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Quando Golia impugna la fionda di Davide

Esistono operazioni militari il cui significato trascende di gran lunga gli effetti materiali prodotti sul bersaglio. L’attacco condotto dagli Stati Uniti contro la struttura iraniana destinata al sollevamento e alla manutenzione dei minisommergibili appartiene a questa categoria. La rilevanza dell’azione non risiede infatti nell’entità dei danni arrecati, bensì nel messaggio dottrinale e strategico che essa trasmette.

L’impiego di mezzi navali senza equipaggio esplosivi non rappresenta una novità. La guerra nel Mar Nero ha ormai dimostrato come piattaforme relativamente semplici, prodotte a costi contenuti e impiegabili in grandi quantità possano infliggere perdite significative anche contro flotte convenzionali dotate di capacità tecnologiche molto superiori. L’esperienza ucraina ha modificato profondamente la percezione del combattimento navale contemporaneo, dimostrando che il rapporto tra costo del sistema impiegato ed effetto operativo conseguito può risultare straordinariamente favorevole all’attaccante.

La vera novità dell’operazione statunitense è un’altra.

Per la prima volta, la principale potenza militare mondiale ha scelto di impiegare, in un’operazione offensiva, strumenti che fino a ieri erano considerati l’emblema della guerra asimmetrica. È il momento nel quale, simbolicamente, Golia impugna la fionda di Davide.

Per decenni la guerra asimmetrica è stata interpretata come la risposta obbligata degli attori militarmente più deboli alla superiorità convenzionale delle grandi potenze. Mine navali, barchini esplosivi, incursori, sciami di unità veloci e, più recentemente, droni aerei e navali costituivano gli strumenti attraverso i quali compensare uno squilibrio tecnologico e quantitativo apparentemente insuperabile.

L’Iran è stato uno dei principali artefici di questa evoluzione. La dottrina navale dei Pasdaran ha costruito gran parte della propria credibilità sulla capacità di saturare le difese di un avversario tecnologicamente superiore attraverso sciami di piccole unità veloci, minisommergibili, droni e sistemi unmanned a basso costo. Tale impostazione risultava perfettamente coerente con il contesto operativo del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, dove la geografia riduce i vantaggi delle grandi unità navali e valorizza la mobilità, la dispersione e la sorpresa.

È quindi particolarmente significativo che proprio l’Iran sia stato colpito ricorrendo ai medesimi principi operativi che aveva contribuito a sviluppare e diffondere. Ancora più sorprendente appare il fatto che una struttura di elevato valore strategico si sia dimostrata vulnerabile a un attacco che avrebbe potuto essere contrastato mediante misure di difesa relativamente semplici.

La protezione di un’infrastruttura destinata alla manutenzione dei minisommergibili avrebbe dovuto prevedere un sistema integrato di difesa passiva articolato su più livelli: barriere galleggianti anti-intrusione, reti antisabotaggio, ostacoli contro mezzi di superficie, sorveglianza elettro-ottica continua dello specchio acqueo e procedure permanenti di allerta e di intervento. Soluzioni che, pur aggiornate dalle moderne tecnologie, affondano le proprie radici nell’esperienza maturata durante la Seconda guerra mondiale, quando le principali basi navali ricorrevano sistematicamente a sbarramenti protettivi contro mezzi d’assalto e incursori.

L’episodio suggerisce tuttavia una riflessione di portata più ampia.

Le Forze Armate statunitensi sembrano aver definitivamente interiorizzato le lezioni emerse dai conflitti degli ultimi anni. L’obiettivo non è sostituire le piattaforme tradizionali, ma integrarle all’interno di un sistema di combattimento nel quale portaerei, sommergibili, unità di superficie, velivoli con equipaggio e sistemi unmanned cooperano secondo una logica di complementarità. La superiorità militare non viene più perseguita esclusivamente attraverso piattaforme sempre più sofisticate e costose, ma anche mediante sistemi semplici, sacrificabili, prodotti in grandi numeri e capaci di imporre all’avversario costi enormemente superiori rispetto al loro valore economico.

In questa prospettiva assume particolare rilievo anche il precedente impiego, da parte degli Stati Uniti, di analoghi mezzi navali senza equipaggio per il recupero dei piloti abbattuti nello Stretto di Hormuz. La stessa piattaforma può infatti essere utilizzata per missioni di soccorso, sorveglianza, ricognizione o attacco, confermando come la modularità e la versatilità rappresentino ormai caratteristiche fondamentali dei sistemi unmanned di nuova generazione.

Le implicazioni riguardano direttamente anche il nostro Paese.

L’Italia possiede oltre ottomila chilometri di coste, alcuni dei principali porti commerciali del Mediterraneo, basi navali strategiche, terminali energetici, rigassificatori, piattaforme offshore, cavi sottomarini e numerose altre infrastrutture critiche la cui vulnerabilità è destinata ad aumentare con la diffusione dei mezzi navali senza equipaggio. La loro protezione non potrà più essere affidata esclusivamente alla vigilanza tradizionale, ma richiederà un’architettura multilivello capace di integrare sorveglianza continua, intelligenza artificiale per il riconoscimento automatico delle minacce, barriere fisiche rapidamente dispiegabili e sistemi di neutralizzazione dedicati.

Parallelamente dovranno evolvere anche la dottrina, l’organizzazione e l’addestramento. La protezione delle infrastrutture marittime dovrà essere considerata una componente permanente del controllo del dominio marittimo e non un’attività accessoria affidata esclusivamente alle misure di force protection.

La vera rivoluzione non consiste nell’impiego del drone navale, ma nell’abbandono di una distinzione ormai superata tra guerra convenzionale e guerra asimmetrica. Quando la principale potenza militare mondiale integra stabilmente sistemi unmanned a basso costo nel proprio dispositivo operativo, significa che tali strumenti non appartengono più ai deboli: diventano una componente strutturale della superiorità militare. Le marine che non sapranno adattare tempestivamente la propria dottrina, l’organizzazione e la protezione delle infrastrutture critiche a questa nuova realtà rischieranno di affrontare le guerre del XXI secolo con categorie concettuali del XX.

Amm. Sq. (r) Giuseppe De Giorgi

Immagine di copertina generata con Gemini IA

Ammiraglio De Giorgi