa https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/595/1/in-mare-solo-navi-turche-davanti-alle-coste-libiche-la-divisione-delleuropa

Il primo aprile è stata “lanciata” dall’Unione Europea l’operazione Eunavfor Med Irini. Dopo circa una settimana le sole navi in pattugliamento davanti alla Libia sono quelle turche. Di quelle di Irini non vi è traccia.

QUI TROVATE L'ARTICOLO

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Thu, 9 Apr 2020 18:42:10 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/595/1/in-mare-solo-navi-turche-davanti-alle-coste-libiche-la-divisione-delleuropa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Caos Libia e Nuovo Covid-19 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/586/1/caos-libia-e-nuovo-covid-19

La situazione geopolitica libica odierna è una delle più complicate a livello mondiale. Il conflitto che divide il paese di fatto dalla fine di Gheddafi, non solo vede contrapposte due diverse fazioni: quella dei ribelli guidati da Haftar, da un lato, quella del governo di accordo nazionale di Sarraj (l’unico riconosciuto internazionalmente) dall’altro, ma contempla ulteriori divisioni interne anche nelle stesse zone d’influenza dei due governi, la Cirenaica e la Tripolitania. Per non parlare del Fezzan dove le tensioni fra Tuareg e Tebu si sovrappongono alla contesa fra le Tribù leali ad Al Serraji e quelle che sostengono Haftar per la conquista di Tripoli.

Se dalla parte di Haftar troviamo una nutrita coalizione che prevede oltre a Francia, l’Egitto, Israele, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Russia, dall’altra, quella di Serraj, troviamo il Qatar e la Turchia (dopo l’uscita di scena dell’Italia che fino a pochi mesi or sono militava formalmente nel campo di Al Serraji). La disparità di forze a favore di Haftar avrebbe dovuto essere determinante per la caduta di Tripoli. Se ciò non è accaduto è perché Erdogan ha avuto il coraggio di schierare in Libia truppe regolari Turche oltre agli irregolari provenienti dalla Siria a protezione di Tripoli, in aggiunta a un gruppo navale turco davanti alle coste della Tripolitania, per garantire la protezione del fronte a mare e l’ingresso via mare degli armamenti necessari alla difesa di Tripoli.

La determinazione e aggressività neo-ottomana ha cambiato non solo i rapporti di forza sul terreno, ma anche nel Mediterraneo centrale. La politica espansiva di Erdogan ha avuto come risultato quello di mettere in discussione il ruolo italiano nel Mediterraneo centrale. Erdogan è stato pronto a sfruttare lo stato di necessità di Al Serraji sotto assedio a Tripoli, non per ottenere promesse e benevolenza futura, ma per firmare accordi immediatamente operativi sulla divisione degli spazi marittimi e delle concessioni di sfruttamento dei fondali, a scapito fra gli altri, della Grecia e dell’Italia.

L’arrivo dei Turchi ha di fatto rallentato se non fermato la pressione di Haftar, ma gli accordi di Berlino e l’avvio della missione navale dell’EU denominata Irene potrebbero penalizzare le ambizioni della Turchia. Il “blocco navale” europeo, qualora non si rivelasse una mera operazione di facciata, ridurrebbe il flusso di armi verso la Tripolitania andando a scapito degli interessi Turchi, poiché è del tutto evidente che la Cirenaica continuerebbe a essere rifornita attraverso il confine terrestre con l’Egitto. Si tratterebbe in sostanza della prima timida iniziativa contro la Turchia presa dall’EU. Da vedere quale sarà il comportamento delle navi militari turche qualora il gruppo navale EU volesse davvero bloccare navi cariche di armi per Tripoli.

La contesa per il controllo della Libia è adesso resa ancora più complessa dall’avvento della pandemia di Covid-19. Dopo molte reticenze al riguardo, sia dalla Tripolitania che dalla Cirenaica, entrambi i governi hanno dovuto prendere una posizione, anche e soprattutto in relazione all’allarme rosso nei lager dove sono confinati migliaia di migranti e dove un contagio come quello del coronavirus potrebbe determinare una carneficina sanitaria. Se Fayez al-Sarrraj ha dichiarato lo stato di emergenza e ha annunciato la chiusura dei porti e degli aeroporti del Paese, a partire da lunedì 9 marzo, non è avvenuto lo stesso a Bengasi, nella Cirenaica, dove soltanto dopo qualche giorno, l’11 marzo un funzionario del Centro Medico di Bengasi ha lanciato l’allarme facendo presente che se il Covid-19 dovesse arrivare in Libia sarebbe un disastro.

La dichiarazione di emergenza da parte del Governo di Accordo Nazionale, lungi dal rafforzare la tregua formalmente in atto ha stimolato Haftar a tentare di approfittare della situazione, per sferrare un attacco alla città vecchia di Tripoli in data 21 marzo, nonostante il monito dell’ONU.

Solo a questo punto si è levata la voce degli Stati Unici che hanno fatto pervenire “una richiesta pressante e diretta contro il signore dalla guerra dell’Est libico, Khalifa Haftar: “fermare le armi, rifiutare le interferenze esterne, consentire alle autorità sanitarie di combattere il coronavirus”. Il dipartimento di Stato ha fatto uscire la nota con cui l’amministrazione Trump dichiarava di condividere l’apertura fatta per primo del governo di accordo nazionale guidato da Fayez Serraj, ‘primo ministro libico’ internazionalmente riconosciuto, a favore della cessazione umanitaria delle ostilità. Haftar, sembra aver ceduto alle pressioni dando l’ok per una tregua umanitaria, ormai richiesta da tutti gli attori politici in campo.

Forse però più dell’influenza americana su Haftar, potrebbe essere la paura del contagio che starebbe minando il morale dei miliziani della Cirenaica ad aver indotto il Generale ad alleggerire la pressione militare su Tripoli, per evitare diserzioni in massa nelle sue fila.

I prossimi sviluppi dei combattimenti saranno dettati anche dell’evoluzione della pandemia in Libia e nei Paesi che sostengono le fazioni in campo. Le ostilità potrebbero verosimilmente entrare in una sorta di “limbo”, non pace non guerra, pronta a riprendere appena le condizioni lo consentiranno. Sarebbe infatti irragionevole immaginare che gli interessi geopolitici di Russia e Turchia sulla Libia svaniscano con la fine del Coronavirus, ma sul “quando” e sul “come” riprenderà la contesa libica dipenderà molto da quale delle Potenze in gioco romperà per prima l’assedio del Covid 19.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

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Mon, 30 Mar 2020 17:05:59 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/586/1/caos-libia-e-nuovo-covid-19 AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Europa-Turchia: una situazione spinosa https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/585/1/europa-turchia-una-situazione-spinosa

Sono mesi ormai, all’incirca da dicembre dello scorso anno, che i bombardamenti a opera dell’esercito siriano di Assad si sono intensificati nella zona di Idlib, la provincia al confine con Siria e Turchia che costituisce l’unico e ultimo avamposto dei ribelli sunniti.

Per questa sua valenza di baluardo nella lotta contro Assad, la zona di Idlib, geograficamente poco più vasta della Valle D’Aosta, è passata nell’ultimo anno da 800.000 abitanti a circa 3 milioni, divenendo così il luogo in cui si sono concentrati la gran parte dei profughi sunniti del paese. Essi da qui premono per passare in Turchia, luogo necessario per poi raggiungere l’Europa, ma la Turchia da parte sua ha le frontiere chiuse.

Motivo per cui nello stato anatolico si è passati in breve tempo da 1 milione di profughi a circa 4 milioni che, chiaramente, comportano un problema non indifferente, non solo per i costi che implica l’accoglienza, ma anche in termini politici e di sicurezza del paese. Non a caso la difficile situazione nei confronti dei profughi al confine è stata una delle concause che hanno portato alla sconfitta del partito di Erdoğan alle municipali di Istanbul e Ankara. Ma come mai Erdoğan, allora, nonostante la Turchia avesse raggiunto, appunto, l’imponente cifra di quasi 4 milioni di rifugiati, ha continuato a tenere le frontiere chiuse?

Per rispondere a questa domanda è necessario fare un passo indietro e ricordare che nel marzo del 2016 è stato siglato un accordo tra Turchia e Unione Europea. Con quest’ultimo lo stato turco si impegnava a tenere i profughi nel proprio territorio in cambio di alcune misure che l’Europa prendeva a sostegno della Turchia, come ad esempio lo stanziamento di ben 6 miliardi di euro per la gestione dei profughi, la rimozione dell’obbligo di visto­­, l’aggiornamento dell’unione doganale e l’apertura di nuovi capitoli del processo negoziale.

Queste promesse, però, non sono state completamente mantenute ed ecco che la Turchia non sentendosi appoggiata dall’Europa e percependo di essere messa con le spalle al muro dalle tre potenze in campo che le fanno pressioni dall’esterno (la Siria di Assad, l’Iran e la Russia), ha deciso di tentare il tutto per tutto per convincere l’Europa (e la Germania in particolare) a esercitare pressioni sulla Russia affinché i profughi di Idlib rimangano nella loro zona e affinché almeno 1 milione dei quasi 4 presenti in terra anatolica venga rispedito nella Siria del nord.

Come atto dimostrativo della dirompenza disastrosa che l’apertura del confine può avere per l’Unione Europea, Erdoğan sabato 29 febbraio ha aperto le porte dei confini della Turchia. Ha inoltre dichiarato, secondo quanto riportato dal quotidiano filo-governativo Daily Sabbah, che la Turchia non è in grado di «gestire un nuovo flusso di rifugiati, ma non possiamo neanche lasciare queste persone in balia del regime di Assad. Che cosa abbiamo fatto ieri? Abbiamo aperto le porte e non le chiuderemo. Perché? Perché l’Unione Europea deve mantenere le sue promesse» [1].

In pochissimo tempo più di 100 mila profughi siriani si sono riversati fuori dalla Turchia e ciò sta generando un vero e proprio disastro umanitario, con decine di migliaia di persone in cammino per raggiungere l’Europa che si scontrano al confine con la Grecia con la polizia nazionale che gli impedisce il passaggio.

«Una ONG locale, che si occupa di prestare assistenza ai migranti, il Consolidated Rescue Group, sulla propria pagina Facebook ha riferito: “A Edirne, alla frontiera tra Turchia e Grecia, un giovane siriano è morto dopo che la polizia greca di frontiera gli ha sparato”. Assieme al post è stato allegato un video», si legge sulle pagine de «La Repubblica» che riportano il fatto [2].

Di fatto Erdoğan ha messo sotto scacco il Vecchio Continente che dovrà necessariamente dare una risposta concreta se non vuole che si riapra quel corridoio balcanico che già nel 2015 aveva portato tanti guai all’Unione Europea.

Senza contare, come si è detto poco fa, il totale e completo disastro umanitario. Nelle isole greche, infatti, si sono riversati numeri elevatissimi di rifugiati, tanto che i centri di accoglienza si trovano a dover fronteggiare una situazione insostenibile. «I campi profughi di Lesbo, Samo, Chio, Kos e Leros sono ormai ridotti allo stremo. Con una capienza totale di 5.400 posti accolgono oggi 42.000 bambini, donne e uomini bloccati sulle isole greche a causa della politica di contenimento dell’Unione Europea e destinati a rimanerci fino a quando le richieste di asilo non verranno esaminate da un sistema attualmente a corto di personale e sovraccarico, con 90.000 pratiche arretrate» [3].

Soltanto nel campo profughi di Lesbo, per fare un esempio su tutti, costruito per contenere un massimo di 2.200 persone si è arrivati a quasi 19.000 profughi. Molti di questi sono minori e tra di essi, moltissimi sono soli, senza i genitori e in condizioni di salute critiche. Si tratta di persone costrette a vivere in tende esposte al freddo e alla pioggia con una limitata (o nulla) possibilità di accedere al riscaldamento o all’acqua calda.

Nonostante l’infaticabile lavoro di medici e volontari la situazione sanitaria è allo sbando. Hana Pospisilova, una dottoressa volontaria a Lesbo intervistata dal «The Guardian» [4] si è detta seriamente preoccupata circa la possibilità di riuscire a curare molte delle persone gravemente malate e troppo vulnerabili per poter sopportare lo stile di vita del campo. Sempre in questa intervista la dottoressa Pospisilova racconta come i bambini non si lavino da settimane e settimane e non possano farlo per mancanza di acqua calda e il timore che lavandosi con l’acqua ghiacciata possano morire di freddo; molti hanno la scabbia e non cambiano i vestiti da mesi perché quelli che indossano sono gli unici che hanno. «Ho visitato molti pazienti con problemi respiratori e nonostante faccia freddo ed è inverno li rimandiamo indietro, in tende bagnate, in un campo sovraffollato. Sono preoccupata che possa scoppiare una pandemia. Non hanno acqua calda, devono aspettare tre ore al freddo per il cibo, non ricevono abbastanza vitamine, tanti hanno le gengive sanguinanti. Le persone vanno e vengono dalle strutture mediche, prendono antibiotici, continuano a tossire, hanno la febbre. L’influenza spagnola iniziò a diffondersi esattamente così, in strutture sovraffollate dove le persone avevano un’infezione virale che è diventata un’infezione batterica che li ha uccisi. Per questo sono preoccupata. Curiamo i pazienti ma nessuno è guarito, è impossibile guarirli in queste condizioni» [5].

Non credo ci sia bisogno di aggiungere parole a dichiarazioni come queste che parlano da sole. Ma vorrei concludere con un pensiero. Il nostro paese si ritrova in questo momento a fronteggiare la drammatica emergenza sanitaria del Nuovo Covid-19, stiamo sperimentando sulla nostra pelle cosa significa non riuscire a curare tutte le persone adeguatamente e quanti sforzi si debbano fare per cercare di limitare il più possibile le morti. Un ambiente malsano come quello dei campi profughi greci descritto poc’anzi è lo scenario ideale per il proliferare di questa epidemia e chissà se molti di quei morti non siano stati, senza saperlo, anche affetti dal Coronavirus (si ricordi, tra l’altro, che l’Iran è uno dei paesi maggiormente colpiti e il Medio Oriente non è assolutamente escluso da potenziali ulteriori focolai di contagio).

È necessario, quindi, trovare un accordo e avere polso fermo nel gestire a livello europeo la situazione turco-siriana. Perché non è una partita a dadi, ma c’è in ballo la vita delle persone. Sia dei profughi, sia delle popolazioni con cui essi entrano in contatto versando in condizioni sanitarie pessime e non essendoci i presupposti per un’adeguata accoglienza. Un contagio di questo tipo sarebbe un ulteriore disastro. L’Europa trovi una soluzione. Adesso. Senza ulteriori procrastinazioni.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.valigiablu.it/siria-idlib-rifugiati/, per approfondire il retroterra geopolitico che soggiace alla questione consiglio la visione della puntata del 5 marzo 2020 di MappaMundi, reperibile al seguente link: https://www.limesonline.com/video-turchia-siria-grecia-profughi-migranti/117011 

[2] https://www.repubblica.it/esteri/2020/03/02/news/la_fuga_dei_profughi_saviano_questa_e_la_turchia_di_un_criminale_politico_con_cui_l_ue_fa_accordi_-250047570/

[3] https://www.valigiablu.it/grecia-campi-rifugiati-crisi/

[4] https://www.theguardian.com/global-development/2020/feb/11/un-calls-for-urgent-evacuation-of-lesbos-refugee-camp
[5] https://www.valigiablu.it/grecia-campi-rifugiati-crisi/

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Mon, 23 Mar 2020 08:02:51 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/585/1/europa-turchia-una-situazione-spinosa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Scendiamo in campo per salvare la capacità marittima nazionale https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/584/1/scendiamo-in-campo-per-salvare-la-capacita-marittima-nazionale

La Marina dispone di una Flotta di 60 navi. Di queste solo 20 sono mediamente disponibili, tenendo conto delle manutenzioni programmate e del ricorrente insorgere di avarie dovute all’obsolescenza della maggior parte di esse.

Negli ultimi dieci anni, i finanziamenti hanno coperto solo il 50% del fabbisogno per il funzionamento della Marina, precludendo la possibilità di addestrare adeguatamente gli equipaggi e di manutenere i mezzi, accelerandone l’invecchiamento.

A fronte di ciò, lo scenario internazionale conferma lo spostamento del centro di gravità politico ed economico sul mare, dove transita il 90% dei beni e delle materie prime.

Questo è ancora più vero per l’Italia, in funzione della sua marcata vocazione marittima. Il nostro Paese, che è il primo in Europa per quantità di merci importate via mare (185 milioni di tonnellate), dispone dell’11a Flotta mercantile del mondo e della 3a Flotta peschereccia europea. Sempre via mare, l’Italia importa circa l’80% del petrolio necessario al proprio fabbisogno. Il comparto marittimo genera da solo circa il 3% del PIL.

Entro il 2025, la Flotta italiana dovrà dismettere 54 delle sue 60 navi, a fronte della entrata in linea di sole 25, considerando le 10 unità che si realizzeranno con le risorse stanziate con la Legge di Stabilità 2014. Presto la Marina non sarà in grado d’assolvere i suoi compiti e di garantire la sicurezza marittima che è vitale per il Paese.

Appare ineludibile, pertanto, completare il programma navale di emergenza, avviato con la citata Legge di Stabilità, finalizzato alla sopravvivenza della capacità marittima nazionale intesa come il binomio Marina – industrie ad alta tecnologia del comparto e basato su un investimento totale di 10 Mld€, per la costruzione di circa 30 navi in 10 anni.

A tal fine, la Marina sta sviluppando un’innovativa famiglia di navi caratterizzate da bassi costi di gestione, elevate prestazioni marinaresche, ampia polivalenza all’impiego e marcato rispetto per l’ambiente, concepite fin dalla fase di progetto per esprimere pienamente le capacità duali, al servizio della collettività.

L’industria correlata alla capacità marittima è uno dei settori più redditizi su cui investire, con un moltiplicatore d’occupazione di 1 a 6 ed uno di reddito di 3,43. Si tratta di un’industria che produce made in Italy per oltre il 90% ed è tuttora competitiva, grazie al margine di vantaggio tecnologico di cui dispone nei confronti dei Paesi emergenti. Essa è tuttavia impiegata per meno del 50% delle potenzialità, col rischio di disperdere irreversibilmente un patrimonio di competenze pregiate.

Il programma sopra menzionato, consentirebbe all’industria del settore di lavorare al 100% delle potenzialità, scongiurando il ricorso alla cassa integrazione per circa 10.000 persone, con un risparmio per lo Stato di circa 4,2 Mld€ in 10 anni che si sommerebbe ai 5 Mld€ di ritorno fiscale. Gli occupati, considerando l’indotto di Fincantieri e Finmeccanica, sarebbero 25.000 per dieci anni e svilupperebbero un totale di circa 330 milioni di ore/uomo. La ricchezza prodotta, stimata in 34,3 Mld€, verrebbe pressoché uniformemente distribuita sul territorio nazionale, con 18,9 Mld€ al nord e 15,4 Mld€ al centro-sud. A ciò si aggiungerebbe il coinvolgimento, per oltre 20 anni, delle imprese nelle attività di mantenimento in servizio delle navi.

La legge di Stabilità 2014 ha assicurato ad oggi tre finanziamenti ventennali per complessivi 5,5 Mld€ (al lordo degli interessi per i mutui che dovranno essere attivati) con i quali avviare il programma e procedere alla realizzazione, nell’arco di 5/6 anni, di 8 navi e 2 mezzi navali minori veloci. Nonostante ciò, entro il 2025 la Flotta si contrarrà, comunque in modo inaccettabile, da 60 a 31 navi (- 48%). Pertanto, per assicurare la sopravvivenza della capacità marittima nazionale è necessario dare continuità al programma con ogni possibile urgenza, vincolandone il completamento ad un ulteriore provvedimento legislativo. Ciò anche al fine di fornire garanzie certe all’industria coinvolta per giustificare gli investimenti in occupazione e ricerca.

Infine, per dare concretezza e fornire garanzie di successo alla realizzazione del programma nei tempi indicati ed al fine di non vanificare gli sforzi che il Paese sta già facendo con le risorse recate dalla Legge di Stabilità 2014, è fondamentale semplificare quanto più possibile le procedure burocratiche alla base della piena attuazione del programma aeronavale emergenziale.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 24 Feb 2020 12:08:31 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/584/1/scendiamo-in-campo-per-salvare-la-capacita-marittima-nazionale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il mio intervento a Rai News 24 del 19 gennaio sul tema della Libia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/583/1/il-mio-intervento-a-rai-news-24-del-19-gennaio-sul-tema-della-libia

Pubblico qui il mio intervento dello scorso 19 gennaio a Rai News 24, dove sono stato invitato come tecnico dal direttore Di Bella per parlare dei recenti sviluppi in Libia

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 27 Jan 2020 11:11:28 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/583/1/il-mio-intervento-a-rai-news-24-del-19-gennaio-sul-tema-della-libia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Corte Conti, ok capacita’ spesa su piano tutela marittima https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/578/1/corte-conti-ok-capacita-spesa-su-piano-tutela-marittima

"Lo stato di attuazione degli interventi e' in linea con lo sviluppo del programma" e "la capacita' di spesa appare complessivamente adeguata in relazione agli stanziamenti annuali disponibili". E' quanto emerge dalla relazione su "Il programma navale per la tutela della capacita' marittima della difesa" della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato della Corte dei conti (approvata con delibera n. 19/2019/G). Il documento esamina la gestione delle risorse stanziate (circa 5,4 miliardi) per il finanziamento del programma navale di tutela degli interessi di difesa nazionale nel settore marittimo che prevede il progressivo rinnovamento e ammodernamento della flotta, anche attraverso l'acquisto di nuove unita', con una durata di 20 anni. L'andamento della gestione - sostiene la Corte dei Conti - appare complessivamente lineare e omogeneo, benche' si registri la tendenza alla formazione di residui che, secondo il Ministero della difesa, saranno in graduale diminuzione gia' a partire dall'inizio del 2020, contribuendo in maniera significativa ad ottimizzare la gestione delle risorse. Tra le raccomandazioni della Corte, va previsto "un costante controllo e monitoraggio degli interventi in corso di realizzazione, da effettuare anche attraverso una piu' intensa valorizzazione delle modalita' organizzative finalizzate alla cooperazione tra le amministrazioni interessate, al fine di valutare tempestivamente l'esistenza di criticita' e procedere all'adozione delle necessarie misure correttive"

AGI 

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Fri, 17 Jan 2020 08:08:46 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/578/1/corte-conti-ok-capacita-spesa-su-piano-tutela-marittima AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il mio intervento a Rai News 24 per parlare dei recenti sviluppi in medioriente https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/582/1/il-mio-intervento-a-rai-news-24-per-parlare-dei-recenti-sviluppi-in-medioriente

Pubblico i video del mio intervento di lunedì 13 gennaio presso gli studi di Rai News 24, dove sono stato chiamato in veste di tecnico per spiegare gli ultimi avvenimenti in medioriente

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 13 Jan 2020 17:14:32 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/582/1/il-mio-intervento-a-rai-news-24-per-parlare-dei-recenti-sviluppi-in-medioriente AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Un’analisi su quanto sta accadendo in Libia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/577/1/unanalisi-su-quanto-sta-accadendo-in-libia

Riporto un'analisi su quanto sta accadendo in #Libia

LEGGI L'ARTICOLO

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Mon, 13 Jan 2020 08:04:07 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/577/1/unanalisi-su-quanto-sta-accadendo-in-libia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il mio punto su Iran, Libia e crisi internazionale su Radio Cusano TV https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/581/1/il-mio-punto-su-iran-libia-e-crisi-internazionale-su-radio-cusano-tv
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Fri, 10 Jan 2020 17:28:01 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/581/1/il-mio-punto-su-iran-libia-e-crisi-internazionale-su-radio-cusano-tv AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il mio punto sulla situazione internazionale dell’Italia dopo Soleimani, l’Iran e la Libia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/579/1/il-mio-punto-sulla-situazione-internazionale-dellitalia-dopo-soleimani-liran-e-la-libia

In seguito alla mia intervista sull'Avvenire, che ritrovate qui, sono stato ospite di Rai News 24, Omnibus La7, del TG4 e di Radio Cusano Italia TV per parlare tecnicamente di Iran, Libia, e della posizione italiana dopo gli ultimi sviluppi della vicenda Soleimani.

 

QUI TROVATE IL MIO INTERVENTO A RAI NEWS 24

QUI TROVATE IL MIO INTERVENTO AL TG 4

QUI IL MIO INTERVENTO A OMNIBUS LA 7

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Wed, 8 Jan 2020 09:59:11 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/579/1/il-mio-punto-sulla-situazione-internazionale-dellitalia-dopo-soleimani-liran-e-la-libia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Finalmente istituita l’Area Marina Protetta di Capri! https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/576/1/finalmente-istituita-larea-marina-protetta-di-capri

Grazie al Ministro dell'Ambiente Sergio Costa per aver ascoltato la nostra petizione, che si è unita alla voce dei capresi!

In diretta Facebook il Ministro ha dato il via al processo per l'istituzione dell'Area Marina Protetta di Capri, per la quale Marevivo si batte da più di 30 anni con l'obiettivo di proteggere uno dei luoghi più straordinari e conosciuti del Pianeta.

Ora seguiremo con attenzione ed entusiasmo l’iter fino al suo compimento!

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Tue, 7 Jan 2020 14:54:46 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/576/1/finalmente-istituita-larea-marina-protetta-di-capri AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’Italia aumenti la presenza di navi e sommergibili - la mia intervista a l’Avvenire https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/575/1/litalia-aumenti-la-presenza-di-navi-e-sommergibili---la-mia-intervista-a-lavvenire

Dopo la mia intervista per l'Avvenire, finita oggi in prima pagina, interverrò ancora sul caso #Soleimani

  • su Rai News 24 oggi stesso alle ore 18.00
  • domani alle ore 19.00 all'interno dell'approfondimento del TG4
  • martedì 7 gennaio alle ore 8.00 su Omnibus di LA7 e alle ore 15.30 sulle frequenze di Radio Cusano Campus - FM 89.100
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Sun, 5 Jan 2020 13:53:56 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/575/1/litalia-aumenti-la-presenza-di-navi-e-sommergibili---la-mia-intervista-a-lavvenire AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Marina Militare e Università di Genova insieme per la prima laurea magistrale in Hydrography And Oceanography https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/574/1/marina-militare-e-universita-di-genova-insieme-per-la-prima-laurea-magistrale-in-hydrography-and-oceanography

"Lunedì scorso, presso i prestigiosi locali del complesso monumentale della Lanterna di Genova, il faro simbolo della città, davanti ad una commissione esaminatrice mista composta da docenti dell’Università di Genova e dell’Istituto Idrografico Della Marina, si sono tenute le esposizioni delle tesi di laurea magistrale in Hydrography and Oceanography"

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Wed, 18 Dec 2019 10:54:59 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/574/1/marina-militare-e-universita-di-genova-insieme-per-la-prima-laurea-magistrale-in-hydrography-and-oceanography AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Parte il nuovo Anno Accademico degli Istituti di Formazione della Marina Militare... buon vento! https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/573/1/parte-il-nuovo-anno-accademico-degli-istituti-di-formazione-della-marina-militare-buon-vento

La scorsa settimana, a Livorno, è avvenuta la Cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico 2019-2020 degli Istituti di Formazione della Marina Militare. Alla cerimonia erano presenti il Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio di Squadra Giuseppe Cavo Dragone, numerose autorità civili, militari, religiose e del mondo accademico degli Istituti di formazione della Marina Militare.

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Fri, 29 Nov 2019 09:46:49 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/573/1/parte-il-nuovo-anno-accademico-degli-istituti-di-formazione-della-marina-militare-buon-vento AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Vola Marina! https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/572/1/vola-marina

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Wed, 27 Nov 2019 09:43:06 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/572/1/vola-marina AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Un filmato RAI su Mare Sicuro, la 3^ Divisione Navale e il personale di San Marco https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/571/1/un-filmato-rai-su-mare-sicuro-la-3-divisione-navale-e-il-personale-di-san-marco

L’operazione Mare Sicuro seguì Mare Nostrum, come risposta alla presenza di ISIS in Libia e come misura di sicurezza contro il terrorismo dal mare, dopo gli attentati i Europa. In questo filmato girato dalla RAI si vede l’Ammiraglio Vitiello comandante della 3^ Divisione Navale, ufficiale in comando tattico per una fase dell’operazione. Ci sono anche riprese su un nostro sommergibile, oltre a belle immagini di personale del San Marco in azione

GUARDA IL VIDEO

 

 
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Wed, 20 Nov 2019 14:50:04 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/571/1/un-filmato-rai-su-mare-sicuro-la-3-divisione-navale-e-il-personale-di-san-marco AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’esperienza sul Libeccio https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/570/1/lesperienza-sul-libeccio

Ho trovato fra le foto a me più care quelle dell’Equipaggio del Libeccio durante il mio comando, scattata prima di Natale 1992 credo. Un Equipaggio straordinario che mi è rimasto nel cuore. L’esperienza maturata sul Libeccio mi è stata utilissima sul Vittorio Veneto dove ho avuto la fortuna di avere un altro grande Equipaggio a cui ho voluto (e voglio) molto bene. Nostalgia infinita

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Mon, 11 Nov 2019 09:59:01 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/570/1/lesperienza-sul-libeccio AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Consumo di pesce fresco a tavola, in Italia è record. E non basta per tutti. https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/569/1/consumo-di-pesce-fresco-a-tavola-in-italia-e-record-e-non-basta-per-tutti

Nel primo quadrimestre del 2019 il consumo medio pro capite degli italiani, secondo i dati elaborati dall’associazione “SOS pesce italiano”, è stato di circa 28 kg di pesce all’anno, più alto rispetto alla media europea, ma decisamente basso se confrontato con quello di altre nazioni che hanno un’estensione della costa simile alla nostra, come il Portogallo, il cui consumo è quasi il doppio (60 kg).

Il fattore chiave di questo dato è legato principalmente al cambiamento degli stili di vita: gli italiani infatti comprano sempre meno pesce azzurro e pesce bianco andando invece a preferire un pescato più facile da pulire, da cucinare e senza lische, come polpi (+18,6%), vongole (+25,6%) e seppie (+10,6%). Anche per questo la spesa media annuale (pari a quasi 500 euro) risulterebbe la stessa di circa dieci anni fa secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat.

Negli ultimi 25 anni, mentre la nostra flotta peschereccia perdeva progressivamente pezzi, passando da oltre 18 mila a circa 12.500 imbarcazioni, e i posti di lavoro calavano di 18 mila unità, le importazioni crescevano di pari passo con l’aumento del consumo di pesce (quello importato era il 27% nel 1985, oggi è il 79%). Il pesce pescato nei mari italiani raggiunge oggi la quota di 180 mila tonnellate. Quello importato si attesta invece su 1.069.343 compresi pesci congelati, essiccati e preparazioni, tra questi quello fresco importato arriva a quasi 240 mila tonnellate.

Secondo l’ultimo rapporto FAO la produzione mondiale di pesce, il dato è del 2016 ma la situazione oggi è simile, ha raggiunto un nuovo picco: 171 milioni di tonnellate, di cui 90,9 milioni di catture e 80 milioni in acquacoltura. Inoltre, l’88% della produzione, ossia 151 milioni di tonnellate, è stato destinato al consumo umano diretto, a conferma del ruolo centrale degli esseri umani nello sfruttamento delle risorse ittiche marine e d’acqua dolce.

Nonostante ciò le attività umane legate alla produzione ittica sono ancora lontane da un modello di sviluppo sostenibile. La sostenibilità, infatti, coinvolge ovviamente anche gli oceani ed i mari che coprono quasi tre quarti della superficie terrestre costituendo una componente essenziale per la sopravvivenza del pianeta, motivo questo per cui il tema risulta uno degli argomenti centrali anche dell’Agenda 2030 dell’ONU (l’obiettivo 14, ad esempio, è interamente dedicato a “La Vita sott’Acqua”, al fine di garantire la conservazione e l’utilizzo responsabile delle risorse marine).

Particolare enfasi è posta qui sull’influenza delle attività umane il cui impatto sugli oceani, le riserve ittiche e gli ecosistemi marini ha ripercussioni critiche. La sostenibilità della pesca marittima, infatti, continua a peggiorare: nel 2015, il 33,1% degli stock ittici mondiali è stato pescato a livelli biologicamente insostenibili, una minaccia non solo per la popolazione marina, ma anche per la salute dei fondali e l’equilibrio degli ecosistemi.

Secondo le previsioni della FAO, il consumo di pesce nel 2030 aumenterà del 18% rispetto al 2016. Per far fronte a questa crescente e costante domanda di pesce da parte dei consumatori, e allo stesso tempo per allentare la pressione sugli stock ittici mondiali a disposizione, negli ultimi anni ha ricoperto un ruolo chiave l’acquacoltura. Tra il 2001 e il 2016 i livelli di produzione acquicola sono aumentati a un ritmo annuale pari al 5,8%, costituendo il settore alimentare con il più rapido tasso di crescita al mondo. Nel 2016 la produzione globale di pesce proveniente da acquacoltura ha rappresentato il 53%, superando la pesca come principale fonte di approvvigionamento di prodotti ittici destinati al consumo umano diretto.

Ma anche l’acquacoltura si discosta da un modello auspicabile di sostenibilità se si considera, ad esempio, che circa il 12% della produzione ittica mondiale è utilizzato per produrre farina e olio di pesce, a loro volta impiegati per produrre mangimi per l’acquacoltura.

Principalmente di natura industriale e intensiva, pesca e acquacoltura, infatti, si inseriscono entrambi in un paradigma produttivo orientato soprattutto al profitto a breve termine minacciando seriamente oceani, mari e fauna marina.

Per garantire la sostenibilità delle risorse ittiche a lungo termine potrebbe essere necessario intervenire anche sulle catture accessorie e sugli scarti, considerando che più di un pesce su dieci viene prelevato accidentalmente e scartato a causa della specie di appartenenza o delle dimensioni non adatte per il mercato. La soluzione più efficace potrebbe alla lunga non essere però quella di produrre sempre di più ma di iniziare ad orientare maggiormente le nostre scelte secondo criteri di sostenibilità e di natura etica.

Tutto considerato, le Linee Guida Nazionali per una sana alimentazione suggeriscono il consumo di tre porzioni alla settimana. E la porzione è da 150 grammi: per intendersi, una piccola orata o tre gamberoni. Consumare meno e variare alimenti: il nostro cibo non è infinito. Tanto di più il pesce nei nostri mari.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

Fonti:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/07/29/il-consumo-di-pesce-in-italia-e-insostenibile-e-la-soluzione-non-e-ridurlo/5351289/

https://www.bimbisaniebelli.it/mamma/dieta-mamma/pesce-azzurro-crollo-dei-consumi-in-italia-79552

https://www.mark-up.it/italia-paesi-alta-spesa-pesce-fresco/

https://www.lapiazzaweb.it/2019/07/consumi-coldiretti-stop-a-pesce-fresco-scatta-fermo-pesca/

https://www.interris.it/italia/a-tavola-senza-pesce-fresco

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Thu, 7 Nov 2019 15:01:04 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/569/1/consumo-di-pesce-fresco-a-tavola-in-italia-e-record-e-non-basta-per-tutti AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
La Marina Militare e l’innovazione ambientale nel settore marittimo https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/568/1/la-marina-militare-e-linnovazione-ambientale-nel-settore-marittimo

In questo 4 novembre vorrei celebrare la Marina Militare, augurandole di ripartire anche nel settore ambientale, con coraggio, per il bene del Paese, nella consapevolezza del ruolo del mare per la prosperità e sicurezza dell'Italia

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Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 4 Nov 2019 11:16:26 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/568/1/la-marina-militare-e-linnovazione-ambientale-nel-settore-marittimo AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
I miei ringraziamenti ai sottoufficiali della Marina https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/567/1/i-miei-ringraziamenti-ai-sottoufficiali-della-marina

Ricordo con affetto il personale della Marina che ha creduto in me. In questa occasione ho colto l’occasione per ringraziare i sottufficiali spina dorsale della Marina 

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 31 Oct 2019 10:51:49 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/567/1/i-miei-ringraziamenti-ai-sottoufficiali-della-marina AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)