Ammiragliogiuseppedegiorgi.it Rss https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/ Sito web personale di Giuseppe DE GIORGI - Ammiraglio di Squadra it-it Thu, 18 Jun 2020 05:35:48 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 ammiragliogiuseppedegiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe De Giorgi) ammiragliogiuseppedegiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe De Giorgi) Archivio https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/vida/foto/sfondo.jpg Ammiragliogiuseppedegiorgi.it Rss https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/ Mediterraneo: Turchia padrona https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/602/1/mediterraneo-turchia-padrona

Sono trascorse diverse settimane da quando Egitto, Grecia, Cipro, Francia ed Emirati Arabi Uniti – di fatto uniti in funzione anti-Turca – hanno dichiarato “illegale” l’attività di esplorazione petrolifera della Turchia nelle acque territoriali di Cipro e hanno denunciato la violazione dello spazio aereo greco da parte di alcuni caccia turchi [1], ma ancora la situazione non accenna a trovare una soluzione, anzi.

La nave turca a cui si fa riferimento è la Fatih, salpata da Istanbul, e diretta nelle acque cipriote nelle quali, teoricamente, dovrebbe cominciare le trivellazioni a luglio. Almeno così afferma Erdogan dichiarando che verrà ripreso il lavoro lasciato interrotto nel 2019.

Due anni fa, infatti, "dopo le minacce di unità militari turche, la multinazionale americana Exxon-Mobil e il consorzio italo-francese formato da Eni e Total decisero di rinviare le loro trivellazioni nell’area, garantite dal governo di Cipro con assegnazioni legali e in sintonia con il diritto internazionale" [2]. In questa contesa “marittima” si inserisce l’alleanza industriale e anche politica che l’Egitto di Abdel Fatah al Sisi ha iniziato a sviluppare da qualche anno.

Il Cairo da tempo ha fondato un East Med Gas Forum che include Egitto, Israele, Palestina, Grecia, Cipro, Italia e Francia. Una vera e propria organizzazione internazionale, con un segretariato, un livello ministeriale, uno di Senior Officials, sulle risorse energetiche del Mediterraneo orientale.

L’espansionismo della Turchia rischia di far saltare i già delicati equilibri di una coalizione che soprattutto per l’Italia è più a trazione ENI che figlia di una scelta consapevole di politica estera e di conseguente scelta di campo.

Il gruppo dei 5 ha preso di mira anche l’attività militare turca in Libia, in quanto gli accordi intercorsi tra Turchia e Libia hanno comportato una spartizione dei confini delle Zone Economiche Esclusive nell’alto mare, in spregio delle esistenti Zone Esclusive di Cipro e della Grecia.

Alla contesa per il controllo dei fondali e dei correlati diritti esclusivi di sfruttamento esclusivo, si vanno sommando gli interessi politici nella guerra civile tra Haftar e al-Sarraj e alle rispettive alleanze. Quella pro Al Serraji era inizialmente a guida italiana. L’Italia per mandato americano aveva infatti la responsabilità del dossier “Libia”. L’Eni era l’interlocutore privilegiato del Ministero del Petrolio e di tutte le principali tribù che gestivano il potere reale in Libia. La nostra Ambasciata rimaneva aperta anche quando le altre chiudevano. Avevamo riguadagnato una posizione centrale dopo la cacciata del nostro alleato Gheddafi.

Il primo a mettere in discussione lo status italiano fu il Presidente Francese Macron, iniziando una serie di incontri a Parigi a cui partecipavano sia Al Serraji che il Gen. ribelle sostenuto dalla Francia Haftar. L’obiettivo era duplice: affermare il ruolo della Francia al posto dell’Italia e dare legittimità internazionale al Generale Haftar, nonostante l’ONU riconoscesse Al Serraji. Le proteste italiane furono come sempre veementi e come sempre non portarono a nulla, se non la concessione a essere invitati ai colloqui presieduti da Macron, insieme ai leader libici. Un’umiliazione. Ma almeno ci consentiva di essere presenti nelle foto di fine meeting. "Meglio di niente" avranno pensato alla Farnesina.

Da quel momento è stato un percorso in discesa. Mano a mano che il gioco si faceva duro diveniva sempre più evidente che i nostri governanti non erano duri abbastanza per giocare. Il climax si è raggiunto quando, con Tripoli accerchiata e con i ribelli alle porte, al grido di aiuto di Al Serraji si è opposto lo sguardo vitreo e il sorriso da “totem ghirghiso” del nostro Governo già alla rincorsa di un posto nella tribuna degli ospiti di Haftar, prematuramente dato per vincente.

Con l’Italia auto esclusa dai giochi in poche audaci mosse prive di alcun senso, per la Turchia si sono aperte praterie di potenziali immensi ritorni politici, economici e militari, in grado di accelerare il sogno neo-ottomano di Erdogan di tornare ad essere dopo secoli di primato europeo la Potenza di riferimento nel Mediterraneo, nell’Africa settentrionale e in quella orientale.

La Francia che per prima ha dato la spallata all’Italia si trova adesso a doversi confrontare con la Turchia. E’ troppo potente per essere bullizzata da Erdogan e non ha paura a combattere, ma nell’economia generale del conflitto libico deve tenere conto anche della volontà Russa che con la Turchia ha verosimilmente messo in conto la spartizione della Libia in aree d’influenza trovando un accordo con i Turchi come in Siria. In questa spartizione la Tripolitania andrebbe ai Turchi, la Cirenaica finirebbe sotto l’orbita russa ed egiziana, mentre il Fezzan, con le sue miniere, alla Francia.

Con l’Italia fuori dai giochi sulla terraferma, rimane la questione dei giacimenti di idrocarburi a mare, dei diritti di pesca e della tutela ambientale del mare. Tutti temi di particolare interesse strategico dell’Italia.

La lotta per la supremazia marittima in Mediterraneo e suoi sui fondali è la guerra silenziosa che è in atto ormai da tempo ma che adesso entra sempre più nel vivo e dalla quale non possiamo più fuggire, perché qui si parla del canale di Sicilia e degli accessi all’Adriatico e al Mediterraneo Orientale. Vogliamo aspettare di avere i Turchi in Canal Grande?

L’Italia, in tutto ciò, che pensa di fare? Stare a guardare? Più o meno sì. Come ha sapientemente scritto su Repubblica Lucio Caracciolo [3], l’intelligence e l’economia, da sole, non bastano se non sono coronate da una vera e propria strategia che prenda in considerazione tutti gli aspetti a 360 gradi. A cosa serve appoggiare al-Sarraj se poi non lo si può difendere militarmente? È ovvio che abbia rivolto il suo sguardo alla Turchia che è, al contrario di noi, in grado di fornirgli protezione. E così è la Turchia che gestisce i flussi migratori in Tripolitania.

Insomma, una sconfitta su tutta la linea. Se non si ha il coraggio di sostenere militarmente l’azione diplomatica, che almeno non si mettano a segno autogol di sorta. Si farebbe il gioco della Turchia e dell’Egitto che come troppo spesso è accaduto nella nostra storia troveranno infine un accordo sulle nostre spoglie.

Il Mediterraneo è troppo importante per la nostra Nazione per rimanere in tribuna tifando ora per l’uno ora per l’altro dei contendenti in campo.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/594/il-morbo-infuria-il-pan-ci-manca-sul-ponte-sventola-bandiera-bianca

[2] https://www.repubblica.it/esteri/2020/06/01/news/egitto_cosi_nel_mediterraneo_al_sisi_rafforza_un_alleanza_anti-turchia-258170128/

[3] https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/06/16/news/libia_la_palude_italiana-259400644/

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Thu, 18 Jun 2020 05:35:48 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/602/1/mediterraneo-turchia-padrona AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Cessione delle FREMM all’Egitto? De Giorgi: "Illusioni per un’Italia sempre più inerme a livello internazionale" https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/601/1/cessione-delle-fremm-allegitto-de-giorgi-illusioni-per-unitalia-sempre-piu-inerme-a-livello-internazionale

La mia recente intervista a Difesa Online circa la vicenda della vendita delle due FREMM all'Egitto

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Thu, 11 Jun 2020 03:10:56 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/601/1/cessione-delle-fremm-allegitto-de-giorgi-illusioni-per-unitalia-sempre-piu-inerme-a-livello-internazionale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’ex capo di stato maggiore della Marina De Giorgi: "La vendita fregate Fremm all’Egitto è uno schiaffo al buonsenso" https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/599/1/lex-capo-di-stato-maggiore-della-marina-de-giorgi-la-vendita-fregate-fremm-allegitto-e-uno-schiaffo-al-buonsenso

"Per quanto riguarda la costruzione di navi da pattugliamento in Egitto da parte di Fincantieri, ciò rappresenterebbe l’ennesima delocalizzazione di attività produttive all’estero, a scapito della cantieristica nazionale, del rilancio dell’occupazione nel settore della navalmeccanica e dell’indotto"

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Wed, 10 Jun 2020 03:59:21 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/599/1/lex-capo-di-stato-maggiore-della-marina-de-giorgi-la-vendita-fregate-fremm-allegitto-e-uno-schiaffo-al-buonsenso AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Amara Festa della Marina Militare per l’ammiraglio De Giorgi https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/598/1/amara-festa-della-marina-militare-per-l-ammiraglio-de-giorgi

"Non è questo il momento d'indebolire la Marina mentre la situazione del Mediterraneo si fa sempre più pericolosa, così come è tempo di riportare gli investimenti industriali in Italia, con gli ovvi benefici in termini di PIL e di posti di lavoro"

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Wed, 10 Jun 2020 03:31:55 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/598/1/amara-festa-della-marina-militare-per-l-ammiraglio-de-giorgi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
De Giorgi: amarezza per due navi Fremm all’Egitto https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/597/1/de-giorgi-amarezza-per-due-navi-fremm-all-egitto

In occasione del 10 giugno, Festa della Marina, esprimo la mia vicinanza affettuosa al personale di ogni grado e specialità che serve con onore e disciplina la nostra Nazione. Questa ricorrenza è segnata tuttavia dall’amarezza per la notizia dell’imminente cessione all’Egitto di Nave Spartaco Schergat e Nave Emilio Bianchi, da poco intestate con solenne cerimonia a due eroiche medaglie d’oro della Marina, in cambio di una possibile esportazione di armamenti verso l’Egitto, i cui contorni sono tutti ancora da definire

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Wed, 10 Jun 2020 03:14:38 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/597/1/de-giorgi-amarezza-per-due-navi-fremm-all-egitto AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Stati Uniti nel caos e Trump fuori controllo https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/596/1/stati-uniti-nel-caos-e-trump-fuori-controllo

Gli Stati Uniti stanno vivendo una situazione economicamente, politicamente e socialmente senza precedenti. Mentre infuria la pandemia, con un dolorosissimo bilancio di vittime, mentre le città bruciano per una nuova rivolta contro il razzismo (mai davvero sconfitto) su cui si sono innestate le gang e i gruppi estremisti inclusi i “suprematisti bianchi”, mentre in 15 Stati è stata mobilitata la Guardia Nazionale, imposto il coprifuoco, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump riesce soltanto a fomentare gli animi invece di calmarli. Spera di sfruttare a suo beneficio il clima di paura crescente in vista delle elezioni presidenziali in autunno, presentandosi come il Presidente Law and Order.

Alla reazione rabbiosa dei neri all’omicidio di George Floyd morto per asfissia schiacciato al suolo da un poliziotto inginocchiato sul suo collo, richiamando l’orrore dei tempi di “Missisipi Burning”, Trump annuncia l’invio dell’Esercito Federale; minaccia di accogliere i “cosiddetti manifestanti” con i “cani più feroci e le armi più minacciose” che lui stesso abbia mai visto; e come suo costume, scaglia accuse verso Twitter per aver contrassegnato due suoi post con un punto esclamativo, ossia il tipo di segnalazione che questo social utilizza per “bollare” cinguettii che contengano «informazioni potenzialmente fuorvianti», che necessitano – in poche parole – di fact-checking.

Un Presidente talmente fuori controllo da provocare l’insubordinazione del suo Ministro della Difesa Mark T. Esper (del suo stesso partito) che ha dichiarato di non essere disponibile a inviare le truppe federali al posto delle Guardie Nazionali di cui dispongono i singoli Governatori. Peraltro, l’Insurrection Act del 1807, invocato impropriamente da Trump, subordina l’impiego dell’Esercito Federale a specifiche richieste dei Governatori degli Stati dell’Unione.

Per addentrarci meglio in questa caotica situazione generale è bene affrontare separatamente tutte le singole questioni.

In primis c’è l’emergenza sanitaria. La pandemia negli Stati Uniti è stata sin dal principio sottovalutata in modo strumentale. Nonostante il preavviso, gli Stati Uniti si sono fatti trovare impreparati, privi di mascherine, di respiratori, con una Sanità Pubblica basata sull’assistenza privata, di eccellenza indubbiamente, ma solo per chi la può pagare. Sottodimensionata per combattere una pandemia. La popolarità di Trump è crollata. Il suo avversario nella gara presidenziale, Joe Biden lo ha sopravanzato di 10 punti nei sondaggi.

La reazione di Trump è stata quella di individuare un nemico su cui deflettere la rabbia degli americani. La Cina è diventato il nemico perfetto insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpevole di essere, a suo dire, filo cinese.
Tutto questo mentre il Paese fa i conti con 120.000 morti di Covid 19, il doppio dei caduti in 12 anni di guerra in Vietnam. La Johns Hopkins University ha dichiarato che sono circa 1,8 milioni i contagiati, e si pensa che presto si possano superare i 2 milioni. La gravità della situazione sul piano sanitario ha ancor di più accentuato il divario di classe dando vita a uno scenario di recessione quasi peggiore rispetto a quello riscontrato nel 2008, basti pensare che dall’inizio del virus gli americani che hanno fatto domanda per ricevere il sussidio di disoccupazione sono 40 milioni[1] e che, secondo stime fatte da Goldman Sachs e Jp Morgan, economicamente parlando, il prossimo trimestre segnerà una flessione del 35-40%[2].

Il video dell’assassinio di George Floyd, divenuto virale, in cui si vede l’agente inginocchiato sull’uomo che ripete “non riesco a respirare”, ha avuto un’eco enorme provocando scontri, manifestazioni, roghi, ridando impulso al movimento di protesta chiamato “Black Lives Matter”, attivo in più di quaranta città americane. Questo episodio inoltre non va preso come un caso isolato: soltanto in Minnesota ci sono stati 200 casi simili negli ultimi trent’anni. L’ex Presidente Obama non si è potuto esimere dal commentare l’accaduto: «È naturale augurarsi un ritorno alla normalità dopo la crisi sanitaria ed economica del Covid-19, ma dobbiamo ricordare che per milioni di americani, essere trattati in modo diverso a causa della razza è tragicamente, dolorosamente ed esasperatamente ‘normale’, sia che si tratti del sistema sanitario o del sistema giudiziario o di fare jogging in strada, o semplicemente di passeggiare in un parco. Non dovrebbe essere normale nell’America del 2020. Non può essere normale. Se vogliamo che i nostri figli crescano in una nazione all’altezza dei suoi grandi ideali, possiamo e dobbiamo essere migliori»[3].

Il Presidente Trump non sembra intenzionato a riportare la calma. Cavalca spregiudicatamente la violenza contribuendo al clima di odio con dichiarazioni al vetriolo. Allo stesso modo appare indifferente alla perdita del ruolo di leadership globale degli Stati Uniti sui grandi temi mondiali, dalla sicurezza, all’economia, alla tutela dell’ambiente e ovviamente alla salute pubblica.

In un Mondo privo di leadership della massima potenza del Pianeta e con le Istituzioni Internazionali al nadir della loro rilevanza ed efficacia, il futuro appare come un mare in tempesta, da affrontare con una barca che fa acqua e priva di bussola. Siamo a posto.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] https://tg24.sky.it/mondo/2020/05/28/coronavirus-usa-disoccupazione

[2] https://www.huffingtonpost.it/entry/donald-trump-si-sta-perdendo-lamerica_it_5ed154d7c5b67d936b9ef1e6

 

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Fri, 5 Jun 2020 00:48:17 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/596/1/stati-uniti-nel-caos-e-trump-fuori-controllo AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il morbo infuria il pan ci manca sul ponte sventola bandiera bianca https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/594/1/il-morbo-infuria-il-pan-ci-manca-sul-ponte-sventola-bandiera-bianca

La situazione nel Mediterraneo continua a farsi sempre più complessa e i recenti sviluppi circa il conflitto in Libia hanno avuto, colpevolmente, una scarsa risonanza in Italia (ma anche in Europa) dove l’attenzione mediatica e politica sembra ruotare esclusivamente intorno all’emergenza coronavirus; come se non ci fosse un domani.

È ormai dal 25 marzo scorso che il governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj con l’inizio dell’Operazione Tempesta ha ripreso l’iniziativa nella guerra contro Ḥaftar a partire da una controffensiva pianificata e messa in campo sotto la guida turca. Ankara, infatti, guida l’esercito del Governo di Accordo Nazionale (GNA), integrando i suoi ranghi con milizie di mercenari siriani comandate da ufficiali turchi.

L’ex mare nostrum ribolle e si dimostra, ancora una volta, linea di frattura fra l’Europa Marittima, il Medio Oriente e l’Africa sub Sahariana e al tempo stesso zona di “compressione” fra Potenze vecchie e nuove che si contendono lo spazio di potere lasciato libero dagli Americani in ritirata.

Il Mediterraneo torna protagonista nel “grande gioco” internazionale e in questo Mare si gioca una buona parte della sicurezza e prosperità futura dell’Italia in un mondo destinato a essere sempre più fluido e instabile. Gli unici a non capirlo sembrano essere proprio gli italiani. A forza di tentennare e di pendolare da un campo all’altro, abbiamo aperto la Libia alla Turchia, balzando goffamente sul carro, peraltro già affollato, di Ḥaftar quando sembrava il vincitore in pectore, con il risultato di essere accusati di abbandonare l’alleato Al Serraji nel momento del bisogno, venendo meno agli impegni presi e senza peraltro ottenere nulla in cambio dal Generale ribelle della Cirenaica. Di fatto non tocchiamo più palla.

Per contro, la Turchia ha mostrato di avere le idee molto chiare. Ha fatto seguire alle parole i fatti, inviando forze di terra a difesa di Tripoli, utilizzando sapientemente la sua Marina anche in chiave di scudo antiaereo contro i droni degli emiratini e gli aerei a disposizione di Haftar. Ma prima di impegnarsi nella difesa di Tripoli e nel successivo contrattacco, Erdogan ha preteso e ottenuto accordi vantaggiosissimi sulla spartizione delle risorse marine libiche.

A scapito soprattutto dell’Italia e della Grecia. Ma è in particolare l’Italia, percepita come il ventre molle dell’Europa, a essere nel mirino della Turchia. In Libia, così come in Somalia, la Turchia si è inserita scalzando l’influenza storica italiana nelle sue ex-colonie. Lo ha fatto grazie a un mix di “soft power”, costruendo grandi opere pubbliche e di “hard power”, fornendo assistenza militare. Per essere più efficace, la Turchia si muove tramite accordi bilaterali, in modo da non diluire il ritorno politico del suo impegno nell’ambito di coalizioni internazionali, in cui finirebbe per recitare la parte del comprimario al seguito di una grande potenza.

Di recente, alcuni dei Paesi potenzialmente danneggiati dall’espansionismo turco hanno battuto un colpo. L’11 Maggio 2020 i ministri degli Esteri di Egitto, Cipro, Grecia, Francia e Emirati Arabi Uniti hanno espresso «la loro più profonda preoccupazione per l’intensificazione della tendenza espansionistica e per le continue azioni provocatorie nel Mediterraneo orientale da parte della Turchia. I ministri firmatari “denunciano le attività illegali turche in corso nella zona economica esclusiva cipriota e nelle sue acque territoriali, in quanto rappresentano una chiara violazione del diritto internazionale, come indicato nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. È il sesto tentativo da parte della Turchia in meno di un anno di condurre illegalmente operazioni di perforazione nelle zone marittime di Cipro”. […] Esortano “la Turchia a rispettare pienamente la sovranità e i diritti sovrani di tutti gli Stati nelle loro zone marittime nel Mediterraneo orientale” e ribadiscono “che il memorandum d’intesa sulla delimitazione delle aree giurisdizionali marittime nel Mediterraneo e il memorandum d’intesa sulla sicurezza e la cooperazione militare, firmati nel novembre 2019 tra la Turchia e Fayez El Sarraj, sono rispettivamente in violazione del diritto internazionale […]. I ministri si rammaricano “profondamente per l’escalation delle ostilità in Libia” e ricordano “l’impegno ad astenersi da qualsiasi intervento militare straniero in Libia, come concordato nelle conclusioni della conferenza di Berlino”. A tale proposito, i ministri condannano “fermamente l’interferenza militare della Turchia in Libia e hanno esortato la Turchia a rispettare pienamente l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite e a fermare l’afflusso di combattenti stranieri dalla Siria alla Libia. Questi sviluppi costituiscono una minaccia per la stabilità dei vicini della Libia in Africa e in Europa”».

Ho citato ampiamente parti di questa lunga nota (testo riportato da Ansa Med), perché dalle parole concordi dei Ministri degli Esteri di ben 5 Paesi interessati nella zona del Mediterraneo si evince con ancora maggiore chiarezza da un lato come la Turchia, allo stato attuale, la stia facendo da padrona: sia con il pesante intervento militare in Libia, nel quale è possibile rintracciare una conferma del cosiddetto “neo-ottomanesimo” di Erdogan, sia con il programma di trivellazioni nel Mediterraneo e dall’altro come sia ancora flebile la risposta europea, dalla quale manca comunque la voce italiana. Nonostante sia stata proprio l’Italia, il 10 febbraio 2018,  la prima e per ora unica Nazione Europea, a essere stata umiliata subendo senza reagire (a differenza della Grecia) la prepotenza di Erdogan, quando le navi della sua Marina bloccarono illegittimamente, in acque internazionali, la piattaforma petrolifera Saipem 12000, sotto contratto dell’Eni, impedendole di raggiungere i giacimenti ottenuti in concessione nel Mediterraneo Orientale[1].

Ecco quindi che si torna sul punto espresso in apertura: l’unico attore che tace e sembra costantemente distratto e in altre faccende indaffarato è proprio il nostro Paese. Come se la questione del nuovo equilibrio che va prendendo forma in Mediterraneo non ci riguardasse, rassegnati a rimanere subalterni e ancillari a qualunque Potenza, grande o piccola, pur di non affrontare le responsabilità connesse con lo status di Nazione indipendente e libera.

Ribelliamoci alla rassegnazione e al torpore. Torniamo a essere protagonisti. Magari ricominciando dal Soft Power, valorizzando l’esperienza maturata nella guerra al Covid 19 e alle conoscenze acquisite dalla Sanità italiana, per dare una mano ai Paesi amici in difficoltà e che sono ancora nella fase crescente della malattia. Non solo faremmo del bene, ma rilanceremo la percezione dell’Italia in molte aree del mondo dove la nostra immagine è oggi appannata. Torniamo in Libia con medici e infermieri qualificati tramite la Cooperazione della Farnesina. Contribuiamo a ricostruire le infrastrutture vitali, ospedali, scuole, strade. Costruiamo centrali per dare la corrente elettrica e acquedotti. Potenziamo con accordi bilaterali la nostra collaborazione militare con i Paesi strategici per la nostra sicurezza.

Certo in Libia si combatte, è pericoloso, ma lo erano e lo sono anche l’Afghanistan, l’Iraq; pur non essendovi guerre di diretto interesse nazionale, non abbiamo esitato a inviare i nostri militari che si sono peraltro distinti per coraggio per disciplina e capacità professionali. Del resto, abbiamo avuto per decine di anni ospedali e scuole realizzate e gestite con finanziamenti e da personale italiano in Africa, in Asia, in zone di guerra pericolose tanto quanto se non più della Libia di oggi. E’ tempo di riprendere missioni di presenza e diplomazia navale della nostra Marina, come quella denominata Sistema Paese in Movimento[2], intorno all’Africa e in Golfo persico nel 2013/204.

La sicurezza e la stabilizzazione della Libia è un nostro interesse strategico assai più dell’Afghanistan o dell’Iraq. Torniamo in partita!

Purtroppo, l’assenza di dibattito politico sui temi della politica estera e quindi dell’interesse nazionale è del resto indicativa dell’inclinazione di una parte importante della classe politica nazionale, troppo assorbita dalla spartizione e gestione quotidiana del potere, per occuparsi del destino della Nazione, della sua sicurezza e della prosperità del suo Popolo negli anni a venire.

Niente di nuovo purtroppo. oltre 4 secoli fa, mentre le corone di Francia e di Spagna si fronteggiavano per la supremazia in Europa e nel nuovo mondo, i prìncipi e i duchi italiani, la classe politica del tempo, si mettevano a disposizione dell'una o dell'altra potenza pur di preservare il potere della loro casata. Allora fu coniato il proverbio "o Franza o Spagna, purché se magna" attribuito a Guicciardini nel 1526.

Sarebbe davvero triste se questo motto dovesse tornare attuale.

Peccato perché l’Italia merita di più, soprattutto per le qualità degli italiani che certamente non sono secondi a nessuno.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] L’Eni è stata presente a Cipro dal 2013 e detiene interessi in sei licenze situate nell’acque economiche esclusive della repubblica (nei Blocchi 2, 3, 6, 8, 9 e 11), cinque in qualità di operatore. Nel 2018 il gruppo aveva annunciato di aver effettuato una scoperta di gas nel Blocco 6, nell’offshore di Cipro, attraverso il pozzo Calypso 1. Si trattava - è stato spiegato - di una promettente scoperta di gas che confermava l’estensione del tema di ricerca di Zohr nelle acque economiche esclusive di Cipro”.

[2] Il 30 Gruppo Navale costituito dalla Portaerei Cavour, la Rifornitrice di Squadra Etna, la nuova Fregata Bergamini ed il Pattugliatore Borsini, salpò dal porto di Civitavecchia il 13 novembre 2013, alla volta del Canale di Suez, sulla rotta della Campagna Navale “Il Sistema Paese in Movimento” che, dopo l’attraversamento delle acque del Golfo Arabico e dell’Oceano Indiano, si é completato con il periplo dell’Africa. La missione del Gruppo Navale è terminata il 9 aprile, dopo 149 giorni e dopo oltre 18000 miglia nautiche, pari a circa 36.000 chilometri, e dopo aver visitato 20 nazioni ed effettuato 21 soste in porto.

 

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Mon, 25 May 2020 01:39:31 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/594/1/il-morbo-infuria-il-pan-ci-manca-sul-ponte-sventola-bandiera-bianca AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’Unione Europea è in crisi? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/591/1/l-unione-europea-e-in-crisi

Una delle crepe che la corrente situazione pandemica sta portando alla luce con sempre maggiore evidenza è la tenuta dell’Unione Europea. Sappiamo, facendo i conti con la lunga storia che ha visto protagonista il Vecchio Continente, che è stato molto difficile raggiungere l’unità e che, soprattutto, anche all’interno di essa rimangono forti e radicate le matrici culturali delle singole nazioni, così diverse tra loro, così ricche, ciascuna, di tradizioni, visioni, temperamenti difficili da smussare e far convergere in un’ottica collettiva.

Come si legge bene sulle pagine di Limes, dalla penna di Federico Petroni: “L’epidemia ha confermato che l’Europa non esiste, ne esistono tante, irriducibilmente plurali. Non un soggetto che parli a suo nome, né un’identità europea; allo scoppio della crisi di identico non c’è stato nulla, nemmeno la reazione di fronte alla morte. Ciascun governo si è mosso per sé proteggendosi dall’altro. Le nazioni si sono chiuse in loro stesse, in barba a ogni sentire o impegno comune. Non poteva andare diversamente: la malattia ci fa sentire sporchi e untori agli occhi degli altri, sfilaccia tutti i vincoli, allontanando il figlio dai genitori, l’amico dal gruppo, il lavoratore dall’azienda. A maggior ragione in un continente tanto piccolo eppure tanto denso di genti non disposte a riconoscersi uguali. Così il virus ha crudelmente manifestato l’impotenza dell’Unione Europea, la luce riflessa di cui vive finché gli Stati gliela concedono. L’ha scossa alle fondamenta. Confini che si pensavano archiviati sono tornati allo stato solido. Sospesa per chissà quanto è la libera circolazione delle persone. In serio pericolo è quella delle merci e con essa il mercato comune. Il collasso delle economie infrange una delle due promesse insite nel progetto d’integrazione: la prosperità” [1].

Anche il recente provvedimento di instituire un Recovery Fund (un fondo garantito dal bilancio dell’Unione Europea e finalizzato all’emissione di titoli di debito – recovery bond – con cui raccogliere la liquidità da girare agli Stati membri colpiti dall’emergenza sanitaria) altro non è che un modo per dimostrare che l’Europa c’è, è presente, si dà da fare, ma quanto questo poi corrisponde alla realtà dei fatti? Attenzione, con questo non sto affatto dicendo che l’Unione Europea sia un’istituzione obsoleta e che non goda di buona salute, anzi. La mia è una sincera preoccupazione per un’istituzione, al contrario, forse ancora troppo giovane e che nei momenti di difficoltà può più facilmente tendere a disunirsi e a rendersi vulnerabile alle ingerenze sbagliate, vedesi Russia e Cina che non aspettano altro che segnare un punto a loro favore nella guerra d’influenza contro gli Stati Uniti. Quegli stessi Stati Uniti che hanno “conquistato” l’Europa vincendo le tre guerre del Novecento, le due mondiali e quella Fredda.

L’America ha garantito la difesa e la prosperità dell’Europa, essendo egemone non soltanto militarmente, ma anche e soprattutto economicamente e culturalmente: economicamente perché con il piano Marshall e l’apertura dei propri mercati agli europei (globalizzazione), ha incentivato e compartecipato alla nascita dell’Ue; e culturalmente perché ha avuto la capacità di spingere i paesi europei all’emulazione del way of life americano, quel sogno germogliato da una narrazione fondata sulla libertà, sulla democrazia e sull’amicizia tra popoli. Che succede invece adesso? Che gli Stati Uniti restano la potenza militare residente d’Europa, con 65 mila soldati fissi; ma trascurano l’egemonia culturale. “Hanno ignorato, se non addirittura colpevolizzato, gli europei. Quando invece avrebbero dovuto adottare una narrazione umanitaria, entrare in modalità disaster relief, inviare aiuti in pompa magna, descriverli come simbolo della forza della comunità transatlantica. Non è solo l’inadeguatezza di Donald Trump. Il presidente ha antagonizzato gli europei chiudendo i voli e accusandoli di non aver fermato il virus. […] Ma accanto a lui, la diplomazia non ha fatto nulla per enfatizzare l’invio di aiuti, che pure c’è stato, come l’ospedale da campo a Cremona, ma insufficiente e passato sotto silenzio. […] Di certo, la sua inazione ha spalancato le porte alla Cina, prima per distacco nella diplomazia degli aiuti, elargiti fra gli altri e non certo per caso a tutti i paesi finanziariamente più deboli d’Europa, dalla Grecia al Portogallo” [2].

Ecco perché, in assenza di una convincente risposta americana, è necessario essere più decisi e compatti a livello europeo. Invece, soprattutto dal punto di vista economico e finanziario, si vedono ancora una volta troppe divisioni e indecisioni. Al blocco dei così detti paesi del sud (Italia, Francia, Spagna in testa) che chiedono che i fondi stanziati siano almeno in parte a fondo perduto, vediamo opporsi recisamente il blocco del nord (con in testa i paesi scandinavi ancor più della Germania) che non hanno alcuna intenzione di farsi carico di un simile provvedimento. Se, quindi, si è giunti al comune accordo sulla necessità e sull’urgenza di uno strumento finanziario quale il Recovery Fund, si continua a non essere d’accordo sulle modalità di ritorno degli aiuti economici. In questo caso “la governance del Consiglio Europeo, che a differenza della Bce richiede il voto all’unanimità, sta dimostrando di non adattarsi a decisioni di emergenza. Ma data la gravità e unicità di questa crisi, gli investitori si aspettavano decisioni tempestive. «Il ritardo della Ue sta testando la pazienza e la resistenza dei cittadini europei, dei Parlamenti nazionali e dei mercati che finora sono stati addomesticati dalla Bce», commentano da Mediobanca Securities evidenziando che «senza qualche forma di condivisione dei rischi c’è il serio timore di un’escalation della crisi nella zona euro»” [3].

L’Italia, per parte sua, deve essere più forte, deve prendere consapevolezza che il nostro non è un ruolo marginale negli equilibri europei, anzi. Il vasto mercato italiano, il livello di sofisticazione tecnologica e il rapporto di simbiosi della nostra manifattura settentrionale con l’industria tedesca ci rendono essenziali per l’Europa e la Germania, stretta tra il doverci aiutare per mantenere l’equilibrio nell’Unione e il non volerlo fare per non scatenare in patria un contraccolpo nazionalista figlio dell’indignazione, è tra l’incudine e il martello. Proprio per questo dobbiamo utilizzare con saggezza il nostro potere di ricatto per ottenere la condivisione all’interno dell’Unione Europea dei costi della ricostruzione post-virus, con la consapevolezza che proprio perché la Germania, per motivi interni, è frenata, soltanto mostrando la nostra importanza nello scacchiere europeo, si potrebbe giungere a una soluzione di mediazione, magari sfruttando la Francia come mediatore. È il momento, insomma, per dimostrare che il nostro paese è troppo importante per restare, come molto spesso accade, inascoltato.

Tirando un po’ le fila di questo discorso, dobbiamo ricordare, quindi che è solo trovando un’intesa europea che alla fine potremo uscire vittoriosi da questa crisi senza precedenti. Probabilmente non parleremo di “coronabond” e, magari, l’indebitamento dovrà passare attraverso il bilancio comunitario, ma “resta il fatto che serve un risultato importante, per fare in modo che i cittadini abbiano la percezione di un’Europa davvero solidale. Non ci siamo ancora arrivati, ma è troppo presto per perdere la fiducia nell’Europa” [4].

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.limesonline.com/cartaceo/gli-europei-non-sono-europei

[2] Ibidem.

[3] https://www.ilsole24ore.com/art/i-ritardi-ue-recovery-fund-e-impatto-rating-investitori-crisi-lasciata-governi-e-bce-ADmyYYM

[4] https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/04/24/europa-accordo-aiuti-coronavirus

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Wed, 13 May 2020 01:17:36 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/591/1/l-unione-europea-e-in-crisi AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Da Lepanto a Irini https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/593/1/da-lepanto-a-irini

Nel complicato quadro geo-politico della storia moderna, senz’altro la battaglia di Lepanto del 1571 risulta essere una delle più note e citate. Una battaglia che ha visto contrapporsi la flotta dell’allora vastissimo e potentissimo Impero Ottomano con quella della Lega Santa costituita da Venezia, Stato Pontificio, la Spagna di Filippo II, Genova e dalla maggioranza dei Regni, Ducati e Granducati della penisola italiana. L’avvenimento fu esaltato dalla Cristianità come la vittoria delle vittorie sui Turchi.

Di qui, la nascita del mito della battaglia di Lepanto che nella memoria collettiva venne raccontata alla stregua di una seconda Poitiers (storica battaglia del 732 d.C. con la quale i franchi di Carlo Martello respinsero l’avanzata dell’esercito arabo-berbero di fede musulmana in Europa). In realtà la portata strategica della vittoria sulla flotta Ottomana fu presto compromessa dalla volontà spagnola di contenere il rischio di un’espansione della Serenissima nell’entroterra italiano che metteva a repentaglio l’influenza spagnola in Italia.

Per avere più chiaro ciò di cui si parla, però, è necessario senz’altro fare un passo indietro e indagare il contesto storico in cui avvennero i fatti. Circa un secolo prima della fatidica battaglia, era iniziata una fase di grande espansione per l’Impero ottomano che con la conquista di Costantinopoli, nel 1453, aveva continuato ad allargare i propri confini conquistando la Siria, l’Egitto, fino ad arrivare – sul fronte africano – alla Tunisia e all’Algeria e – sul fronte europeo – alla Moldavia e all’Ungheria. Il Mediterraneo era attraversato da potenti flotte Ottomane le cui scorrerie mettevano in discussione l’influenza economica e politica delle Repubblica di Genova, di Venezia, della Spagna e della Francia, conquistando molte isole del Mediterraneo, strategicamente importanti, come Rodi e Malta.

È in questo contesto che i Turchi rivendicarono il possesso di Cipro, all’epoca sotto il controllo di Venezia. L’occupazione turca si concretizzò dopo una serie di scontri sanguinosissimi contro le truppe veneziane che combatterono eroicamente. I turchi, forti di un contingente di quasi 90.000 uomini, riuscirono dopo essere stati respinti inizialmente a Limassol a catturare Nicosia, la cui guarnigione e gli abitanti furono massacrati. La testa del Comandante Veneziano della piazza di Nicosia Enrico Dandolo fu tagliata e inviata al Governatore Veneziano dell’Isola e rettore della città di Famagosta, l’ammiraglio veneziano Marcantonio Bragadin. Dopo aver respinto gli assedianti, terminati viveri e munizioni la guarnigione si dovette arrendere in cambio però della promessa di poter mettere in salvo le famiglie dei superstiti. La promessa non fu mantenuta e Marcantonio Bragadin fu scuoiato vivo e appeso sugli spalti. Successivamente caddero Creta, Cefalonia e Zante. L’avanzata Turca si avvicinava ormai pericolosamente all’Adriatico.

Contemporaneamente corse ai ripari Papa Pio V, mettendo in atto un’abile operazione diplomatica, e convincendo Filippo II a sposare la causa veneziana per dare vita a una Crociata Navale contro i turchi, unendo le sue forze navali a quelle di Venezia e del Papato. Filippo II, nonostante i numerosi fronti di battaglia aperti (le Fiandre contro i principi protestanti e la preparazione di quella che sarà l’Invincibile Armada da schierare contro l’Inghilterra di Elisabetta), accettò. L’alleanza fu chiamata la “Lega Santa”.

Gli italiani costituivano una componente significativa degli equipaggi e degli ammiragli in comando. Parteciparono infatti le navi della Serenissima, che forniva da sola la metà della flotta a disposizione della Lega Santa, del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia, dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova del Ducato di Savoia, del Granducato di Toscana, del Ducato di Urbino, del Ducato di Ferrara e del Ducato di Mantova.  Il Comando della flotta fu affidato a Don Giovanni d’Austria con Colonna come suo vice. Il “corno destro” fu affidato all’ammiraglio genovese Andrea Doria, il corno sinistro all’ammiraglio veneziano Agostino Barbarigo, la retroguardia fu assegnata allo spagnolo Alvaro de Bazan e Santa Cruz, l’avanguardia all’ammiraglio spagnolo Giovanni Cardona.

I due schieramenti si affrontarono il 7 ottobre del 1571 con circa 200 galee per parte e un dispiegamento di uomini che si avvicinava verosimilmente alla cifra di 100 mila. L’esito della battaglia fu una schiacciante vittoria della Lega Santa. Furono catturate 137 galee Ottomane, altre 50 furono affondate. Furono liberati circa 15.000 europei tenuti in schiavitù dai turchi. Le perdite della Flotta della Lega Santa furono una ventina. Lepanto fu l’ultima grande battaglia navale fra flotte di Galee. La vittoria diede slancio e fiducia al mondo cristiano, affermandosi per sempre nella mitologia occidentale, talmente pervasiva da rimanere ancora tutt’oggi nelle coscienze collettive come modello di un’impresa in grado di compattare forze fra loro normalmente disunite contro un pericolo comune. Fu anche una prova di coraggio e di perizia marinaresca degli italiani che si batterono benissimo.

Sotto il profilo strategico la vittoria non ebbe tuttavia le conseguenze che avrebbe potuto avere poiché, arginata per il momento la minaccia turca, riprese la competizione fra Spagna e Venezia. La prima non vedeva di buon occhio l’espansione Veneziana verso la terraferma italiana con le possibili tentazioni di dare corso a un processo unitario nella Penisola, a scapito degli interessi Spagnoli in primo luogo.  I dissidi nel mondo occidentale dopo l’avvio della Riforma protestante andavano crescendo, tanto che nella Lega Santa non si erano voluti coinvolgere i principi protestanti considerati dai cattolici come principes haereticorum, come si può leggere nei Commentari della Guerra di Cipro di Bartolomeo Sereno.

Più dei Turchi furono quindi le divisioni e i contrasti fra gli Stati Europei a sminuire la portata strategica di una vittoria così netta come quella di Lepanto. L’espansione Ottomana riprese vigore per arrestarsi solo alla fine del 1600 con il trattato di Karlowitz del 1699, al termine della guerra Austro-Turca (1683.-1699), dopo essere stati respinti sotto le mura di Vienna nel 1683 e sconfitti nella battaglia di Zenta (1697) dalle truppe al comando del Principe Eugenio di Savoia.

Perché ricordare Lepanto? In primo luogo, perché sono tornati i Turchi nel nostro mare, anzi i neo-ottomani. E poi perché in mare a contrastare gli interessi neo-ottomani c’è, sarebbe meglio dire ci sarà, forse, una flotta europea, della missione IRINI.

Erdogan non fa misteri circa la sua visione del destino della Turchia moderna. Rioccupare le province che furono della Sublime Porta[1]. Fra cui la Libia. Che prima di essere italiana era ottomana. Un retaggio che Erdogan non ha mai digerito.

All’epoca di Lepanto, agli Ottomani in espansione si contrappose la Lega Santa, una sorta di “coalition of the willing” ante litteram.  Oggi, dopo la conferenza di Berlino, l’Europa scende nuovamente in mare in una missione di contenimento dell’espansione turca in Libia e nel Mediterraneo centrale. Con qualche differenza; a Lepanto le potenze Europee schierarono 200 navi da guerra, oggi con IRINI una sola (francese), con la promessa di Italia e Grecia di altre 2. Malta nel frattempo si è ritirata. La Germania e la Spagna non manderanno navi, ma solo aerei da pattugliamento delle rispettive Marine. Più di una flotta, una Squadriglia.  Tre navi, a meno di ripensamenti. Di certo c’è che al momento in cui scrivo in mare c’è solo una nave.

Le similitudini terminano qui. A Lepanto i Turchi furono sbaragliati dalla flotta cristiana, con il contributo determinante di marinai italiani guidati da brillanti ammiragli veneziani e genovesi. Oggi l’esito sarebbe probabilmente diverso. In primo luogo, perché mancherebbe la volontà politica di battersi, prima ancora della forza militare, anch’essa peraltro molto modesta.

Gli Italiani a Lepanto, pur divisi in diversi Stati misero da parte le contrapposizioni, riuscendo a essere determinanti per quantità di uomini e di mezzi impiegati, per il coraggio e lo spirito combattivo.

Oggi l’Italia, per il momento ancora parte del G7 e fra le Nazioni con il PIL più alto del mondo, appare confusa, debole, incerta, ripiegata in se stessa, corrosa dalle divisioni interne, fuori da tutti i giochi, autoesclusasi dalla Libia, come dalla Somalia.

In comune con quanto successe dopo Lepanto vi è la divisione dell’Europa che non riesce anche nei momenti più difficili a trovare una strategia comune. Allora la Spagna, dopo la vittoria di Lepanto, scelse di lasciare sola Venezia a combattere con la superpotenza Ottomana, sminuendo la portata strategica della grandiosa vittoria navale della Lega Santa. Oggi è la Francia a remare contro l’Italia, con la Germania che, dovendo scegliere, sosterrebbe probabilmente la Turchia. Tanto è vero che non invierà navi, ma solo un aereo da pattugliamento.

In mare non c’è la potente flotta della Lega Santa, ma una piccola squadriglia di 2, forse tre navi con una missione di embargo, sotto egida ONU, dichiaratamente imparziale, nei fatti impossibilitata a contrastare l’ingresso di armi (arrivano via terra) alla fazione ribelle di Haftar; sottodimensionata e con ogni probabilità dotata di regole d’ingaggio troppo deboli per fronteggiare le forze navali turche che da mesi presidiano le acque della Libia e che difficilmente assisterebbero passivamente al tentativo di bloccare carichi di armi diretti a Tripoli. Una missione che rischia di essere solo di facciata. L’ennesima occasione persa, per L’Italia e per L’Europa.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

[1] Sublime Porta  Traduzione del termine Bāb-i ‛ālī, che designava il governo dell’Impero ottomano, in particolare l’ufficio del gran visir e delle relazioni con l’estero. Il nome si mantenne nelle cancellerie europee fino alla caduta dell’Impero e all’abolizione del sultanato (1922) – da Enciclopedia Treccani.

 

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Tue, 12 May 2020 07:05:55 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/593/1/da-lepanto-a-irini AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Coronavirus e nuovi assetti mondiali https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/592/1/coronavirus-e-nuovi-assetti-mondiali

Con il crescente aumento dei casi di Coronavirus in tutto il mondo e milioni di persone che si trovano nelle proprie abitazioni in autoisolamento, questa epidemia è diventata veramente un evento di portata globale. Se da un lato le questioni più importanti sono senz’altro quelle che riguardano la crisi sanitaria e che implicano la salute delle persone, dall’altro non si può ignorare il fatto che sul lungo termine le conseguenze maggiori si avranno sotto il profilo economico e geopolitico potendo generare degli scenari assolutamente differenti rispetto alla situazione pre-Coronavirus.

In particolare, sembra che la posizione egemonica degli Stati Uniti non sia poi così solida. I vari passi falsi commessi da istituzioni chiave, dalla Casa Bianca e dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), hanno minato la fiducia nella capacità di governance degli Stati Uniti. Anche le dichiarazioni pubbliche del presidente Donald Trump hanno ampiamente contribuito a portare confusione e a diffondere incertezza circa la situazione. Senza contare il fatto che sia il settore pubblico sia quello privato si sono dimostrati poco preparati a produrre e distribuire gli strumenti necessari per fronteggiare l’emergenza. Tutto questo, a livello internazionale, non ha fatto che amplificare quella che è sempre stata una tendenza della presidenza Trump, ossia il voler fare tutto da solo escludendo altri attori nazionali e internazionali. Un atteggiamento di questo tipo, in seno alla situazione in atto, rischia però di mostrare l’inadeguatezza degli Stati Uniti nel guidare una risposta globale alla pandemia. Lo status di leader degli USA, infatti, si basa sulla ricchezza e sul potere, ma anche sulla capacità di mostrarsi come una potenza solida e solidale che nelle difficoltà guida gli altri paesi, tramite forniture di beni pubblici globali e volontà di mettere insieme e coordinare una risposta globale alle crisi. Con il coronavirus, invece, questo non sta avvenendo. Ed è qui che si insinua la Cina.

La Cina, infatti, può sfruttare “il vantaggio di poter uscire prima dalla crisi, per cambiare, anzi ribaltare lo scenario geopolitico. Se fino a qualche settimana fa era vista come la nave che affonda da abbandonare al più presto (e i cinesi erano considerati gli untori da chiudere fuori dalle nostre porte), ora al contrario Pechino per molti può diventare un’ancora di salvezza. È esattamente quello che è avvenuto in questi giorni con gli aiuti che la Cina ha fornito all'Italia, che è stata intesa da molti osservatori come un’operazione di pr e di soft power. In altre parole: la Cina vuole scuotersi di dosso la nomea di Paese da cui è partito il contagio e scende in campo mostrando il suo lato più generoso: la ‘diplomazia delle mascherine’, come già viene soprannominata, che vede l’Italia tra i principali beneficiari” [1].

Dopo la guerra dei dazi, tra Usa e Cina, la competizione si è spostata sulla questione Covid-19 e non si può non notare come tra i due colossi dell’economia mondiale vi sia un abisso nella gestione politica della pandemia. Il presidente dell’Osservatorio Asia di Agi, Romeo Orlandi, a tal proposito ha fatto notare come “di fronte alle esitazioni dell’UE e alle posizioni non coerenti di Trump e Johnson, anche solo l’invio di mascherine o di alcuni medici rappresenta un messaggio mediatico che l’Italia mostra di apprezzare […]. Roma è per Pechino un cuneo nell’UE da usare a livello negoziale” [2].

Una rivista come «Foreign Affairs», emanazione di un circolo di circa 1.400 persone tra banchieri, politici, uomini d’affari e intellettuali che ha influenzato la politica estera degli Stati Uniti a partire dal 1921 e che mai ha dubitato riguardo la necessità e l’appropriatezza di una leadership globale americana, anche una rivista come la loro, ha pubblicato poco più di una settimana fa un articolo intitolato “Coronavirus Could Reshape Global Order” [3]. In questo articolo viene messa a tappeto la gestione Trump dell’epidemia negli Usa, sottolineando come sia venuta meno quella capacità tutta americana, come dicevamo poco sopra, di gestire i problemi interni facendosi guida per il resto del mondo, dando una risposta internazionale.

Ciò che gli Stati Uniti dovrebbero fare è cooperare con Pechino per trovare insieme una soluzione alla pandemia: “[…] there is much Washington and Beijing could do together for the world’s benefit: coordinating vaccine research and clinical trials as well as fiscal stimulus; sharing information; cooperating on industrial mobilization (on machines for producing critical respirator components or ventilator parts, for instance); and offering joint assistance to others” [4].

Se oggi è la Cina che può aiutare il mondo, gli Stati Uniti devono mostrarsi cooperanti e aperti per vincere, domani, la più grande partita degli equilibri geopolitici mondiali arrivando primi nella scoperta del vaccino, puntando sulla loro superiorità a livello scientifico e tecnologico. Altrimenti si darà in mano la partita alla Cina, che ha messo in campo una strategia molto più sofisticata e indiretta. “Pechino continua a esaltare la grande vittoria del Partito Comunista sul virus. Punta sulla volontà di cooperare con tutti e di fornire loro medici e materiali sanitari. L’obiettivo è rafforzare il peso internazionale di Pechino, divenuto campione del multipolarismo. Xi Jinping ha dato segni d’irritazione solo con l’espulsione, senza clamori, di vari giornalisti americani che contestavano trucchi e astuzie della sua ‘narrativa’, che aveva trasformato un disastro in un successo comunicativo e di prestigio. La strategia cinese si è rivelata molto efficace, approfittando delle indecisioni di Trump” [5], impegnato a demonizzare il ‘virus cinese’ e a fare proclami che hanno gettato l’America nella confusione e nell’insicurezza.

Si assiste, perciò, a una fase davvero delicata a livello mondiale per quanto concerne quelli che sono gli equilibri di potere e gli USA con il loro modo di agire delle prossime settimane (e mesi) potrebbero davvero generare due scenari diversi e opposti, come prospetta anche Ed Yong dalle pagine della rivista statunitense «The Atlantic» e pubblicate in Italia sull’ultimo numero di «Internazionale»: “Si può facilmente immaginare un futuro in cui la maggior parte degli statunitensi pensa che il paese abbia sconfitto il virus. Nelle ultime settimane il livello di apprezzamento di Trump è cresciuto, nonostante gli errori che ha commesso. Se alle elezioni di novembre otterrà un secondo mandato, nei prossimi anni gli Stati Uniti si chiuderanno sempre di più, usciranno dalla Nato e da altre alleanze internazionali e non investiranno più in altri paesi. Man mano che la generazione C crescerà, le piaghe arrivate dall’estero sostituiranno i comunisti e i terroristi come nemici da combattere. Oppure possiamo immaginare un futuro in cui gli Stati Uniti avranno imparato una lezione diversa, in cui uno spirito comunitario […] spingerà le persone a non pensare più solo a sé stesse ma a guardare anche ai loro vicini, sia dentro sia fuori dal paese. […] Il paese passerà dall’isolazionismo alla cooperazione internazionale. Sostenuto da investimenti costanti e dal contributo delle menti più brillanti, il sistema sanitario migliorerà. […] La salute pubblica sarà al centro della politica estera. Gli Statu Uniti guideranno una nuova alleanza globale il cui obiettivo sarà risolvere problemi come le pandemie e la crisi climatica” [6].

È ancora tutto in gioco. Soltanto nei prossimi mesi potremmo vedere quale di queste opzioni futuribili prenderà piede. Forse nessuna delle due, ma credo che la seconda sia quella, a livello mondiale, più auspicabile.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.agi.it/economia/news/2020-03-29/coronavirus-usa-cina-7928407/

[2] Ibidem.

[3] https://www.foreignaffairs.com/articles/china/2020-03-18/coronavirus-could-reshape-global-order

[4] Ibidem.

[5] https://aspeniaonline.it/limpatto-geopolitico-della-pandemia-e-i-nuovi-equilibri-globali/

[6] Ed Yong, La superpotenza malata, «Internazionale», 3-9 aprile 2020.

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Fri, 8 May 2020 01:28:21 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/592/1/coronavirus-e-nuovi-assetti-mondiali AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Lotta alla burocrazia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/590/1/lotta-alla-burocrazia

La burocrazia, intesa nell’accezione negativa di applicazione farraginosa di regole e procedure, costituisce il vero freno al cambiamento e impedisce, a qualsiasi istituzione pubblica, di operare in modo efficace al servizio del Paese e del cittadino.

L’eccesso di burocrazia finisce spesso per rallentare i processi decisionali/gestionali, comportandone una dilatazione temporale, un aumento dei costi associati, la deresponsabilizzazione dei vertici, con il rischio di inficiare l’efficacia e la tempestività delle scelte operate.

Nel 2013/2016 la Marina Militare ha avviato un importante processo di riorganizzazione mirato allo snellimento dei processi decisionali ed esecutivi, attraverso la progressiva transizione da una organizzazione

con responsabilità per funzioni a una a matrice in cui ad alcune “funzioni” a competenza generale (es. Prorammazione delle risorse Ecomiche, Piani e Operazioni, Ordinamento generale, Logistica generale etc.) si affiancavano “Organismi/Comandi” con responsabilità per prodotto. Questi ultimi potrebbero essere definiti come veri e propri Zar di specialità, organi dello Stato Maggiore (alle dipendenze del Sottocapo di Stato Maggiore della Marina per temi quali la logistica di Componente, la programmazione dell’impiego del personale di specialità, dell’ordinamento, delle infrastrutture di supporto operativo) e al tempo stesso Comandanti di Specialità o, come si dice in Marina, Comandanti di Componente alle dipendenze del Comandante della Squadra Navale.

Ai predetti Comandanti (mediamente Contrammiragli o Ammiragli di Divisione) era stata assegnata sia la missione, sia l’autorità d’impiego dei fondi assegnati dal CSMM, sia la gestione delle risorse umane e infrastrutturali per assolverla, identificandoli quindi univocamente quale responsabile del processo.

In sintesi veniva estesa ove opportuno all’intera Marina l’organizzazione che aveva dato ottimi risultati per la Componente Aerea della Marina, guidato da un unico vertice, al tempo stesso Capo Reparto Aeromobili dello Stato Maggiore (con delega all’impiego operativo dei fondi) e Comandante delle Forze Aeree (Comforaer). Le stesse prerogative erano state date alla Componente Subacquea, alle Forze Speciali (Ufficio Forze Speciali /Comandante Comsubin), Reparto Anfibio/Comando Componente Anfibia.

Per la Componente Navale, il Comandante in Capo assumeva anche la responsabilità del supporto diretto tecnico-logistico alle Navi per il tramite delle neocostituite Stazioni Navali e delle relative Sezioni Efficienza Naviglio, con la necessaria autonomia amministrativa. Il Comando Logistico poteva così concentrarsi sulla logistica generale della Forza Armata e sulle grandi manutenzioni per il tramite degli Arsenali dipendenti.

Compatibilmente con le limitate risorse disponibili sui capitoli di esercizio vennero avviati programma di recupero del patrimonio infrastrutturale sia a supporto delle operazioni che del personale, grazie alla creazione di nuclei manutenzione edile alle dirette dipendenze dei comandanti delle Basi, dell’Accademia, delle Scuole etc.. Fu recuperata la base di Messina, avviato il recupero delle base navale di Napoli con i suoi preziosi depositi munizioni, rilanciata la funzione della Base di Venezia sia come centro culturale della Marina sia come ormeggio di alcune navi minori, di Ancona e di Cagliari. Investimenti furono dedicati alle strutture di Brindisi ripristinando l’uso del Castello di Brindisi, rimuovendo i vecchi aliscafi in disarmo semi affondati da anni nello specchio d’acua antistante le banchine. Furono recuperati e assegnati 350 alloggi al personale inclusi graduati. A La Spezia prese impulso grazie a iniziative del Comando uno spazio moderno per la ricreazione e la convivialità del personale graduato, dotato di pizzeria, palestra, una piccola SPA.

Tutto questo fu possibile delegando ai comandi operativi e logistici della periferia il binomio “responsabilità/strumento amministrativo” necessario per fornire un “prodotto” completo. Al tempo la nuova organizzazione facilitava l’individuazione dei responsabili del prodotto che le varie articolazioni operative e logistiche della Forza Armata erano chiamate a fornire.

I risultati positivi emersero immediatamente in termini di efficientamento e snellimento dei processi decisionali/esecutivi, oltre alla percezione da parte del personale di un avvicinamento del vertice alla prima linea della Forza Armata.

Sarebbe quanto mai opportuno assumere iniziative analoghe per snellire lo Stato Maggiore della Difesa e in generale le strutture di comando interforze che al momento assorbono da sole più di 10.000 uomini e donne. Quasi una quinta Forza Armata, in crescita continua, indifferente alla riduzione degli organici delle Forze Armate, un vero “idrocefalo” retto sempre più a fatica dalle esili membra costituite da Forze Armate sempre più indebolite da anni di tagli di risorse e di personale.

E’ ormai tempo di conferire ai Capi di Stato Maggiore di F.A. maggiore autonomia, secondo il principio di “sussidiarietà” ossia di devoluzione di competenze all’organo più vicino alle tematiche/problematiche da trattare, consentendo di snellire i processi esecutivi dei programmi, contenendo i costi e migliorando la rispondenza dei mezzi acquisiti alle effettive esigenze operative.

Il ricorso a una maggiore delega avrebbe effetti benefici per i processi di acquisizione di nuovi equipaggiamenti e sistemi d’arma, per i quali si rende necessaria una revisione degli attuali processi programmatici, al fine di conferire la responsabilità e la capacità di pianificazione e di esecuzione ai Capi di Stato Maggiore di singola FA. Ciò comporterebbe ovviamente il controllo operativo dei fondi del settore investimento relativi alla propria Forza Armata, una volta ottenuta l’approvazione del Ministro della Difesa. Tale adeguamento normativo sarebbe maggiormente coerente con il compito di “force provider” affidato per legge ai Capi di Forza Armata.

Oggi le procedure di approvazione delle Esigenze/Requisiti Operativi e la trattazione dei pertinenti aspetti programmatico-finanziari soffrono, ·a livello interforze, · di sfiancanti lungaggini burocratiche e di un’eccessiva lentezza di trattazione, con il risultato di dilazionare molti, troppi programmi di ammodernamento e rinnovamento, anche di quelli più urgenti richiesti dai teatri operativi.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

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Wed, 6 May 2020 08:30:49 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/590/1/lotta-alla-burocrazia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Piano Marshall per l’Europa? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/589/1/piano-marshall-per-l-europa

Il 5 giugno del 1947, George Marshall, segretario di Stato americano, nell’università di Harvard, si fa latore di un grande annuncio: l’avvio di un programma di aiuti internazionali, la costituzione di una commissione ad hoc, ossia l’Organizzazione per la cooperazione economica europea (Oece all’epoca, oggi diventata l’Ocse) e una sorta di lista delle necessità pronta per essere assolta. Come risultato prevedibile si era giunti ad avere, da un lato, un alleato affidabile e, dall’altro, un mercato di milioni di persone.

Il piano in questione è passato alla storia come il Piano Marshall (il nome ufficiale era ERP, European Recovery Program). Se ne sente molto parlare ultimamente in quanto nelle situazioni di crisi più nera viene citato a modello risolutivo, visti i frutti che nel passato è stato in grado di portare.

Non a caso la stessa Presidente Ursula von der Leyen nella sala stampa della Commissione Europea insieme al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel hanno menzionato il Piano Marshall in merito alla situazione attuale: “L’Europa ha bisogno di un nuovo Piano Marshall. Avremo bisogno di ingenti investimenti pubblici e privati per ricostruire l’economia e creare nuovi posti di lavoro. La chiave è un nuovo, potente bilancio pluriennale dell’Unione”.

In concreto, cosa si era fatto con il Piano Marshall? E perché è passato alla storia? L’Economic Cooperation Act, promulgato nel 1948, si imperniava su tre punti cardine tra loro connessi e destinati ad avere conseguenze rilevanti a livello strategico.

Innanzitutto, si inquadrava nel progetto più vasto di riorganizzare l’Occidente in base a una predominanza “atlantica”. In secondo luogo, si voleva dare vita a una “governance” mondiale su base multilaterale, attivando organizzazioni internazionali quali l’ONU (Organizzazione Nazioni Unite), l’FMI (Fondo Monetario Internazionale), il Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade), alla Banca Mondiale. In ultimo, si puntava a creare una sorta di omogeneità in campo economico e valoriale condiviso che potesse opporsi al blocco sovietico per arginare il contagio dell’ideologia comunista e il possibile avvicinamento a Mosca da parte soprattutto dei Paesi economicamente e socialmente devastati dalla Seconda Guerra Mondiale a cui si sarebbero aggiunti quelli in corso di affrancamento dagli imperi coloniali Britannici, Francesi e Olandesi.

Dal punto di vista materiale il Piano ebbe un enorme valore, visto che l’importo dei fondi stanziati corrispondeva a più dell’1% del Pil americano dell’epoca, trasferito agli Stati Europei mediante prestiti a tasso agevolato (di fatto a fondo perduto), oltre a beni di prima necessità e materie prime.

Lo scopo era di rivitalizzare l’economia europea, “agganciando” contestualmente emotivamente gli sconfitti all’America benefattrice. Si legge su un interessante articolo [1] uscito su La Lettura del 19 aprile, che proprio questa dimensione del Piano è spesso sottovalutata, mentre invece è quella che ha fatto sì che nascesse e perdurasse il suo mito.

Il piano Marshal fu accompagnato dalla più grande operazione internazionale di propaganda mai visto in tempo di pace, né prima, né dopo. Cinema, mostre, manifesti, programmi radiofonici raggiungevano ogni fabbrica, ufficio, scuola e casa, con un messaggio adatto a ogni livello della società. Data la posta in gioco nella versione locale della guerra fredda, fu l’Italia il Paese dove questa campagna informativa raggiunse le dimensioni più massicce. […] Fu proprio mostrando i suoi risultati, spiegando i suoi obiettivi in linguaggio semplice, formando una nuova coscienza delle possibilità economiche della produzione di massa per il consumo di massa – anche per un Paese povero, in macerie, largamente agricolo come l’Italia – che nacque con il mito del Piano Marshall, l’attrazione culturale per “l’American Way”.

La Storia ha dimostrato come il Piano Marshall sia stato un formidabile strumento di politica estera a livello strategico, determinante per il rilancio dell’Europa (almeno quella non occupata dall’Unione Sovietica) sul piano sociale, economico e progressivamente anche militare, grazie all’inclusione nell’Alleanza Atlantica degli ex nemici sconfitti (Italia e Germania dell’Ovest). 

Nel 1945, l’America usciva immune dalle distruzioni della guerra, con un apparato industriale in fortissima espansione, leader assoluta sul piano tecnologico e militare, pronta a esercitare il ruolo di guida del mondo occidentale. Aveva i mezzi e la visione politica per farsi carico del destino sia degli alleati sia degli ex nemici. In cambio otteneva il ridimensionamento a potenze regionali della Gran Bretagna e della Francia (vds. Crisi di Suez); la fedeltà/obbedienza della Germania e dell’Italia; il contenimento dell’Unione Sovietica e in generale il dominio politico, culturale, economico e militare del mondo cosiddetto “libero” dalla Seconda Guerra Mondiale sino alla fine del XX secolo.

Oggi però gli Stati Uniti non sembrano in grado né appaiono disponibili a mantenere il ruolo di “guida del mondo libero”, con i relativi oneri.

Con la fine della Pax Americana, con il ripiegamento neo-isolazionista dell’amministrazione Trump e il ritorno a un ordine (o meglio disordine) mondiale multipolare, chi guiderà la rinascita europea dalle ceneri del Covid 19?

Non può che essere l’Europa a salvare se stessa. Oggi più che mai il sogno Europeo potrebbe risorgere con nuovo vigore, se trovassimo quell’unione d’intenti e quella visione strategica necessaria per superare egoismi e particolarismi nazionali, al fine di mettere in campo le immani risorse necessarie al salvataggio non solo economico, ma anche sociale del nostro continente.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

[1] D. W. Ellwood, G. Bischof, Il piano che sconfisse i sovranisti, su «La Lettura», 19 aprile 2020.

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Tue, 28 Apr 2020 08:42:07 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/589/1/piano-marshall-per-l-europa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Coronavirus: un problema di sicurezza nazionale? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/588/1/coronavirus-un-problema-di-sicurezza-nazionale

Bill Gates, imprenditore, informatico e miliardario statunitense, a un convegno tenutosi a Boston nel 2018, aveva così commentato l’ipotesi dell’arrivo di una nuova epidemia: “Guardando i thriller di Hollywood, penseresti che il mondo sia abbastanza preparato per proteggere la popolazione da microrganismi mortali. Nel mondo reale, però, l’infrastruttura sanitaria che abbiamo in tempi normali degrada molto rapidamente durante i primi focolai di malattie infettive. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda i Paesi poveri. Ma anche negli Stati Uniti la risposta a una pandemia o un attacco di bio-terrorismo sarebbe insufficiente”. Ad oggi credo sia sotto gli occhi di tutti quanto, a livello mondiale, quasi ogni paese sia stato colto in una colpevole impreparazione nel fronteggiare l’attuale situazione di emergenza sanitaria.

L’epidemia di Ebola del 2014 fu definita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite “una minaccia alla pace e alla sicurezza”; oggi in presenza di una pandemia globale, la minaccia per la sicurezza nazionale è ancora più evidente in tutta la sua gravità. Merita di essere affrontata con lungimiranza e determinazione per evitare che eventuali destabilizzazioni dell’ordine mondiale ci trovino nuovamente impreparati, non solo come Nazione ma più in generale come comunità internazionale.

In sostanza, questo non è il tempo di interventi sporadici o di breve termine. E’ necessario essere consapevoli che la nostra vulnerabilità sarà sensibilmente aumentata sino a che non avremo superato i postumi dell’epidemia in termini non solo economici, ma anche di coesione sociale. Ne usciremo senza dubbio, ma dobbiamo mettere in conto che per un periodo non breve saremo comunque indeboliti, potenziali bersagli di azioni/interessi esterni. È quindi necessario irrobustire il più possibile il Sistema di Difesa Nazionale (Difesa+Interni+Servizi+Sanità+Protezione Civile) rinvigorendo fra l’altro mezzi e capacità operative che sono andate perdendosi dopo la fine della guerra fredda. Mi riferisco, solo per fare un esempio, alle predisposizioni e all’addestramento necessari per operare efficacemente in ambienti contaminati batteriologicamente, ma potrei citare molte altre capacità da riacquisire per aumentare la nostra resilienza in caso di minaccia esterna.

Più in generale servono significativi investimenti in termini economici e di risorse umane in settori troppo a lungo sottofinanziati, oltre che in primo luogo una visione politica di lungo respiro che inquadri l’azione italiana anche nell’ambito delle nostre alleanze storiche.

Cedere alle sirene del “soft power” cinese o russo, magari come reazione alla disattenzione americana verso i suoi alleati storici, sarebbe a mio avviso ingenuo. Pur essendo la Russia e la Cina due nazioni con le quali dobbiamo certamente ricercare rapporti amichevoli e di collaborazione, non possiamo perdere di vista gli obiettivi strategici di queste due grandi potenze, impegnate come sono a creare un nuovo ordine mondiale, essenzialmente a scapita del blocco dei Paesi occidentali di cui l’Italia, fino a prova contraria, fa parte integrante.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 20 Apr 2020 02:07:13 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/588/1/coronavirus-un-problema-di-sicurezza-nazionale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Buona Pasqua https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/587/1/buona-pasqua

Mi unisco con affetto agli auguri del Comandante in capo della Squadra navale, Ammiraglio Paolo Treu in un momento così difficile per il nostro Paese.

GUARDA IL VIDEO

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Sat, 11 Apr 2020 19:27:27 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/587/1/buona-pasqua AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
In mare solo navi turche. Davanti alle coste libiche la "divisione" dell’Europa https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/595/1/in-mare-solo-navi-turche-davanti-alle-coste-libiche-la-divisione-delleuropa

Il primo aprile è stata “lanciata” dall’Unione Europea l’operazione Eunavfor Med Irini. Dopo circa una settimana le sole navi in pattugliamento davanti alla Libia sono quelle turche. Di quelle di Irini non vi è traccia.

QUI TROVATE L'ARTICOLO

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Thu, 9 Apr 2020 18:42:10 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/595/1/in-mare-solo-navi-turche-davanti-alle-coste-libiche-la-divisione-delleuropa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Caos Libia e Nuovo Covid-19 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/586/1/caos-libia-e-nuovo-covid-19

La situazione geopolitica libica odierna è una delle più complicate a livello mondiale. Il conflitto che divide il paese di fatto dalla fine di Gheddafi, non solo vede contrapposte due diverse fazioni: quella dei ribelli guidati da Haftar, da un lato, quella del governo di accordo nazionale di Sarraj (l’unico riconosciuto internazionalmente) dall’altro, ma contempla ulteriori divisioni interne anche nelle stesse zone d’influenza dei due governi, la Cirenaica e la Tripolitania. Per non parlare del Fezzan dove le tensioni fra Tuareg e Tebu si sovrappongono alla contesa fra le Tribù leali ad Al Serraji e quelle che sostengono Haftar per la conquista di Tripoli.

Se dalla parte di Haftar troviamo una nutrita coalizione che prevede oltre a Francia, l’Egitto, Israele, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Russia, dall’altra, quella di Serraj, troviamo il Qatar e la Turchia (dopo l’uscita di scena dell’Italia che fino a pochi mesi or sono militava formalmente nel campo di Al Serraji). La disparità di forze a favore di Haftar avrebbe dovuto essere determinante per la caduta di Tripoli. Se ciò non è accaduto è perché Erdogan ha avuto il coraggio di schierare in Libia truppe regolari Turche oltre agli irregolari provenienti dalla Siria a protezione di Tripoli, in aggiunta a un gruppo navale turco davanti alle coste della Tripolitania, per garantire la protezione del fronte a mare e l’ingresso via mare degli armamenti necessari alla difesa di Tripoli.

La determinazione e aggressività neo-ottomana ha cambiato non solo i rapporti di forza sul terreno, ma anche nel Mediterraneo centrale. La politica espansiva di Erdogan ha avuto come risultato quello di mettere in discussione il ruolo italiano nel Mediterraneo centrale. Erdogan è stato pronto a sfruttare lo stato di necessità di Al Serraji sotto assedio a Tripoli, non per ottenere promesse e benevolenza futura, ma per firmare accordi immediatamente operativi sulla divisione degli spazi marittimi e delle concessioni di sfruttamento dei fondali, a scapito fra gli altri, della Grecia e dell’Italia.

L’arrivo dei Turchi ha di fatto rallentato se non fermato la pressione di Haftar, ma gli accordi di Berlino e l’avvio della missione navale dell’EU denominata Irene potrebbero penalizzare le ambizioni della Turchia. Il “blocco navale” europeo, qualora non si rivelasse una mera operazione di facciata, ridurrebbe il flusso di armi verso la Tripolitania andando a scapito degli interessi Turchi, poiché è del tutto evidente che la Cirenaica continuerebbe a essere rifornita attraverso il confine terrestre con l’Egitto. Si tratterebbe in sostanza della prima timida iniziativa contro la Turchia presa dall’EU. Da vedere quale sarà il comportamento delle navi militari turche qualora il gruppo navale EU volesse davvero bloccare navi cariche di armi per Tripoli.

La contesa per il controllo della Libia è adesso resa ancora più complessa dall’avvento della pandemia di Covid-19. Dopo molte reticenze al riguardo, sia dalla Tripolitania che dalla Cirenaica, entrambi i governi hanno dovuto prendere una posizione, anche e soprattutto in relazione all’allarme rosso nei lager dove sono confinati migliaia di migranti e dove un contagio come quello del coronavirus potrebbe determinare una carneficina sanitaria. Se Fayez al-Sarrraj ha dichiarato lo stato di emergenza e ha annunciato la chiusura dei porti e degli aeroporti del Paese, a partire da lunedì 9 marzo, non è avvenuto lo stesso a Bengasi, nella Cirenaica, dove soltanto dopo qualche giorno, l’11 marzo un funzionario del Centro Medico di Bengasi ha lanciato l’allarme facendo presente che se il Covid-19 dovesse arrivare in Libia sarebbe un disastro.

La dichiarazione di emergenza da parte del Governo di Accordo Nazionale, lungi dal rafforzare la tregua formalmente in atto ha stimolato Haftar a tentare di approfittare della situazione, per sferrare un attacco alla città vecchia di Tripoli in data 21 marzo, nonostante il monito dell’ONU.

Solo a questo punto si è levata la voce degli Stati Unici che hanno fatto pervenire “una richiesta pressante e diretta contro il signore dalla guerra dell’Est libico, Khalifa Haftar: “fermare le armi, rifiutare le interferenze esterne, consentire alle autorità sanitarie di combattere il coronavirus”. Il dipartimento di Stato ha fatto uscire la nota con cui l’amministrazione Trump dichiarava di condividere l’apertura fatta per primo del governo di accordo nazionale guidato da Fayez Serraj, ‘primo ministro libico’ internazionalmente riconosciuto, a favore della cessazione umanitaria delle ostilità. Haftar, sembra aver ceduto alle pressioni dando l’ok per una tregua umanitaria, ormai richiesta da tutti gli attori politici in campo.

Forse però più dell’influenza americana su Haftar, potrebbe essere la paura del contagio che starebbe minando il morale dei miliziani della Cirenaica ad aver indotto il Generale ad alleggerire la pressione militare su Tripoli, per evitare diserzioni in massa nelle sue fila.

I prossimi sviluppi dei combattimenti saranno dettati anche dell’evoluzione della pandemia in Libia e nei Paesi che sostengono le fazioni in campo. Le ostilità potrebbero verosimilmente entrare in una sorta di “limbo”, non pace non guerra, pronta a riprendere appena le condizioni lo consentiranno. Sarebbe infatti irragionevole immaginare che gli interessi geopolitici di Russia e Turchia sulla Libia svaniscano con la fine del Coronavirus, ma sul “quando” e sul “come” riprenderà la contesa libica dipenderà molto da quale delle Potenze in gioco romperà per prima l’assedio del Covid 19.

Ammiraglio (a) Giuseppe De Giorgi

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Mon, 30 Mar 2020 17:05:59 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/586/1/caos-libia-e-nuovo-covid-19 AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Europa-Turchia: una situazione spinosa https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/585/1/europa-turchia-una-situazione-spinosa

Sono mesi ormai, all’incirca da dicembre dello scorso anno, che i bombardamenti a opera dell’esercito siriano di Assad si sono intensificati nella zona di Idlib, la provincia al confine con Siria e Turchia che costituisce l’unico e ultimo avamposto dei ribelli sunniti.

Per questa sua valenza di baluardo nella lotta contro Assad, la zona di Idlib, geograficamente poco più vasta della Valle D’Aosta, è passata nell’ultimo anno da 800.000 abitanti a circa 3 milioni, divenendo così il luogo in cui si sono concentrati la gran parte dei profughi sunniti del paese. Essi da qui premono per passare in Turchia, luogo necessario per poi raggiungere l’Europa, ma la Turchia da parte sua ha le frontiere chiuse.

Motivo per cui nello stato anatolico si è passati in breve tempo da 1 milione di profughi a circa 4 milioni che, chiaramente, comportano un problema non indifferente, non solo per i costi che implica l’accoglienza, ma anche in termini politici e di sicurezza del paese. Non a caso la difficile situazione nei confronti dei profughi al confine è stata una delle concause che hanno portato alla sconfitta del partito di Erdoğan alle municipali di Istanbul e Ankara. Ma come mai Erdoğan, allora, nonostante la Turchia avesse raggiunto, appunto, l’imponente cifra di quasi 4 milioni di rifugiati, ha continuato a tenere le frontiere chiuse?

Per rispondere a questa domanda è necessario fare un passo indietro e ricordare che nel marzo del 2016 è stato siglato un accordo tra Turchia e Unione Europea. Con quest’ultimo lo stato turco si impegnava a tenere i profughi nel proprio territorio in cambio di alcune misure che l’Europa prendeva a sostegno della Turchia, come ad esempio lo stanziamento di ben 6 miliardi di euro per la gestione dei profughi, la rimozione dell’obbligo di visto­­, l’aggiornamento dell’unione doganale e l’apertura di nuovi capitoli del processo negoziale.

Queste promesse, però, non sono state completamente mantenute ed ecco che la Turchia non sentendosi appoggiata dall’Europa e percependo di essere messa con le spalle al muro dalle tre potenze in campo che le fanno pressioni dall’esterno (la Siria di Assad, l’Iran e la Russia), ha deciso di tentare il tutto per tutto per convincere l’Europa (e la Germania in particolare) a esercitare pressioni sulla Russia affinché i profughi di Idlib rimangano nella loro zona e affinché almeno 1 milione dei quasi 4 presenti in terra anatolica venga rispedito nella Siria del nord.

Come atto dimostrativo della dirompenza disastrosa che l’apertura del confine può avere per l’Unione Europea, Erdoğan sabato 29 febbraio ha aperto le porte dei confini della Turchia. Ha inoltre dichiarato, secondo quanto riportato dal quotidiano filo-governativo Daily Sabbah, che la Turchia non è in grado di «gestire un nuovo flusso di rifugiati, ma non possiamo neanche lasciare queste persone in balia del regime di Assad. Che cosa abbiamo fatto ieri? Abbiamo aperto le porte e non le chiuderemo. Perché? Perché l’Unione Europea deve mantenere le sue promesse» [1].

In pochissimo tempo più di 100 mila profughi siriani si sono riversati fuori dalla Turchia e ciò sta generando un vero e proprio disastro umanitario, con decine di migliaia di persone in cammino per raggiungere l’Europa che si scontrano al confine con la Grecia con la polizia nazionale che gli impedisce il passaggio.

«Una ONG locale, che si occupa di prestare assistenza ai migranti, il Consolidated Rescue Group, sulla propria pagina Facebook ha riferito: “A Edirne, alla frontiera tra Turchia e Grecia, un giovane siriano è morto dopo che la polizia greca di frontiera gli ha sparato”. Assieme al post è stato allegato un video», si legge sulle pagine de «La Repubblica» che riportano il fatto [2].

Di fatto Erdoğan ha messo sotto scacco il Vecchio Continente che dovrà necessariamente dare una risposta concreta se non vuole che si riapra quel corridoio balcanico che già nel 2015 aveva portato tanti guai all’Unione Europea.

Senza contare, come si è detto poco fa, il totale e completo disastro umanitario. Nelle isole greche, infatti, si sono riversati numeri elevatissimi di rifugiati, tanto che i centri di accoglienza si trovano a dover fronteggiare una situazione insostenibile. «I campi profughi di Lesbo, Samo, Chio, Kos e Leros sono ormai ridotti allo stremo. Con una capienza totale di 5.400 posti accolgono oggi 42.000 bambini, donne e uomini bloccati sulle isole greche a causa della politica di contenimento dell’Unione Europea e destinati a rimanerci fino a quando le richieste di asilo non verranno esaminate da un sistema attualmente a corto di personale e sovraccarico, con 90.000 pratiche arretrate» [3].

Soltanto nel campo profughi di Lesbo, per fare un esempio su tutti, costruito per contenere un massimo di 2.200 persone si è arrivati a quasi 19.000 profughi. Molti di questi sono minori e tra di essi, moltissimi sono soli, senza i genitori e in condizioni di salute critiche. Si tratta di persone costrette a vivere in tende esposte al freddo e alla pioggia con una limitata (o nulla) possibilità di accedere al riscaldamento o all’acqua calda.

Nonostante l’infaticabile lavoro di medici e volontari la situazione sanitaria è allo sbando. Hana Pospisilova, una dottoressa volontaria a Lesbo intervistata dal «The Guardian» [4] si è detta seriamente preoccupata circa la possibilità di riuscire a curare molte delle persone gravemente malate e troppo vulnerabili per poter sopportare lo stile di vita del campo. Sempre in questa intervista la dottoressa Pospisilova racconta come i bambini non si lavino da settimane e settimane e non possano farlo per mancanza di acqua calda e il timore che lavandosi con l’acqua ghiacciata possano morire di freddo; molti hanno la scabbia e non cambiano i vestiti da mesi perché quelli che indossano sono gli unici che hanno. «Ho visitato molti pazienti con problemi respiratori e nonostante faccia freddo ed è inverno li rimandiamo indietro, in tende bagnate, in un campo sovraffollato. Sono preoccupata che possa scoppiare una pandemia. Non hanno acqua calda, devono aspettare tre ore al freddo per il cibo, non ricevono abbastanza vitamine, tanti hanno le gengive sanguinanti. Le persone vanno e vengono dalle strutture mediche, prendono antibiotici, continuano a tossire, hanno la febbre. L’influenza spagnola iniziò a diffondersi esattamente così, in strutture sovraffollate dove le persone avevano un’infezione virale che è diventata un’infezione batterica che li ha uccisi. Per questo sono preoccupata. Curiamo i pazienti ma nessuno è guarito, è impossibile guarirli in queste condizioni» [5].

Non credo ci sia bisogno di aggiungere parole a dichiarazioni come queste che parlano da sole. Ma vorrei concludere con un pensiero. Il nostro paese si ritrova in questo momento a fronteggiare la drammatica emergenza sanitaria del Nuovo Covid-19, stiamo sperimentando sulla nostra pelle cosa significa non riuscire a curare tutte le persone adeguatamente e quanti sforzi si debbano fare per cercare di limitare il più possibile le morti. Un ambiente malsano come quello dei campi profughi greci descritto poc’anzi è lo scenario ideale per il proliferare di questa epidemia e chissà se molti di quei morti non siano stati, senza saperlo, anche affetti dal Coronavirus (si ricordi, tra l’altro, che l’Iran è uno dei paesi maggiormente colpiti e il Medio Oriente non è assolutamente escluso da potenziali ulteriori focolai di contagio).

È necessario, quindi, trovare un accordo e avere polso fermo nel gestire a livello europeo la situazione turco-siriana. Perché non è una partita a dadi, ma c’è in ballo la vita delle persone. Sia dei profughi, sia delle popolazioni con cui essi entrano in contatto versando in condizioni sanitarie pessime e non essendoci i presupposti per un’adeguata accoglienza. Un contagio di questo tipo sarebbe un ulteriore disastro. L’Europa trovi una soluzione. Adesso. Senza ulteriori procrastinazioni.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

 

[1] https://www.valigiablu.it/siria-idlib-rifugiati/, per approfondire il retroterra geopolitico che soggiace alla questione consiglio la visione della puntata del 5 marzo 2020 di MappaMundi, reperibile al seguente link: https://www.limesonline.com/video-turchia-siria-grecia-profughi-migranti/117011 

[2] https://www.repubblica.it/esteri/2020/03/02/news/la_fuga_dei_profughi_saviano_questa_e_la_turchia_di_un_criminale_politico_con_cui_l_ue_fa_accordi_-250047570/

[3] https://www.valigiablu.it/grecia-campi-rifugiati-crisi/

[4] https://www.theguardian.com/global-development/2020/feb/11/un-calls-for-urgent-evacuation-of-lesbos-refugee-camp
[5] https://www.valigiablu.it/grecia-campi-rifugiati-crisi/

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Mon, 23 Mar 2020 08:02:51 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/585/1/europa-turchia-una-situazione-spinosa AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Scendiamo in campo per salvare la capacità marittima nazionale https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/584/1/scendiamo-in-campo-per-salvare-la-capacita-marittima-nazionale

La Marina dispone di una Flotta di 60 navi. Di queste solo 20 sono mediamente disponibili, tenendo conto delle manutenzioni programmate e del ricorrente insorgere di avarie dovute all’obsolescenza della maggior parte di esse.

Negli ultimi dieci anni, i finanziamenti hanno coperto solo il 50% del fabbisogno per il funzionamento della Marina, precludendo la possibilità di addestrare adeguatamente gli equipaggi e di manutenere i mezzi, accelerandone l’invecchiamento.

A fronte di ciò, lo scenario internazionale conferma lo spostamento del centro di gravità politico ed economico sul mare, dove transita il 90% dei beni e delle materie prime.

Questo è ancora più vero per l’Italia, in funzione della sua marcata vocazione marittima. Il nostro Paese, che è il primo in Europa per quantità di merci importate via mare (185 milioni di tonnellate), dispone dell’11a Flotta mercantile del mondo e della 3a Flotta peschereccia europea. Sempre via mare, l’Italia importa circa l’80% del petrolio necessario al proprio fabbisogno. Il comparto marittimo genera da solo circa il 3% del PIL.

Entro il 2025, la Flotta italiana dovrà dismettere 54 delle sue 60 navi, a fronte della entrata in linea di sole 25, considerando le 10 unità che si realizzeranno con le risorse stanziate con la Legge di Stabilità 2014. Presto la Marina non sarà in grado d’assolvere i suoi compiti e di garantire la sicurezza marittima che è vitale per il Paese.

Appare ineludibile, pertanto, completare il programma navale di emergenza, avviato con la citata Legge di Stabilità, finalizzato alla sopravvivenza della capacità marittima nazionale intesa come il binomio Marina – industrie ad alta tecnologia del comparto e basato su un investimento totale di 10 Mld€, per la costruzione di circa 30 navi in 10 anni.

A tal fine, la Marina sta sviluppando un’innovativa famiglia di navi caratterizzate da bassi costi di gestione, elevate prestazioni marinaresche, ampia polivalenza all’impiego e marcato rispetto per l’ambiente, concepite fin dalla fase di progetto per esprimere pienamente le capacità duali, al servizio della collettività.

L’industria correlata alla capacità marittima è uno dei settori più redditizi su cui investire, con un moltiplicatore d’occupazione di 1 a 6 ed uno di reddito di 3,43. Si tratta di un’industria che produce made in Italy per oltre il 90% ed è tuttora competitiva, grazie al margine di vantaggio tecnologico di cui dispone nei confronti dei Paesi emergenti. Essa è tuttavia impiegata per meno del 50% delle potenzialità, col rischio di disperdere irreversibilmente un patrimonio di competenze pregiate.

Il programma sopra menzionato, consentirebbe all’industria del settore di lavorare al 100% delle potenzialità, scongiurando il ricorso alla cassa integrazione per circa 10.000 persone, con un risparmio per lo Stato di circa 4,2 Mld€ in 10 anni che si sommerebbe ai 5 Mld€ di ritorno fiscale. Gli occupati, considerando l’indotto di Fincantieri e Finmeccanica, sarebbero 25.000 per dieci anni e svilupperebbero un totale di circa 330 milioni di ore/uomo. La ricchezza prodotta, stimata in 34,3 Mld€, verrebbe pressoché uniformemente distribuita sul territorio nazionale, con 18,9 Mld€ al nord e 15,4 Mld€ al centro-sud. A ciò si aggiungerebbe il coinvolgimento, per oltre 20 anni, delle imprese nelle attività di mantenimento in servizio delle navi.

La legge di Stabilità 2014 ha assicurato ad oggi tre finanziamenti ventennali per complessivi 5,5 Mld€ (al lordo degli interessi per i mutui che dovranno essere attivati) con i quali avviare il programma e procedere alla realizzazione, nell’arco di 5/6 anni, di 8 navi e 2 mezzi navali minori veloci. Nonostante ciò, entro il 2025 la Flotta si contrarrà, comunque in modo inaccettabile, da 60 a 31 navi (- 48%). Pertanto, per assicurare la sopravvivenza della capacità marittima nazionale è necessario dare continuità al programma con ogni possibile urgenza, vincolandone il completamento ad un ulteriore provvedimento legislativo. Ciò anche al fine di fornire garanzie certe all’industria coinvolta per giustificare gli investimenti in occupazione e ricerca.

Infine, per dare concretezza e fornire garanzie di successo alla realizzazione del programma nei tempi indicati ed al fine di non vanificare gli sforzi che il Paese sta già facendo con le risorse recate dalla Legge di Stabilità 2014, è fondamentale semplificare quanto più possibile le procedure burocratiche alla base della piena attuazione del programma aeronavale emergenziale.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 24 Feb 2020 12:08:31 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/584/1/scendiamo-in-campo-per-salvare-la-capacita-marittima-nazionale AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il mio intervento a Rai News 24 del 19 gennaio sul tema della Libia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/583/1/il-mio-intervento-a-rai-news-24-del-19-gennaio-sul-tema-della-libia

Pubblico qui il mio intervento dello scorso 19 gennaio a Rai News 24, dove sono stato invitato come tecnico dal direttore Di Bella per parlare dei recenti sviluppi in Libia

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 27 Jan 2020 11:11:28 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/583/1/il-mio-intervento-a-rai-news-24-del-19-gennaio-sul-tema-della-libia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Corte Conti, ok capacita’ spesa su piano tutela marittima https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/578/1/corte-conti-ok-capacita-spesa-su-piano-tutela-marittima

"Lo stato di attuazione degli interventi e' in linea con lo sviluppo del programma" e "la capacita' di spesa appare complessivamente adeguata in relazione agli stanziamenti annuali disponibili". E' quanto emerge dalla relazione su "Il programma navale per la tutela della capacita' marittima della difesa" della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato della Corte dei conti (approvata con delibera n. 19/2019/G). Il documento esamina la gestione delle risorse stanziate (circa 5,4 miliardi) per il finanziamento del programma navale di tutela degli interessi di difesa nazionale nel settore marittimo che prevede il progressivo rinnovamento e ammodernamento della flotta, anche attraverso l'acquisto di nuove unita', con una durata di 20 anni. L'andamento della gestione - sostiene la Corte dei Conti - appare complessivamente lineare e omogeneo, benche' si registri la tendenza alla formazione di residui che, secondo il Ministero della difesa, saranno in graduale diminuzione gia' a partire dall'inizio del 2020, contribuendo in maniera significativa ad ottimizzare la gestione delle risorse. Tra le raccomandazioni della Corte, va previsto "un costante controllo e monitoraggio degli interventi in corso di realizzazione, da effettuare anche attraverso una piu' intensa valorizzazione delle modalita' organizzative finalizzate alla cooperazione tra le amministrazioni interessate, al fine di valutare tempestivamente l'esistenza di criticita' e procedere all'adozione delle necessarie misure correttive"

AGI 

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Fri, 17 Jan 2020 08:08:46 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/578/1/corte-conti-ok-capacita-spesa-su-piano-tutela-marittima AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il mio intervento a Rai News 24 per parlare dei recenti sviluppi in medioriente https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/582/1/il-mio-intervento-a-rai-news-24-per-parlare-dei-recenti-sviluppi-in-medioriente

Pubblico i video del mio intervento di lunedì 13 gennaio presso gli studi di Rai News 24, dove sono stato chiamato in veste di tecnico per spiegare gli ultimi avvenimenti in medioriente

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 13 Jan 2020 17:14:32 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/582/1/il-mio-intervento-a-rai-news-24-per-parlare-dei-recenti-sviluppi-in-medioriente AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Un’analisi su quanto sta accadendo in Libia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/577/1/unanalisi-su-quanto-sta-accadendo-in-libia

Riporto un'analisi su quanto sta accadendo in #Libia

LEGGI L'ARTICOLO

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Mon, 13 Jan 2020 08:04:07 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/577/1/unanalisi-su-quanto-sta-accadendo-in-libia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il mio punto su Iran, Libia e crisi internazionale su Radio Cusano TV https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/581/1/il-mio-punto-su-iran-libia-e-crisi-internazionale-su-radio-cusano-tv
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Fri, 10 Jan 2020 17:28:01 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/581/1/il-mio-punto-su-iran-libia-e-crisi-internazionale-su-radio-cusano-tv AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il mio punto sulla situazione internazionale dell’Italia dopo Soleimani, l’Iran e la Libia https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/579/1/il-mio-punto-sulla-situazione-internazionale-dellitalia-dopo-soleimani-liran-e-la-libia

In seguito alla mia intervista sull'Avvenire, che ritrovate qui, sono stato ospite di Rai News 24, Omnibus La7, del TG4 e di Radio Cusano Italia TV per parlare tecnicamente di Iran, Libia, e della posizione italiana dopo gli ultimi sviluppi della vicenda Soleimani.

 

QUI TROVATE IL MIO INTERVENTO A RAI NEWS 24

QUI TROVATE IL MIO INTERVENTO AL TG 4

QUI IL MIO INTERVENTO A OMNIBUS LA 7

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Wed, 8 Jan 2020 09:59:11 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/579/1/il-mio-punto-sulla-situazione-internazionale-dellitalia-dopo-soleimani-liran-e-la-libia AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Finalmente istituita l’Area Marina Protetta di Capri! https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/576/1/finalmente-istituita-larea-marina-protetta-di-capri

Grazie al Ministro dell'Ambiente Sergio Costa per aver ascoltato la nostra petizione, che si è unita alla voce dei capresi!

In diretta Facebook il Ministro ha dato il via al processo per l'istituzione dell'Area Marina Protetta di Capri, per la quale Marevivo si batte da più di 30 anni con l'obiettivo di proteggere uno dei luoghi più straordinari e conosciuti del Pianeta.

Ora seguiremo con attenzione ed entusiasmo l’iter fino al suo compimento!

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Tue, 7 Jan 2020 14:54:46 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/576/1/finalmente-istituita-larea-marina-protetta-di-capri AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’Italia aumenti la presenza di navi e sommergibili - la mia intervista a l’Avvenire https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/575/1/litalia-aumenti-la-presenza-di-navi-e-sommergibili---la-mia-intervista-a-lavvenire

Dopo la mia intervista per l'Avvenire, finita oggi in prima pagina, interverrò ancora sul caso #Soleimani

  • su Rai News 24 oggi stesso alle ore 18.00
  • domani alle ore 19.00 all'interno dell'approfondimento del TG4
  • martedì 7 gennaio alle ore 8.00 su Omnibus di LA7 e alle ore 15.30 sulle frequenze di Radio Cusano Campus - FM 89.100
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Sun, 5 Jan 2020 13:53:56 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/575/1/litalia-aumenti-la-presenza-di-navi-e-sommergibili---la-mia-intervista-a-lavvenire AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Marina Militare e Università di Genova insieme per la prima laurea magistrale in Hydrography And Oceanography https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/574/1/marina-militare-e-universita-di-genova-insieme-per-la-prima-laurea-magistrale-in-hydrography-and-oceanography

"Lunedì scorso, presso i prestigiosi locali del complesso monumentale della Lanterna di Genova, il faro simbolo della città, davanti ad una commissione esaminatrice mista composta da docenti dell’Università di Genova e dell’Istituto Idrografico Della Marina, si sono tenute le esposizioni delle tesi di laurea magistrale in Hydrography and Oceanography"

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Wed, 18 Dec 2019 10:54:59 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/574/1/marina-militare-e-universita-di-genova-insieme-per-la-prima-laurea-magistrale-in-hydrography-and-oceanography AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Parte il nuovo Anno Accademico degli Istituti di Formazione della Marina Militare... buon vento! https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/573/1/parte-il-nuovo-anno-accademico-degli-istituti-di-formazione-della-marina-militare-buon-vento

La scorsa settimana, a Livorno, è avvenuta la Cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico 2019-2020 degli Istituti di Formazione della Marina Militare. Alla cerimonia erano presenti il Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio di Squadra Giuseppe Cavo Dragone, numerose autorità civili, militari, religiose e del mondo accademico degli Istituti di formazione della Marina Militare.

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Fri, 29 Nov 2019 09:46:49 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/573/1/parte-il-nuovo-anno-accademico-degli-istituti-di-formazione-della-marina-militare-buon-vento AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Vola Marina! https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/572/1/vola-marina

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Wed, 27 Nov 2019 09:43:06 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/572/1/vola-marina AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Un filmato RAI su Mare Sicuro, la 3^ Divisione Navale e il personale di San Marco https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/571/1/un-filmato-rai-su-mare-sicuro-la-3-divisione-navale-e-il-personale-di-san-marco

L’operazione Mare Sicuro seguì Mare Nostrum, come risposta alla presenza di ISIS in Libia e come misura di sicurezza contro il terrorismo dal mare, dopo gli attentati i Europa. In questo filmato girato dalla RAI si vede l’Ammiraglio Vitiello comandante della 3^ Divisione Navale, ufficiale in comando tattico per una fase dell’operazione. Ci sono anche riprese su un nostro sommergibile, oltre a belle immagini di personale del San Marco in azione

GUARDA IL VIDEO

 

 
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Wed, 20 Nov 2019 14:50:04 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/571/1/un-filmato-rai-su-mare-sicuro-la-3-divisione-navale-e-il-personale-di-san-marco AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’esperienza sul Libeccio https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/570/1/lesperienza-sul-libeccio

Ho trovato fra le foto a me più care quelle dell’Equipaggio del Libeccio durante il mio comando, scattata prima di Natale 1992 credo. Un Equipaggio straordinario che mi è rimasto nel cuore. L’esperienza maturata sul Libeccio mi è stata utilissima sul Vittorio Veneto dove ho avuto la fortuna di avere un altro grande Equipaggio a cui ho voluto (e voglio) molto bene. Nostalgia infinita

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Mon, 11 Nov 2019 09:59:01 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/570/1/lesperienza-sul-libeccio AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Consumo di pesce fresco a tavola, in Italia è record. E non basta per tutti. https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/569/1/consumo-di-pesce-fresco-a-tavola-in-italia-e-record-e-non-basta-per-tutti

Nel primo quadrimestre del 2019 il consumo medio pro capite degli italiani, secondo i dati elaborati dall’associazione “SOS pesce italiano”, è stato di circa 28 kg di pesce all’anno, più alto rispetto alla media europea, ma decisamente basso se confrontato con quello di altre nazioni che hanno un’estensione della costa simile alla nostra, come il Portogallo, il cui consumo è quasi il doppio (60 kg).

Il fattore chiave di questo dato è legato principalmente al cambiamento degli stili di vita: gli italiani infatti comprano sempre meno pesce azzurro e pesce bianco andando invece a preferire un pescato più facile da pulire, da cucinare e senza lische, come polpi (+18,6%), vongole (+25,6%) e seppie (+10,6%). Anche per questo la spesa media annuale (pari a quasi 500 euro) risulterebbe la stessa di circa dieci anni fa secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat.

Negli ultimi 25 anni, mentre la nostra flotta peschereccia perdeva progressivamente pezzi, passando da oltre 18 mila a circa 12.500 imbarcazioni, e i posti di lavoro calavano di 18 mila unità, le importazioni crescevano di pari passo con l’aumento del consumo di pesce (quello importato era il 27% nel 1985, oggi è il 79%). Il pesce pescato nei mari italiani raggiunge oggi la quota di 180 mila tonnellate. Quello importato si attesta invece su 1.069.343 compresi pesci congelati, essiccati e preparazioni, tra questi quello fresco importato arriva a quasi 240 mila tonnellate.

Secondo l’ultimo rapporto FAO la produzione mondiale di pesce, il dato è del 2016 ma la situazione oggi è simile, ha raggiunto un nuovo picco: 171 milioni di tonnellate, di cui 90,9 milioni di catture e 80 milioni in acquacoltura. Inoltre, l’88% della produzione, ossia 151 milioni di tonnellate, è stato destinato al consumo umano diretto, a conferma del ruolo centrale degli esseri umani nello sfruttamento delle risorse ittiche marine e d’acqua dolce.

Nonostante ciò le attività umane legate alla produzione ittica sono ancora lontane da un modello di sviluppo sostenibile. La sostenibilità, infatti, coinvolge ovviamente anche gli oceani ed i mari che coprono quasi tre quarti della superficie terrestre costituendo una componente essenziale per la sopravvivenza del pianeta, motivo questo per cui il tema risulta uno degli argomenti centrali anche dell’Agenda 2030 dell’ONU (l’obiettivo 14, ad esempio, è interamente dedicato a “La Vita sott’Acqua”, al fine di garantire la conservazione e l’utilizzo responsabile delle risorse marine).

Particolare enfasi è posta qui sull’influenza delle attività umane il cui impatto sugli oceani, le riserve ittiche e gli ecosistemi marini ha ripercussioni critiche. La sostenibilità della pesca marittima, infatti, continua a peggiorare: nel 2015, il 33,1% degli stock ittici mondiali è stato pescato a livelli biologicamente insostenibili, una minaccia non solo per la popolazione marina, ma anche per la salute dei fondali e l’equilibrio degli ecosistemi.

Secondo le previsioni della FAO, il consumo di pesce nel 2030 aumenterà del 18% rispetto al 2016. Per far fronte a questa crescente e costante domanda di pesce da parte dei consumatori, e allo stesso tempo per allentare la pressione sugli stock ittici mondiali a disposizione, negli ultimi anni ha ricoperto un ruolo chiave l’acquacoltura. Tra il 2001 e il 2016 i livelli di produzione acquicola sono aumentati a un ritmo annuale pari al 5,8%, costituendo il settore alimentare con il più rapido tasso di crescita al mondo. Nel 2016 la produzione globale di pesce proveniente da acquacoltura ha rappresentato il 53%, superando la pesca come principale fonte di approvvigionamento di prodotti ittici destinati al consumo umano diretto.

Ma anche l’acquacoltura si discosta da un modello auspicabile di sostenibilità se si considera, ad esempio, che circa il 12% della produzione ittica mondiale è utilizzato per produrre farina e olio di pesce, a loro volta impiegati per produrre mangimi per l’acquacoltura.

Principalmente di natura industriale e intensiva, pesca e acquacoltura, infatti, si inseriscono entrambi in un paradigma produttivo orientato soprattutto al profitto a breve termine minacciando seriamente oceani, mari e fauna marina.

Per garantire la sostenibilità delle risorse ittiche a lungo termine potrebbe essere necessario intervenire anche sulle catture accessorie e sugli scarti, considerando che più di un pesce su dieci viene prelevato accidentalmente e scartato a causa della specie di appartenenza o delle dimensioni non adatte per il mercato. La soluzione più efficace potrebbe alla lunga non essere però quella di produrre sempre di più ma di iniziare ad orientare maggiormente le nostre scelte secondo criteri di sostenibilità e di natura etica.

Tutto considerato, le Linee Guida Nazionali per una sana alimentazione suggeriscono il consumo di tre porzioni alla settimana. E la porzione è da 150 grammi: per intendersi, una piccola orata o tre gamberoni. Consumare meno e variare alimenti: il nostro cibo non è infinito. Tanto di più il pesce nei nostri mari.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

Fonti:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/07/29/il-consumo-di-pesce-in-italia-e-insostenibile-e-la-soluzione-non-e-ridurlo/5351289/

https://www.bimbisaniebelli.it/mamma/dieta-mamma/pesce-azzurro-crollo-dei-consumi-in-italia-79552

https://www.mark-up.it/italia-paesi-alta-spesa-pesce-fresco/

https://www.lapiazzaweb.it/2019/07/consumi-coldiretti-stop-a-pesce-fresco-scatta-fermo-pesca/

https://www.interris.it/italia/a-tavola-senza-pesce-fresco

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Thu, 7 Nov 2019 15:01:04 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/569/1/consumo-di-pesce-fresco-a-tavola-in-italia-e-record-e-non-basta-per-tutti AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
La Marina Militare e l’innovazione ambientale nel settore marittimo https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/568/1/la-marina-militare-e-linnovazione-ambientale-nel-settore-marittimo

In questo 4 novembre vorrei celebrare la Marina Militare, augurandole di ripartire anche nel settore ambientale, con coraggio, per il bene del Paese, nella consapevolezza del ruolo del mare per la prosperità e sicurezza dell'Italia

leggi l'articolo

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 4 Nov 2019 11:16:26 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/568/1/la-marina-militare-e-linnovazione-ambientale-nel-settore-marittimo AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
I miei ringraziamenti ai sottoufficiali della Marina https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/567/1/i-miei-ringraziamenti-ai-sottoufficiali-della-marina

Ricordo con affetto il personale della Marina che ha creduto in me. In questa occasione ho colto l’occasione per ringraziare i sottufficiali spina dorsale della Marina 

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 31 Oct 2019 10:51:49 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/567/1/i-miei-ringraziamenti-ai-sottoufficiali-della-marina AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Conferenza Internazionale Prevenzione Emergenze: Protezione Nazionale Boschi e Foreste Riduzione del Global Warming https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/566/1/conferenza-internazionale-prevenzione-emergenze-protezione-nazionale-boschi-e-foreste-riduzione-del-global-warming

Venerdì avrò il piacere di partecipare alla Conferenza Internazionale Prevenzione Emergenze: Protezione Nazionale Boschi e Foreste- Riduzione del Global Warming, che si svolgerà alle ore 15.30 all’ Hotel dei Congressi in via William Shakespeare 29 a Roma.

Un appuntamento importante, che vuole proporre soluzioni pratiche alle emissioni di CO2, anche per concedere le dovute risposte alle richieste dei recenti Fridays For Future

qui la pagina di approfondimento

 

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Mon, 21 Oct 2019 14:57:15 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/566/1/conferenza-internazionale-prevenzione-emergenze-protezione-nazionale-boschi-e-foreste-riduzione-del-global-warming AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il discorso del nuovo Comandante in Capo della Squadra navali Ammiraglio di Squadra Paolo Treu https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/565/1/il-discorso-del-nuovo-comandante-in-capo-della-squadra-navali-ammiraglio-di-squadra-paolo-treu

Vorrei ospitare, su questo blog, le parole del nuovo Comandante in Capo di Squadra navali Ammiraglio di Squadra Paolo Treu, sottoscrivendone ogni riga di elogio verso la nostra Marina e la nostra bandiera.

"Autorità tutte e gentili ospiti, mi associo di vero cuore ai sentimenti di gratitudine manifestati dall’Ammiraglio Marzano per esserVi uniti a noi in questa cerimonia, arricchendola con il Vostro affetto nei confronti del personale della Squadra Navale.

Un ringraziamento speciale a Taranto, icona della marittimità nazionale e città di cui la Marina è un vitale pilastro.

Rendo deferente omaggio alla Bandiera di Guerra della Marina Militare e delle Forze Navali, alla quale la preghiera del marinaio chiede a Dio di dare giusta gloria e potenza e donare vittoria.

Pari omaggio rendo alla Bandiera di Guerra del 1° Reggimento San Marco e alla Bandiera di Guerra delle Forze Aeree della Marina.

Mi inchino davanti ai nostri caduti, in segno di profondo rispetto per la loro estrema ed esemplare generosità.

Al Capo dello Stato, Comandante Supremo delle Forze Armate, e al Governo, in particolare al Signor Ministro della Difesa, va la mia profonda gratitudine per la nomina a Comandante in Capo della Squadra Navale.

Un sentito ringraziamento al Capo di Stato Maggiore della Marina, all’amico Pino, per avermi proposto per questo incarico, che ho sempre considerato il più bello per un marinaio giunto alle ultime onde della sua carriera.

Caro Pino, insieme a Te ho vissuto formidabili avventure, mi conosci bene e sai che la mia collaborazione sarà leale, schietta e costruttiva, ma non supina. Sai che fra noi il confronto potrà essere anche dialettico, ma sai anche che, al momento della decisione, imbraccerò il remo per vogare nella direzione da Te indicata.

Ammiraglio Marzano, caro Donato, comprendo la Tua burrasca emotiva al termine di una brillante carriera, trascorsa sempre con le navi nel cuore e nella mente.

Anche con Te ho vissuto indimenticabili imprese e Ti ho sempre ammirato per la Tua esemplare competenza, rara professionalità, trainante passione e inscalfibile dedizione.

Ti ho ammirato anche per la Tua sensibilità nei confronti delle persone più deboli e sfortunate, che ha rivelato in Te quello spirito di solidarietà che alberga nel petto dei più grandi marinai.

Auguro a Te e alla Tua gentile consorte Patrizia un futuro prodigo di serenità e di ulteriori successi.

Ai vertici emeriti della Marina, rinnovo la gratitudine per la preziosa eredità lasciataci. Fra questi ringrazio gli Ammiragli Binelli e Girardelli per essere qui fra noi.

Un fraterno saluto al personale delle Capitanerie di Porto, ai Carabinieri per la Marina e alla Lega Navale Italiana.

Un abbraccio ai soci dell’Associazione Nazionale Marinai d'Italia e delle Associazioni Combattentistiche.

La mia riconoscenza alla Rappresentanza Militare nonché ai Rappresentanti Sindacali, per la loro preziosa opera.

Un solidale omaggio ai nostri veterani e a chi soffre, nonché alle famiglie che hanno perso il loro cari: non vi abbandoneremo.

Un affettuoso abbraccio alle care genti della nostra preghiera del marinaio, che con noi condividono le difficoltà di una carriera fatta di grandi sacrifici, oltre che di grandi soddisfazioni, permettendoci di assolvere al meglio le nostre missioni.

Un riconoscimento speciale a mia moglie Paola: senza il Tuo incondizionato amore, la Tua costante abnegazione e la Tua ammirevole generosità, nulla sarebbe stato possibile. Un abbraccio a mio figlio Carlo: sono fiero di Te e grazie per essere qui.

Fra i parenti presenti, venuti da lontano, un affettuoso ringraziamento a mia madre Lucia: Ti sono riconoscente per i valori che mi hai trasmesso insieme allo spirito di avventura, quello spirito che Ti ha portata fin qui, incurante dei Tuoi ruggenti 85 anni.

Un goliardico saluto ai compagni del Corso Saoren dell’Accademia Navale e del Corso Phoenix dell’allora Collegio Navale Francesco Morosini, nonché al Presidente dell’Associazione Nazionale Scuola Navale Militare Francesco Morosini.

Donne e Uomini della Squadra Navale, militari e civili, noi siamo i cuori, le menti e le braccia che compongono i nostri equipaggi a bordo e a terra e che armano le correlate strutture di comando, noi siamo tutti parte di una sorta di orologio, in cui ingranaggi grandi e piccoli sono tutti parimenti indispensabili, hanno tutti pari dignità e girano insieme per produrre il risultato.

Donne e Uomini con cui ho avuto il privilegio di lavorare, Vi ringrazio di vero cuore perché alla mia nomina avete contribuito anche Voi, grazie ai successi che insieme abbiamo conseguito, perché non sono mai stati merito di un singolo. Desidero dunque che viviate questa mia nomina come un Vostro personale successo.

Donne e Uomini della Squadra Navale, ascoltate il segnale di ottimismo che viene dal mare, grembo delle origini della nostra vita e del suo segreto, scrigno della nostra stessa sopravvivenza.

La crescente centralità del mare non può più essere negata, pertanto è imperativo che i paesi investano nelle proprie Marine, pena l’emarginazione o l’estinzione.

L’ottimismo è riflesso anche dalle lamiere delle nostre nuove navi, rafforzato dall’attesa di quelle in arrivo nei prossimi anni.

Il 25 maggio è stata varata Nave Trieste: la più grande nave da guerra mai costruita in Italia, pilastro del lungimirante programma di rinnovamento navale lanciato dall’Ammiraglio De Giorgi.

Quel colosso, monumento all’ingegno e all’operosità degli italiani, con grande eleganza e spettacolarità è scivolato in mare, nel solco di antiche e vibranti tradizioni.

Il lancio dei guanti delle maestranze, all’inizio della corsa, è parso quasi un sollevarsi al cielo di mani vittoriose, mani di gente orgogliosa per aver realizzato quella straordinaria opera.

Mi sono commosso, perché in quel varo non ho percepito solo l’evidente segno di una Marina proiettata verso il futuro, ma ho immaginato l’Italia che ripartiva, riprendendosi la Sua grandezza, perché gli italiani, quando vogliono, non sono secondi a nessuno.

In aderenza al concetto di impiego duale la Marina, acquisendo Navi sempre più versatili e potenti, ha amplificato le possibilità di intervento a favore della collettività, ma ancor più ha incrementato le capacità militari, in un mondo in cui ardono molti focolai di conflittualità e in cui i paesi emergenti corrono ad armarsi.

Degno di nota è il programma di rinnovamento della capacità strategica della portaerei, che alla fine del 2020 vedrà l’imbarco sul Cavour dei primi JSF per la Marina, consentendo al rivoluzionario velivolo di esprimere il massimo delle sue capacità, avvalendosi della mobilità e versatilità che solo una nave è capace di offrire.

L’impiego duale mi riporta al mio comando del 30° Gruppo Navale, incentrato sulla Portaerei Cavour con 3 navi di scorta, per la Campagna “Il Sistema Paese in Movimento”, di cui quest’anno ricorre il primo lustro dal rientro in Italia.

La storica spedizione è stata molto complessa e ha richiesto lo svolgimento di molteplici attività attorno al Golfo Persico e all’Africa. Oltre alle classiche attività addestrative, operative e di cooperazione, i miei equipaggi hanno supportato la politica estera e la promozione delle eccellenze dell’industria della difesa e non solo, dedicandosi anche all’assistenza umanitaria.

Insieme abbiamo affrontato navigazioni e soste difficili, con la minaccia terroristica sempre in agguato. Lo abbiamo fatto con coraggio, animati da uno spirito di fratellanza universale, non certo da colonialistica arroganza, e siamo stati premiati, perché in cambio abbiamo ricevuto ospitalità e sicurezza, per noi e per le nostre splendide navi.

È stato un virtuoso esempio di promozione dell’Italia e di assistenza portata in Africa, a favore di popolazioni di un continente che ha grandi potenzialità e che ha bisogno di crescere.

Sul piano umanitario, a bordo della Portaerei Cavour, abbiamo operato 114 bambini affetti da labbro leporino ed effettuato 47 interventi ortodontici, mentre su Nave Etna abbiamo assistito 2.513 bambini per combattere la cecità evitabile.

Il successo dell’impresa è derivato da un coeso lavoro di squadra, che ha coinvolto diversi dicasteri e realtà industriali, oltre alla Croce Rossa Italiana, Operation Smile, la Fondazione Francesca Rava e personale civile impiegato a vario titolo. Si è cercato di muovere il Sistema Paese, per dare giusta gloria all’Italia e alle pregevoli qualità umane, militari e industriali del nostro popolo. 

Ho condotto la spedizione ispirato dal motto dannunziano “io ho quel che ho donato”, perché noi non siamo ciò che teniamo egoisticamente per noi stessi, ma siamo ciò che lasciamo agli altri, con il nostro agire, con il calore del nostro cuore, l’ingegno della nostra mente e la forza delle nostre braccia.

Un'altra ispirazione l’ho tratta da un Ufficiale di Marina esploratore dell’Africa, mio corregionale: Pietro Savorgnan di Brazzà.

Charles de Chavannes scrisse di lui e dei suoi uomini: "Voi siete quelli che marciano senza sosta, che camminano ritti senza arroganza e senza paura, che non sanno fissare un limite alla loro missione, che senza ricercare il riposo, tornano al lavoro. Voi siete quelli che nessuna avidità divora, che mai aspirarono a denaro ed onori. Voi siete quelli che consacrano una vita intera senza mai attendersi nemmeno un semplice grazie. Ma voi sapete anche quanto occorra amare e credere, poiché il vostro cuore è oro e la vostra anima è fuoco".

In quella descrizione riconosco tutti Voi, Donne e Uomini della Squadra Navale, e, ritornando fra Voi, desidero rinnovarVi la mia più sincera ammirazione per la Vostra incondizionata disponibilità, incrollabile abnegazione, granitico senso del dovere, ardente passione e, soprattutto, per il Vostro grande cuore.

Con tutti Voi al mio fianco, come equipaggio coeso, mi sento sereno e pronto ad affrontare qualsiasi burrasca, a bordo della nostra Flotta, orgoglio dell’Italia e Grande nel mondo.

Viva la Squadra Navale, viva la Marina, viva l’Italia".

Ammiraglio Paolo Treu

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Mon, 14 Oct 2019 10:08:36 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/565/1/il-discorso-del-nuovo-comandante-in-capo-della-squadra-navali-ammiraglio-di-squadra-paolo-treu AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Erosione costiera, a rischio il 42% delle spiagge italiane https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/564/1/erosione-costiera-a-rischio-il-42-delle-spiagge-italiane

A riaccendere le luci sul grado dell’erosione delle spiagge italiane, per quanto può sembrare strano, ci è voluto il tour dei tecnici di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Con il suo Jova Beach Party in programmazione quest’anno il cantautore sta portando con successo una nuova formula fatta di musica e attrazioni sulle maggiori spiagge italiane. Non ad Albenga però dove la data del 27 luglio è stata da poco cancellata a causa dell’erosione della spiaggia, fenomeno già noto da tempo, ed esteso anche ad altre spiagge della Liguria, ma sicuramente accentuato nel corso delle ultime settimane a causa del forte maltempo. “I rilievi ortofotografici hanno evidenziato allo stato odierno una riduzione di 10/12 metri” rispetto alle misure effettuate a novembre, hanno spiegato i tecnici dalla produzione.

Così, paradossalmente, è il forfait forzato di Jovanotti ad aver portato il tema dell’erosione delle spiagge al centro del dibattito pubblico, con buona pace degli avvertimenti che studiosi e attivisti lanciano da anni.

Proprio al Savonese si riferisce, infatti, uno degli studi più allarmanti in materia, pubblicato dall’università di Genova nel 2018. Il problema però non riguarda solo Albenga o la Liguria ma l’Italia intera. È quindi questa solo l’ultima spia che denuncia, forse meglio di ogni appello ambientalista, gli effetti del riscaldamento globale sulle nostre coste.

Secondo il Servizio di difesa delle coste, attivato dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente (oggi Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, Ispra), sarebbero circa 1200 i chilometri di spiagge in inesorabile via di erosione, con
arretramenti medi superiori a 25 metri negli ultimi 50 anni. Un dato non da poco, se si tiene conto che in totale, tra terraferma e isole, le coste italiane hanno uno sviluppo di circa 8.350 chilometri, di cui 3.600 costituiti da spiagge.

Già nel 2015, prima del caso-Jovanotti, anche Legambiente aveva lanciato l’allarme con un dossier che documentava come il 42% delle nostre spiagge fosse colpito dal fenomeno: il Molise ha un’erosione della costa del 91%, la Basilicata una percentuale del 78%. Il resto del litorale adriatico, il più basso d’Italia, non se la passa comunque meglio: il tasso di arretramento è del 54% nelle Marche, del 61% in Abruzzo e del 65% in Puglia, a fronte del 42% di media nazionale. Male anche la Basilicata (78%), mentre i valori più bassi si riscontrano in Veneto e in Friuli (18 e 13%).

La causa principale, oltre il cambiamento climatico, risulterebbe essere il cemento, che ha ricoperto e trasformato negli anni oltre il 55% delle aree costiere italiane.

Secondo il dossier “Spiagge indifese” presentato da Legambiente nel 2015, l’ultimo studio sistematico sul tema, tra le cause del fenomeno ci si riferisce, infatti, all’intensa urbanizzazione delle coste, la sparizione del sedimento naturale portato dai fiumi (dovuto all’abuso delle dighe e all’estrazione massiccia di sabbia e ghiaia dagli alvei), nonché gli stessi interventi di difesa dall’erosione, spesso controproducenti perché troppo invasivi (scogliere artificiali, barriere in cemento, pennelli).

Un altro aspetto “forse ancor più grave – si legge nel dossier – è l’entità delle trasformazioni avvenute dopo il 1985, anno dell’entrata in vigore del vincolo di inedificabilità entro i 300 metri dalla linea di costa e del sistema di pianificazione paesaggistica regionale previsto della cosiddetta “legge Galasso”. Malgrado vincoli e piani, infatti, nelle Regioni studiate nel dossier si nota come da allora ad oggi sono stati cancellati e sostituiti dal cemento circa 160 chilometri di paesaggi costieri, che ha portato tra le varie cose alla scomparsa quasi totale dei “sistemi di dune” che hanno lasciato il posto alle vie di comunicazione, centri residenziali e villaggi turistici. Così negli anni si è arrivati al punto che “l’effetto di questi sconvolgimenti nell’ambiente costiero è stato il brusco aumento dei processi erosivi e la perdita di un ecosistema di alto valore ecologico, geomorfologico e paesistico”.

C’è modo di fermare o, per lo meno, rallentare il fenomeno? Certamente, nel lungo termine, intraprendere azioni concrete per diminuire l’emissione di gas serra e tenere sotto controllo l’aumento delle temperature (e di conseguenza l’aumento del livello del mare) sarebbe di grande aiuto. Sull'erosione costiera non ci sono però soluzioni standard, bensì interventi mirati su ogni località.

Ma in generale bisognerebbe cambiare mentalità, passando dall'abitudine degli interventi straordinari a quella dei lavori ordinari di tutela della costa, affinché sull’erosione si possa lavorare sulla prevenzione e sull’adattamento globale e non solo successivamente ad emergenza iniziata.

Più la costa è soffocata dal cemento, più si toglie resilienza alle spiagge. E il mare, senza la sua valvola di sfogo che è appunto spiaggia, può solo invadere i centri abitati con forza distruttiva. Per questo le difese dall’acqua dovrebbero essere più leggere possibile, tutelando le dune nei rari tratti in cui esistano ancora. Se proprio fosse necessario costruire poi, sarebbe meglio usare materiali leggeri e amovibili, come, ad esempio, il legno. Se le cose non cambiano – dicono i ricercatori – entro il 2100 (la proiezione si riferisce all’eventualità in cui la concentrazione di CO2 nell’atmosfera sia ancora al livello di oggi) una mareggiata come quella che ha colpito la costa ligure lo scorso ottobre sarebbe in grado, ad esempio, di sommergere metà del territorio comunale di Alassio, con il livello medio del mar Ligure che si innalzerebbe di oltre 120 centimetri.

L’unica soluzione rimane ora quella di una visione lungimirante per il futuro che sappia, sopratutto in politica, affrontare questo problema con coraggio e decisione per non rischiare che entro la fine del secolo le pianure alluvionali costiere siano del tutto sommerse. La parola d’ordine secondo gli esperti è ora: “rinaturalizzare” ossia liberare le spiagge dall’antropizzazione selvaggia.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

 

Fonti:
https://www.lapresse.it/spettacoli/musica/erosione_spiagge_concerto_impossibile_stop_al_tour_di_jovanotti-1661342/video/2019-07-21/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/07/26/spiagge-erose-riscaldamento-globale-e-cemento-si-mangiano-il-42-delle-coste-senza-un-passo-indietro-sommerse-entro-fine-secolo/5347045/

http://www.mondobalneare.com/news/3534/erosione-costiera-un-problema-da-affrontare-a-lungo-termine.html

https://www.wired.it/scienza/ecologia/2017/08/14/10-spiagge-rischiano-sparire/?refresh_ce=

http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2018/12/21/news/italia_erosione_costiera_progetto_ritmare_cambiamenti_climatici-4235705/?refresh_ce

https://marevivo.it/news/spiagge_e_dune_che_scompaiono_l_erosione_costiera-608/

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Thu, 3 Oct 2019 10:14:43 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/564/1/erosione-costiera-a-rischio-il-42-delle-spiagge-italiane AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Agenda 2030: abbiamo ancora 10 anni per avere un Pianeta più sostenibile https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/563/1/agenda-2030-abbiamo-ancora-10-anni-per-avere-un-pianeta-piu-sostenibile

In data 25 settembre 2015 le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile ed i relativi 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese), articolati in 169 Target e 240 indicatori. Rispetto a questi parametri ciascun Paese, tanto quelli in via di sviluppo tanto quelli avanzati, verranno periodicamente valutati in sede Onu e dalle opinioni pubbliche nazionali ed internazionali.

Anche il nostro Paese, che ha presentato il primo rapporto presso l’High Level Political Forum nel luglio 2017, sottoscrivendo l’Agenda si è impegnato a declinare e calibrare gli obiettivi in essa contenuti. Da qualche tempo a questa parte, gli SDGs stanno acquistando sempre più spazio anche all’interno dell’agenda politica europea, per fare in modo che non restino lettera morta ma si trasformino in un reale cambiamento per i cittadini, diventando il faro delle scelte politiche europee per i prossimi anni. Fra i principali promotori di tale strategia ci sono il Parlamento Ue, il Comitato economico e sociale europeo, e il Comitato europeo delle Regioni, che ha recentemente adottato un’opinione sul tema e promosso uno studio sull’impatto degli enti territoriali nel raggiungimento degli obiettivi. Toccherà ora ai singoli Paesi dell'Ue decidere se raccogliere o meno l’appello per un futuro più sostenibile.

The new agenda is a promise by leaders to all people everywhere. It is an agenda for people, to end poverty in all its forms – an agenda for the planet, our common home” (Ban Ki-moon, ex Segretario Generale delle Nazioni Unite).

L’Agenda 2030 riconosce lo stretto legame esistente tra il benessere umano e la salute dei sistemi naturali, nonché la presenza di sfide comuni che tutti i paesi sono chiamati ad affrontare. Ciò vuol dire che ogni Paese deve impegnarsi a definire una propria strategia di sviluppo sostenibile che consenta di raggiungere gli SDGs, rendicontando sui risultati conseguiti all’interno di un processo coordinato dall’Onu. Nel fare tutto ciò si toccano diversi ambiti, interconnessi e fondamentali al fine di assicurare il benessere dell’umanità e del pianeta: dalla lotta alla fame all’eliminazione delle disuguaglianze, dalla tutela delle risorse naturali all’affermazione di modelli di produzione e consumo sostenibili. In questo modo, ed è questo il carattere fortemente innovativo dell’Agenda, viene definitivamente superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale e si afferma una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo.

Gli obiettivi dell’Agenda hanno carattere universale e si fondano sull’integrazione tra le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile (ambientale, sociale ed economica), quale presupposto per sradicare la povertà in tutte le sue forme. Alleviare la povertà significa dare la possibilità alle persone di vivere senza la continua pressione di procurarsi da vivere e quindi potersi permettere di dedicare energie ai problemi del clima. I programmi dell’ONU su questo punto mirano ad aiutare significativamente i produttori agricoli così da raddoppiare la produzione alimentare di cibo da qui al 2030. Ciò si accompagna alla salvaguardia delle specie e delle varietà per evitare una riduzione delle stessi e quindi della qualità del cibo. Molto è stato fatto ma molto rimane da fare per estirpare questo male, poiché più di un miliardo di persone al mondo vivono con poco più di un dollaro al giorno.

Le risorse del nostro pianeta non sono infinite. Averne cura significa rispettare un bene che appartiene a tutti noi e alle generazioni future. Questo significa sostenibilità ambientale. Ottenere ulteriori miglioramenti per il raggiungimento degli obiettivi nel giro dei prossimi dieci anni non sarà una impresa facile.

L’attuazione dell’Agenda richiede, infatti, un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura. Ma la precedente esperienza, fondata su degli obiettivi globali prefissati, ci ha dimostrato che è un metodo che può funzionare. Gli Obiettivi per lo sviluppo del Millennio, che furono adottati nel 2000, hanno, infatti, già migliorato le vite di milioni di persone: la povertà globale continua a decrescere; sempre più persone si sono viste garantire l'accesso a fonti migliori d'acqua; un maggior numero di  bambini frequenta le scuole elementari; e una serie d'investimenti mirati alla lotta contro la malaria, l'Aids e la tubercolosi hanno salvato milioni di persone.

Ai nuovi obiettivi sono state mosse però diverse critiche, in primis sulla numerosità e l’ampiezza dei traguardi indicati: dagli 8 obiettivi del millennio, con 21 traguardi annessi, si è passati a 17 obiettivi collegati a ben 169 traguardi. Il timore generale è quello che così si finisca per distrarre e dissipare il vantaggio di cui hanno potuto godere gli Obiettivi del millennio, ovvero la focalizzazione dell’attenzione su un numero limitato di priorità, se non addirittura di condannare l’intera impresa al fallimento. La scelta di puntare su un numero così elevato e diversificato di obiettivi e sotto-obiettivi, diventa così al tempo stesso l’ambizione più grande della nuova agenda di sviluppo e la sfida maggiore alla sua concreta realizzazione. Non è necessariamente vero poi, secondo voci critiche, che i 169 obiettivi siano totalmente «integrati e indivisibili» come declamato dall’Agenda 2030. Al contrario, sarebbe, secondo alcuni esperti, non solo opportuno ma addirittura indispensabile essere più selettivi, scegliendo tra di essi delle priorità.

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile non sono fuori dalla portata del mondo di oggi, ma il loro raggiungimento richiederà sforzi e progressi nettamente superiori a quelli fin qui prodotti, e in particolare occorrerà alzare i traguardi che ogni singolo paese si pone e far sì che siano caratterizzati in maniera più chiara da un’ottica di equità. Per raggiungere il sogno di un’Italia ed un’Europa più sostenibile abbiamo ancora dieci anni, considerando il target finale definito nel 2030, anni che anche la comunità scientifica ha definito “decisivi” per un Pianeta che rischia nei prossimi anni, senza cambiamenti essenziali, un vero e proprio collasso climatico.

Fonti:
https://asvis.it/agenda-2030/

https://www.minambiente.it/pagina/lagenda-2030-lo-sviluppo-sostenibile

https://www.aics.gov.it/home-ita/settori/obiettivi-di-sviluppo-sostenibile-sdgs/

https://www.cure-naturali.it/articoli/vita-naturale/vita-green/sda-agenda-2030.html

https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/rp_sustainable_europe_it_v2_web.pdf

https://sustainabledevelopment.un.org/?menu=1300

https://www.ecocose.com/blog/2016/12/05/sostenibilita-ambientale/

http://www.ansa.it/europa/notizie/la_tua_europa/approfondimenti/2019/07/19/dieci-anni-per-avere-uneuropa-piu-sostenibile_8a23e32f-eb92-4aca-bedb-994803f8bd26.html

http://www.treccani.it/enciclopedia/sustainable-development-goals-i-nuovi-obiettivi-contro-la-poverta_(altro)/

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Tue, 24 Sep 2019 11:53:10 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/563/1/agenda-2030-abbiamo-ancora-10-anni-per-avere-un-pianeta-piu-sostenibile AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Tangeri Med: il porto più grande del Mediterraneo è marocchino https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/562/1/tangeri-med-il-porto-piu-grande-del-mediterraneo-e-marocchino

A quattordici km dalla Spagna, circondato da una zona franca di attività industriali e logistiche in una posizione strategica sulla via di passaggio tra Africa, Europa, Asia, Nord America e Sud America, si trova il Tangeri Med, oggi porto marittimo principale del Marocco, con l’aspirazione a diventare il primo snodo per la distribuzione di merci Mediterraneo.

La posizione strategica, sullo stretto di Gibilterra, rende infatti unico questo porto: più di 100 mila navi passano di qui ogni anno e oltre 200 cargo attraversano lo stretto ogni giorno. Nonostante sia uno scalo “giovane” (il primo terminal è stato inaugurato nel 2007 e il secondo nel 2008), il porto africano è così in breve tempo diventato un modello internazionale di governance e un riferimento per il trasporto via nave di merci. Su una delle colline che guardano verso il porto campeggia la scritta in arabo “Allah, wal-watan, wal-malik”, vale a dire “Dio, la patria, il re”. Un adagio che ben richiama i pilastri su cui poggia il Marocco, un Paese il cui sovrano da anni promuove azioni volte a far crescere l’economia. Nei piani visionari del re del Marocco, infatti, il porto entro il 2025 potrà contare su numeri titanici: 9 milioni di container, 1mln di auto esportate, 7mln di passeggeri e 700 mila camion all’anno.

A fine giugno 2019 intanto è stato inaugurato Tanger Med 2 (terza fase di sviluppo della serie di banchine e terminal nonché trampolino per 186 porti e 77 Paesi sui 5 continenti) che, una volta entrato a pieno regime, dovrebbe essere in grado di triplicare la capacità del porto di Tangeri intercettando addirittura il 20 per cento degli scambi globali.

Primo porto africano già dal 2018, Tanger Med con questa nuova parte che amplia la precedente costruzione ed affianca il porto per i passeggeri, diventa così il primo per capacità del Mediterraneo puntando ad entrare a breve nei primi 20 del mondo grazie a quasi tre km di moli per una profondità di 18 metri, e quasi 5 di banchine in continua espansione con finanziamenti pubblici e privati sempre più cospicui: più di 900 aziende fanno già base in questo hub dando lavoro ad oltre 75mila persone (la maggior parte lavoratori locali divisi tra 5mila nel porto e più di 70mila nelle oltre 900 imprese connesse al progetto) in settori come quello aeronautico, agricolo, tessile e dei servizi.

Molte aziende straniere sono stante convinte così a delocalizzare qui grazie a particolari agevolazioni fiscali: il primo settore è quello dell’automotive con decine di file di auto ferme al porto in attesa di essere esportate. A seguire, aeronautica, tessile e agribusiness. Importanti anche i settori dell’elettronica, del biomedicale e delle rinnovabili, per un giro d’affari di 8,3 miliardi di dollari. L’impatto del progetto sulla regione ha poi permesso un notevole sviluppo infrastrutturale grazie alla creazione di un’autostrada e di una nuova linea ferroviaria, il tutto non mettendo in secondo piano la tutela dell’ambiente. Ne è la prova il fatto che Tanger Med è il solo porto extra-europeo a godere della qualifica di EcoPort, un marchio di qualità attribuito dall’UE in tema di tutela ambientale.

Circa il 40 per cento delle merci movimentate provengono, o sono dirette, verso l’Africa occidentale, un modo, dove mancano ancora strade e ferrovie, per permettere a queste aree di essere connesse al mondo e svilupparsi ponendo fino al loro isolamento. Un altro 40 per cento dei traffici di Tanger Med coinvolge Asia e Americhe. L’Europa, occupando circa il 20 per cento dei traffici, rimane comunque il partner principale con la Spagna in testa, seguita da Francia, Regno Unito e Germania.

Grazie al porto di Algeciras in territorio iberico, prospicente quello di Tanger Med è nata poi una collaborazione molto forte e proficua che permette oggi in sole otto ore alle merci di raggiungere Madrid dall’Africa. Collaborazioni future si prefigurano però anche per altri Paesi europei. Secondo Hassan Abkari, direttore generale aggiunto di Tanger Med Port Authority, la volontà di creare di partnership con l’Italia si collega al porto di Trieste, che nei prossimi mesi potrebbe diventare insieme al Pireo in Grecia uno dei principali punto d’arrivo del corridoio commerciale Cinese noto come nuova via della seta.

Tangeri è anche il principale concorrente per Trieste e Genova che oggi sono ancora insieme a Marsiglia i principali punto d’ingresso delle merci trasportate dalle grandi navi verso l’Europa. L’accordo in lavorazione potrebbe portare il con sé il rischio di una marginalizzazione dei due principali porti italiani e di Gioia Tauro (per i container) che si troverebbero a gestire navi più piccole e un volume di traffico complessivamente minore.

L’infrastruttura consolida l'ancoraggio del Regno del Marocco nell'area euro-mediterranea e nella regione magrebina e araba, rafforzando la sua vocazione di polo di scambio tra Europa e Africa, tra Mediterraneo e Atlantico e, allo stesso tempo, rafforza il suo ruolo centrale come partner attivo nel commercio internazionale e ben integrato con l'economia globale. Tanger Med è riuscito a collegare il Marocco a 77 Paesi e 186 porti, contribuendo così ad affermare il Regno sulla scena marittima internazionale e a portarlo dall'83esimo al 17esimo posto nella classifica della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad).

L’ascesa del porto è dovuta, oltre che ad una spinta strategica del Governo in termini di investimenti pubblici, anche a quattro driver che lo trascinano ad avere una posizione di primo piano: la posizione geografica, la capacità di attrarre mega Carrier e terminalisti di primo livello, la capacità di accogliere ogni tipologia di nave e infine, la dotazione di una “Free Zone” che ha saputo infondere una grande accelerazione alla crescita dello scalo (l’area logistico-portuale e l’area “Franca” ospitano complessivamente circa 600 imprese di tutti i settori produttivi che realizzano un totale export di oltre 4 miliardi di euro).

Il successo del porto marocchino deriva, in conclusione, da una serie di fattori combinati tra loro: Tanger Med prevede, infatti, numerose facilitazioni burocratiche agli scambi commerciali, che gli permettono di superare la concorrenza degli altri porti del Mediterraneo ed essere preferito da aziende e compagnie di navigazione, nell’individuazione delle rotte più profittevoli e in fase decisionale per stabilire dove situare le attività produttive. E così quella che un tempo era considerata la fine del mondo, Tangeri, con le sue colonne d'Ercole, si avvia a diventare il primo porto del Mediterraneo a meno che l’Italia non riacquisti la consapevolezza del suo destino marittimo, di cui i porti e le basi navali costituiscono uno degli assi portanti.

 

Fonti:

http://www.ansa.it/mare/notizie/portielogistica/news/2019/07/09/tanger-med-il-sogno-di-un-re-che-vuole-collegare-il-mondo-_40ae04e4-dd14-43cd-90a3-710e1d5bf763.html

https://www.freshplaza.it/article/9067891/marocco-nel-2018-il-porto-di-tanger-med-ha-registrato-il-nuovo-picco-storico-di-traffico-dei-container/

https://www.dire.it/09-07-2019/351507-foto-video-nasce-a-tangeri-il-porto-ponte-tra-africa-ed-europa/

https://menafn.com/1098740587/Moroccos-Tanger-Med-to-become-largest-in-Mediterranean

http://www.ansamed.info/ansamed/en/news/sections/economics/2019/07/09/moroccan-king-wants-to-connect-world-through-tanger-med_8246e161-2f48-4c00-8263-cab05591daa3.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Tangeri_Med

https://www.etribuna.com/eportale/it/2014-03-20-23-48-00/33474-marocco-tanger-med-ii-eccellenza-infrastrutturale-e-nuovi-investimenti

https://www.costozero.it/free-zones-di-successo-il-caso-del-porto-di-tanger-med-in-marocco/

https://www.agi.it/estero/porto_di_tangeri_mediterraneo-5744488/news/2019-06-29/

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Fri, 20 Sep 2019 10:09:00 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/562/1/tangeri-med-il-porto-piu-grande-del-mediterraneo-e-marocchino AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Sull’incidente nucleare in Russia, i più preoccupati sono gli Americani https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/561/1/sull-incidente-nucleare-in-russia-i-piu-preoccupati-sono-gli-americani

I sismografi della Ctbto (Comprehensive Nuclear-test-ban Treaty Organization), che vigilano sugli esperimenti nucleari, l’8 agosto hanno registrato un movimento tellurico “anomalo” in una base militare russa nei pressi di Nenoska, cittadina che si trova nella regione di Arkhangelsk, nel nord della Russia, sulle coste del Mar Bianco, quello che solo pochi giorni dopo il New York Times descrive come "orse uno dei peggiori incidenti nucleari avvenuti in Russia da Chernobyl", anche se di scala molto minore.

Dal 1965 in poi qui sono stati testati numerosi razzi, principalmente prototipi per l'impiego su sottomarini missilistici ed anche in passato alcuni esperimenti non hanno avuto esito positivo: nell’incidente più recente, però, sono morte sette persone, specialisti dell’agenzia atomica Rosatom e del ministero della Difesa.

Dopo primi giorni di reticenza e segretezza alla fine le autorità russe hanno ammesso che l’incidente sia avvenuto a seguito di un test missilistico fallito. L’esplosione avrebbe interessato un piccolo reattore nucleare che forniva materiale di propulsione ad un missile sperimentale a combustibile liquido, che l’esercito russo sta testando da alcuni mesi. Quello che più preoccupa l’opinione pubblica è ora il livello di radiazioni registrate vicino al sito dell’esplosione le quali avrebbero superato fino a 16 volte la norma (almeno 20 volte secondo i dati forniti invece da Greenpeace). Il giorno dell’incidente nella Baia della Dvina antistante la base militare di Nyonoksa si sarebbe trovata (lo confermerebbero analisti militari americani attraverso diverse immagini satellitari) la nave per il trasporto di combustibile nucleare Serebryanka, specializzata inoltre nel recupero di rifiuti radioattivi, particolare aggiuntivo che darebbe corpo alla tesi di un test su missili a propulsione atomica finito in tragedia.

Sulla questione spinosa di che tipo di arma fosse, il Cremlino non ha rilasciato commenti, se non una laconica assicurazione sul fatto che, come ripetuto più volte da Putin, la Russia è "molto avanti" nello sviluppo di armamenti ultra tecnologici. Parole soppesate con cura, che da un lato tendono a fare dimenticare l’imbarazzo di Mosca nel ritrovarsi, per la seconda volta dal 1986, nella scomoda situazione di essere interrogata dalla comunità internazionale sul genere di esperimenti che sta portando avanti e sulla loro reale pericolosità, dall’altro contribuiscono a rafforzare la prova muscolare con Washington. I più preoccupati per il misterioso incidente nucleare oggi non sembrano essere i vicini della penisola scandinava, che comunque continuano a monitorare lungo i loro confini i livelli radioattivi, ma proprio gli Statunitensi che evocando il pericolo di fall-out radioattivo ripercorrono con la mente gli ormai, neanche troppo, sbiaditi scenari della Guerra Fredda.

Pian piano si delinea così un quadro che va ben oltre il fenomeno in sé, riportandoci a climi da riarmo nucleare che pensavamo ormai relegati al passato. Per l’intelligence e gli esperti americani, un misterioso disastro atomico filtrato tra reticenze, ritardi e contraddizioni del Cremlino è soprattutto la dimostrazione che la Russia stia sperimentando, in una delle sue “città segrete” dedicate alla ricerca militare, un sistema di missili considerato particolarmente pericoloso e preannunciato già nel 2018 da Vladimir Putin in persona: un nuovo, potente, armamento, nome in codice 9M730 & "Burevestnik" (o Ssc-X9 "Skyfall" nella terminologia Nato), una delle nuove armi supersoniche, dotata sia di testata che d’un sistema propulsivo nucleare.

Da tempo, infatti, le principali potenze al mondo cercano di superare la tecnologia che alimenta i missili terra-aria, che funzionano ancora a combustibile e sono per questo lenti e prevedibili. Un missile a propulsione nucleare, invece, si muoverebbe molto più velocemente (fino a cinque volte la velocità del suono), potrebbe colpire qualsiasi punto del pianeta e soprattutto renderebbe inefficaci gli attuali sistemi di difesa missilistici degli Stati Uniti e della Nato.

I missili a propulsione atomica sono in grado di arrivare pressoché ovunque nel mondo.

L’idea non è nuova, ma sinora non è stata ritenuta applicabile da un lato per l’instabilità di questa tecnologia e dall’altro per i costi particolarmente elevati. In Russia invece il progetto per un missile a propulsione nucleare avrebbe preso ufficialmente il via nel marzo 2018 (ma gli studi sarebbero iniziati già l’anno precedente) e da allora i test effettuati sarebbero stati almeno 13. Del resto, Vladimir Putin ne aveva già enfatizzato in ogni modo il loro arrivo futuro nell’arsenale russo. L’incidente è avvenuto a una settimana dalla fine degli effetti dell’INF (Intermediate- Range Nuclear Forces Treaty) lo storico trattato siglato nel 1987 tra Urss e Stati Uniti che pose fine alla vicenda degli euromissili, ovvero dei missili nucleari a raggio intermedio installati in Europa da USA e URSS. L’INF è decaduto lo scorso primo agosto dopo innumerevoli accuse di presunte violazioni del trattato da ambo le parti.

Questo passo indietro dell’amministrazione di Donald Trump non è avvenuto certo in maniera “cordiale”, bensì attraverso affermazioni aggressive da entrambe le parti. La rescissione del Trattato permette difatti agli Usa di porre in essere ciò che finora avevano soltanto minacciato: tornare a dispiegare nelle basi dei Paesi Nato i propri missili. I più avanzati, in grado di raggiungere in pochi minuti persino la Cina, oggi vero avversario di Washington. In questo scenario la Russia non può certo stare a guardare, preferendo sfruttare a livello propagandistico anche il recente incidente nucleare. Secondo gli esperti, dietro alle mosse del Cremlino ci sarebbe la volontà di intimidire Washington e Pechino e indurli a nuovi negoziati.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

Fonti:
https://www.lettera43.it/incidente-nucleare-russia-missili-skyfall-usa/?refresh_ce
https://tg24.sky.it/mondo/2019/08/14/incidente-nucleare-russia-news.html
https://www.ilsole24ore.com/art/usa-l-esplosione-nucleare-russia-e-quella-missile-invisibile-skyfall-ACZk7Ze
https://www.nextquotidiano.it/incidente-nucleare-in-russia-ha-contaminato-anche-la-norvegia/
https://www.ildolomiti.it/cronaca/2019/lesplosione-nucleare-a-470-chilometri-dalla-finlandia-greenpeace-radiazioni-cresciute-di-20-volte-il-cremlino-gli-incidenti-succedono
https://www.open.online/2019/08/17/incidente-nucleare-a-severodvinsk-e-i-timori-di-un-riarmo-nucleare/

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Mon, 16 Sep 2019 11:55:23 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/561/1/sull-incidente-nucleare-in-russia-i-piu-preoccupati-sono-gli-americani AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Siberia, nel disastro ambientale in cui brucia addirittura il circolo polare artico https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/560/1/siberia-nel-disastro-ambientale-in-cui-brucia-addirittura-il-circolo-polare-artico

Mentre in Italia diventa record il numero degli incendi divampati dall’inizio dell’anno (circa 295 roghi, praticamente il triplo dello scorso anno nello stesso periodo) a discapito di quanto relativamente poco il dramma è stato raccontato sui media
nazionali, nel circolo polare artico è bruciata, e continua ancora in diverse zone, un’area grande quanto la Grecia.

In Siberia, infatti, roghi di proporzioni mai viste, rischiano di accelerare lo scioglimento dei ghiacciai, un’emergenza climatica che non minaccia solo la zona interessata ma il Pianeta intero. Non è la prima volta che si sviluppano incendi in queste zone nel periodo che va da maggio a ottobre, ma il fenomeno adesso è totalmente fuori controllo. I mesi di giugno e luglio sono stati, infatti, i più caldi della storia (tra quelli mai registrati) ed hanno contribuito a mandare in fumo, letteralmente, milioni di ettari di boschi in uno dei Paesi più verdi del mondo, la Russia. Quattro milioni di ettari, solo finora. Una superficie grande quanto la Lombardia e il Piemonte messe insieme, molto più del Belgio. Eppure, la situazione è stata a lungo ignorata, e in parte continua a esserlo.


In Russia oltre il 90 per cento degli incendi avviene solitamente nelle cosiddette "zone di controllo", ovvero aree in cui la legge non prevede che debbano essere spenti. Molti degli incendi che quest'anno stanno divampando nelle "zone di controllo" avrebbero potuto però essere estinti in fase precoce, il che avrebbe ridotto significativamente l'area interessata dagli incendi e le emissioni di CO2 nell’atmosfera. Così per più di un mese le amministrazioni locali russe sono
rimaste a guardare, anche perché un regolamento interno impedisce che si possa intervenire finché i roghi non minacciano i centri abitati
.

Tradotto: se i costi delle operazioni di estinzione superano i possibili danni causati dai roghi è opportuno stare fermi. L’invio dell’esercito a sostegno dei vigili del fuoco e dei forestali è arrivato quindi solo dopo che nel Paese (e soprattutto sui social) cominciava a montare la protesta per il mancato intervento da parte del governo. E solo dopo che il fumo nero proveniente dalle foreste bruciate ha cominciato a lambire anche il cielo di Mosca (dopo avere completamente offuscato quello delle città siberiane di Kemerovo e Krasnoyarsk).


Nelle regioni andate a fuoco, le temperature sono state di 8 e 10 gradi più calde rispetto alle medie registrate tra il 1981 e il 2010. Il caldo inusuale asciuga terre normalmente ricche d’acqua che diventano così infiammabili: è il caso, ad esempio,
dei depositi naturale di torba come nel 2010, in Russia, quando alcune aree ricche di torba hanno preso fuoco dopo essere state colpite da un fulmine: in quel caso l’incendio che ne è scaturito è stato domato solo dopo settimane. E questo ha fatto sì che il terreno si inaridisse ulteriormente e le stoppe andassero a fuoco scatenando gli incendi, provocati principalmente dai fulmini (anche se la autorità stanno indagando per capire se alcuni dei roghi possano essere di origine dolosa). Le fiamme favorite dalle alte temperature, con massime anche sopra i 30 gradi Celsius, vengono poi sostenute dal forte vento che l'ncendio stesso autoproduce.

Aumento delle temperature e roghi sono fenomeni, secondo diversi scienziati, tra loro connessi: diffondendosi nell’aria durante gli incendi i gas inquinanti ed altri composti organici oltre a provocare danni per la nostra salute, probabilmente creano un circolo vizioso in cui rendono favorevole nuovamente il propagarsi di nuovi incendi. Uno degli effetti collaterali di questa catastrofe è la produzione di "black carbon", ovvero particelle nere che rischiano di finire nell'Artico e depositarsi sul ghiaccio riducendone l'albedo (il potere riflettente di una superficie) e facilitando così l'assorbimento di calore, contribuendo ulteriormente al riscaldamento globale. Il fenomeno sta interessando numerose regioni dell'Artico, come l'Alaska e la Groenlandia.

Spegnere incendi che hanno raggiunto dimensioni così estese in regioni per di più dotate di poche infrastrutture, prime tra tutte le strade, è compito ora arduo, se non impossibile. Quanto ci vorrà adesso per controllare il fuoco ancora non si sa.

"Gli incendi boschivi nella parte orientale del Paese hanno da tempo smesso di essere un problema locale", ha dichiarato Greenpeace, nella sua edizione russa, in una nota. “Si è trasformato in un disastro ecologico con conseguenze per l'intero Paese”. Dall’inizio di giugno ci sono stati più di 100 incendi di lunga durata nel circolo polare artico, che hanno emesso nell’atmosfera 50 megatonnellate di biossido di carbonio, l’equivalente di emissioni annue totali della Svezia. Secondo
l'associazione ambientalista, quest'anno sono bruciati poi quasi 12 milioni di ettari, con significative emissioni di CO2, la cui capacità di essere assorbita e a sua volta ridotta dalla riduzione delle foreste causata dai roghi. Secondo Greenpeace Russia, infatti, il disastro ha superato i 4,5 milioni di ettari di foresta con l’emissione in atmosfera di più di 170 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

È da anni che scienziati e ambientalisti cercano di attirare l’attenzione dei governi sui rischi dell’innalzamento delle temperature nelle aree subpolari. Il caso della Siberia non è isolato: anche in Alaska, da giugno in poi, si sono scatenati numerosi incendi. Gli scienziati non hanno esitato a definire «senza precedenti» la situazione, perché anche se simili roghi non sono insoliti a queste latitudini, quest’anno sono più precoci e più estesi che mai. Un disastro questo che, secondo gli ambientalisti, contribuirà ad accelerare persino lo scioglimento dei ghiacciai dell’Artico. Un disastro locale che, come è già successo in passato, basti ritornar con la mente a Chernobyl, rischia di trasformarsi in un problema mondiale.

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Thu, 12 Sep 2019 16:28:29 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/560/1/siberia-nel-disastro-ambientale-in-cui-brucia-addirittura-il-circolo-polare-artico AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Overshoot day: abbiamo una sola Terra, ed è in prestito alle generazioni future https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/559/1/overshoot-day-abbiamo-una-sola-terra-ed-e-in-prestito-alle-generazioni-future

29 luglio 2019, scattata l’ora X per la Terra. In questa calda giornata estiva l’umanità ha consumato interamente le risorse naturali che il nostro Pianeta è in grado di produrre annualmente. Da questo giorno abbiamo cominciato quindi a consumare più di quello che la Terra riesce riformare durante l’anno, bruciando in questo modo risorse del futuro. Questo il risultato annuale delle analisi del “Global Footprint Network”, l’organizzazione di ricerca internazionale che tiene la contabilità dello sfruttamento delle risorse naturali (la cosiddetta "impronta ecologica" dell’uomo). Per gli scienziati dell’associazione il cosiddetto Overshoot Day rappresenta quindi il giorno dell'anno in cui la nostra domanda di acqua, cibo, fibre, legno e assorbimento di anidride carbonica supera l'ammontare di risorse biologiche che gli ecosistemi della terra sono in grado di rinnovare annualmente. [1]

Per determinare tale data ci si riferisce al numero di giorni di quell'anno in cui la bio-capacità della Terra è sufficiente per fornire l'impronta ecologica dell'umanità. L’Earth Overshoot Day viene così calcolato dividendo la bio-capacità del pianeta (la quantità di risorse ecologiche che la Terra è in grado di generare quell'anno), per l'impronta ecologica dell'umanità moltiplicata per 365. Il resto dell'anno corrisponde poi al superamento globale di tale limite. Deforestazione, erosione del suolo, perdita di biodiversità e accumulo di anidride carbonica in atmosfera sono tra gli effetti più tangibili del sovra-utilizzo di quello che il pianeta ha da offrire. Gli stessi cambiamenti climatici e i sempre più frequenti fenomeni di siccità, incendi e uragani sono una conseguenza diretta di queste problematiche, specialmente dell’effetto serra causato dall’accumulo di CO2. E così, in pratica, il nostro ecosistema, aggredito dallo sfruttamento dell’uomo, non fa in tempo a ricrearsi per soddisfare le sue esigenze con tutti i lati negativi che ne conseguono.

Una data che arriva sempre prima: 30 anni fa cadeva in ottobre, 20 anni fa verso la fine di settembre. E adesso non arriviamo ad agosto. Secondo l’organizzazione di ricerca internazionale l’Italia ha però raggiunto, con un record negativo, il suo Overshoot Day 2019 già il 15 maggio. Per soddisfare i consumi degli italiani, servono, infatti, le risorse di 4,7 paesi come l'Italia. Solo il Giappone al mondo consuma di più in rapporto a quello che produce: 7,7 volte. Dopo vengono Svizzera (4,6), Gran Bretagna (4,0) e Cina (3,8). In media, tutto il mondo consumerà nel 2019 le risorse di 1,75 pianeti. Se tutto il mondo consumasse poi come gli Stati Uniti servirebbero le risorse di 5 pianeti per continuare a sopravvivere. [2]

Il calcolo è ovviamente più simbolico che altro ma serve a far capire quanto stia progressivamente peggiorando il rapporto tra l'uomo e la natura e, di conseguenza, con le risorse che questa ci mette a disposizione. Ogni anno, sempre di più, stiamo andando a debito con la "Terra di domani" (e soprattutto con le generazioni future), condizione insostenibile sia dal punto di vista ambientale che socio-economico.

Nonostante negli anni questa data sia sempre stata anticipata di qualche giorno rispetto all’anno precedente una possibile soluzione, forse, ancora esiste. Se, infatti, con l’impegno concreto di tutti si spostasse ogni anno l’Earth Overshoot Day di cinque giorni all'anno, l’uomo sfrutterebbe meno di una Terra all’anno prima del 2050. Ma solo con delle forti e radicali scelte politiche sul piano energetico e ambientale, riusciremmo ad ottenere un cambio di rotta fino a raggiungere un equilibrio tra i nostri bisogni e ciò che il pianeta è in grado di offrirci. Una maggiore presa di coscienza delle persone sulla tematica e l’avvio di programmi che prevedano la riduzione degli sprechi alimentari e la valutazione dei governi di una gestione responsabile delle risorse naturali potrebbero quindi fornire una prima soluzione al problema. [3]

Sono cinque i settori chiave analizzati nella campagna “Steps to #MoveTheDate”, che, secondo gli esperti, offrono oggi opportunità significative di cambiamento: città, energia, cibo, popolazione e pianeta (ad esempio ridurre del 50% le emissioni di CO2 derivanti dalla combustione di combustibili fossili potrebbe voler dire addirittura 'guadagnare' 93 giorni sulla tabella di marcia; sostituire poi il 50% del consumo di carne con una dieta vegetariana contribuirebbe invece a spostare la data di altri 15 giorni). Ma anche e soprattutto le risorse alimentari sono a rischio, proprio perché i parametri per definire questo calcolo si riferiscono al consumo di frutta, verdura, carne, pesce, acqua e legno. In tal senso l’area del Mediterraneo risulta tra quelle a maggior rischio, in particolare per gli stock ittici, dei quali ben l’87% è sottoposto a sovra-sfruttamento. [4]

In occasione dell’Overshoot day scatta così in Italia anche lo stop al pesce fresco a tavola per l'avvio del fermo pesca che porta al blocco delle attività della flotta italiana lungo l’Adriatico al fine di risparmiare le risorse del nostro mare, sempre più limitate. In un Paese come il nostro che importa dall'estero 8 pesci su 10, nei territori interessati dal fermo biologico bisognerà quindi nei prossimi mesi prestare ancora maggiore attenzione per non rischiare di ritrovarsi nel piatto prodotti stranieri o congelati estranei al pesce fresco Made in Italy proveniente dalle altre zone nostrane dove non il fermo non è ancora in atto. [5]

Dunque tornare indietro è possibile e in tal senso la grande sfida è quella di avere una maggiore consapevolezza di quanto sia importante la responsabilità personale di ognuno di noi. Come ricorda Mathis Wackernagel, co-inventore della contabilità dell’impronta ecologica e fondatore del Global footprint network, «Abbiamo solo una Terra, non possiamo usare risorse pari a quelle di 1,75 pianeti Terra senza conseguenze distruttive».

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

altre fonti:

https://it.blastingnews.com/ambiente/2019/07/risorse-naturali-oggi-29luglio-e-learth-overshoot-day-un-giorno-che-arriva-sempre-prima-002956505.html

https://www.rtl.it/notizie/articoli/coldiretti-stop-a-pesce-fresco-scatta-fermo-pesca/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/07/29/il-consumo-di-pesce-in-italia-e-insostenibile-e-la-soluzione-non-e-ridurlo/5351289/

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Wed, 4 Sep 2019 15:30:04 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/559/1/overshoot-day-abbiamo-una-sola-terra-ed-e-in-prestito-alle-generazioni-future AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Marina Militare, risorsa imprescindibile e prestigio di un Paese intero. https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/556/1/marina-militare-risorsa-imprescindibile-e-prestigio-di-un-paese-intero

“Componente qualificata del sistema di difesa nazionale, impegnata nel processo di rinnovamento verso una sempre più necessaria integrazione interforze, la Marina costituisce con i suoi mezzi tecnologicamente avanzati, i suoi uomini e le sue donne, uno degli assetti di eccellenza” : in occasione della recente Giornata della Marina Militare queste le parole del Presidente della Repubblica Mattarella durante un evento che è stato dedicato a tutti quei marinai, patrimonio prezioso di persone impegnate a tutelare libertà e sicurezza del nostro Paese, che operano oggi in mare, luogo che, ancora più di ieri, rappresenta sempre più una dimensione strategica e, per il nostro Paese in particolare, posto al centro del Mediterraneo, una risorsa imprescindibile. Così da ormai ottanta anni il 10 giugno l’Italia festeggia la Giornata della Marina Militare. Per l’annuale ricorrenza, dopo un attesa di 12 anni, tornata ad ospitare i festeggiamenti di questo evento è stata Taranto, luogo che con il mare e la stessa Marina ha da sempre un legame privilegiato dal momento che nella città pugliese lavorano circa 15 mila unità, che in queste giornate sono state impegnate su oltre 20 imbarcazioni: dalla Garibaldi al San Giorgio, dalle fregate Alpino e Martinengo fino all’Amerigo Vespucci, arrivata in città proprio per tale ricorrenza al fine di far conoscere più da vicino alla popolazione una realtà a tratti ancora sconosciuta ma sicuramente affascinante. 

Tale giornata si ricollega al ricordo dell’impresa di Premuda del 1918, quando, proprio il 10 giugno, si definisce per il nostro Paese una delle pagine di maggiore successo dal punto di vista della nostra storia militare. Le sorti della guerra italiana nella primavera di quell’anno erano in bilico. Il capo di Stato Maggiore della nostra Marina, ammiraglio Paolo Thaon di Revel, conoscendo la mentalità e i precedenti del giovane Ammiraglio Horthy, da poco al comando della Imperial-Regia Marina austro-ungarica, aspetta un’imprudenza del nemico per agire. Imprudenza che non tarda ad arrivare, gli austriaci pianificano infatti una spettacolare incursione contro il dispositivo mobile di sbarramento del canale d’Otranto, messo in atto dalla Marina italiana con la collaborazione degli anglo-francesi sin dall’inizio della guerra. Nella prospettiva di un’azione nemica, l’ammiraglio Thaon di Revel emana un sintetico dispaccio, preavvisando i comandi della Marina che la linea di condotta degli austro-ungarici potrebbe essere tale da esporre “…a delle imprudenze delle quali dobbiamo essere pronti ad approfittare… si approfitterà di ogni mossa nemica per attaccare coi sommergibili, cacciatorpediniere, torpediniere e M.A.S.” E così parte la missione del Capitano di Corvetta Luigi Rizzo, già affondatore della corazzata Austriaca Wien, al comando del Mas 15, e del guardiamarina Giuseppe Aonzo, comandante del Mas 21, obiettivo ufficiale: “esplorazione, agguato e ricerca mine”. Ma mentre le piccole unità italiane muovono verso la zona di pattugliamento, a loro insaputa la flotta imperiale austriaca, formata da ben 45 unità, esce in forze dal porto di Pola, dirigendosi verso sud. Gli italiani non si tirano indietro e passano tra due torpediniere di scorta senza essere visti. Sono nel cerchio di lancio. I siluri scendono in acqua, l’angolo è perfetto. La distanza stimata di circa 300 metri. Il Mas di Rizzo centra la nave da battaglia Szent Istvan, mentre il Mas di Aonzo lancia le sue torpedini verso la Tegetthoff , che si salverà solo per un difetto di funzionamento della spoletta di un siluro, che la colpisce senza esplodere. Mentre la Szent Istvan, agonizzante, affonda, i MAS 15 e 21 vittoriosi rientrano nel porto di Ancona. Il Semaforo di Monte Cappuccini, appena avvistati, viste le grandi bandiere issate sui MAS intuì la vittoria e ne diede notizia al Comando Marina di Ancona con il famoso telegramma, vibrante di entusiasmo: “Miglia 15 N–NE, due motoscafi scarichi di siluri ma carichi di onore e gloria dirigono in porto”. Un’azione eroica, per le sue conseguenze militari e politiche, che equivale ad una grande battaglia vinta e cambia definitivamente il corso della Prima Guerra Mondiale a favore dell’Italia dando grande prestigio alla Marina tricolore che, dal 1939 in poi, in ricordo di quell’evento, celebrerà la sua giornata appunto il 10 giugno.

Arrivata proprio durante le celebrazioni è stata la notizia che il nostro pattugliatore d’altura Cigala Fulgosi, abbia raggiunto un gommone in acque internazionali, a circa 90 miglia a sud di Lampedusa e, constatate le condizioni del natante con 100 persone a bordo, di cui solo una decina provvisti di salvagente individuale, motore spento, precarie condizioni di galleggiamento e considerate le condizioni meteorologiche in peggioramento, sia intervenuto in soccorso delle persone che erano in imminente pericolo di vita. Le missioni intraprese dalla nostra Marina, infatti, non sono solo militari, ma anche di supporto alla pace. Ricordo che l’azione dei nostri uomini viene svolta non soltanto nel mar Mediterraneo con l’operazione Mare sicuro ma anche in zone più remote, come, ad esempio, nel caso dell’Operazione Atalanta; in entrambi i casi al fine di garantire la sicurezza di vite umane ed il prestigio del nostro Paese attraverso sia il contrasto alla pirateria sia la lotta al terrorismo internazionale ed alla protezione di importanti linee di comunicazione ed infrastrutture nazionali in mare aperto. Come ha voluto ribadire infatti il Capo dello Stato: “l’azione della Marina è fondamentale: è l'azione che garantisce la sicurezza del nostro Paese, dei suoi mari e delle sue coste sotto ogni profilo: la sicurezza in generale, il mantenimento della pace, la sicurezza della libertà di navigazione e dei commerci, la sicurezza delle infrastrutture, il salvataggio di vite umane, in questi anni con molta intensità, che ha reso prestigio al nostro Paese”. 

 
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Wed, 24 Jul 2019 17:19:54 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/556/1/marina-militare-risorsa-imprescindibile-e-prestigio-di-un-paese-intero AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
L’incidente del sottomarino militare russo: scongiurato il pericolo nucleare? https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/555/1/l-incidente-del-sottomarino-militare-russo-scongiurato-il-pericolo-nucleare-

Ritorna a farsi vivo l’incubo del “K-141 Kursk” il sottomarino russo, in grado di trasportare e lanciare missili a testata nucleare e tra i più moderni mezzi in dotazione alla Voenno-Morskoj flot, che nell’estate del 2000 nel mare di Barents durante quella doveva essere un’esercitazione militare navale subì l’esplosione di uno dei suoi siluri scatenando la distruzione dell’intero serbatoio di munizioni. L'incidente si rivelò immediatamente fatale per la maggior parte dell'equipaggio, ma non per 23 uomini che perirono dopo una terribile agonia. Dopo vari tentativi di salvataggio falliti da parte dei russi, che rifiutarono in un primo momento gli aiuti internazionali, una nave speciale norvegese equipaggiata con un mezzo di soccorso subacqueo inglese si agganciò con successo al sottomarino affondato, trovandolo completamente allagato e senza alcun superstite. Molti aspetti dell'incidente del Kursk e dei tentativi di salvataggio furono costellati di polemiche e controversie, con molte notizie contraddittorie. Nonostante la teoria avanzata da alcuni esperti che il Kursk avesse avuto una collisione con un qualche sottomarino di altra nazione, non identificato (in quel giorno erano, infatti presenti due sottomarini statunitensi, che osservavano l'esercitazione, lo USS Memphis e lo USS Toledo, di classe Los Angeles) la commissione d'inchiesta guidata dal procuratore generale Vladimir Ustinov concluse il 29 giugno 2002 che le esplosioni a bordo del sottomarino russo furono causate da un siluro difettoso, che innescò delle reazioni a catena. In quell’occasione Putin venne duramente criticato per come la questione venne affrontata dal Cremlino e l’opinione pubblica si accese quando spuntarono le foto del presidente in vacanza sul Mar Nero mentre le famiglie delle vittime chiedevano informazioni sui congiunti.

Lo scorso 2 luglio 2019 le principali agenzie d'informazione di tutto il mondo hanno fatto circolare la notizia che un incidente aveva interessato un'unità subacquea appartenente alla marina russa e che a bordo del sottomarino coinvolto si erano registrate quattordici vittime. Dell’incidente accaduto nell'Estremo Oriente russo si sa però ancora poco: sappiamo ad esempio che tutti i marinai morti erano “altamente qualificati” e facenti, ufficialmente, parte di una missione di “ricerca scientifica per studiare il fondale dell’Oceano”. Il ministero della Difesa non ha fornito però molti altri dettagli: per esempio, non è stato spiegato da quante persone fosse composto l'equipaggio e, soprattutto, non è stato reso noto il tipo di sottomarino coinvolto. Secondo diversi media russi, il sottomarino incidentato è stato il sommergibile nucleare AS-12, noto anche con il nome di "Losharik", con un equipaggio solitamente composto da 25 persone e capace di scendere a profondità fino a 6.000 metri. Il sottomarino interessato dall'incidente è una sorta di “leggenda” tra gli appassionati del mondo degli abissi: l'ultimo e più avanzato “sottomarino-spia” entrato in servizio presso la marina russa. Alcuni esperti hanno così avanzato l'ipotesi che l'incendio non sia avvenuto durante attività di "ricerca scientifica", come comunicato da Mosca (termine di copertura per altri tipi di lavori, condotti sul fondale marino, come per esempio il prelievo di dati dai cavi sottomarini utilizzati per le telecomunicazioni (anche via internet) internazionali. Il Losharik è in genere trasportato dal sottomarino nucleare Orenburg, usato come base. Il sito “Severomorsk Life” aveva parlato fin da subito non solo di un incendio all’interno del sottomarino ma persino di un’esplosione, ipotesi, sostenuta anche dal moscovita Kommersant, che se confermata renderebbe la situazione ancora più drammatica. Vi è il sospetto quindi che si sia rischiata una doppia Cernobyl degli abissi: se il Losharik fosse saltato in aria avrebbe provocato la distruzione anche della sua base madre, l’Orenburg. Ufficialmente i 14 militari sono morti per aver respirato le inalazioni velenose, provocate da un incendio  nel vano batterie. Si sono chiusi all'interno della sezione incidentata e hanno evitato il propagare delle fiamme al reattore nucleare, che è rimasto, per fortuna, integro. Le autorità della confinante Norvegia hanno, infatti, rassicurato che anche dopo l’incidente non sono stati riscontrati livelli di radiazioni anormali.

Con la loro vita, hanno salvato i loro compagni, la loro unità ed evitato una catastrofe su scala planetaria” ha dichiarato il capitano di vascello Sergei Pavlov, assistente del capo di Stato maggiore della Marina russa, durante i funerali dei sommergibilisti morti. Putin ha poi approvato la proposta del Ministro della Difesa Sergei Shoigu di conferire onorificenze di stato ai 14 militari le cui azioni erano state definite "eroiche" già nel primo comunicato del Ministero della difesa sull’incidente. A qualche giorno di distanza dall’incidente il Cremlino, che aveva mantenuto il riserbo sui dettagli della sciagura “nell'interesse dello stato e della sicurezza dello stato”,  ha infine confermato che, come circolava l’indiscrezione da qualche giorno, il sottomarino colpito dall’incendio è a propulsione nucleare, e, allo stesso tempo, che ne è stato isolato e posto in sicurezza il reattore e trainato nel porto di Severomorsk, nella penisola di Kola, sopra il Circolo polare artico, per essere riparato rimesso in mare. Oggi, ancora una volta nel mare di Bering proprio 19 anni fa come con il Kursk, la storia tende a ripetersi provocando un’ondata di emozioni e di domande tra i russi sullo stato delle propria flotta.

 
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Wed, 24 Jul 2019 17:12:01 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/555/1/l-incidente-del-sottomarino-militare-russo-scongiurato-il-pericolo-nucleare- AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Il sequestro delle petroliere: sale ancora la tensione nello stretto di Hormuz. https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/554/1/il-sequestro-delle-petroliere-sale-ancora-la-tensione-nello-stretto-di-hormuz-

Continua a salire la tensione in quella zona definita ormai come il crocevia mondiale del petrolio. In data 11 luglio la Gran Bretagna ha denunciato un tentativo delle forze navali delle Guardie della rivoluzione iraniana di impedire il transito di una sua petroliera, la British Heritage della compagnia Bp, attraverso lo stretto di Hormuz. In quell’occasione, raccontano a Londra, tre mezzi dei Pasdaran avrebbero cercato di indurre il cargo a fermarsi, ma il pronto intervento della fregata HMS Montrose della Royal Navy, avrebbe scongiurato il blocco della petroliera frapponendosi fra la stessa ed i vascelli iraniani. La CNN, citando poi fonti militari iraniani, ha inoltre spiegato che l’avvertimento da parte della marina militare britannica non si sia limitato solo alle parole: contro le navi iraniane sarebbero stati puntati, infatti, anche i cannoni della Montrose, unità molto più potente e armata rispetto ai motoscafi iraniani, che sarebbero stati così costretti ad invertire la loro rotta. Il comando britannico ha definito l’azione delle Guardie rivoluzionarie “una provocazione e un tentativo di interferire con il libero passaggio” della nave, mentre il ministro degli Esteri Jeremy Hunt ha ribadito che Londra sia costantemente “impegnata a mantenere la libertà di navigazione”. L’episodio qui brevemente descritto sarebbe stato inoltre filmato da alcuni aerei statunitensi che avrebbero ripreso la scena dall’alto. Nonostante ciò l’accusa è stata seccamente e totalmente negata dalle Guardie della rivoluzione, la potente forza armata che risponde solo alla Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, che anzi ha rincarato la dose affermando che nel caso in cui avessero mai deciso di sequestrare navi straniere, i loro mezzi “sarebbero stati in grado di condurre la missione senza problemi, in modo deciso e rapido”.

Il “presunto” tentativo iraniano di intercettare una petroliera britannica nel Golfo Persico è solo l'ultimo episodio di un'escalation di tensione nell'area: tra maggio e giugno erano state attaccate sei petroliere e in quelle occasioni, anche senza prove inconfutabili, gli Usa avevano subito accusato Teheran. L’Iran aveva poi abbattuto un drone americano vicino allo stretto di Hormuz, rischiando un attacco missilistico che Trump ha fermato solo all’ultimo momento. La partita è continuata poi con l’entrata in scena della Gran Bretagna. Il recente episodio appare infatti come una diretta conseguenza, quasi annunciata, delle minacce di Teheran per il fermo una settimana fa da parte delle forze di Sua Maestà della sua petroliera Grace 1 a Gibilterra, dove è stato deciso il sequestro per 14 giorni della nave e tutto l’equipaggio è stato interrogato dalle autorità locali sul carico, quasi 300.000 tonnellate di greggio, che sarebbe stato diretto verso Damasco. Il sospetto è quello che il natante, partito dal Golfo circumnavigando poi l'Africa, intendesse raggiungere la Siria per consegnare il suo carico in violazione delle sanzioni europee contro il regime di Bashar al Assad. In quest’occasione il presidente iraniano Hassan Rohani, dopo aver chiesto a chiare note la liberazione immediata della sua petroliera, aveva minacciato "ripercussioni" per un'azione che la Repubblica islamica definisce un atto di "pura e semplice pirateria” svoltosi inoltre in acque internazionali, sottolineando inoltre di non sentirsi obbligata ad adeguarsi alle misure restrittive di Bruxelles contro il suo alleato Damasco. “Siete state voi a scegliere per la mancanza di sicurezza nei mari e più in là ne vedrete le conseguenze” aveva affermato Rohani aggiungendo che “il nemico punta alla mancanza di sicurezza nella regione”. Il presidente qui si riferisce al drone americano abbattuto il mese scorso con una “risposta incisiva” da parte dell’Iran. Una vicenda dai complicatissimi tratti viste anche le contrastanti versioni della Spagna e della autorità della Rocca, territorio d'oltremare del Regno Unito. Fonti spagnole, il cui governo contesta il controllo britannico di Gibilterra, avevano indicato che la petroliera, infatti, era stata bloccata da unità della Marina britannica su richiesta degli Stati Uniti.

Qualunque sia la verità sicuramente siamo di fronte ad affermazioni che inevitabilmente portano ad aumentare ulteriormente la tensione in un dei luoghi oggi cruciali per il commercio mondiale di greggio. Così mentre da una parte Londra innalza al massimo livello l’allerta per le sue navi nel Golfo, dall’altra l’Iran alza nuovamente la voce verso quel blocco di Stati formato principalmente da America, Inghilterra ed Israele volto a screditarla ed isolarla sia economicamente sia politicamente. L’ultimo episodio fa seguito poi all’annuncio del presidente Usa di aumentare presto ed “in modo sostanziale”, le sanzioni contro l’Iran come parte del piano di Washington di frenare le attività nucleari di Teheran. Gli stessi Stati Uniti hanno rilanciato poi il desiderio di voler creare a breve una coalizione di Paesi, coordinata ovviamente da Washington, al fine di garantire con una "scorta militare" la sicurezza delle navi commerciali all'imboccatura del Golfo Persico e nello stretto di Bab al-Mandab, all'ingresso del mar Rosso. L’operazione si va definendo in queste ore: in base al piano della coalizione navale, gli Stati Uniti forniranno le navi di comando e guideranno la sorveglianza mentre gli alleati pattuglieranno e scorteranno le navi commerciali con le loro bandiere nazionali. Sembra l’atto di nascita di un’Invincibile armata tesa a schiacciare le velleità iraniane. Una sorta di riedizione della strategia adottata a metà degli anni ’80, quando nel Golfo c’era la cosiddetta “guerra delle petroliere“, uno dei fronti del conflitto Iran-Iraq.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Fri, 19 Jul 2019 15:35:15 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/554/1/il-sequestro-delle-petroliere-sale-ancora-la-tensione-nello-stretto-di-hormuz- AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Terrorismo: un vademecum su cosa fare o non fare in caso di attentato. https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/553/1/terrorismo-un-vademecum-su-cosa-fare-o-non-fare-in-caso-di-attentato

Oggi avremmo tutti un ricordo molto diverso del 20 marzo 2019 se le cose fossero finite diversamente. Se i ragazzi presi in ostaggio dall’autista del bus che li doveva portare in palestra  non fossero riusciti a nascondere alcuni loro cellulari e ad avvertire genitori ed autorità in tempo, mentre il loro pulmino scolastico correva su un’autostrada milanese dirottato proprio da colui che avrebbe dovuto proteggerli, oggi parleremmo molto tristemente di quella che sarebbe potuta essere la prima grande strage contro civili di stampo terrorista in Italia. Non Siria, Afghanistan, Nigeria, Yemen, ma la tranquilla fascia urbana lombarda, attraversata ogni giorno da decine di auto con a bordo gente che va al lavoro, e che ogni giorno ci va solo dopo aver lasciato i propri figli nelle mani rassicuranti di un uomo che guida un pulmino simbolo di infanzia, sicurezza, scuola, protezione, sicuramente non di morte. A conti fatti oggi è stato superato il limite dello spazio di sicurezza che circonda le nostre vite, con una violenza che diventa sempre più pervasiva al punto da minacciare anche gli angoli più protetti della nostra vita, quali le nostre famiglie. Questa volta è stato un miracolo, ma poteva essere una strage se, ad esempio, Rami, il tredicenne che per primo ha chiamato i soccorsi dal bus dirottato, non fosse riuscito nella sua coraggiosa impresa. Episodi come questo ci portano inevitabilmente a chiederci come avremmo agito noi in momenti simili a quelli appena descritti, come avrebbero agito magari i nostri cari in caso di attentato. In un mondo come quello odierno in cui, purtroppo, la nostra soglia di sicurezza si è fortemente abbassata, diventa sempre più necessario prepararsi ad ogni possibile eventualità. 

Negli attentati degli ultimi anni i terroristi hanno preferito colpire luoghi di vita comune e certamente non considerabili come luoghi sensibili a meno di informazioni specifiche di volta in volta acquisite dai Servizi di Sicurezza. La ragione è evidente: i “bersagli morbidi” sono decisamente più vulnerabili, in termini di accesso e riuscita di un eventuale attacco, rispetto agli “obiettivi protetti”, caratterizzati dalla presenza di misure di sicurezza atte a neutralizzare possibili attacchi terroristici, ma hanno un valore mediatico comunque molto rilevante. Pur essendo impossibile ridurre a zero il rischio di attacchi terroristici, esistono comunque degli accorgimenti utili da prendere se ci si ritrova coinvolti in un attentato, seguendo norme da rispettare legate ai principi dello “mettiti in salvo, nasconditi e dai l’allarme”. Il problema è che se non ci aspettiamo un attacco terroristico ci mettiamo molto tempo a realizzare che si tratta proprio di quello. Prima tendiamo a ipotizzare che si tratti di qualcos’altro, compatibilmente con quello che ci sta accadendo intorno, per questo bisogna prestare particolare attenzione ai rumori: se sono spari, o esplosioni, capire da che parte arrivano. Se c’è presenza di fumo, individuare da dove arriva, e ovviamente muoversi in direzione opposta, cercando di allontanarsi da quelle che sono le sorgenti di potenziale pericolo. Reagire prontamente è complicato proprio per il fatto che le persone tendono ad agire di riflesso per quello che vedono fare ad altri: se la maggior parte delle persone accanto a noi rimane immobile, per noi è più difficile reagire. Anche se è difficile, è fondamentale non farsi prendere dal panico, ma cercare di essere razionali per tenere alcuni comportamenti di autotutela per evitare danni a noi ed agli altri. 

Quando entriamo in locali pubblici dovremmo abituarci a controllare con attenzione l’ambiente circostante: notare le luci verdi, le uscite di emergenza, i percorsi di esodo veloci, in breve sviluppare una maggiore consapevolezza ambientale, soprattutto quando si frequentano luoghi affollati in maniera tale da sapere quale via intraprendere in caso di fuga. Considerando, poi, che cadere ed essere travolti da altre persone è una possibilità molto reale, per evitarlo bisogna sempre seguire la corrente di persone verso l’uscita e non provare mai ad andare in direzione opposta al flusso; si può, però, finché è possibile, ripararsi da tale flusso in una qualche rientranza nei muri o qualcosa di simile in cui trovare rifugio momentaneamente, per poi proseguire la fuga con maggiore lucidità. Se si cade a terra infatti, il problema rimane quello di rendersi comunque visibili cercando di non farsi schiacciare, necessario diventa, quindi, per proteggersi ridurre al massimo la superficie del proprio corpo, renderla una superficie che gli altri possano evitare, mettendosi come dire “a palla”. In alternativa, se le vie di fuga si rivelassero troppo pericolose, la migliore soluzione sarebbe, non quella di fingersi morti, ma quella di trovare un buon nascondiglio, magari dietro muri spessi evitando quelli invece di legno e metallo, togliere la suoneria e la vibrazione a qualunque dispositivo elettronico si stia portando con sé, e contattare immediatamente le autorità. Mail, telefonate, sms, chat e altri mezzi di comunicazione ancora sono degli ottimi metodi per far sapere alle forze di sicurezza dove ci si trova, dove sono precisamente gli attentatori e se ci sono o meno degli ostaggi coinvolti nell’assalto. In caso di retata, poi, delle forze dell’ordine è necessario che i civili tengano le mani in vista ed evitino movimenti bruschi per evitare di essere scambiati per attentatori. Devono, inoltre, essere pronti a fare diligentemente quanto richiesto dalla polizia, senza opporre la minima resistenza e tenersi pronti a scappare durante l’evacuazione. Se si è riusciti a fuggire bisogna comunque rimanere estremamente vigili e allontanarsi il più possibile dal luogo dell’attentato, cercare un membro di qualche corpo di sicurezza e non unirsi a gruppi di persone o prendere mezzi di trasporto pubblico.

Pochi secondi possono fare la differenza tra la vita e la morte. Fondamentale diventa così osservare l’ambiente che ci circonda, sia che si parli di luoghi all’aperto, mezzi pubblici o locali chiusi. Essere attenti e sapersi muovere può così fare la differenza, e, in alcuni casi, salvarci la vita. 

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Mon, 15 Jul 2019 19:06:20 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/553/1/terrorismo-un-vademecum-su-cosa-fare-o-non-fare-in-caso-di-attentato AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
First Ocean Awareness Week https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/552/1/first-ocean-awareness-week

Simile a quella presente da anni nel Pacifico, anche da noi, tra la Corsica e l’isola d’Elba esiste un nuovo lembo di “terra”: un’isola di plastica in pieno Santuario dei Cetacei in cui bottiglie, contenitori in polistirolo utilizzati nel settore della pesca, flaconi, buste e bicchieri di plastica, utilizzati per lo più per pochi minuti, rischiano di rimanere in mare per decenni. La denuncia è arrivata da Greenpeace durante il tour “MayDaySOSPlastica” spedizione realizzata proprio con lo scopo di monitorare il livello di inquinamento del Mar Tirreno centrale. I risultati finali hanno dimostrato, a causa delle disposizione delle correnti che provocano enormi concentrazioni in precise zone, come la plastica oggi sia ovunque, anche in aree che sulla carta dovrebbero essere protette. A tal riguardo recentemente più di tre milioni di persone, ma mi auguro che saranno sempre di più, hanno già firmato una petizione internazionale per chiedere alle grandi aziende di ridurre drasticamente la produzione di plastica, a cominciare da quella usa e getta, fondamentale mezzo per intervenire alla base al problema e salvare i nostri mari e le specie che lo popolano.

L’8 giugno è stata la data del “World Oceans Day”, la giornata Internazionale che ha celebrato in tutto il mondo il legame che unisce l'umanità intera all’Oceano. Il 12 agosto l’impegno continua non è un caso proprio in Sardegna con la “First Ocean Awarness Week” per cercare di risvegliare le coscienze degli italiani non sempre sensibili sui temi dell’ambiente marino e del legame con la sopravvivenza dell’umanità. Un legame che va protetto partendo proprio dalla sensibilizzazione e dalla promozione di azioni concrete. È anche per questo che nel 2009 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato l’8 giugno giornata per ricordarcelo.

La riduzione dei rifiuti di plastica risulta oggi una priorità assoluta anche per l’Unione europea, impegnata a proteggere l'ecosistema marino attraverso vari provvedimenti normativi, come la Direttiva che vieta l'uso di articoli in plastica monouso, e azioni concrete, come il sostegno a progetti per la tutela dei nostri mari. Il progetto Medsealitter ad esempio, finanziato per oltre 2 milioni di euro con fondi Ue, ha permesso di sviluppare per la prima volta un protocollo condiviso di monitoraggio dei rifiuti marini nel Mar Mediterraneo. Nell’arco di circa 2 anni, i 10 partner impegnati nel progetto (provenienti da 4 Paesi Ue - Italia, Spagna, Francia e Grecia) hanno percorso oltre 20.000 km con imbarcazioni di varie dimensioni, aerei e droni in diverse aree del Mediterraneo, registrando quasi 6.500 oggetti galleggianti costituiti tra il 75 e l’87% da rifiuti prodotti dall’uomo. Di questi, tra l’80 e il 90% erano composti da polimeri artificiali (plastica). È soprattutto la plastica, infatti, che uccide oggi varie specie marine: l'80% degli esemplari di tartarughe morte recuperate in questi mesi in Italia aveva dei residui plastici nell’organismo. Un altro grave problema è rappresentato però anche dalle microplastiche, frammenti piccoli e insidiosi, che raggiungono nel Mediterraneo concentrazioni record di 1,25 milioni per chilometro quadrato, e diventano quindi una minaccia molto seria non solo per le tartarughe marine, perché, entrando nella catena alimentare, minacciano tutte le specie animali finendo per mettere a rischio anche la salute umana.

Come osservano le Nazioni Unite, gli oceani e i mari ricoprono oltre i tre quarti del nostro pianeta e sono un patrimonio essenziale per la vita dell’uomo: ospitano numerose forme di vita, influiscono in maniera determinante sul clima, sono un’importante fonte di cibo, prosperità economica, benessere sociale e culturale. Il mare risulta fondamentale per la nostra esistenza, allo stesso tempo siamo noi, con le nostre azioni, che influenziamo la sua di esistenza: motivo in più affinché tutti noi dobbiamo imparare a proteggere le risorse marine e usarle in modo sostenibile. L’inquinamento è un problema serio, e per risolverlo bisogna agire subito, fin dal nostro piccolo: riducendo il consumo di plastica mono-uso, aumentando la quota di riciclaggio dei rifiuti, promuovendo una rapida transizione verso un sistema di economia circolare, disposizioni queste da attuare subito, senza tergiversare ulteriormente. Ogni anno, infatti, circa 570 mila tonnellate di plastica finiscono nelle acque del Mediterraneo: calcoli alla mano è come se 33.800 bottigliette di plastica venissero gettate in mare ogni minuto. Nel nostro Paese la plastica rappresenta poi l’80% dei rifiuti in mare aperto e sulle coste. Le proiezioni e stime sono allarmanti: se il nostro stile di vita, non dovesse cambiare, nel 2050 la quantità di plastica negli oceani potrebbe superare quella dei pesci. I segnali sono evidenti. Anche in Italia.

Per questo è importante sostenere iniziative come quella di “First Ocean Awareness Week” che si terrà a La Maddalena in Sardegna dal 12 al 17 agosto 2019 (http://www.bastaconlaplastica.com e http://www.nyceed.com) che si prefigge fra l’altro iniziative contro l’uso della plastica e la sua dispersione in mare. E’ tempo di fare la nostra parte. Io ci sarò.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 8 Jul 2019 16:56:46 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/552/1/first-ocean-awareness-week AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
Siria, è qui che si prepara la prossima guerra tra Israele e l’Iran. https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/551/1/siria-e-qui-che-si-prepara-la-prossima-guerra-tra-israele-e-l-iran

La Siria, che già da sette anni è martoriata da una guerra civile, è diventata un "laboratorio" nel quale si manifestano coalizioni, giochi di potere che sembrano rappresentare il futuro nelle relazioni internazionali nell’epoca di Trump e di Putin. In un mondo senza certezze governato da alleanze fluide e variabili, basate sugli interessi economici di breve periodo e dalle agende di politica interna delle tre superpotenze principali (USA, Cina, Russia). 

Mai, da decenni, la situazione internazionale è stata più tesa. C’è chi dice che sia tornata la guerra fredda. In effetti i due maggiori contendenti e i loro alleati stanno già combattendo, ad esempio in un teatro di guerra angusto e confuso come quello Siriano. Vi è però una differenza fondamentale. Nella guerra fredda l’ideologia giocava un ruolo fondamentale. Da un lato c’erano le democrazie occidentali che si riconoscevano nel capitalismo, dall’altro dittature che si ispiravano al modello marxista-leninista o almeno che dichiaravano di esserne l’incarnazione. Due blocchi contrapposti che con i rispettivi stati clienti si dividevano il mondo in due blocchi ben riconoscibili. Le guerre si sviluppavano sulla cerniera dei due mondi (Vietnam, Africa, Nicaragua, etc.). Oggi la situazione è assai più complessa, anche se è ancora riconoscibile la divisione del mondo stabilita a Yalta.  Certamente si è fermata l’ondata espansiva USA negli spazi soggetti all’URSS, che la Russia di Putin sta progressivamente rioccupando (Crimea, Siria, Ucraina, etc.). In alcuni teatri, gli Stati Uniti giocano addirittura la propria partita con la Russia. Un esempio è la Libia, dove Trump ha abbandonato la linea dell’ONU per sostenere il Gen. Haftar protégée della Russia, vicino agli Arabo Sauditi e agli Egiziani, senza riguardo alcuno per gli interessi di uno dei suoi più fedeli alleati: l’Italia, a cui in teoria gli USA avevano affidato il dossier Libia. Dopo Obama, anche in Siria gli USA di Trump hanno sostanzialmente accettato di lasciare alla Russia di dettare la linea in Siria. La Francia è più attiva che mai, mentre la Gran Bretagna sembra in ritardo, appannata dalla Brexit e dalla peggiore classe dirigente della sua storia. L’Iran gioca da protagonista estendendo la sua influenza addirittura su una sponda del Mediterraneo. Caduto l’Iraq di Saddam, rimane solo l’Arabia Saudita a ostacolarne le mire espansive.

Sempre più il conflitto Arabo Israeliano e quello Siriano si legano in un gioco più grande regolato da alleanze fluide dove l’odio del mondo arabo per Israele impallidisce se paragonato a quello che divide sciti e sunniti nel mondo mussulmano. 

Nella notte tra l’8 ed il 9 aprile, due F-15 hanno attaccato la base militare T4 in Siria causando la morte di almeno 12 militari. Incerta inizialmente la nazionalità dei due velivoli, solo pochi giorni dopo è stata confermata ai media direttamente dagli alti esponenti militari che hanno deciso l’attacco. Così, ufficialmente per la prima volta, sono stati colpiti obiettivi iraniani in Siria, sia persone che impianti, da parte dell’aeronautica israeliana. Tra i caduti anche un colonnello che guidava il reparto di droni iraniani schierato su questa base e già sorpreso a sorvolare il confine con lo stato ebraico. I vertici israeliani hanno ripetuto più volte infatti negli ultimi mesi di voler impedire in ogni modo che forze militari iraniane vengano dispiegate permanentemente a ridosso del loro confine settentrionale. Secondo fonti israeliane, infatti, la presenza militare di Teheran in Siria ammonta ad almeno 15mila militari e pasdaran cui si aggiungono 10 mila Hezbollah libanesi e circa 50 mila miliziani sciiti iracheni, afgani e pakistani. Il disegno iraniano sarebbe di espandere la propria influenza di potenza sciita a Iraq, Siria e Libano, circondando di fatto Israele da una tenaglia Iraniana. 

Il giorno dei raid, in Israele c’era il nuovo segretario di Stato americano, Mike Pompeo, arrivato per garantire il sostegno americano agli alleati. Sostegno che in questo momento si concretizza nel condividere una linea a tolleranza zero verso l’Iran. Oggi Netanyahu e i suoi generali vorrebbero che fossero proprio gli americani, accompagnati o meno da altri paesi dell'Alleanza atlantica, a eliminare ciò che considerano un pericolo. L’intelligence israeliana sa che gli iraniani stanno usando il territorio siriano, e la cortina fumogena del conflitto civile, per passare armi al “partito” libanese Hezbollah. Sempre secondo il Mossad, quelle armi saranno usate contro Israele quando il conflitto coi libanesi si riaprirà (fattore dato quasi per certo dalla maggior parte degli analisti israeliani e molti studiosi ed esperti della regione). Teheran starebbe così sfruttando la Siria, e il sostegno dato al presidente Bashar el Assad nel mantenere il potere, per trasformare il Paese in una piattaforma militare strategica in mezzo a Israele e Arabia Saudita. Aiutati in questo dalla Russia che vede con favore il ridimensionamento nel Mediterraneo dall’influenza Saudita, troppo vicina agli USA:

Negli ultimi anni per almeno 26 volte missili e caccia bombardieri con la stella di Davide hanno colpito le istallazioni degli alleati di Assad. È il cosiddetto principio dell’attacco preventivo, di cui Gerusalemme è maestra: il rischio percepito da Gerusalemme è, infatti, quello della “saturazione” ovvero la consapevolezza che troppe armi ed eserciti ammassati al confine, siano impossibili da fermare. Per questo, l’attacco preventivo viene sempre considerato dal governo israeliano come la migliore arma di difesa. Solo pochi giorni fa intanto il parlamento israeliano ha approvato una legge che garantisce al primo ministro Benjamin Netanyahu, previa la sola consultazione con il ministro della Difesa, di ordinare un attacco militare senza dover passare dal governo come richiedeva invece la legge esistente che necessitava l’unanimità di voti da parte dell’esecutivo per poter portare Israele in guerra. Una legge controversa e destinata ad esacerbare ulteriormente le crescenti tensioni con l’Iran. Intanto sulle prime pagine dei maggiori quotidiani e siti web israeliani si susseguono le analisi degli strateghi militari, convinti che la questione non sia più “se” ma “quando, come e dove” si concretizzerà il confronto armato tra lo Israele e l’Iran. La minaccia dell’Iran di chiudere Hormuz, qualora si concretizzasse, potrebbe essere il detonatore di una crisi di portata assai più grande e gravida di conseguenze difficili da prevedere ma che vedrebbe con ogni probabilità chiamare in causa direttamente gli Stati Uniti d’America e i suoi alleati.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 1 Jul 2019 18:33:47 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/551/1/siria-e-qui-che-si-prepara-la-prossima-guerra-tra-israele-e-l-iran AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
India e Pakistan ai ferri corti: si riapre lo scontro, mai chiuso, sul Kashmir https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/550/1/india-e-pakistan-ai-ferri-corti-si-riapre-lo-scontro-mai-chiuso-sul-kashmir

Sotto i riflettori della comunità internazionale ritornano le tensioni tra India e Pakistan. Ritornano poiché tra i due Paesi esiste una rivalità storica, che si manifesta spesso nel territorio del Kashmir. Tale regione a maggioranza mussulmana (l’unica a maggioranza mussulmana del Subcontinente indiano) a cavallo tra India e Pakistan fu contesa dai due paesi sin dall’indipendenza dall’impero britannico nell’agosto del 1947. All’epoca il cosiddetto “piano di partizione” stabilito nell’Indian Independence Act prevedeva infatti che il Kashmir, allora un principato, potesse scegliere se aderire all’India, in cui i musulmani avrebbero rappresentato una minoranza della popolazione, o al Pakistan, una nazione di fatto quasi completamente musulmana. A seguito della decisione del maharaja del Kashmir, indiano di origine, tale regione divenne parte dello stato indiano. Fu così che scoppiò la prima guerra con il Pakistan, conflitto durato due anni che fece migliaia di vittime e a cui seguirono altri conflitti negli anni a seguire, l’ultimo di questi risalente al 1999 quando alcuni soldati pakistani occuparono delle postazioni dell’esercito indiano scatenando la reazione militare di New Delhi. Seguirono diversi e gravissimi attentati terroristici contro obiettivi indiani, tra cui l’Assemblea legislativa ed il Parlamento di New Delhi, per cui vennero accusati il gruppo terroristico Jaish-e-Mohammed insieme a quello di Lashkar-e-Taiba che continuarono a creare un clima di terrore in India negli ultimi decenni causando la morte di diverse centinaia di persone.

Nel corso degli ultimi anni, la crescente diffidenza di New Delhi per le pressioni separatiste nella regione a maggioranza musulmana hanno spinto il governo centrale a imporre stringenti misure di sicurezza, tra cui coprifuoco, arresti di militanti e attivisti, interruzioni dell’energia elettrica e censura di internet, che continuano ancora oggi ad alimentare le frustrazioni della popolazione locale, tra le più povere del Subcontinente. Solo nel 2018 sono state oltre 500 le vittime degli scontri, inclusi civili, forze di sicurezza e militanti, il tasso più alto degli ultimi 10 anni. Ritornando a eventi più recenti, a poche settimane dall’attesissimo appuntamento delle elezioni per il rinnovo del Parlamento indiano, martedì 26 febbraio alcuni jet militari Mirage 2000 dell’aviazione indiana hanno bombardato in territorio pakistano un campo di addestramento del gruppo terroristico Jaish-e-Mohammad, accusato dell’attentato in cui il 14 febbraio scorso hanno perso la vita 46 militari indiani in Kashmir.

Il Pakistan è stato, infatti, accusato dall’India di offrire protezione al gruppo estremista.  Nel raid due jet indiani sono stati abbattuti con  la cattura di uno dei due piloti (rilasciato il 1 marzo). Con questo “gesto di pace” il governo di Islamabad intende calmare le tensioni tra i due paesi dopo due settimane di escalation del confronto. Va ricordato infatti che India e Pakistan hanno, complessivamente, quasi 300 testate nucleari: Islamabad però, a differenza di New Delhi, non ha mai adottato nella sua dottrina il principio del “no-first-use”. Nell’area uno scontro militare di grande portata sembra essere sempre alle porte quando la tensione tra i due Paesi sale.

L’impressione di molti analisti e i sondaggi dicono, però, che la gente dei due paesi, che condivide secoli di storia e cultura, sarebbe sempre più incline alla pace. Ma finché il governo pakistano non risolverà la propria ambiguità sul Kashmir indiano, è difficile che si possa trovare un accordo pacifico definitivo. I ribelli negli anni hanno ucciso migliaia di persone e hanno colpito pesantemente l’esercito indiano. Agli attacchi dal territorio pakistano fanno seguito le ritorsioni indiane che si traducono spesso anche con misure repressive nel proprio territorio ai danni della comunità mussulmana del Kashmir indiano. In questo confronto senza tregua sembra scomparsa la capacità mediatrice della grandi potenze mondiali a partire dagli Stati Uniti d’America e della Russia che da decenni hanno relazioni importanti con ambedue i grandi Paesi del sub-continente Indiano.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Mon, 24 Jun 2019 17:29:02 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/550/1/india-e-pakistan-ai-ferri-corti-si-riapre-lo-scontro-mai-chiuso-sul-kashmir AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)
World Ocean Summit: il futuro degli Oceani dipende dai rifiuti marini https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/549/1/world-ocean-summit-il-futuro-degli-oceani-dipende-dai-rifiuti-marini

Giunto ormai alla sua sesta edizione, tra il 5 ed il 7 marzo, ad Abu Dhabi si è svolto, davanti a più di 700 partecipanti, tra cui 65 relatori provenienti da oltre 50 paesi, il World Ocean Summit 2019. Tema dell’evento a cui prendono parte governi nazionali, enti sovranazionali, imprenditori e associazioni è stato quest’anno quello di “costruire ponti” che possano mettere in comunicazione governi, aziende, municipalità per promuovere uno sforzo collettivo sia per la tutela del mare sia per uno sviluppo economico della cosiddetta blue economy, cercando di conciliare due parole troppo spesso in contraddizione: sviluppo e sostenibilità. Nei tre giorni si è potuto discutere così dell’importanza vitale che hanno i nostri mari per la sopravvivenza del pianeta, un pianeta che proprio dal mare e dagli oceani dipende.

Un tema che si fa poi particolarmente delicato soprattutto negli Emirati Arabi, dove l’evento ha avuto luogo. Nel paese arabo, situato in mezzo al deserto, a causa di un tasso annuo medio di precipitazioni di circa 100 mm, è in corso una preoccupante riduzione delle riserve di acque sotterranee, che si aggiunge al fatto che l’altro oro, quello nero, provoca un dispendio energetico ed ha un impatto sull’ambiente molto pesante (pari a quasi il 20% dell’energia della regione) per cui, per avere l’acqua potabile necessaria, viene dissalata senza limiti proprio l’acqua del mare, con conseguenti danni anche all'ecosistema marino. Con percentuali importanti di crescita della popolazione nei prossimi anni, gli Emirati sono oggi tra i maggiori consumatori pro capite di acqua al mondo, situazione che aumenterà in futuro e che richiederà per questo un approccio più sensibile proprio verso la tutela di quell’oro blu. I progetti di blu economy, settore che sta attraendo sempre più investimenti in tutto il mondo, negli Emirati sono parecchi, a tal riguardo, ad esempio, è stata messa a punto una “Strategia di sicurezza idrica” che, da qui al 2036, promette di ridurre della metà il consumo medio pro-capite. Molto si sta investendo, inoltre, sia in studi concentrati sulla dissalazione del mare utilizzando l’energia solare, sia sul Cloud Seeding, innovativa tecnica che promette di aumentare la probabilità e l’intensità delle piogge fino anche al 35% al fine di ridare vita alle falde acquifere sotterranee utilizzate per irrigare le coltivazioni e le industrie. Scegliere proprio Abu Dhabi, assolata in mezzo al deserto ed in una delle zone con le acque più calde del pianeta, per ospitare un summit internazionale dove affrontare l’argomento sul futuro dei nostri oceani, sembra assumere un valore simbolico ancora più importante per dare impulso alla riduzione del gap tra le strategie di sviluppo del Paese e la protezione dell’ambiente.

Negli ultimi anni tanti studi e tante proposte hanno visto la luce per evitare che gli oceani continuino a essere considerati la discarica del pianeta. Affinché ciò si realizzi è importante, però, che le diverse associazioni che si occupano dell’ecosistema marino riescano a dialogare maggiormente tra di loro per individuare idee e soluzioni comuni. Anche e soprattutto per questo è stata lanciata durante l’evento la piattaforma “Urban Ocean”, che si ripromette proprio di coinvolgere tutte le organizzazioni, dal nord al sud del pianeta, che si occupano di mare ed oceani, al fine di recuperare la plastica negli oceani, stavolta partendo fin dalle nostre città dove il problema dei rifiuti ha la sua origine principale. Fondamentale è, infatti, il ruolo delle nostre città per migliorare i sistemi di raccolta e gestione dei rifiuti, in mancanza dei quali c’è il rischio, sempre più elevato, che i rifiuti possano, grazie ai fiumi e ai corsi d’acqua nelle vicinanze, finire in mare dove poi diventa più difficile la loro raccolta e lo smaltimento. Lo sforzo collettivo più volte richiesto dai relatori durante l’evento deve, però, coinvolgere tutti gli stakeholders a livello globale, compresi i leader delle amministrazioni cittadine, del mondo accademico, della società civile e del settore privato al fine di sviluppare le migliori pratiche per la riduzione dei rifiuti che, non bloccati prima, inevitabilmente finiscono in mare.

Resta ancora molto da fare per innovare e finanziare un'economia blu sostenibile. Tuttavia, assicurando che l'economia che creiamo sia ricca di opportunità e rappresentativa della miriade di prospettive e comunità che costruiscono le loro vite intorno all'oceano, deve rimanere in prima linea un nuovo modo di pensare su questo argomento. Secondo la New Climate Economy (una partnership globale di istituti di ricerca) importanti investitori impegneranno circa 90 milioni di dollari in infrastrutture oceaniche da oggi ai prossimi 15 anni. Meccanismi di finanziamento innovativi e partnership internazionali sosterranno la maggior parte di questi progetti. Con uno spirito ottimistico stiamo, forse, finalmente passando dalle parole ai fatti. Abbiamo già tecnologie sempre più sofisticate, come l’agricoltura cellulare, l’intelligenza artificiale o i carburanti alternativi. Al World Ocean Summit è stata annunciata, inoltre, la creazione di una nuova Blue Prosperity Coalition, con l’obiettivo di raggiungere l’ambizioso obiettivo di proteggere il 30% degli oceani del mondo. Tale progetto partirà inizialmente in 10 città pilota e si concentrerà sulle zone più impegnate nella lotta all’inquinamento di fiumi e oceani, in particolare Asia e America Latina, per poi raggiungere altre zone del pianeta.

Il 2018 è stato un grande anno per l'oceano in termini di consapevolezza del pubblico, ora è giunto, però, il momento di mobilitare questo interesse ed implementare attivamente le soluzioni adatte per salvaguardare i nostri mari: la prossima generazione avrà un ruolo fondamentale in questo necessario percorso di cambiamento. Tempo è ora, specie dopo il Summit mondiale, che le idee condivise ed il discreto ottimismo osservato durante la tre giorni siano capaci di mobilitare cambiamenti su larga scala che, anche lontano dagli Emirati Arabi, possano perseguire la comune missione di contribuire, noi tutti, agli sforzi globali per salvare i nostri oceani.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

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Thu, 13 Jun 2019 19:10:40 +0000 https://www.ammiragliogiuseppedegiorgi.it/mc/549/1/world-ocean-summit-il-futuro-degli-oceani-dipende-dai-rifiuti-marini AmmiraglioGiuseppedeGiorgi@gmail.com (Ammiraglio Giuseppe de Giorgi)