Mari di pace e mari di guerre
L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, già Capo di Stato Maggiore della Marina, figura di riferimento nel dibattito pubblico su temi legati alla geopolitica, con un focus particolare sul Mediterraneo, la sicurezza marittima e la strategia navale, partecipando come analista ed esperto in diverse testate, programmi televisivi e festival.
Intervista a cura di Simona Petrozzi
Lei ha spesso parlato di una guerra silenziosa che si gioca sul controllo dei fondali e delle rotte. Qual è oggi il rischio reale per l’Italia nel nostro “Mare Nostrum”?
L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi:
“Parlerei di una competizione strategica permanente, che si sviluppa sempre più spesso al di sotto della soglia del conflitto aperto. Il Mediterraneo è tornato uno spazio nel quale si confrontano interessi economici, energetici, militari e geopolitici. La novità è che questa competizione non riguarda più soltanto la superficie, ma anche i fondali, le infrastrutture energetiche, i cavi sottomarini, i porti e le reti digitali. Per un Paese come l’Italia, proteso nel Mediterraneo e fortemente dipendente dalle comunicazioni marittime, la libertà e la sicurezza del mare costituiscono quindi un interesse nazionale primario. Turchia e Libia sono elementi importanti, ma non esauriscono la complessità del quadro. La risposta italiana deve continuare a fondarsi su presenza, dialogo, capacità militare credibile e tutela degli interessi nazionali, insieme agli alleati e ai partner”.
Che ruolo potrebbe giocare l’Italia mentre gli Stati Uniti riorientano sempre più le proprie priorità verso il Pacifico?
L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi:
“Gli Stati Uniti continueranno a essere fondamentali per la sicurezza mondiale, ma l’Indo-Pacifico assorbe una quota crescente della loro attenzione strategica e il conflitto con l’Iran ha drenato molte risorse dell’arsenale americano. Questo comporta maggiori responsabilità per gli europei. Non si tratta di sostituire gli Stati Uniti, ma di assumere maggiori responsabilità nel Mediterraneo allargato, rafforzando al tempo stesso il pilastro europeo della NATO e senza trascurare il potenziamento della capacità industriali e militari europee. La geografia ci assegna una posizione difficilmente sostituibile, al centro delle direttrici che collegano Atlantico, Europa, Nord Africa, Medio Oriente e Indo-Pacifico. Disponiamo inoltre di una Marina moderna, di un’industria della difesa e della cantieristica di livello internazionale e di una consolidata capacità di dialogo”.
Come cambiano le operazioni di protezione della sicurezza marittima in un contesto di crescente competizione geopolitica?
L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi:
“Cambia innanzitutto il concetto stesso di sicurezza marittima. Non è più sufficiente controllare la superficie: occorre conoscere quanto accade sopra, sulla e sotto di essa, integrando satelliti, navi, velivoli, sommergibili, sistemi unmanned, intelligence e capacità cyber. Alla protezione dei traffici si aggiunge quella delle infrastrutture critiche: porti, terminali energetici, rigassificatori, piattaforme offshore, cavi e condotte sottomarine. Minacce ibride, sabotaggi, cyberattacchi e sistemi autonomi consentono oggi di esercitare pressione senza arrivare necessariamente a un conflitto convenzionale. Servono quindi sorveglianza persistente, capacità di attribuzione e rapidità di risposta, attraverso una stretta collaborazione tra Forze Armate, Guardia Costiera, istituzioni civili, industria e operatori strategici”.
L’espansione navale cinese e le capacità A2/AD rappresentano un rischio per il libero commercio globale o una naturale evoluzione multipolare?
L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi:
“La crescita della potenza marittima cinese è uno dei maggiori cambiamenti strategici degli ultimi decenni. Pechino ha sviluppato una Marina imponente insieme a capacità missilistiche, spaziali, cyber e subacquee in grado di limitare la libertà d’azione di un potenziale avversario. Non credo tuttavia sia utile interpretare ogni sviluppo cinese esclusivamente come espansionismo. La Cina è una grande potenza economica, fortemente dipendente dal commercio marittimo, e considera naturalmente la dimensione navale parte della propria sicurezza. Il problema nasce quando l’affermazione degli interessi nazionali rischia di modificare unilateralmente gli equilibri regionali o limitare la libertà di navigazione. L’interesse italiano ed europeo è mantenere aperte le grandi vie marittime, sostenere il diritto internazionale e impedire che la competizione degeneri. Servono quindi deterrenza e dialogo: una deterrenza credibile rende più solido il dialogo e riduce il rischio di errori di calcolo”.
Qual è la principale lezione strategica che la Marina Militare italiana e le Marine europee devono trarre dal conflitto USA/IRAN?
L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi:
“La prima è che la distinzione tra guerra convenzionale e asimmetrica sta rapidamente perdendo significato. Droni, sistemi unmanned, missili, munizioni circuitanti e intelligenza artificiale sono ormai entrati negli arsenali delle maggiori potenze. La seconda è economica: non è sostenibile contrastare sistematicamente minacce relativamente economiche con intercettori che costano ordini di grandezza di più. Occorre ristabilire un rapporto favorevole tra costo della minaccia e costo della difesa.
La terza riguarda le flotte. Il futuro sarà sempre più caratterizzato da formazioni ibride nelle quali navi, sommergibili e velivoli opereranno insieme a sistemi autonomi e unmanned. Le grandi piattaforme non diventano obsolete, ma devono trasformarsi in nodi di una rete distribuita di sensori, armi e piattaforme”.
Cosa significa, in termini concreti di sicurezza nazionale, sotto investire sul comparto militare?
L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi:
“Non condividerei oggi la premessa secondo cui l’Italia stia continuando a disinvestire nella Difesa. Il quadro è profondamente cambiato ed è cresciuta la consapevolezza della necessità di adeguare lo strumento militare al deterioramento dello scenario internazionale. La questione non è soltanto quanto spendere, ma come spendere. La Difesa richiede continuità finanziaria e programmazione di lungo periodo, perché le capacità militari richiedono anni per essere sviluppate e portate alla piena operatività. Investire nella Difesa significa inoltre investire in tecnologia, ricerca, occupazione qualificata e autonomia strategica. La sicurezza ha un costo, ma l’assenza di sicurezza ha costi economici, politici e sociali enormemente superiori”.
È ancora valido il modello di flotta “dual-use” che Lei contribuì a promuovere?
L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi:
“Sì, purché il concetto sia interpretato correttamente. Una nave militare deve innanzitutto essere capace di combattere e sopravvivere in un ambiente ad alta intensità. Questa rimane la sua funzione primaria.
Ma una piattaforma moderna può essere progettata con sufficiente flessibilità per svolgere anche evacuazioni di civili, assistenza umanitaria, supporto sanitario e interventi in caso di calamità. Questa versatilità aumenta l’utilità strategica della flotta. Oggi aggiungerei un elemento ulteriore: modularità e predisposizione all’integrazione di sistemi unmanned, intelligenza artificiale e nuove tecnologie. Le navi che costruiamo oggi resteranno operative per decenni e devono quindi poter incorporare capacità che ancora non possiamo prevedere”.
Qual è il messaggio che vorrebbe lasciare a chi oggi deve definire la rotta della nostra Marina per i prossimi vent’anni?
L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi:
“Direi innanzitutto di non progettare la Marina del futuro guardando alle guerre del passato. Servono piattaforme avanzate ma soprattutto architetture aperte, modularità, sistemi unmanned, intelligenza artificiale, capacità spaziali e cyber, dominio subacqueo e reti distribuite di sensori e sistemi d’arma. Dobbiamo contemporaneamente preservare una grande risorsa strategica nazionale: la capacità italiana di progettare e costruire navi, sommergibili, sistemi elettronici e tecnologie navali di livello mondiale. Conservare questa autonomia significa conservare libertà di scelta politica e militare.
Infine, non dobbiamo dimenticare la geografia. L’Italia è una penisola al centro del Mediterraneo e dipende dal mare per l’energia, le materie prime, le esportazioni e una parte essenziale delle proprie comunicazioni digitali. La Marina dei prossimi vent’anni dovrà quindi essere tecnologicamente avanzata, equilibrata, interoperabile con gli alleati e capace di operare nel Mediterraneo allargato e, quando necessario, negli oceani.
Le tecnologie cambieranno. La missione fondamentale resterà la stessa: garantire all’Italia la libertà di usare il mare e impedire che altri possano negargliela”.
Ammiraglio



